DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AT PRt^rciPALl SAffTIj BEATI, MARtlRl, PADRf, AI SOMMI PONTEFICI, CARDlNAI.t
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARlI GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARClVESCOVlLI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILlIj ALtE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPEtLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NO*
CHE AlLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC*
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MOROJNI ROMANO
PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VCL. XXXtV.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCXLV.
l.y
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
IMM
I.
IMMAGINE, /wrtg^o. Sembianza,
somiglianza , apparenza , ed anche
figura di rilievo, o dipinta, o stam-
pata ; ritratto. Con voce greca l'im-
magine si chiama Icona o Icon,
pittura o immagine, come si rac-
coglie dalle seguenti parole ripor-
tate dal Macri : Considera ìconani
ejiis in Sardanay, quae in car-
neni versa, oleum sine cessatione
stillat. Caesar. 1. 7, e. 25. Il me-
desimo Macri aggiunge che con
questa voce d' Icona fu formata
l' altra voce Iconostasion, che si-
gnifica Riposto delle immagini ,
Questo vocabolo presso i greci si-
gnifica anche il leggio o pulpito
acconciato con drappi, sopra del
quale pongono l'immagine di quel
santo, di cui si fa in tal giorno la
festa, e viene posto in mezzo alla
chiesa per essere venerato dal po-
polo. Dalla stessa voce Icona fu-
rono chiamati Icononiachus ed /-
conoclasla i persecutori delle san-
te immagini, perchè significa op-
pugnatore delle immagini, e di&trut-
IMM
tore delle medesime. Inoltre dicesi
in greco Hagiomachus per inimi-
co de' santi. Dice il Bergier, sareb-
be inutile che ci mettessimo a
provare 1' utilità delle immagini e
l'impressioni che fanno sull'animo
di tutti gli uomini ; sono più ef-
ficaci delle parole ; sovente fanno
comprendere cose che non si pos-
sono esprimere con parole; dicesi
quindi con ragione che questo è il
catechismo degl' ignoranti. La pit-
tura, al dire di s. Gregorio I, è
pegl' ignoranti ciò che la scrittura
è pei dotti, 1. 9, ep. 9. Dunque
non è meraviglia che la maggior
parte dei popoli n' abbiano fatto
uso per rappresentarsi gli oggetti
del culto religioso, e che se n'ab-
bia confessato l'utilità nel cristiane-
simo. Tuttavia alcune sette di ere-
tici asserirono che l'uso delle im-
magini è una superstizione, e l'o-
nore che loro si presta un' Idola-
tria (Fedi). Gli ebrei ed i mao-
mettani non hanno alcuna imma-
gine nelle loro sinagoghe o moschee,
6 IMM IMM
Ile in alcuno dì quegli altri luoghi drizzassero dai sudditi statue d oro
destinati all'orazione o ad altri at- e d'argento, ma sibbene le doves-
ti di divozione. se formare ne' cuori degli uomini
Antico è il costume delle irnma- col beneficarli , perchè tali statue
gìni o ritratti de'quali parla Eze- mai non sarebbero dal tempo lo-
chiele, ove dice al cap. 23, v. i4; gorate. Plotino, fra i seguaci di Pia-
Cam que vidisset viros depicLos in ione il più rinomato, non volle
pariete y imagines caldaeoruni ex- mai acconsentire d'essere da pitto-
nressas colorihus. Ma sieno pur re veruno ritratto in tela, perchè
effigiati i volti in bronzo e in mar- disdicevole cosa stimava, che si e-
mo, se ne formino statue al natu- ternasse la sembianza del corpo
vale, vi s' intagli e scolpisca anche fragile , ed alle bellezze dell'anima
)1 loro nome, alla fine l' intempe- non si rivolgesse il pensiero. Ales-
rie dell'atmosfera, ed il tempo di Sandro il Grande fu vaghissimo di
psse piti potente le riduce in poi- farsi ritrarre, e perciò destinò che
•vere, siccome osserva Pompeo Sar- i soli Apelle lo dipingesse, Pirgo-
pelli, Lellere eccl. t. X, lett. XLl, tele lo scolpisse, e Lisippo gli la-
Ve* ritratti , dell' idolatrìa, e della cesse le statue di bronco, vietan-
venerazione delle sacre immagini, dolo agli altri artisti; anzi ie pri-
I ritratti de* costumi e dell'animo me monete greche, secondo il Sar-
si veggono o negli scritti propri, o nelli, sono di Dario, di Filippo, e
in quelli che trattano della loro di Alessandro colla effigie loro ; co-
vita . Di 8. Giovanni Climaco dis- sì veramente divennero desiderabili
se un savio scrittore; Porro ani- i loro ritratti per la ricca mate-
piae illius divina quaedani effìgies ria, perchè de'ritratti in altra ma-
viuUo clarius pcrspicitur in suis niera non ognuno si diletta.
scriptis. Agesilao lasciò nel suo te- Da queste statue e ritratti, al
stamento il divieto che niuno ne dire del Sarnelli, nacque l'idolatria,
facesse il ritratto o io pitture o in come si legge nella Sapienza al e.
istatue, rimettendosi alle sue azio- i4> ^* '^•'* Acerbo enim luctu do-
ni che erano famose. A che servo- lens pater, cito sibi rapti filii fé-
pò i ritratti e le statue, ed il com- cit imaginem ; et illum, qui tunc
parire ft'a* vivi morto in una carta, quasi homo mortuus fuerat, nunc
io una tela, in un sasso, di che tanquani Deum colere coepit , et
disse Cicerone: TJnus Xenophontis coustituit inter servos suos sacra
libellus in eo rege laudando, fa' et sacrifici a". Questi fu Nembrot
Cile omnes imagines, omnes statuas- detto anche Bdo, a cui essendo
que superavit. \\ cardinal Bellar- morto un figliuolo che teneramen-
mino in una circostanza si espres- te amava, per mitigare il grave e
se, che l'immagine del vecchio per acerbo dolore che per tal perdita
(essere troppo difforme non mevir sentiva, fece fare la di lui imma-
tava di essere mandata a* poste- gine, e cominciò ad adorarla come
fi, e quella del nuovo nemmeno, un Nume, ordinando a tutti i suoi
per non essere ridotta a perfezione, sudditi che fkcessero lo stesso; e que-
Mecenate procurava di persuadere sti prontamente concorsero ad offrir-
Augusto, che vivendo non dovesse gli sacrifizi ed altri atti di culto di-
perqaettere clie ne' teatri sp ^li vijio, ricevendolo e tenendolo pev
r
IMM
loro Dio. E questo fa il primo Idolo
(P^edi), al diie del medesimo Sar-
nelli, adorato nel mondo, e chiamato
Belo; gli altri poi moltiplicati fu-
rono detti Bel, Baal, Baalim, Be-
lia, Beelphegor, Belzebub, perchè
Bt;£ iu lingua ebraica significa Si-
gnore. Sembra dunque che il primo
motivo dell'idolatria sia stato l'af-
fetto grande verso i morti, come
pur dicemmo al citato articolo Ido-
latria, parlando degli dei dome-
stici Lari o Penati ; ed oltre a
Nembrot fu Nino re di Babilonia
che pure a suo padre piorto in-
nalzò altari, e comandò adorazioni.
E nei susseguenti tempi Semirami-
de, e altri sino a Nabucco, il qua-
le fece la famosa statua d'oro or-
dinando a tutti che l'adorassero. 11
secondo motivo dell' idolatria fu
l'adulazione, come nell'apoteosi dei
gentili, di cui parlammo all'artico-
lo Divinità, il terzo la gratitudine,
quindi furono riposti tra le dei-
tà Eusculapio primo maestro del-
la medicina, Trittolemo che inven-
tò il coltivare i campi, Bacco per-
chè insegnò a fare il vino, ec.
Quarto il timore, il quale mosse
gli uomini a tenere per idei quel-
le cose che potevano nuocere, co-
me le Eumenidi. Quinto la vita
licenziosa fece piti idoli di persone
■viziose, come di Giove, Marte, Ve-
nere, Mercurio ec, per potere con
minor vergogna praticare ogni dis-
solutezza. Tutti siffatti dei venne-
ro rappresentati con immagini scol-
pite, dipinte, o in altro modo rap-
presentate. E però Iddio proibì agli
ebrei di fare qualunque immagine,
figura, statua, e di renderle alcu-
na specie di culto, come si legge nel-
l'Exodo e. 20, v. 4; Jìel Levitico
e, 26, V. I ; e nel Deuteronomio
e. 4} ^' i^> *^3p. 5, V. 8. Questa
IMM 7
proibizione era giusta e necessaria,
attesa la grande inclinazione che gli
ebrei avevano per l' idolatria , i
mali esempi da cui erano circon-
dati, e perchè in quel tempo pen-
savasi che ogni immagine rappre-
sentasse una divinità. Ciò nondi-
meno Mosè pose due figure di
cherubini sull'arca dell' alleanza, e
Salomone ne fece dipingere sopra
le mura del tempio, e sulla corti-
na del santuario ; prova che la
proibizione non avea più luogo,
quando non v'era pericolo che que-
ste figure fossero prese per un
oggetto di adorazione.
Così non sono proibite ai cri-
stiani le immagini di Gesù Cristo
e de'santi, perchè questi non sono
idoli; sono idoli le immagini di
falsi dei, perchè sono similitudine
degli dei che non sono dei, e fal-
sa rappresentanza di un oggetto non
vero, o del culto di latria solamen-
te dovuto a Dio onnipotente. Ma
le immagini de'santi e di Cristo
non possono chiamarsi idoli, per-
chè sono immagini di cose vere,
istituite a rappresentare quello che
essi veramente sono. Siccome l'im-
magine del re non si può dir ido-
lo perchè rappresenta quello che
è; sicché il culto che si dà alle
sacre immagini si riferisce al pro-
totipo, che in quelle è rappresen-
talo; cioè non si dà l'onore al
legno, air oro, al metallo od al-
tra materia assolutamente, come
se avessero iu sé qualche divinità,
ma come rappresentante Cristo ,
la Beata Vergine e i santi , sic-
come degni di onore per 1' eccel-
lenza della loro santità in venera-
zione dell'originale che figurano.
Dappoiché sempre ^si verifica il
cattolico insegnamento, essere molto
giovevoli i sensibiU segni esterni
8 IMM
ed eccitar ne' popoli interni afletti
divotì. E questa è la perpetua con-
suetudine delia Chiesa, che ha ori-
gine dallo stesso Cristo, che lasciò
impresso il suo J^olto santo (Vedi),
nel bianco lino di s. Veronica, ed
i lineamenti del suo corpo nella
sacra Sindone (Vedi). I ritratti al
naturale di s. Pietro e di s. Paolo
furono diligeptemente conservati fi-
no ne' primi tempi della Chiesa: s.
Giovanni Crisostomo avea un ritrat-
to di s. Paolo, e in leggendo le
sue epistole, di quando in quando
fissamente la contemplava. Onde
delle immagini di Cristo, della Be^-
ta Vergine e de'santi, è bene che
i cattolici ne tengano per ogni
parte delle loro stanze, per avere
à chi dirigere i loro voti; e cosi
il cattolico si fa ospite de'santi con
accogliere le loro figure fatte per
divozione, per ricordare i medesi-
mi , per imitarne quindi le loro
Tirlù e meravigliosi esempi. Di-
pingonsi le tre persone delia ss.
Trinila, il Padre in forma di vec-
chio, il Figliuolo in quella di gio-
vane, e lo Spirito Santo in forma
di colomba, di fuoco, e lo fu an-
cora di vento, e gli angeli in for-
ma di bellissimi giovanetti alati,
non perchè abbiano corpo, ma per-
chè in tali forme vengono descrit-
ti dalla Scrittura sacra, e sono ap-
parsi agli uomini. Costume prati-
cato sin dai primi secoli della Chie-
sa dai fedeli. I primi Iconoclasti
(Vedi)^ eretici disprezzatori e ne-
mici delle sacre immagini, si op-
posero nei medesimi primi secoli
a quelle dello Spirito Santo e de-
gli angeli, e negli antichi mosaici
vedesi il Padre Eterno in figura,
o almeno una mano tra le nuvole
indicante la potenza del Padre.
Questo era il modo in cui dai
IMM
primi fedeli si rappresentava Dio
Padre, tenendo talvolta la ma-
no un volume, non permettendosi
l'effigie umana. Quanto allo Spiri-
to Santo ordinariamente fu rappre-
sentato in figura di colomba per
essere comparso in quella forma,
come insegnarono i santi evangeli,
Luca cap. 3 : Apertuni est codimi
et descendi t Spiritus sanctus corpo-
rali specie sicut columha in ipsuni.
Lo insegnarono pure molti santi
padri, e fu definito nel concilio
Costantinopolitano Act. 2, e nel Ni-
ceno Act^ 5. Urbano Vili fece ab-
bruciare quelle immagini che rap-
presentavano r ineffabile mistero
della ss. Trinità con un corpo e
tre volti ; e Benedetto XIV coi
breve Sollicitudini nostrae, diretto
al vescovo d'Augusta, vietò il di-
pingersi lo Spirito Santo in forma
umana , essendosi sparse per la
Germania alcune immagini in for-
ma di avvenente giovane. Circa le
immagini degli angeli, V. Coro
DEGLI Angeli.
Gesù Cristo mandò la propria
immagine ad Abgaro re di Edes-
sa (Fedi)f i di cui popoli in virtù
della medesima riportarono insigni
vittorie contro Cosroe re di Per-
sia : al citato articolo ed altrove si
tratta di tale immagine. Come e-
ziandio si rese celebre per molti
prodigi quella statua di rame in-
nalzata a Gesù Cristo nella città
di Cesarea di Filippo, da quella
donna dal medesimo sanata da un
flusso di sangue, e conservata sino
ai tempi di Giuliano l'apostata, che
vi sostituì la propria, rovinata su-
bito dal fulmine. In testimonianza
che sino dai primi secoli venera-
vansi le sacre immagini, i cristiani
rappresentavano ne' calici V effigie
del Salvatore in forma d' agnello;
IMM
ma siccome poi dipinsero e rap-
presenlarono l'agnello in croce, in
vece dell'immagine del Crocefisso
(Vedi)y con s. Giovanni Battista in-
contro che col dito dimostravalo :
Ecce Agnus Dei, dal concilio VI
col can. 82 fu proibito di dipin-
gere r agnello in croce, ed indi-
dicato dal santo Precursore. Il
Baronio all' anno Sy, num. 52 e
III, narra che i cristiani sino nei
primi secoli dipìngevano le sacre
immagini del Salvatore, di Maria
Vergine, degli apostoli, dei martiri,
nei calici coli' immagine di Cristo
in figura di pastore colla pecorel-
la in ispalla, cosi negli anelli, nelle
colonne e ne' pilastri delle chiese;
in altri vasi sacri , ne' cimiteri e
catacombe, nei veli che si appen-
devano nelle chiese, ed in quelle
di Costantinopoli si dipingevano le
immagini sacre in luoghi bassi, per-
chè si potessero baciare dai fedeli.
Dell'immagine del Salvatore tra gli
altri scrisse dottamente e con eru-
dizione Giovanni Marangoni nel-
V Istoria dell' oratorio di s. Loren-
zo nel patriarchio lateranense, e
della celebre immagine del ss. Sal-
vatore detta Acheropita che ivi
conservasi^ come anche delV origi-
ne ed uso di tal sorta d'immagi-
ni venerate nella cattolica Chiesa.
Roma 1747. Ivi pure tratta delle
immagini del Salvatore effigiate
nelle antiche basiliche di Roma,
di quella mostrata da Papa s. Sil-
vestro I a Costantino imperatore ;
essere solito effigiarsi anticamente
nelle medaglie degl'imperatori gre-
ci, dei re di Servia, nelle monete
d'oro di Venezia, nelle monete pon-
tificie, ne'cimiteri comuni in diver-
se maniere, sopra le urne, sarcofa-
gi e cenotafi de' fedeli ; sopra gli
anelli, e nei sigiUi di alcuni ordi-
IMM 9
ni e congregazioni di religiosi; e
dell'immagine del Salvatore detta
la Pietà ^ e loro uso diverso.
La lezione che i sacri cimiteri
ci danno in fatto di sacre imma-
gini dipinte e scolpite non è molto
estesa, ma di molta importanza. I
sacri cimiteri primieramente non
hanno immagini contemporanee a-
gli apostoli, e forse neppure del
primo secolo della Chiesa. Pare che
i Pontefici tardassero a giovarsi di
questo istromento efficacissimo alla
istruzione delle menti e dei cuori,
per non offendere i neofiti venuti
alla fede dal giudaismo, e non pre-
sentare occasione di scandalo ai neo-
fiti venuti dal paganesimo. Fina
dalla prima metà del secondo seco-
lo i più antichi cimiteri sacri com-
pariscono abbondantemente ricchi
d' immagini sante. La Chiesa ro-
mana non credette però ancora
giunto il tempo di far penetrare
nelle menti dei neofiti la vera ra-
gione di quel culto, che ad alcu-
ne di tali immagini si deve pre-
stare. Ed è cosa degnissima di
osservazione, che sino a tanto che
durò un qualche pericolo di mala
intelligenza per parte de' convertiti,
la Chiesa romana presentò loro le
immagini che non erano in un'a-
zione istorica, ma nell'atto dell' o-
razione. E in fatti, il divoto che
guarda la Beata Vergine, gli apo-
stoli, i martiri, e i santi tutti in
atto di pregare, intende facilmen-
te col solo occhio, che chi usa del-
la preghiera non può essere una
divinità, e intende insieme che
postochè i santi nella beata loro
patria pregano, si può ad essi ri-
correre acciocché interpongano l'ef-
ficacia della loro preghiera presso
a Dio, onde ottenere le grazie di-
verse di cui gli uomini loro clien-
fo IMM
ti si trovano avere su questa ter-
ra e valle di lagrime continuo
bisogno. Conviene entrare ne' sacri
cimiteri o catacombe per vedere le
pitture più anticlic della Chiesa ro-
mana. Si conservano tuttora sopra
grintonaclii delle pareti cos\ delle
celle sepolcrali delle private fami-
glie, come delle cripte che la chie-
sa stessa scavava in quei sotterra-
nei per le sacre sinassi o adunan-
ze de' fedeli.
Fra quelle che rimontano al se-
condo secolo dell'era nostra deb-
bonsi contar eziandio le immagini
del Buon Pastore ne' vasi cimiteria>
li anche di vetro. Uno di questi
che si conserva nel museo Borgia-
no del collegio Urbano rappresen-
ta la Beata Vergine in mezzo ai
ss. Pietro e Paolo; non è quindi
un arbitrio temerario quello di giu-
dicare che rappresentino Maria tia
i principi degli apostoli quelle tre
immagini dipinte a fresco ne'cimi-
teri, somiglianti in tutto a quelle
simili dei vetri, quantunque man-
chino di nome scritto. Una copia
si vede nel cimitero de' ss. Mar-
cellino e Pietro, dove i due apo-
stoli stendono la destra verso Ma-
ria che prega, ma rimangono da
essa divisi pei^ un sottile albero
che il pittore vi ha posto tra mez-
zo. Una seconda molto pii^i singo-
lare trovasi nel cimiterio di Ciria-
ca, dove i due apostoli sostengono
le braccia di Maria stessa solleva-
te in orazione; tal pittura rappre-
senta la ss. Vergine che prega per
la Chiesa e pel popolo cristiano,
e perchè non cessi mai da tale
ullizio, né l'una né l'altro abbiano
ad essere da' loro nemici superati
e vinti, le sono posti a reggere le
braccia i ss. Pietro e Paolo, che
ia quuhtà di fondatori e reggitori
IxMM
primari della Chiesa romana, nu-
trono verso di essa la più viva
sollecitudine. Tal modo di rappre-
sentare la Beata Vergine orante,
allude a Mosè che nella guerra
degli amaleciti pregava Dio col-
le braccia aperte perchè rendes-
se vittoriosi gl'israeliti, e sicco-
me questi piegavano all'impeto del
nemico quando Mosè per stanchez-
za calava le braccia, Aronne ed
Ur gli si posero a' lati per soste-
nergliele sollevate, onde gì' israeli-
ti riportarono pieno trionfo. Il dot-
to Bosio, che non avea veduto i
vetri dipinti e scritti, credette di
vedere nelle tre figure così aggrup-
pate una matrona romana orante,
e due servi che a diminuirle il
disagio le sostenevano le braccia.
Disconveniente e falso giudizio, che
per confutarlo basta il riflettere
che la disciplina primitiva della
Chiesa vietava che le donne fos-
sero mischiate cogli uomini ne'luo-
ghi d'orazione.
Antichissimo eziandio è l'effi-
giare la Beata Vergine Maria, at-
tribuendosene molte dipinte da s.
Luca : quanto al rappresentarla
col divin figlio Gesù in forma di
Ijambino nel suo grembo, il padre
Lupi nel tom. I delle sue Disserta'
ziouij nell'Vlll tratta di questo ar-
gomento, dicendo che tale uso eoa
molta frequenza fu seguito nel quin-
to secolo, dopo che il concilio di
Efeso condannò l'eresia dell'empio
Nestorio, che alla Madonna nega-
va il glorioso attributo di Madre
di Dio. Il Sarnelli nel tom. IV
delle Leu. p. 90, discorre come si
debbano rappresentare le immagi-
ni della Beata Vergine. Dice a-
dunque che avendo cominciato al-
cuni religiosi a vestire tale imma-
gine cogli abiti e colori di quelli
IMM
propri del loro ordine, Urbano Vili
nel 16^1 fece una costituzione in
cui vietò rappresentarsi la Madre
di Dio in modo diverso da quello
praticato dalla Chiesa dai suoi pi'i~
mi tempi. E certo che sino da
quelli apostolici la Beata Vergine
fu scolpila e dipinta colla veste
di color rosaceo o porporino, e
col manto azzurro o celeste, pel
qual colore si spiega la sua risplen-
dente purità come cielo sereno
senza macchia pel suo immacolato
concepimento; ne doversi tal colo-
re cangiare in nero per significare
la mestizia o il dolore per la mor-
te del suo Unigenito divin Figlio,
perchè il suo dolore non fu discom-
pagnato dal sapere che il suo figliuo-
lo era il Verbo di Dio, e che volon-
tariamente era morto per la re-
denzione del genere umano, e che
dopo tre di dovea resuscitare con
maestà e gloria. 11 medesimo Sar-
nelli nel tom. I, pag. i56 e seg.
eruditamente descrive le forme, la
statura e le fattezze di Gesù Cri-
sto, della B. Vergine, e de' santi
apostoli Pietro e Paolo, e del mo-
do come vestivano. Inoltre il Sar-
nelli nel tora. Ili, p. 17 ci dà la
lettera VII: Se sìa lecito pingen-
dosi figure di santi fare ne loro volti
comparire ritratti di persone par-
ticolari. Dopo avere indicato vari
quadri e tavole in cui sono i ri-
tratti al naturale di chi ordinò la
pittura, e degl'individui di sua fa-
miglia, o di altre persone, sotto le
sembianze della B. Vergine, de'san-
ti e delle sante, disapprova che
nelle figure principali di pitture o
rappresentanze che si espongono
sugli altari per destar divozione
ne' fedeli, e l'imitazione di quelli
che sono figurati, venga imitata
l'imagine d'alcuno, tauto pii^ che
IMM n
un tal capriccio fti stimata ambi-
zione e stoltezza anche ne* gentili,
come gli storici dissero di Gaio
imperatore, che deliberato avea di
far condurre a Roma il simulacro
di Giove Olimpico, per mutar l'ef-
figie di lui nella propria. E perciò
troppo ambiziosi furono Adriano
e Giuliano V Apostata imperatori,
che fecero nelle monete efligiare il
proprio volto a somighanza di
quello di Serapide, con alla sini-
stra l'effigie d'Iside; le quali imma-
gini dagli egizi furono usate per
rappresentare il sole e la luna
che veneravano. Però nelle figure
inferiori o meno principali il Sar-
nelli trova l'uso tollerabile, avendo-
lo praticato eccellenti pittori. Nel
tom. I, pag. i54 abbiamo di lui
la lett. XXXVII: Come si debbono
dipingere le sacre immagini. Egli
desidera che il pittore sia erudito,
onde ben conosca ciò che fa e se ne
penetri , per evitare i capricci e
le stravaganze, e per destare divo-
zione ne' riguardanti ; ed a certi
dipinti da lui ordinati volle che
fossero mezze figure o mezzi bu-
sti, secondo l'antico uso de'cristia-
ni, osservato pure dai greci per
saggi riflessi, pe' quali preferirono
i bassi rilievi alle statue per mag-
gior modestia e venerazione, ram-
mentando che le antiche immagini
del Crocefisso erano coperte da
vesti, rigettando le nudità e le at-
titudini immodeste, massime nei
putti e negli angeli. Narra che a
quel pittore che osò fare l'imma-
gine di Cristo sotto la forma di
Giove, se gli inaridì la mano, e solo
guari per le orazioni di Gennadio
vescovo di Costantinopoli; riporta
vari consimili esempi, e dice pecca-
re quegli artisti che introduco-
UQ uelle chiese cose, che invece
1^ IMM
di edifìcazioue riescouo di icati-
idalo.
Il sinodo Quinisesto del 707, col
can. 100 proibì le pitture lascive,
e scomunica chi le eseguisce. Il
concilio di Magonza sotto Paolo IH
nel 1 549 decretò : « Procaces ima-
gines, et nimio artis lenocìnlo ad
inundunae potìus vanitatis speciem,
quam ad pietatis commonitionem
eliìgiatas, in tempiis proponi omnino
vetamus ". Ed il concilio di Trento
sess. 2 5 comandò. « Omnis denique
lascivia viletur , ita ut procaci ve-
nustate imagines non pingantur, nec
ornentur. Haec, ut fidelius obser-
"venlur, statuit s. Synodus nemini
licere uUo in loco, vel Ecclesia e-
tiam quomodolibet exempta, ullam
insolitam ponere, vel ponendam
curare imaginera, nisi ab episcopo
approbata fuerit ". Il Sarnelli nel
tom. VI, p. 8r, tratta nella lett.
XX XIX, Se sia lecito ritoccare al-
cune immagini^ che sono state mi-
racolosCf logorate dal tempo e dif-
formate. Egli opina doversi fare,
rinnovando i medesimi lineamenti,
perchè non torna in decoro del
culto religioso vedere somiglianti
figure disfigurate. S. Carlo Borro-
meo arcivescovo di Milano, nel suo
primo concilio provinciale decretò
che le immagini, qiiae pìctae sunt
iiidecore, vel deleantur, vel corrin-
gatilur. Poco imporla che sieno
dipinte malamente, o che sieno rese
logore dal tempo , onde s. Carlo
nel quarto concilio provinciale fe-
ce quest' altro decreto : >» Imagines,
quae pene deletae sunt, renoventur,
aut deleantur , et cumburantur ,
cineribus in pavimenti fóssis col-
locatis". Argumento can. Altaris
palla, De consecr. disL i, dove si
dice. « Altaris palla, cathedra, can-
delabrum, et vellum, si fuerint ve-
IMM
tustate consumpta, incendio dentur
etc, cineres quoque eorum in ba-
ptisterium inferantur, ubi nuUus
transitum habeat, ut in pariete,
aut in fossis pavimentorum jactea-
turj ne introeuntium pedibus in-
quinentur ". Quindi narrando il
Sarnelli che la celebre città di An-
versa in Fiandra ripete la sua
grandezza da un' immagine della
13. Vergine, la quale fu ritoccata
e ristorata dai guasti , per le ra-
gioni che adduce si conferma nel
suo sentimento, doversi riparare le
immagini in cattivo stato. Il p.
Rho ne' Sabati del Gesù di Ro-
ma tom. I, esempio 61, dopo aver
molto studiato sulle immagini del-
la B. Vergine dichiarò, che quan-
to sono le sue immagini più an-
tiche, tanto pare che sieno piti ve-
nerabili, come che non sempre di
buona maniera dipinte.
I raggi o splendori dipinti o posti
intorno al capo delle immagini, è il
simbolo de'beati: quanto a\V Aureo-
la^ Corona^ Diadema ^ Nimbo (P^edi)
che adornano le immagini, sono a
vedersi quegli articoli, ove pure si
spiega il quadrato che si vede sulle
antiche immagini^ massime di Pon-
tefici fabbricatori o ristoratóri delle
chiese ove sono rappresentati per lo
più in mosaico. Le tavole d'altare
ebbero l' origine dai Dittici sacri
(Fedi) y colle immagini, di che di-
scorre il Buonarroti a p. 2 58, nel-
le Osservazioni sui vasi antichi di
vetro , come dei diversi modi di
rappresentare i soggetti; e in fatti
dice che l* uso de' dittici fu molto
adattato alla necessità che aveano i
primi cristiani, a cagione delle per-
secuzioni, di mutar spesso i luoghi
destinati per le sacre adunanze,
poiché se altrimenti le avessero
avute, e stabilmente dipinte nel
IMM
muri, le avrebbero sottoposte agli
ÌBSulti e profanazioni de' gentili.
E da ciò riceve molta chiarezza il
can. 36 del concilio Illiberitano
che prescrive. «* Placuit pìcturas in
ecclesia esse non debere, ne quod
colitur, aut adoratur in parietibus
dipingatur ". Sì prescrive dunque
in questo canone, che le immagini
sacre, venerate ed adorate dai cri-
stiani, non si dipingano stabilmen-
te sui muri delle chiese , come
per alcuni si doveva già fare a
cagione della lunga pace goduta
da' fedeli, e ciò per una prudente
economia adattala ai tempi che
correvano allora, dell'imminente
persecuzione di Diocleziano, onde
tornava molto in acconcio di ave-
re le sacre immagini in piccoli
dittici da potersi in ogni accidente
facilmente levar via e nascondere,
ed evitarne l'oltraggio se fossero
venute in mano de' nemici della
fede. Il luogo poi ove si colloca-
vano i dittici era in testa alle
sacre mense, lo che mostra altresì
ciò che viene praticato fino a'tem-
pi nostri nelle tavole , quadri , o
palle da altare, succedute ai dittici.
Anticamente i cristiani ebbero
in costume nei giorni più solenni
di adornar le chiese di sacri arre-
di, i principah de' quali erano al-
cuni panni preziosi, che chiamava-
no veli, e che usavano mettere
pendenti dagli archi o architravi
delle navate, e specialmente nei
quattro lati delle cappellette , che
si chiamavano Cibori (Fedij^ sotto
i quali stavano gli altari; abbelli-
vano ancom i sacri templi di
lampade, di candellieri, d'incensie-
ri, di vasi e di corone, e di altri
cimeli o utensili, i quali erano fat-
ti di metalli preziosi , e sovente
erano tempestati di gioie, come si
IMM i3
legge in Anastasio Bibliotecario. Ciò
si deduce da alcune miniature del
Menologio di Basilio della Vatica-
na , nelle quali per aggiunta ed
ornamento delle figure principali
de' santi, vi sono fatte talora delle
vedute come in lontananza, di al-
cune parti interiori di chiese , e
specialmente alla pag. 809 il dì 9
gennaio, per ornamento e per cam-
po dell'immagine di s. Teoctisto
martire, si vedono due archi or-
nati di veli, e in cima vi è sos-
pesa una corona gioiellata,, pen-
dente nel mezzo di ciascuno, e sot-
to un candeliiere con cereo acceso,
e sopra le colonne negli angoli che
fanno gli archi vi è collocato un
Flabello (Fedi) o rosta che i gre-
ci usano nella messa, e 1' usarono
anche i latini ; ed è perciò che co-
me osserva il Buonarroti, nell' an-
tica chiesa di s. Sabina di Roma,
per imitazione degli ornamenti
che vi si vedevano nelle feste, ne-
gli angoli fra arco e arco furono
fatti molti di tali flabelli con pic-
cole lastre di marmo. Uno dei
luoghi principali, dove più frequen-
temente e con maggiore abbondanza
gli antichi cristiani mettevano ed es-
ponevano al pubblico i mentovati
sacri arredi, erano alcuni palchi intor-
no air altare, che si dissero pergule,
e particolarmente ancora li mette-
vano in veduta in certi gradi o
rialti in testa all'altare, che tor-
nando sopra la confessione, si po-
tevano ben godere dal popolo; i
quali rialti, mutato il sito degli al-
tari, furono trasferiti verso la tri-
buna in faccia e sopra i medesi-
mi, e quelli hanno dato l'origine
agli odierni gradini, che si sogliono
ancor essi ornare di vasi preziosi,
di candellieri e di reliquie. In tali
luoghi vennero ancora a collocarsi
i4 IMM
le varie specie dei dìltici ecclesia-
stici d'avorio, o d'altra materia di
prezzo, o [X'r mero ornamento, o
perdio ancora fossero vicini e pron-
ti per r uso che se ne doveva fa-
re nelle sacre liturgie; e nel mez-
zo a questi dittici , nel luogo più
principale, vi mettevano quelli in-
signiti delle sacre immagini dei
santi, specialmente di quelli a cui
dedicata fosse la chiesa o la solen-
nità che celebravasi ; al quale an-
tico costume molto s' uniformano
tuttavia i greci , i quali pongono
in mezzo al coro, nella parte vi-
cina al santuario , in un compe-
tente rialto, r immagine voltata al
popolo del santo, di cui progressi-
vamente celebrano la festa , come
pure indicammo di sopra. Sì con-
gettura che neir Africa parimenti
si costumasse di porre sopra l'al-
tare o in luogo ad esso vicinissimo
le sacre immagini , come rilevasi
da s. Oliato Milevitano 1. 2, ad
V. Parmen. p. 82. Però le imma-
gini di cui parla tal santo erano
le imperiali laureate o labratae,
così dette perchè quasi coronate
di alloro , corona resa particolare
agl'imperatori a' quali furono ri-
servati i trionfi. Da questa testi-
monianza di s. Oliato^ oltre il ri-
to di accomodare solennemente gli
Altari (Fedi), il Buonarroti sem-
bra vedervi il costume, che quan-
do per le feste si adornavano gli
altari, e in tempo de* sacrifizi, le
immagini sacre si collocassero in
luogo vicinissimo , ed in sito che
si potesse dire eh' esse fossero so-
pra gli altari ; poiché se non vi
fosse stato generalmente un tal
costume intorno alle sacre imma-
gini, non potevasi inventar dai do-
natisti.
Il p. Chardon, Storia de sa-
IMM
cramentiy tom. I, p. 325, parlnndt)
del luogo ove si conservava l'Eu-
caristia , dice che il p. Mabillon non
potevasi persuadere che ne' piimi
dieci secoli della Chiesa si mettes-
sero immagini sugli altari, e che
il Papa s. Leone IV dell' 847 lo
insegna in un* omelia , ove parla
così. M Nulla si ponga sull'altare,
fuorché le cassette e le reliquie, o
foi"se i quattro evangeli , e una
pisside col corpo di Nostro Signo-
re pel viatico degl* infermi. Tut-
to il restante si metta in luogo
proprio '*. Raterio vescovo di Ve-
rona ripete le parole medesime in
un discorso fatto al suo sinodo.
Nulladimeno da Fortunato si sa ,
che alcune volte sull* altare si met-
tevano de' fiori , e san Gregorio
di Tours afferma, che si usava di
sospendervi una croce. Ora sebbe-
ne le casse e i reliquiari dovesse-
ro far le veci delle immagini, non
è certissimo che solamente un po-
co prima del nono secolo si co-
minciò a porre sugli altari reli-
quiari e reliquie , da che si può
conchiudere che al tempo del se-
condo concilio di Tours celebrato
nel 566 o 56^^ sull'altare non vi
si mettevano immagini, cioè in que-
gli altari ove cuslodivasi l'Eucari-
stia che soleva custodirsi in dis-
parte, e sotto la croce. Da san
Paolino apprendiamo che Severo
fece porre la statua di Gesù Cri-
sto nel battisterio. Filostorgio as-
sicura che la statua del Salvatore
eretta in Cesarea sunnominata, fu
collocata nella diaconia o sagrestia
della basilica , e colà veneravasi
com' era dovere. 11 medesimo s.
Paolino, e il ven. Beda affermano
che si attaccavano le immagini al-
le loggie delle Chiese (Fedi), e si
dipingevano sulle volte de' sacri
IMM
templi. Il Macri nella Not. de^vo-
caholi eccl. dice die nella cappella
pontifìcia le immagini si copriva-
no nella domenica di Passione ,
pronunciate le paiole del santo
vangelo: Jesum autem ahscondit se,
et exivit de tempio. Soggiunge che
cosi ordina il Cerimoniale lib. 2,
cap. 35. w Cum in fine evangelii
dicitur: Jesus autem abscondit se,
et exivit de tempio, clerici cappel-
lae super altare velum paratum
cordulis in rotis supra in altum
confìxis euntibus sursum trahnnt
et eo imagines omnes ibidem de-
piclae cooperiuntur ". Dice inoltre il
Macri, che nella Spagna si cuopro-
no le sacre immagini nel tempo
dell'avvento, delle vigilie, delie
quattro tempora, e dalla domenica
di settuagcsima fino al sabbaio
santo. Nel voi. Vili, p. 278, 291,
3o8 ; IX, p. 7, e principalmente
nel voi. XV III, p. 280 del Dizio-
nario, abbiamo detto come nella
cappella pontificia dalla domenica
di Passione in poi si vedono co-
perti il quadro o immagini del-
l' altare , la croce di questo , e la
croce papaie -, dello scuoprimento
delle croci nel venerdì santo, e del
quadro nel sabbato santo , e del
significato di tali coprimenti, oltre
due relativi decreti della congre-
gazione de' riti. La liturgìa della
Chiesa su quest'argomento prescri-
ve quanto segue. Nel sabbato pre-
cedente alla domenica di Passione,
innanzi ai primi vesperi, quantun-
que siano di qualsiasi festa occor-
rente nel sabbato, si copriranno con
veli paonazzi le croci e le imma-
gini del Salvatore che sono nella
chiesa, così le immagini degli al-
tari, e quelle dei santi che si tro-
vano nella medesima; nei quali
veli non debbono apparire uè fi-
IMJVI i5
gure, ne immagini, ne insegne del-
la Passione. Le croci così velate
dovranno rimanere coperte fino al
venerdì santo, e le immagini sino
alla fine delie litanie del sabbato
santo. Le dette immagini non si
possono scoprire nella settimana di
Passione occorrendo la festa del
santo titolare, o della dedicazione
della chiesa , ne si può cambiare
il velo secondo il colore delle fe-
ste che occorrono. E perciò abuso,
cadendo la festa dell' Annunziazio-
ne della B. Vergine tempore Pas-
sionisi od altra simile festa di gioia,
il coprire con velo bianco la cro-
ce processionale o la vescovile , o
quella dell'altare, dappoiché la co-
pertura del velo bianco è solo ri-
servata nella messa del giovedì
santo, e nella lavanda de' piedi al-
la sola croce dell' altare maggiore.
Quanto al culto delle sacre im-
magini esso è antichissimo, ed ebbe
principio colia Chiesa. Tutta volta
ne' primi tempi del cristianesimo,
quando ancora sussisteva la idola-
tria, se si fossero poste nelle chiese
o luoghi pubblici delle sacre adunan-
ze alcune immagini, i pagani avreb-
bero credulo che i cristiani loro
rendessero lo stesso culto , eh' essi
dirigevano ai loro idoli. Conseguen-
temente in pubblico si astennero
da un tale uso , ed è perciò che
se ne scorgono poche vestigia nei
primi tre secoli, tranne però quel-
le delle catacombe e cimiteri, ove
se ne vedono ancora i monumen-
ti. Secondo l' asserzione di s. Ire-
neo, adv. haer. 1. i, e. 25, i car-
pocraziani, eretici del secondo secolo,
avevano delle immagini di GesU
Cristo, di Pitagora e di Platone,
cui prestavano lo stesso culto che
i pagani rendevano ai loro eroi.
Altra ragione che dovea far teme*
i6 IMM
re di onorare pubblicamente le
immagini. Alcuni apologisti scriven-
do contro i pagani dissero , che i
cristiani nelle loro radunanze non
avevano ne immagini , né simula-
cri, perchè adoravano un solo Dio
puro spirito, che non può essere
rappresentato da alcuna figura .
Nuiladimeno Tertulliano, De piidi-
cit. e. 7, che scrisse nel principio
del tei-zo secolo, ci dice che Gesù
Cristo sotto la immagine di Buon
Pastore era rappresentato sui vasi
sacri e in fondo ai calici o tazze
che servivano ne' cimiteri alla sa-
cra Eucaristia e alle agapi , come
attestarono altri pure dicendo che
i sacri cimiteri furono adorni di
misteriose immagini dell' antico e
nuovo Testamento, di simboli ed
emblemi tutti ordinati a confor-
tare Io spirito degli eroi della
primitiva Chiesa. Alcuni de' sud-
detti fondi di calici o tazze col-
r effigie del Buon Pastore , so-
no stati tolti dai cimiteri , do-
v'erano murati pressoché sempre
al sepolcro de'martiri, e trasporta-
ti ne' pubblici e privati musei. Il
museo cristiano della biblioteca va-
ticana ne conserva piti d'uno, e ne
conserva molti dell'età medesima,
cioè se non anteriori almeno con-
temporanei a Tertulliano, con al-
tre storie sacre, e immagini di va-
ri apostoli e martiri. Tertulliano
divenuto montanista, rinfacciò alla
Chiesa romana l'abuso che faceva
di queste immagini del Buon Pa-
store nel fondo de' mentovati calici.
Le testimonianze del Baronio
intorno all' antichità delle sacre
immagini, massime del Salvatore,
di Maria, degli apostoli e de* mar-
tiri, le riportammo più sopra. Eu-
sebio attesta di aver veduto im-
magini di Gesù Cristo, di s. Pie-
IMM
tro e di s. Paolo ch'erano stale
fatte a* loro tempi, come si legge
neir^w;. eccl. 1. 7, e. 18. Di una
antica immagine del Salvatore che
dicesi donata da s. Pietro al sena-
tor Pudente, e dell'immagine del
s. Apostolo fatta presso quella che
conservava s. Silvestro I, ne parlam-
mo a Chiesa di s. P ras sede (l^edi)^
ove si venerano. Il Piazza weW E-
merologìo di Roma pag. 1 13, nella
digressione che fa dell'origine e
culto antico misterioso ed utile
nella Chiesa delle sacre immagini,
dice esistere nella basilica vaticana
le immagini de' ss. Pietro e Paolo
mostrate dal Papa s. Silvestro I
all' imperatore Costantino il Gran-
de ; ed aggiunge che di altre an-
tichissime immagini venerate in al-
tre basiliche, accuratamente scrisse
monsignor Ciampini. Il medesimo
Eusebio parla di un certo Leuca
Carino che avea inventato un li-
bro intitolato yiaggi degli aposto-
li^ nel quale insegnava l'errore dei
doceti o dociti, di cui fu invento-
re Giulio Cassiano, i quali eretici
ammettevano il mistero dell'incar-
nazione successo in visione, e non
in realtà, onde attribuivano a Cri-
sto corpo fantastico ed ideale. Pre-
tendesi che detto libro sia citato
da Clemente Alessandrino col no-
me di Tradizioni, dunque è del
secondo secolo. Ma al dire di Fo-
zio che ne fece un compendio,
cod. ii4> Leuca Carino domma-
tizzava contro le immagini, come
gì' iconomachi, ciò che non avreb-
be fatto se allora alcuno non a-
vesse reso loro qualche culto, fi-
gli si fondava sopra ciò, che un
cristiano per nome Licodemo ave-
va fatto fare un'immagine dì san
Giovanni, cui coronava ed onora-
va: pratica ch'era stata disappro-
IMM
vata dallo stesso s. Giovanni. Que-
sta storia è senza dubbio favolosa,
ma la censura di Leuca sarebbe
assurda, se alcuno non avesse o-
norato le immagini nel suo tem-
po, cioè nel secondo secolo.
I protestanti sono troppo arditi
quando asseriscono non esservi al-
cun vestigio del culto reso alle
immagini avanti il fine del quar-
to secolo. Mosemio, più guardingo,
non ebbe l'audacia di affermarlo,
Hist. christ. saec. I, § 22. S. Ba-
silio più istruito dice nell' epist.
860 ad Julìan. che questo culto
è di tradizione apostolica; laonde
lo si doveva sapere più nel quar-
to che nel sedicesimo secolo. Come
allora era cessato il pericolo d*ido-
latria, il culto de'santi e delle lo-
ro immagini divenne più comune
e più manifesto; però non si deve
conchiudere che abbia cominciato
allora, poiché si professava di crede-
re e di praticare soltanto ciò che si
aveva appreso per tradizione. I pro-
testanti sono soliti di dire, prima
della tal epoca non troviamo al-
cuna prova positiva di tal uso,
dunque cominciò allora: questa
prova è solo negativa, e nulla con-
chiude; essa è combattuta da una
prova positiva generale che la di-
strugge, cioè che sino dai primi
secoli si fece professione di non far
novità. Così il Bergier. Se ancora
in oggi da' piotestanti si tacci d'i-
dolatria il culto delle sacre imma-
gini, è a vedersi il Zaccaria nel suo
jfinti-Feb rollìo i L I, p. VII. Quanto
alla qualità del Cullo (Fedi) dovu-
to alle sacre immagini, lo dicem-
mo in quell'articolo, ove si fa la
distinzione del culto di latria do-
TUto a B'ìOi di quello d'iperdulia
dovuto alla Beata Vergine, e di
quello di dulia dovuto a tutti i
IMM *7
santi. Nel settimo secolo i mao-
mettani si unirono ai giudei nel-
l'errore che aveano delle immagi-
ni, e si fecero un punto di reli-
gione di distruggerle. Nel principio
dell'ottavo secolo, l'imperatore Leo-
ne HI [' IsaiirìcOj uomo ignorantis-
simo, ch'essendo semplice soldato
era divenuto augusto, pieno degli
stessi pregiudizi, ftroibì con un
empio editto il culto delle imma-
gini come un atto d'idolatria, e
comandò di atterrarle in tutte le
chiese e luoghi; questa persecu-
zione e nefanda eresia riempi l'im-
pero di stragi e di crudeltà, pef
obbligare i popoli ad esegufre ì
suoi riprovevoli ordini. Quelli che'
si conformarono a tale decisronef
furono chiamati iconomachi, nevaio
ci delle immagini, e iconoclasti^
spezzatori delle immagini ; per lo-
ro parte, essi appellarono gli oi'to-
dossi iconoduli e iconolatri, servi
o adoratori delle immagini; né
racconta la storia il Bernino, e noi
la facemmo in compendio all'arti-
colo Iconoclasti. Primieramente
vi si oppose con sommo zelo ed
energia il Pontefice s. Gregorio II
che fu imitato dai successori j co-
me nella persecuzione ed eresia
r imperatore ebbe altri augusti a
seguaci. Condannò s. Gregorio II
l'imperatore, dopo averlo inutil-
mente con paterna sollecitudine
invitato ad emendarsi. 11 Severano
nelle Memorie sacre, a pag. 66,
parla di una parte della bolla di
s. Gregorio III contro i profana-
tori delle immagini, rinvenuta nel-
l'altare maggiore dell' antica cap-
pella di s. Maria della febbre
nella basilica vaticana, e scolpita
in pietra. S. Giovanni Damasceno
scrisse tre discorsi per difendere il
culto delle sacre immagini, e la
VOL. XXXIV.
P.
/t*s^/^V\jfY»«i
i8 IMM
pratica della Chiesa : gli fu perciò
troncata dagl' iconoclasti la mano
con cui aveva scritto, e mentre sta-
va appesa nella piazza a vista del
popolo, il santo la chiese per gra-
zia air imperatore e V ottenne;
quindi applicandola al proprio brac-
cio, gli si riunì per miracolo del-
la ss. Vergine, siccome raccontano
molti storici ecclesiastici ed il Ri-
naldi all'anno 728. I protestanti
commendarono il furore degl' im-
peratori iconoclasti nel distruggere
le sacre immagini, ma non ardi-
rono approvar le stragi e le inau-
dite crudeltà che commisero con-
tro di esse e i loro veneratori.
S. Gregorio II scrisse all' impera-
tore Leone, che quando andava
nella basilica vaticana, in veder
$olamente l'immagine di s. Pie-
tro dipinta, si compungeva e pian-
geva dirottamente. In questa basi-
lica vi si portò con tutto il popo-
lo a piedi nudi, e processionalmen-
te Stefano IV dopo aver celebra-
to in Laterano un concilio per
promulgarvi il decreto a favore
delle sacre immagini. Indi s. Pa-
squale I neir824 diede ricovero in
Roma, ad esempio de'suoi prede-
cessori, a molti monaci ed altri
greci, esiliati come osservatori del
culto delle sacre immagini. I gre-
ci fuggitivi portarono nell' Italia ed
altrove molte sacre immagini, mas-
sime del Salvatore e della Beata
Vergine, che ancora sono in gran-
de venerazione pei miracoli da Dio
operati ai loro di voti. Dipoi la
prima domenica di quaresima fu
dai greci chiamata Doniinica Or-
tìiodoxià, perché in tal giorno do-
po cessata la persecuzione delle
sante immagini, celebravano la fe-
sta della loro esaltazione, procura-
ta ancora dall'imperatrice Teodo-
IMM
ra dopo la morte dell' imperatore
Teofìlo nemico delle immagini, e
fautore dtgli eretici iconoclasti .
Veramente i greci in seguito abu-
sarono delle sacre immagini con
diversi atti e riti descritti dal p.
Panlaleone domenicano nel suo
trattato contro gli errori de'greci.
Ecco i canoni de' principali con-
cilii risguardanti le sante immagini,
»» Chiunque disprezzcrà l'uso della
Chiesa intorno alla venerazione del-
le sante immagini; chiunque le to-
glierà, le distruggerà, le profanerà,
o ne parlerà con disprezzo sarà
privato del corpo e del sangue di
Gesù Cristo, e separato dalla co-
munione della Chiesa". Conc. di
Roma an. 782 sotto il Papa s.
Gregorio III. »» Dopo averci dato
tutto il tempo, e tutta l'esattezza
possibile, noi decidiamo che le san-
te immagini, tanto di colore, come
di rilievo, o di qualunque altra
maniera convenevole, saranno pro-
poste, come la figura della croce,
tanto nelle chiese sopra i vasi e
gli abiti sacri , sopra le muraglie
o le tavole, che nelle case e nelle
strade; cioè l'immagine di nostro
Signore Gesìi Cristo, della sua ss.
Madre, degli angeli , e di tutti i
santi. Imperciocché quanto più spes-
so si vedono nelle loro immagini,
tanto più quelli che le mirano so-
no eccitati a ricordarsi e ad ama-
re gli originali. A queste immagi-
ni si deve rendere il saluto e l'a-
dorazione di onore, non la vera la-
tria, ch'esige la nostra fede, e la
quale non conviene che alla natu-
ra divina ; ma si useranno verso
di queste immagini l'incenso e i
lumi, come costumasi verso la cro-
cCj agli evangeli e ad altre cose
sacre, secondo il pio costume dei
maggiori : imperciocché l'onore del-
IMM
la immagine passa all'originale, e
chi adora la immagine adora il
soggetto cui rappresenta. Tale è la
dottrina de' santi padri, e la tra-
dizione delia Chiesa cattolica. Cosi
noi seguiamo il precetto di s. Pao-
lo ritenendo le tradizioni che ab-
biamo ricevuto. /. Thess. II. Quelli
adunque che ardiscono pensare o
insegnare altrimenti, che abolisco-
no come gli eretici le tradizioni
della Chiesa, che introducono del-
le novità, che tolgono qualche co-
sa di ciò che conservasi nella Chie-
sa, il vangelo, la croce, le imma-
gini, o le reliquie de' santi; che
profanano i vasi sacri, o venerabili
nionisteri, noi ordiniamo che sieno
deposti se sono vescovi o chierici,
e scomunicati se sono monaci o
laici ". FU Conc. gen. il secondo
NicenOy Vanno 787. « Il culto del-
le immagini non è un'idolatria,
come lo pretendono gli eretici, per-
chè i cattolici non le adorano co-
me Dio, ne credono in quelle qual-
che divinità ; ma se ne servono u-
nicamente per ricordarsi del Fi-
gliuolo di Dio , e per eccitarsi ad
amar quello di cui veggono la rap-
presentazione, per imitare le sue
sante azioni, e per domandarne la
grazia a Gesù Cristo. Non ci pro-
striamo noi dunque davanti le im-
magini, come davanti ad una di-
vinità, ma si adora quello che gli
ha fatti santi. Le immagini servo-
no a* semplici per eccitarli ad imi-
tarne la virtù ". Conc. di Sens an.
i528, i4 ^^^- »» Si devono avere
e conservare principalmente nelle
chiese le immagini di Gesù Cristo,
della Vergine Madre di Dio, e de-
gli altri santi, e far loro rendere
l'onore e la venerazione dovuta.
Non già che si creda esservi in esse
qualche divinità o qualche virtù
IMM ig
per la quale debbasi rendere loro
questo culto ; ovvero che sia ne-
cessario domandar loro qualche co-
sa, o fermar in esse la nostra con-
fidenza, come facevano un tempo i
pagani, che mettevano le loro spe-
ranze negl' idoli ; ma perchè l'ono-
re che loro si rende è riferito agli
originali cui rappresentano, di ma-
niera che per mezzo delle immai-
gini che noi baciamo, e dinanzi al-
le quali noi ci scopriamo il capo
e ci prostriamo, adoriamo Gesti
Cristo, e rendiamo i nostri osse-
qui ai santi, de' quali portano la
rassomiglianza, siccome fu definito
dai decreti dei concili!, particolar-
mente del secondo Niceno contro
quelli che attaccavano le immagi-
ni ". Conc. dì Tremo sess. 2 5, de-
cìs. della invocazione de' santi. Nel-
la qual sessione il medesimo con-
cilio de sacris immaginibns, emanè»
il seguente decreto per reprimere
l'arbitrio de' superiori delle chiese
di cambiar le immagini de' santi ,
a* quali furono consccrati gli alta-
ri. » Non essere permesso ad al-
cuno di porre o di procurare che
venga posta qualunque immagine
in alcun luogo o chiesa anche pri-
vilegiata, se l'immagine non sia sta-
ta approvata dal vescovo ".
Le sacre immagini sogliono be-
nedirsi con orazioni e riti prescrit-
ti dal Pontificale ronianum nella
seconda parte, de benediciione novac
crucis; de benedictione imaginis B.
M. Virgìnis; de benedictione ima^
ginum alioruni sanctoriun. Delle be-
nedizioni che il Papa comparte alle
immagini con indulgenza, V. Be-
nedizioni e CoROJJE DivozioNALi. Sul-
la Coronazione delle sacre ivima'
giniy V. questo articolo, ove si ri-
porta l'origine ed il rito. Al voi.
XXV, p. 3 04 del Dizionario, r^
?.o IMM
porta m tuo come il cappuccino for-
livese fr. Girolamo Paolucci, si vuo-
le che sia stato il primo a coro-
nare solennemente le sante imma-
gini. Il Buonarroti nelle Osserva-
zioni sopra' i vasi antichi di vetro
dice che probabilmente gì' impera-
tori dopo la restituzione del culto
alle immagini sante, lasciarono le
diademe o nimbo per ornamento
delie sole sacre immagini, trala-
sciando di farle ture ne' loro ritrat-
ti. Il medesimo parla delle lettere
o iscrizioni poste dagli antichi per
ispiegazione alle figure dipinte; e
delle lettere nelle vesti delle figu-
re delle pitture antiche. Le quali
osservazioni riprodusse l'Adami nel-
le sue Ricerche sul carcere Tulliano
a p. 147. Del legato pio delle corone
d'oro istituito nel capitolo vaticano
dal conte Alessandro Sforza, di che
parlammo al citato articolo Coro-
nazione, ne tratta pure il Piazza
neìì'Euseuologio romano, tratt. Ili,
cap. VII. Della particolare divozio-
ne de' moscoviti verso le sacre im-
magini ne discorrono il Macri, ver-
bo Icona, ed il Sarnelli nel t. I,
p. 25o. Tale è la riverenza de'mo-
scoviti verso le immagini sante, che
i nominati scrittori dicono ch'en-
trando essi nelle case prima «alu-
tano le immagini, poi il padrone
della abitazione , questa divozione
però non è esente da superstizioni.
Anticamente e sino ad Alessandro
"VII i servi di Dio pubblicamente
si beatificavano col porre la loro
immagine sopra la porta di qual-
che chiesa, ciò che ora si fa per
indicare la festa che ivi si celebra
del medesimo. Dei riti della Ca-
nonizzazione e Beatificazione, e del
modo come in tali funzioni si espon-
gono alla pubblica venerazione le
immagini dei servi di Dio defunti.
IMM
si parla ai nominati articoli, e nel
primo pure dell'origine degli sten-
dardi colle sacre immagini.
Il Vettori a pag. 106 del Fiorino
d'oro dice che nelle monete per se-
gno di verità della materia e del pe-
so s'incominciò ad imprimervi il no-
me di Dio o di alcun santo, od il
segno della croce, e che per que-
sto istesso motivo nelle medaglie
antiche si trovano scolpite l'ellìgie
dei cesari, perchè se ne venerasse-
ro e rispettassero le loro imma-
gini dai popoli i pili lontani , ed
acciò ninno ardisse alterarne la for-
ma. Il Borgia nelle Memorie sto-
riche a pag. 58 dichiara come le
immagini de' santi nelle monete è
segno della loro protezione delle
città o regni ai quali appartengo-
no le monete istesse. I fondatori
o restauratori de* sacri templi so-
levano porre nei medesimi le loro
immagini, come si fa oggidì nelle
solennità in cui nelle chiese si espon-
gono le immagini de' sovrani e
Pontefici regnanti, de'cardinali pro-
tettori, titolari e diaconi delle me-
desime. Analoghe erudizieni le ri-
porta il Borgia nel tom. I, p. 4^
delle suddette Memorie ist.oriche; e
siccome i gentili solevano riporre
le immagini de' principi ne' luoghi
sacri, i romani ammettevano per
legittima l'elezione degl'imperatori
greci, con ricevere le loro imma-
gini ed esporle nel principal tem-
pio o sia nella basilica lateranen-
se, ed altrettanto praticavasi nelle
città provinciali, f^. Imperatore.
Dell'esporre in Roma le immagini
de' sovrani nelle loro chiese nazio-
nali, ciò che non sì fa in quella
ove il Pontefice tiene cappella pa-
pale , ne parlammo al volume IX,
pag. 9?. del Dizionario. Fedi Ri-
tratti , ed il Paleotti , De ima*-
IMM
ginibus sacris et profanis, Ingolsla-
dii.
Naturalmente in Roma, siccome
centro del cattolicismo, innumera-
bili sono le sacre immagini che ivi
si venerano, antichissime e mira-
colose : all'articolo Chiese di Roma,
ed agli articoli relativi non man-
cammo trattarne. Come pure delle
immagini sacre più celebri che so-
no sparse per tutto il mondo, del-
le principali se ne discorre a"" loro
articoli. Delle più rinomate sante
immagini di Roma ne trattano il
p. Giovanni Severano, nelle Me-
morie sacre delle sette chiese, il
Paociroli ne Tesori nascosti; il Piaz-
za nelle sue opere; Pietro Bom-
belli nella sua Raccolta di quel-
le coronate; il Costanzi neil' O^-
servatore di Roma nel libro VI
de' luoghi in cui si venerano sacre
immagini prodigiose, al cui capo 1 V
novera le immagini della B. Ver-
gine coronate dal capitolo vatica-
no. D. Giovanni Marchetti, poi ar-
civescovo, nel 1797 colle stampe
del Zempel pubblicò in Roma col-
le rispettive immagini incise; Z?e'/?ro-
digii avvenuti in molte sacre im-
magini specialmente di Maria ss.
secondo gli autentici processi com-
pilati in Roma; con breve raggua-
glio di altri simili prò digii compro-
vati nelle curie vescovili dello sta-
to pontificio. In Roma molte delle
sacre immagini delle chiese e pub-
bliche strade dipinte od in istatua
incominciarono ad aprire gli occhi,
alzare e girare le pupille, ed al-
cuna a lacrimare a' 9 luglio 1796,
e durarono si fatti prodigi fino al-
la metà circa di gennaio 1797;
miracoli, che per la loro specialità,
frequenza, durata, e numero risve-
gliarono la generale divozione e
compunzione. Pio VI che allora
IMM 31
regnava, dopo aver con rigorosi pro-
cessi tutto verificato , vedendo e
considerando le calamità che so-
vrastavano ai suoi dorainii ed a
tutta la Chiesa, che fatalmente eb-
bero pur troppo effetto, ordinò le
missioni e prediche in sei delle
principali piazze di Roma, e pubbli-
che processioni di penitenza; fece
esporre le reliquie maggiori in un
ai Volto Santo nella basilica vati-
cana, l'immagine del ss. Salvatore
ad sancta sanctorum, e quella del-
la B. Vergine nella chiesa di s. Ma-
ria in Campi telli, e prescrisse ora-
zioni e digiuni per placare l'ira di-
vina, ed implorarne misericordia,
dappoiché cogli indicati ripetuti
straordinari prodigi furono i po-
poli avvertiti della catastrofe che
pose sossopra tutta l' Europa ed
altre parli del mondo nel declina-
re del secolo passato, e nei primi
anni del corrente, di cui ancora
deploriamo le orribili conseguenze.
Le sagre immagini di Roma, del-
le quali pienamente consta il ripe-
tuto prodigio, sono quelle dell'Ar-
chetto ; l' Addolorata nella chiesa
degli agonizzanti; al vicolo delle
Muratte; nel palazzo dell'Impresa;
l'Addolorata presso 3. Andrea della
Valle; T Immacolata in s. Nicola
de' Lorenesi; l'Addolorata presso la
chiesa nuova ; il Crocefisso in casa
Pucci; l'Immacolata in s. Silve-
stro in Capite; di Maria del Cena-
colo in detta chiesa; l'Assunta in
s. Maria in Vallicella ; di Maria
della Lara pana in s. Giovanni di
Dio; di Maria delle Grazie nella
vecchia chiesa dell' ospedale della
Consolazione; della Vergine sulla
piazza dell'Olmo ; del ss. Rosario
in rilievo in casa Galh ; di Maria
sotto l'arco di Grottapinta; del
Carmelo a s. Martino a' Monti ;
32 IMM
altra simile nella cappella interna
del Noviziato ; del ss. Crocefisso in
s. Giovanni in A ino ; dei ss. Ro-
sario all' arco della Ciambella ; di
Maria sotto l'arco del palazzo Brac-
ciano o Odescalchi ; della stessa sotto
il palazzo delia Consulta ; della
medesima nella cappella privata di
casa Bolognetti; dell'Addolorata in
piazza Madama; delia Madonna di
Guadalupe in s. Nicola in Carce-
re ; e dell'Addolorata sul cantone
della piazza di Gesù. Delie altre
immagini delie quali erano inco-
minciati i formali processi il Mar-
chetti ne riporta l'indice a p. LIX.
Nell'appendice poi tratta di eguali
prodigii delle immagini d'Ancona,
Maria regina di tutti i santi detta
di s. Ciriaco; di Torriceiia nella
diocesi di Taranto, statua di legno
rappresentante Maria delle Grazie ;
quella delia Vergine di Arezzo, pel*
non dire di altre fuori delio stato
pontificio ; di Veroli ed altri luo-
ghi delia diocesi , come Torrice e
Ceprano, ec. ec; di Frascati l'Ad-
dolorata ; di s. Angelo in Vado ed
Urbania, diverse immagini ; Mer-
cateiio luogo di tal diocesi ; del
convento di s. Liberato diocesi di
Camerino; di Calcata diocesi di
Civita Castellana; e di Todi due
immagini. Il Giornale ecclesiastico
di Roma tratta pure di questi pro-
digii, cioè nel tom. XI, pag. i46
e 147; e tom. XII, pag. 2. Dei
medesimi discorre monsignor Cal-
dassarri nel tom. II, pag. 896 e seg.
della Relazione delle avversità e
patimenti di Pio VI, spiegando la
chiusura ed apertura degli occhi
della Beata Vergine nelle sue im-
magini, due materni virtuosi efietti
che voleva eccitare nel cuore dei
cristiani, i quali erano di dolore
e di fiducia. Altre erudizioni delle
IMM
immagini sacre e profane si posso-
no vedere negli analoghi articoli di
questo Dizionario j nel Marangoni,
Delle cose gentileschej nel Buonar-
roti nelle Osservazioni sui vetri
antichi: e nel Zaccaria, Storia let-
teraria p. 44 e seg., tom. II. Delle
immagini poste nelle chiese, cap-
pelle, oratorii,ec. quali Tabelle vo-
tive, V. quell' articolo. Ne' luoghi
ove si fulmina V Interdetto (Vedi)^
le immagini e le croci vengono
coperte di nero, e si depongono sul
suolo.
IMMERSIONE. V. Battesimo,'
Battister^o, Diaconesse, Fonte sa-
cro.
IMMUNITÀ', Inw}unitas. Privi-
legio, esenzione da un dovere, da
un tributo, o da un'imposizione
qualunque. Questo vocabolo signi-
fica pure libertà, franchigia, asilo
o luogo di sicurezza, in cui non è
permesso usare violenza nemmeno
contro i colpevoli , vSenza le debite
licenze. Laonde non solo diremo
dell' immunità propriamente detta,
ma ancora dell'asilo e delle fran-
chigie. Il vocabolo immunità fu par-
ticolarmente usato per le immuni-
tà ecclesiastiche, per cui parleremo
prima brevemente dell' asilo. Il
luogo di rifugio per un reo , ac-
ciocché non cada nelle mani della
giustizia, fu detto asilo con voce
greca, che diversamente pronuncia-
ta, in una maniera significa traho,
e neir altra spolio j dappoiché i
rifugiati né dal luogo sacro pote-
vano essei'e estratti , né spogliali
di ciò che seco avessero recato.
Dapprima si concedette l' asilo qua!
misericordioso privilegio agli omi-
cidi involontari, e per delilli d' in-
avvertenza fortuita; poscia venne
esteso ad ogni gran colpevole , e
talmente ne crebbero gli abusi e
IMM
gì' inconvenienti, che non bastando
le leggi emanate per reprimerli,
si dovette venirne alla soppressio-
ne. Il privilegio dell' asilo fu da
Dio istituito, quando ordinò a Mo-
sè neir ingresso del popolo israeli-
tico nella Terra Promessa, che sta-
bilite fossero sei città di rifugio,
nelle quali ritirar si potessero con
sicurezza coloro , i quali o casual-
mente o pure in qualche rissa
uccidessero alcuno ; ma non già a
caso pensato, o con insidie preme-
ditato , e di queste città trattasi
nell' Exodo cap. 2 1 , nei Numeri
e. 35, e nel Deuteronomio e. 4
e 19. Questo privilegio fu conce-
duto ancora al tabernacolo in cui
era V altare degli olocausti, come si
legge nel libro 111 dei Regi cap. I,
V. 5o, ove si dice eh' essendo sta-
to abbandonato Adonia dai suoi
fautori che lo avevano acclamato
re, e vedendo Salomone eh' erasi
rifugiato presso l' altare , lo fece
assicurare della vita, e che godes-
se l' asilo. Che anco il tempio
fabbricato poscia da Salomone
godesse l' asilo , si ha dal capo
XI, del IV libro de' Re , ove si
legge che l'empia regina Atalia
essendo entrata nel tempio, il som-
mo sacerdote Jojada ordinò : non
occidatur in tempio Domini ^ e
perchè rea di mille morii, fu quin-
di estratta ed uccisa. Le sei città
d' asilo degli ebrei erano tra le
quaranl' otto assegnate ai leviti nel-
le altre tribù: del beneficio del-
l' asilo godevano non solo quelli
della nazione ebraica, ma tutti gli
altri di qualunque paese e culto.
Non avevano ricetto nelle città di
asilo, oltre gli uccisori con animo
deliberato, i rei di altri delitti, co-
me di furti, adulterii ed altre scel-
leratezze: Gioab per avere ucciso
IMM 23
con insidie e con animo deliberato
Abncr ed Amasa, benché si fosse ri-
covrato nel tempio, e tenesse con le
mani il corno dell'altare, non volen-
do uscire dal luogo ivi fu scannato da
Banaia per comando di Salomone.
Siccome gli ebrei non avevano che
un tempio ed un tabernacolo , e
quindi era probabile che recando-
visi da tutte le parti gli omicidia-
rì, essi avrebbero turbato colla lo-
ro moltitudine il servigio divino ,
ovvero quando ne fossero espulsi
riparando in paese straniero potes-
sero traviare con adorare i falsi
dei, cosi venne stimata salutare
provvidenza lo stabilimento delle cit-
tà di asilo. Tutti quelli che frui-
vano dell' asilo, ivi potevano resta-
re finche fosse esaminata la pro-
pria causa, e fosse morto il sommo
sacerdote , sebbene avessero fatto
constare di avere commesso 1' omi-
cidio per difesa della propria vita.
Morto il sommo sacerdote, il rifu-
giato riacquistava la sua libertà, e
poteva ricondursi liberamente in
patria od altrove. Erodoto nel li-
bro II narra che in Egitto alla fo-
ce del Nilo era un luogo di fran-
chigia, cioè il tempio di Ercole, al
quale se fuggivansi gli schiavi, era-
no liberi dalla servitù, ed era sti-
mata cosa nefanda e sacrilega il
toccarli. Strabene fa menzione deU
r asilo d' Osiride nel medesimo E-
gitto ; altri di quello di Tebe che
perciò si aumentò di popolazione.
Il p. Menochio nel tom. Ili, p.
371 ci dà il cap. XIX: Degli asili
cioè luogJd di franchigia appresso
gli antichi.
Ad esempio degli ebrei i gentili
greci e romani , ed altre nazioni
istituirono gU asili ed i luoghi di
franchigia in diversi luoghi e in
parecchi de' loro templi, stabilendo
a4 IMM IMM
che fossero luoghi d' immunità a sulla piazza ove è ora la statua
quelli che per qualche delitto vi equestre di Marco Aurelio; lo cir-
si rifugiassero, per cui non si pò- condò con un boschetU) di querele,
levano i rei estrarre da essi vio- e l'uno e l'altro fu poscia dedicato
lentemenle. Tra i greci si vuole a Giove, e dichiaralo luogo sacro,
che l'asilo fosse inventato dai ni- Di quest'asilo istituito da Romolo
poli di Ercole in Atene, temendo a coofugio di sicura ft-anchigia, se
le insidie di coloro i quali afflitti fosse aperto tra due boschi , se vi
erano stati dal loro avo. In Atene fosse alcun tempietto sacro alla
pertanto sei asili erano in altiet- Misericordia, a Veiove o a Cei*ere,
tanti templi, cioè in quelli della Mi- ne tratta il Nardiui nella Roma
^ericordia, delle Eumenidi, di Mu- amica p. 281, 289 e 290. E sic^
nichia, e ne'due di Teseo. Aflinchè come ancor lui alferma che l' asi-
però un tal privilegio non servisse lo fu sempre sul Campidoglio, non
di fomento ad eccessivi delitti, in sembra probabile l'opinione d' ai-
alcuni casi più enormi non som- cuni riportata dal Severano a p.
ministra vasi cibo al delinquente , 333 delle Memorie sacre , che
onde moriva di fame, oppure apr 1* asilo o tempio della Misericor-
piccatovi il fuoco era costretto ad dia , sorgesse ov' è al presente la
uscirne. Bella è la sentenza di Plur chiesa di s. Maria Egiziaca. A
tarco sugli asili od immunità : Si quest' asilo concorse da ogni parte
terra ab eas invenire poteris Urbes moltitudine di gente facinorosa ed
mitris , liUeris y regibiis , doniibus , armigera, col di cui valore inco-
opibus numismate carenles : Urbeni minciò l'ingrandimento di Roma;
templis , diisque carentem nenio quindi l'asilo, anche tra' romani,
iispiani yidit. La religione nacque fu tenuto per santuaiio di religio-
poir uomo , il rispetto e la vene- ne, come scrisse Livio iib. 35. Non
razione ai luoghi , cose e persone ostante che i romani concedessero
sacre rimonta all'origine dell' uo- a' templi l'asilo e l'immunità di
ino. Il citato Strabone fa pure coloro che vi si rifugiassero, tut-
memoria dell'asilo di Nettuno pres- tavolta in molte occasioni ritrovasi
so Froezone, e di Apollo nella So- che non lo praticarono. Volendo
ria, tutti luoghi considerati sacri Tulio Ostilio re di Roma che fos-
e venerabili. In progresso i greci se distrutta la città d' Alba, co-
dierono asilo ai rei, non solo pres- mandò che ne fossero eccettuati i
so i templi, gli altari e le statue templi : non permise però che gli
degli dei, ma pure presso quelle abitanti vi si rifugiassero, e pose
degli eroi, dappoiché credevano che alle loro porle soldati a custodirli,
i numi stessi fossero i protettori per cui i fuggitivi albanesi si que-
dei rei , ed i vendicatori di chi relavano di dover lasciare come
violasse l'asilo, rispetto al quale si imprigionate le loro deità. Dipoi
accordava l' impunità ai 'più gravi nella guerra civile tra Caio Mario
delitti. Ad imitazione de'greci, Ro- e L. Siila, essendo esausto l'erario,
molo a fine di popolare la sua il senato spogliò i templi degli dei
nuova città di R.oma, formò sul di tutti gli ornamenti d'oro e di
Campidoglio un asilo ch'era situa- argento, impiegandoli per stipendio
Ip, §ecopdo i più accurati storici, delle milizie. Non però tutti i terar
IMM
pli di Roma, come di altre regio-
ni, godevano quest' asilo, quantun-
que fossero consacrati, ma sola-
mente quelli che con tale speciale
distintivo fossero privilegiati nel-
l'atto della loro consacrazione, scri-
vendo Servio neir Vili libro del-
l' Eneide : Asìliun vocari non quod-
\>is (templum)y sed cui consecra-
lionìs lege esset concessum . Ma
essendosi a tempo di Tiberio imr
peratore talmente ampliata la li-
bertà d' applicare 1' asilo a' templi,
massime nella Grecia, per cui que-
sti si riempivano di enormi disso-
lutezze, Io stesso principe abolì il
privilegio e jus degli asili di tutti
i templi. Al dire di Tacito, il qua-
le narra che la questione fu ven-
tilata in senato, sembra che Tiberio
abolisse soltanto gli asili fuori di
Roma, non quelli della città. Ag-
giunge Tacito che i templi erano
divenuti pieni d' una moltitudine
di debitori insolvibili , di schiavi
malvagi, sui quali penavano i ma-»
gistrati ad esercitare la sorveglian-
za della legge , dacché il popolo
proteggeva i delitti degli uomini ,
come le cerimonie degli dei.
Il privilegio degli asili, dopo l'in-
Iroduzione del cristianesimo, passò
dai templi pagani alle chiese cristia-
ne, e venne ad esse conceduto o
confermato da vari Pontefici, im-
peratori e concilii , essendo la re-
ligione cristiana tutta carità e mi-
sericordia verso i delinquenti. Ap-
pena r imperatore Costantino ebbe
ricevuto nel Laterano il battesimo,
come riferisce il Baronie all' anno
324, num. 19, nei sette giorni, che
dopo di ciò rimase colle vesti bian-
che, promulgò sette leggi, la quin-
ta delle quali fu il concedere l'im-
munità a tutti coloro, i quali rei
di qualche delitto rifugiati si fos-
IMM 25
sero nelle chiese. Dice inoltre che
ciò ricavasi dagli atti del Papa s.
Silvestro I, i quali per attestato
di s. Gelasio I, che fiorì circa un
secolo dopo, erano così autentici,
che non solo in Roma, ma in altri
luoghi sì leggevano pubblicamente
nelle chiese de'cattolici, 11 giustis-
simo rispetto dovuto alle chiese coi-
rne case di Dio in terra, e luoghi
sacri, l'osservarono tutti gl'impera-
tori cattolici successori di Costantino,
tranne Aicadio che per istigazione
dell' eunuco Eutropio emanò una
legge che i rifugiati nelle chiese
fossero violentemente estratti, quin-
di puniti secondo i loro delitti. Dio
castigò il potente eunuco, dappoi^
che caduto dalla grazia imperiale,
e cercalo a morte, non riconobbe
altro scampo che rifugiarsi nella
chiesa di Costantinopoli. Fremendo
però le milizie contro il malvagio,
Arcadio per frenarle con una nuova
legge confermò l'antica immunità
della chiesa; ma ciò non bastando,
s. Giovanni Crisostomo già perse-
guitato dall'eunuco perchè ne ri-^
prendeva i vizi , mentre Eutropio
colle mani stava attaccato all'alta^
re, salito sul pergamo peroiò ai
soldati, e colla sua facondia otten-
ne che gli fosse donata la vita,
e non permise che fosse estratto
dalla chiesa, se prima il magistrato
non si obbligò con giuramento di
non ucciderlo, onde fu rilegalo in
Cipro, Neil' anno medesimo 899
venne confermata l' immunità del^-
la chiesa, con altra sua legge per
l'Afiica da Onorio fratello di Ar-
cadio, il quale di più nel 4^8 in-
sieme con Teodosio li stabilì un'al-
tra legge, dichiarando rei di lessi
maestà coloro i quali alcun reo
eslraessero dalla chiesa. U medesi-
mo Teodosio II nel 4^1 ampliò
26 IMM
sominnmenle tale legge, estenden-
do l'asilo delle chiese non solo si-
no alle porte di esse, ma ancora
ai loro portici, atri, abitazioni, or-
ti e bagni, quale distesamente fu
ìnserila negli atti del concilio ge-
nerale celebralo in Efeso nello stes-
so anno, sebbene per alcuni casi
occorsi, gli convenne poscia correg-
gerla. Nell'anno 4^6 l'imperatore
Leone altra legge amplissima e
severissima promulgò contro i vio-
latori di questa immunità delle
chiese, perchè il capitano Ardabu-
rio ariano , volendo far estrarre
un rifugiato dal monistero degli a->
cemeti, visibilmente apparve sopra
quel luogo l'immagine del Croce-
fisso circondata di fuoco, che vi-
brando per ogni parte folgori con-
tro gì' insolenti soldati, li pose in
fuga. Lo stesso Leone annullò la
legge del predecessore Teodosio I,
in cui comandava a' vescovi , che
prestando il rifugio nelle chiese a
coloro ch'erano gravati di qualche
debito, eglino pagassero a* credito-
ri la somma dovuta.
iVei primi anni del quinto seco-
lo avendo Alarico re de' goti pre-
sa Roma, la saccheggiò, e pubblicò
un editto col quale perdonò e lasciò
la vita e le facoltà non solo de'cri-
stiani, ma eziandio de' gentili , i
quali eransi rifugiati nell'ampia ba-
silica di s. Pietro; onde moltissi-
mi gentili colle loro ricchezze go-
derono nella chiesa di Cristo quel
rifugio ed immunità eh' eglino ed
i loro maggiori conceduto non a-
veano in tali casi ai templi delle
deità che adoravano. Il citato Se-
vcrano, descrivendo a pag. ^02. ì
pregi delia basilica di s. Paolo, di-
ce che i barbari anche a questa
portarono rispetto, facendola asilo
e franchigia come quella di s. Pie-
IMM
tro, che perciò vi si recarono le ss..
Marcella e Principia, siccome te-
stifica Procopio, De bello goth. 1. 2.
Ivi racconta come furono puniti da
Dio con fulmini i soldati del du-
ca Ermanno, per aver occupato t
prati circostanti alla basilica di s.
Paolo. A pag. 588 parlando della
basilica Costantiniana Lateranensc
dice che fu pure chiamato tempio
della Misericordia ed asilo, che per-
ciò vi erano tre porte, sempre a-
perte, come meglio dicemmo nel
volume XII, pag. 19 del Diziona-
rio, All'articolo Chiesa (Vedi)^ §
VII, della venerazione die si deve
alla chiesa, parlammo dell'antichis-
sima sua immunità, e di alcuni
autori che scrissero sugli asili del-
la medesima. Nei tempi poi delle
successive irruzioni barbariche, e in
quella dura e procellosa epoca che
tenne lor dietro, quando la legge
era nella spada, e il diritto nella
forza , quando scompigliato ogni
ordine sociale, restava qualunque
violenza impunita, ed era il debo-
le abbandonato all'arbitrio del più
forte, la misericordia della Chiesa,
unica autorità tutelare che si frap-
ponesse fra gli oppressi e gli op-
pressori, ampliò ed estese a molti
luoghi considerati come sacri il pri-
vilegio dell'asilo. E non era già
per assicurare l' impunità al reo ,
che le leggi ecclesiastiche di quei
secoli s'adoperavano a rendere così
frequenti ed inviolabili gli asili;
ma sibbene per dare ai persegui-
tati un rifugio, per impedire il
compimento di quelle atroci ven-
dette, ch'erano da' feroci costumi
de' tempi quasi comandate, né cer-
to condannate mai; per lasciar tem-
po di frenarsi all'ira popolare, di
calmarsi all'odio concitato degli of-
fesi, di frammettersi tranquilla-
IMM
mente a qua' magistrali , che in
«jiialunquc modo esercitavano allo-
ra la giustizia. Tutte le chiese cri-
stiane servivano perciò ad asili, ed
erano considerati siccome luoghi
di franchigia o d'immunità, dove
non aveva accesso la forza , ne la
giustizia criminale. Però se i rifu*
giati negli asili erano veramente
colpevoli, venivano obbligati a ri-
parare il male che avevano com-
messo, ed erano assoggettati a pub-
blica penitenza ; ma non erano mai
consegnati nelle mani di quelli che
gl'inseguivano, se non a patto che
venissero loro salve la vita e le
membra. A ciò si provvide coi de-
creti di vari concilii, e fra gli al-
tri in quello di Sardì, non mai di-
partendosi la Chiesa cristiana da
quei dettami di mansuetudine, che
derivano così spontanei e naturali
dalla legge di carità , sebbene da
vari scrittori che scrissero su que-
st'argomento, come dall'abbate Gua-
sco, dall'Alessandro ab Alessandro,
e dal Pistorozzi, si dimostri che
l'asilo fu comune alle più barbare
nazioni, essendo fallaci le assertive
di fr. Paolo Sarpi, di Van-Espen,
e di altri. 11 diritto d'asilo fu in
diverse epoche esteso ai cimiteri,
ai palazzi de' vescovi, ai chiostri di
monaci e di canonici , al terreno
che li circondava nella periferia di
trenta passi, e alle croci pianiate
sulle grandi strade. Godendo que-
sto misericordioso privilegio i rei
de' più atroci delitti, e siccome di
tante altre benefiche istituzioni, se
ne abusò cotanto che si procede
senza il concorso della Chiesa al-
l'abolizione degli asili in diversi
stati dopo la metà del secolo de-
corso, e in c(uasi tutta l' Europa
dopo la rivoluzione francese, seb-
bene le questioni degli asili sacri
IMM 27
sono di privativa giurisdizione della
Chiesa. La necessità ed utilità degli
asili tuttavolta erano cessate, dacché
vennero introdotte migliori leggi, e
per tutto rinnovali in meglio gli
ordini sociali, nò ormai potevano
contribuire ad altro che ad incep-
pare il corso della giustizia civile
e criminale. Avendo Pio VII nel
1816 soppresso il rifugio d'asilo
che nello stato pontificio godevano
le tenute di Conca e Campo Mor-
to, dipoi Leone XII nel 1826 per
prudenti ragioni lo ristabilì pei de-
linquenti rei di delitti, prescriven-
do analoghe leggi acciò il confugio
si potesse conciliare colla pubblica
sicurezza. Di quesla concessione, co-
me dei nominati due luoghi, se ne
tratta ai voi. XII, p. 3i4, 3i5 e
321 ; e XVI, p. 236 del Dizio-
nario.
L'immunità propriamente detta
anch'essa è d'istituzione divina, co-
me pronunziò il concilio di Tren-
to nella sessione 25, cap. 20: Ec'
cltsiae , persoìianun ecclesias dea-
rum immuuilalcm^ Dei ordinalioiie
et canonicis sanelioiiibiis constila-
tam. Le chiese e i sacri templi so-
no stati sempre in venerazione e
culto presso gli uomini di qualun-
que religione ancorché falsa, e con
più di ragione le chiese dei catto-
lici che professano la vera di Cri-
sto, dappoiché in esse non si olire
il sangue degli agnelli e vitelli co-
me facevano gli ebrei, ma lo stesso
Cristo con sacrifizio incruento, con
la vera e reale sua presenza. Es-
sendo l'immunità ecclesiastica pro-
cedente dalla santità e riverenza
che si deve alle chiese, è di legit-
tima conseguenza che questa sia
proceduta dalla Chiesa stessa ; e da
chi questa Chiesa vien retta e re-
golata, deve egualmente regolarsi
a8 IMM
e dirìgersi : raulorilà secolare non
avendovi diritto, deve solo sostener-
la, lulelaria e difenderla , aHìnchè
la Chiesa possa in tutta l'estensio-
ne esercitarla, determinarla e mo-
derarla a maggior gloria di Dio,
e della nostra santa religione. Al-
le chiese, ai luoghi religiosi, ai ci-
roiteri, ai ministri ecclesiastici , ed
alle cose loro appartenenti , i ca-
noni, i decreti pontifìcii, e le or-
dinazioni delle autorità ecclesiasti-
che, protette e difese anche dalle
costituzioni imperiali e reali, hanno
loro concessa l'immunità , come se
si dicesse libertà, senza pesi ed one-
ri. Triplice è l'ini munita, persona-
Icj reale, e locale. Personale è quel-
la che favorisce le persone eccle-
siastiche, le quali dovendo essere
continuamente occupate al servigio
della chiesa, degli altari, e dei sagri-
fìzi che si offrono a Dio, cosi de-
vono essere esenti da qualunque
occupazione e peso che a quelli
non abbia relazione. P^. Chierici,
Clero, ed Ecclesiastici. Reale di-
cesi quella per cui le cose della
chiesa debbono essere esenti dai da-
zi, gabelle ed imposizioni che si
debbono alla potestà secolare: non
essendo questa in diritto colla sua
giurisdizione temporale d'impor tri-
buti e gabelle sotto qualunque ti-
tolo alle chiese, loro beni e per-
sone ecclesiastiche, non possono i
magistrati laici decretarle , senza
l'assenso della potestà ecclesiasti-
ca. P^. Dizi , Decime e Beni di
Chiesa. Locale immunità è quella
che spetta e si conviene alle stes-
se chiese, sacre case, cimiteri e Iot
cali tutti alle chiese addetti ed a-
derenti, nelle quali chiese e pii luo-
ghi si esercita il divin culto^ ed
altre opere pie e di religione, così
è di dovere che questi luoghi sic-
IMM
no esenti dagli usi ed operazioni
profane. Godono V immunità loca-
le non solo le chiese consacrate,
ma ancora quelle soltanto benedet-
te ; e la godono se anche fossero
pollute ed interdette, purché non
sieno per autorità del vescovo con-
vertite in uso profano, mentre al-
lora non godono immunità. Godo-
no dell' immunità delle chiese i
portici, l'atrio, il tetto, le porte, le
scale, le pareti, l'area, e si esten-
de al dintorno ed esterno delle
chiese maggiori per quaranta pas-
si, se muiori trenta, meno che una
legittima causa o consuetudine a-
vesse diversamente disposto; tanto
si legge al can. 36 Id constiluimus,
ed al can. Antiquitus di Graziano,
ma oggi è derogato. Il Giraldi in
Exposìtionis juris Pontificii, sect.
637j p. 47^5 salva la consuetudi-
ne e lo stile comune delle colon-
nette che si vedono nell' esterno
delle chiese, come confine dell'im-
mune. Sono immuni i campanili
che distano dalla chiesa meno di
trenta passi, le sagrestie ed i cimi-
teri annessi, e se disgiunti quando
vi esista altare; ì pubblici non pri-
vati oja torli o cappelle, i conven-
ti e monisteri, seminari, ospitali,
ed altri luoghi religiosi eretti con
autorità del vescovo; i palazzi dei
cardinali anche fuori di Roma, e
quelli ivi annessi alle loro chiese
titolari. Sono egualmente immuni
il palazzo del vescovo, o altra abi-
tazione che ritenesse anche a con-
duzione; le case de' canonici esi-
stenti nella canonica; le case par-
rocchiali, che non distano dalla
chiesa parrocchiale un terzo di mi-
glio, purché non siano appigionate
a laici, come dichiarò la sacra con-
gregazione dell'immunità, in Rea-
tina i4 decembris 1628. Final
IMM
mente alcuni dicono che il ss. Sa-
cramenlo che si porta per le stra-
de presta asilo e sicurezza a queUi
che lo accompagnano, ed a tutti
quelli che pmcessionalmente lo se-
guono ed adorano ; ma sembra più
sicuro il dire, che il sacerdote che
porla il ss. Sacramento aiflnni
praeslat confiigientJbus ad se : Fa-
gnano cap. 9 de ìmmunitale eccle-
siastica. Su quanto riguarda tutti
gli estremi dell'immunità ecclesia-
stica, sono a consultarsi i giure-
consulti e canonisti che ne hanno
trattato; per gli stali de'principi se-
colari deve starsi a' rispettivi con-
cordati conchiusi colla santa Sede.
Esempi delle immunità reali ve
ne sono nella sacra Scrittura. Al
tempo di Giuseppe le terre del-
l' Egitto pagavano al sovrano il
quinto del reddito, mentre quelle
de'sacerdoti erano esenti da ocni
tributo. Cosi era anche al tempo
di Mosè. Artaserse re di Persia
esentò dai tributi tutti coloro che
andarono con Esdra a Gerusalem-
me. Nei primi secoli del cristiane-
simo però tali immunità non erano
ancora stabilite, giacché Gesù Cri-
sto medesimo nel vangelo parlan-
do dei tributi, decise in generale,
che bisogna dare a Cesare ciò
eh' è di Cesare, ed a Dio ciò che
appartiene a Dio. E ne avea già
dato egli medesimo l'esempio fa-
cendo pagare il censo per sé e per
s. Pietro. Anche s. Paolo disse a
tutti i fedeli in generale senza ec-
cezione: rendete a ciascuno ciò
che gli è dovuto, il tributo o l'im-
posizione a chi ha diritto di esi-
gerla. Si sa che sotto gì' imperatori
pagani i ministri della religione
cristiana non godevano di alcun
privilegio ne esenzione; essi ave-
vano tutto i'inteiesse di non far
IMM 29
conoscere il loro carattere. Tertul-
liano nel suo apologetico e. 4*^- >
rappresentò ai magistrati che niuno
pagava i tributi e non adempiva
a' pubblici carichi con più fedeltà
de' cristiani ; ch'essi si facevano un
punto di coscienza di non commet-
tere in questo genere frode alcuna.
L' imperatore Costantino il Grande
però nei primi anni del IV secolo,
e dopo la sua conversione alla fe-
de cristiana, accordò diversi privi-
legi alle chiese ed agli ecclesiasti-
ci ; accordò cioè a questi l'immu-
nità munerihus civilibus, le immu-
nità personali. Quanto alle chiese,
fece prima ima legge, in forza del-
la quale venne permesso a chiun-
que di lasciar per testamento be-
ni stabili alle medesime; e con
un'altra legge accordò ai beni tutti
delle chiese 1' immunità a Jiovis
collaclioiiihiis j assolvette cioè i be-
ni stessi da qualunque delle con-
tribuzioni, che gl'imperatori sole-
vano di tanto in tanto riscuotere
straordinariamente. In seguito lo
stesso imperatore Costantino con
nuova legge accordò alle chiese
cattoliche l'esenzione da ogni tri-
buto anche ordinario, cioè le im-
munità reali. Fr. Paolo Sarpi, De
jure asflornm, ripete l'origine del-
l'immunità ecclesiastica dagl'impe-
ratori ; ma s. Gregorio Nazian/eno
neWoratio 20 fa conoscere il con-
trario ; e che nell'età di s. Basilio
Magno , epoca assai anteriore a
quella determinata dal Saipi quìii'
gentis annìs post Cìiristwn natimi^
vi fossero leggi sugli asili ed immu-
nità, lo si rileva dal fatto di quella
donna difesa nel tempio: tiietur
Dei clementia, et legi quae altari-
bus honorem haberi jubet wanuni
porrigeret, etc. Il concilio d'Oran-
ges celebrato nel 44 ' > ^^' suoi ca-
3o IIMM
noni ci fa conoscere, die dentro Io
spazio (lei primi cinque secoli della
Chiesa, si occuparono i padri con
impegno ed in opposizione all'au-
torità secolare, per sostenere l'im-
inunità ecclesiastica, e senza limo-
re e con intrepidezza pubblicare
opportune leggi, onde non può am-
mettersi che imperatornm tantum^
modo Icgìbus stami tur. Le leggi im-
periali doveano difendere e con-
servare le leggi della Chiesa, non
toglierle e regolarle.
Delle immunità reali nuove leg-
gi spogliarono ora alcune, ora tutte
Je chiese cattoliche di quel privile-
gio. Tali leggi trovansi nel codice
Teodosiano, e sono di Costanzo, lib.
XVI, De episcop. eccles. et cler. lit.
H, leg. i5; di Costante, lib. XI,
De immunì fate concessa^ tit. XII,
leg. I ; di Valentiniano II, lib. XI,
tit. XIII, si per obrcptionem leg. r ;
e dì Onorio, lib. XVI, De episcop.
eccles. et clericis, tit. II, leg. 4o.
Un*altra prova che queste immu-
nità reali non furono sempre con-
servate a tutte le chiese, l'abbiamo
da un passo di s. Ambrogio, epist.
XXI, class. I. E s. Gregorio I
Magno, scrivendo a quelli che a-
"vevano cura delle terre di Sicilia,
che appartenevano alla santa Sede
come suoi patrimoni, raccomandò
di farle ben lavorare, a fine di po-
ter più facilmente pagare le impo-
sizioni caricate sulle medesime. 11
IVovaes nella vita di Bonifacio V,
eletto Papa nel 6 1 9, dice che rin-
novando gli antichi canoni e de-
creti de' suoi predecessori, proibì
che ninno ardisse di eslrarre per
forza chi rifugia vasi nelle chiese. 11
Muratori nelle Dissert. sopra le
antichità italiane, nella LXX tratta
Delle immunità, privilegi ed aggra-
vi del clero e delle chiese dopo la
IMx\I
venuta de' barbari in Italia. Dice
egli dunque, che dopo aver Costan-
tino donata la pace alla Chiesa,
non tutte le persone sacre gode-
rono esenzione totale dai pubblici
aggravi, e che neppure immuni
furono i beni di tutte le chiese e
di tutto il clero. Molto più tardi
provò la milizia ecclesiastica i fa-
vorevoli effetti dell' indulgenza dei
principi. Chi più figurò nelle chie-
se, vale a dire i vescovi, i capitoli
de' canonici, e i monisteri più rag-
guardevoli d'ambo i sessi, questi
tutti goderono immunità maggio-
ri. A parte di sì fatta fortuna non
furono già le chiese piccole, ai fon-
di e terreni delle quali si conce-
deva l'esenzione, ma si negava poi
ai beni patrimoniali de' chierici.
Mai ne' secoli rozzi fu conceduta
immunità ampia degli oneri e tri-
buti pubblici ad alcuna chiesa, che
non restassero obbligati e soggelll
i luoghi sacri a qualunque ordina-
ria o straordinaria funzione. Sul
particolare di questa varietà si no-
ta un gran cambiamento di leggi,
e dissomiglianza di consuetudini in
que' tempi. 11 Tomassino nella part.
Ili del lib. I, al cap. XXVI ripor-
la alcuni capitolari dei re Fran-
chi, da' quali sembra bastantemen-
te dichiararsi, che non solo tutti i
chierici per riguardo delle persone,
ma i beni anche di tutte le chie-
se furono esenti dagli aggravi e
servigi pubblici. Che altrettanto
si osservasse in Italia si può de-
durre dalla legge promulgata nel-
r 855 dall'imperatore Lodovico I
il Pio nella dieta di Pavia. In essa
non eccettuò alcuna chiesa, ma le
dichiarò tutte esentì, in conferma
delle concessioni de' suoi predeces-
sori. Quasi tutti i vescovi ed abba-
ti, ed anche il resto de' chierici^
IxMM
offerivano al principe dona annua-
liUy particolarmente quando le ne-
cessità del regno li richiedevano.
Secondo i tempi, i re a titolo di
donativo li esigevano dal clero
maggiori o minori. Ve ne furono
degli altri che annualmente si of-
frivano dagli ecclesiastici al re per
ragione di ossequio. Avevano ap-
parenza di volontari, ma però chi
se ne fosse astenuto, non si crede-
va libero ne sicuro dal non pre-
starli. Consisteva V offerta in uno
o due o più equorum y lanceae, scu-
ti, ec. Altri oneri dei vescovi ed
abbati era dare alloggio e vitto
ai re, ed ai messi ed uffiziali lo-
ro, onere che si chiamava parata,
mansionem, o metatum. Perciò i
■vescovi ed abbati in Italia procu-
ravano levarsi incomodo sì dispen-
dioso allorché domandavano ai re
ed imperatori privilegi ed esenzio-
ni. Inoltre i detti principi vieta-
vano ai conti ed altri ministri di
esercitare autorità sugli uomini, be-
ni e terre del clero, e loro dipen-
denti. Tempi furono anche ne' qua-
li i re ed imperatori riserbaronq
a se stessi il giudicar le cause cri-
minali ne* castelli, tenute e beni
delle persone sacre. Anticamente
non mancarono alcuni , che non si
facevano scrupolo di non rispetta-
re i privilegi ed immunità, tanto
tempo prima, e da tanti re con-
ceduti alle pei'sone e luoghi sacri,
mettendo nell'altrui messe le mani,
e disprezzando anche l'anatema e
scomunica promulgata frequente-
mente dalla Sede apostolica contro
chiunque violava somiglianti con-
cessioni. Il Papa Stefano X nel
io58 confermò con bolla al clero
secolare di Lucca l'immunità dai
giudizii, oneri ed imposte della po-
testà laicale, fulminando la scomu-
IMM 3i
nica a chi non la rispettasse. Di
frequente in tempo di guerra le
immunità ed esenzioni venivano e-
normemente lese con violenza. Il
Muratori di tutto riporta diverse
testimonianze e documenti , indi
passa a parlare dell'immunità o
esenzioni dei monisteri dalla giu-
risdizione vescovile, solo soggetti
alla santa Sede, privilegio che dice
risalire al pontificato di s. Grego-
rio I. Zelante difensore dell'immu-
nità ecclesiastica fu s. Gregorio VII
(Fedi), e martire della medesima
s. Tommaso arcivescovo di Canlor"
hery [Pedi).
Il concilio di Londra celebrato
l'anno 1268, col canone i3 decre-
tò. « Si conserverà la immunità
dei luoghi santi, chiese e moniste-
ri, e chiunque ne trarrà fuori per
forza quello che ivi si sarà rifu-
giato, o asporterà ciò che vi sa-
rà stato messo in deposito , sarà
scomunicato issofatto, e le sue ter-
re messe sotto interdetto, come pu-
re i luoghi dov'egli si ritirerà".
Nel pontificato di Martino IV ia
Francia sotto l'ombra dell'immu-
nità ecclesiastica erano nati gravi
abusi, dappoiché uomini malvagi
i quali o avevano abbandonato la
fede, come ebrei convertiti ed apo-
stati, ovvero erano infamati di ere-
sia, temendo di essere tratti ai tri-
bunali degl' inquisitori, ricorrevano
al rifugio delle chiese per sottrarsi
dalle pene. Tornando ciò in grave
danno della religione cattolica, or-
dinò che sì fatte persone non go-
dessero l'immunità della Chiesa che
laceravano coli' eresia. Ciò venne
rammentato da Giovanni XXII,
quando per reprimere la baldanza
de' chierici francesi, concesse al re
Filippo V di poterli carcerare, » non
in contemptum clericalis ordinis, neo
52 IMM
iit jiirisdictionem usnrpetis in ipfsas,
«;oc) (nntiim, ut rcddaiitnr ad inan<
dala Kcclesiae, ne elimina renia-
neanl impunita ". Quanto Bonilìi-
cio VII! fosse stato sostenitore a-
cenimo dell' immunità ecclesiastiea
Io dicemmo agli articoli Francia^
e Bonifacio UH (Fedi). Nelle
biogialie de' Papi, e negli articoli
degli slati e regni, come in altri re-
lativi articoli, si parla de' princi-
pali avvenimenti riguardanti l'im-
munità ecclesiastica , e riportansi i
canoni de'concilii trattandosi di que-
sti. Benedetto Xll, Innocenzo VI,
Innocenzo Vili ed altri Pontefici e-
manarono zelantissimi decreti a di-
fesa dell' immujiità ecclesiastica.
Quanto ad Innocenzo VI, si legge
nella sua vita che l'imperatore Car-
lo IV indotto dai malevoli suoi
ministri ad occupar le rendite di
alcuni benefizi, e violare la libertà
ed immunità ecclesiastica, ad istan-
za del Papa cedette dal comincia-
to errore, e fece una famosa costi-
tuzione in difesa de' diritti ed im-
munità ecclesiastica, la quale fu
dipoi confermata co' loro decreti
da Bonifacio IX e Martino V. Que-
sti decreti colla costituzione Caro-
lina trovansi nel Goldasti, t. Ili,
in Carlo IV. Alessandro VI nel
i5oi ordinò die gli uomini faci-
norosi non dovessero godete l'im-
munità ecclesiastica. Parlando il
Rinaldi all'anno i5i5, num. 4> ^^1
concilio generale lateranense V ter-
minato da Leone X, dice che fu
letta e confermata in esso colla vo-
ce de' padri la costituzione fatta a
stabilire l'autorità de' vescovi; e
in prima a raffrenare la licenza dei
canonici e d'altri chierici, che con-
vertivano l'immunità apostoliche in
irritamenti de' vizi e fortificazio-
ni dell'audacia contro i vescovi, si
IMM
ordinò che gli esenti, fallando, pu-
niti fossero dai vescovi loro. Fu
conceduta l'immunità ai famigliari
de' cardinali che attualmente tali
sono, e non a coloro che usi erano
di procacciarsi così fatto privilegio
a schifare i mandamenti de* vesco-
vi. Rinnovossi la costituzione del
concilio generale di Vienna cele-
brato da Clemente V, che i moni-
steri esenti di monache fossero vi-
sitali una sola volta l'anno dal
diocesano; e annullaronsi tutte le
immunità che si concedessero sen-
za chiamare in giudizio Ja perso-
na, in cui danno ciò potesse tor-
nare.
Nel pontificato di Giulio III, es-
sendo Cosimo I, allora duca di
Firenze, in fiera guerra co' sanesi,
ed avendo saputo che le sue trup-
pe in una vittoria avevano com-
messo in Casole eccessi contro l'im-
munità ecclesiastica, a' 24 ottobre
i554 scrisse la seguente lettera a
Bartolomeo Concini. « Con nostro
mollo dolore abbiamo inteso la ru-
beria che l'esercito del marchese
di Marignano ha fatto in Casole,
da cui né anche la casa di Dio
n'è andata esente. Noi ngn voglia-
mo queste iniquità; quando l'eser-
cito può dare il sacco , le chiese
hanno da essere rispettate, e il
primo che oserà fare insulto alle
chiese, monisteri, ospedali ed altri
luoghi, noi vogliamo che paghi la
pena di tanta sua malvagità colla
perdita del capo, e il marchese vo-
gliamo che ubbidisca a questi no-
stri ordini; e voi, se vi piace la nostra
grazia, vi sforzerete per impedire
tali errori, e ci darete subito av-
viso. Dalla massa della preda che
non è stata divisa, vogliamo che si
renda a quelle chiese tutto quello
che gli è stato tolto. Eseguite, e
IMM
slate sano ". A questo proposilo
dice il Grozio nella sua opera De
jure belli et pacìs^ che la conser-
vazione illesa di tali sacri edifizi,
e di quelle cose che ad essi spet-
tano, viene prescritta dalla riveren-
za delle cose divine; principalmen-
te da quelli che hanno la stessa
religione, benché per avventura sie-
no discordi di alcuni sentimenti o
riti. E infatti dice Tucidide, che
fra i greci de' suoi tempi era un
diritto sacrosanto, che quelli i quali
si scagliavano contro i loro nemi-
ci, si astenessero dai luoghi sacri.
Nel i565 Pio IV con costituzio-
ne, confermata poi da Gregorio
Xin, proibì che i palazzi de' car-
dinali ed ambasciatori servissero di
asili ai delinquenti e malfattori.
Inoltre Gregorio XIII nel i573
proibì severamente tutte le fran-
chigie, non eccettuato lo stesso pa-
lazzo pontificio. Il suo successore
Sisto V nell'istituire la congrega-
zione de' vescovi e regolari, a que-
sta aflidò il geloso incarico di tu-
telare e vegliare sui diritti della
sacra immunità, per la quale decre-
tarono provvidenze Gregorio XIV
e Clemente VIII, non che Paolo
V ed Urbano Vili Barberini. Al-
lo zelo di quest^ultimo si deve nel
1626 l'istituzione della cardinalizia
Congregazione dell'immunità eccle-
siastica (Fedi), di cui ora n'è pre-
fetto un suo discendente, il cardi-
nal Benedetto Barberini, e segre-
tario monsignor Stefano Scerra ve-
scovo d'Orope. A tale articolo fa-
cemmo menzione dei Pontefici che
si distinsero in tutelare l' immuni-
tà, della raccolta che dei decreti
ne fece il p. Lantusca ; della Sy-
iiopsis decreta et resoluliones, com-
pilata dal p. abbate Ricci , la cui
seconda edizione di Torino 17 19
VOL. xxxiv.
TMM 33
fu dedicata al cardinal Francesco
Barberini ; delle attribuzioni di que-
sta congregazione, e l'attuale nor-
ma che segue, avuto riguardo ai
diversi concordati conchiusi tra la
santa Sede e vari sovrani. Il Lu-
nadoro dell'edizione del 1646, par-
lando di questa congregazione, di-
ce che soleva tenersi ogni martedì
in casa del cardinal prefetto, il
quale godeva annui scudi mille dal
tesoro pontificio.
Nel pontificato di Alessandro VII
abusando delle franchigie i fami-
gliari dell'ambasciatore di Francia
Crequi, ebbero luogo que' disgu-
stosi avvenimenti che registrammo
all'articolo Avignone (Vedi), che
perciò fu occupato dai francesi sic-
come dominio della santa Sede.
Nel pontificato di Clemente X, a
cagione dell'abuso che facevano gU
ambasciatori delle franchigie ed
esenzioni di gabelle, poco mancò
che non succedessero gravi sconcer-
ti, come narrammo al voi. XX, p.
160 del Dizionario. Al voi. XXVII
poi, ed a pag. 5o e 5i si descris-
se come Innocenzo XI rinnovò le
costituzioni di altri Pontefici, cioè
di Giulio III nel i552 , di Pio IV
nel i56i, di Gregorio XIII nel
1573, di Sisto V nel i585, di
Urbano Vili che emanò analoghi
editti a' 5 gennaio 1626, e i5 no-
vembre 1634, per non nominarne
altri, che tutti avevano abolito e
severamente proibito le franchigie
che gli ambasciatori de' sovrani in
Roma volevano godere intorno ai
loro palazzi, e talvolta eziandio al-
le case adiacenti e pressoché ad un
intero quartiere, donde nascevano
gravi e riprovevoli conseguenze,
l'alterazione della pubblica tranquil-
lità, l'esposizione del governo ponti-
ficio e de' sovrani, e la protezio-
3
34 IMM
«e dei malviventi, omicidinri, pre-
potenti, e rei d'altri delitti ; si dis-
ile ancora come il zelante Ponte-
fice fulminò la scomunica contro
chiunque nell'avvenire pretendesse
di aver a godere di tal preteso di-
ritto , per Io che molte poten-
ze acconsentirono a giuste restri-
zioni. Ma Luigi XIV rispose con
alterigia , che non era avvezzo a
regolarsi sulla condotta altrui, ed
ordinò al suo ambasciatore mar-
chese di Lavardino di sostenere il
suo diritto colla massima pubbli-
cità. Questi fece il suo ingresso in
Roma a' 16 novembre 1687 con
nn corteggio di ottocento persone,
gentiluomini d'ambasciala, uffiziali,
guardie di marina^ in apparato piti
ostile che diplomatico. I doganieri
quando volevano visitarne le baga-
glie, si minacciò di tagliar loro il na-
so e le orecchie. L'ambasciatore si
recò nel palazzo Farnese, ed il suo
seguilo alloggiò nel quartiere cir-
convicino, e fece la ronda giorno e
notte. Allora il Papa, come si disse
al succitato luogo, scomunicò l'am-
basciatore Lavardino, e pose l' in-
terdetto alla chiesa nazionale di
s. Luigi. Si disse inoltre che Inno-
cenzo XI fece cessare l'uffiziatura
della basilica latei'anense quando
vi sì recò l'ambasciatore, forse nel
giorno di s. Lucia per la festa che
gli ambasciatori sogliono celebrare
con assistere alla messa canta-
ta. Ivi pur citammo il celebre o-
puscolo stampato nel 1688, che
vuoisi di Celestino Sfondrali poi
cardinale, e qui ne ripeteremo ma
intero il suo titolo: Lrgatio Romani
M archi onìs Lavardini, et oh ean-
dtm regi's Chrìstianìssìini ami Ro-
mano Pontijice dissidiuni. Ubi a^
gitur de jure, orìgine, pregressa^ et
ahtisii quanirioriuìi Fra ne hi li a rum
IMM
xcit Asyli eie. Et trfatantur ratiO"
nes a Lavardini advocato ( Talonii
regiì advocnti ) productae , in li*
hello gallico cn/an initium : Si Vau"
teur, etc, anno 1688.
Nel medesimo volume XXVII ,
pagina 52, dicemmo come Lui-
gi XIV re di Francia e gli
altri sovrani promisero ad A-
lessandro Vili di rinunziare alle
franchigie, il qual Pontefice proibì
agli aitisli, ai cittadini, ed ai no-
bili, seppur non fossero ministri di
qualche corona, di tener sulle loro
porle gli stemmi pontifìcii, o di qiial-
sivoglia sovrano, affinchè sotto l'om-
bra del rappresentalo principe non
avesse da ricovrarsi la malvagità.
Gli successe Innocenzo XII nel
1 691, il quale siccome d'animo co-
stante, con petto sacerdotale su-
bilo intimò seriamente agli amba-
sciatori presso di lui residenti, ch'e-
gli voleva essere il solo padrone
della sua capitale, onde non sof-
frirebbe afifallo le franchigie de' lo-
ro palazzi, ne sconcerto alcuno pro-
dotto dai loro domestici e fami-
gliari ; poiché aveva osservalo nelle
nunziature di Firenze, di Polonia
e di Vienna, disimpegnate allorché
era prelato, che i sovrani altret-
tanto esigevano che si osservasse
nelle loro capitali e corti, non sof-
frendo le nocevoli franchigie. A te-
nore di questa risoluzione Inno-
cenzo XII fece rondare sessanta
Birri (Fedi) (al quale articolo sono
alcune notizie analoghe a questo
argomento ) per tutti i palazzi o-
ve si pretendevano le franchigie,
e nello stesso tempo ordinò alle
milizie della guarnigione di Roma,
che in caso di bisogno prestassero
forza ed assistessero i detti mini-
stri delia giustizia. La squadra dei
birri ch^ passando innanzi al pa-
I u u
lazzo dell* ambasciatore imperlale
Tenne prepotentemente bastonata
iìngli aiduchi, fu severamente ven-
dicata da monsignor Giambattista
Spinola governatore di Roma e poi
rnidinaie, il quale a niuno degli
aiduchi concesse franchigia, li con-
dannò alia forca, ed uno scudiere
j»l taglio della testa, ne mai Tolle
ritirare tali sentenze. Vedendo Lui-
gi XIV quanto Innocenzo XII era
costante in riprovar le franchigie,
e com'era obbedito dai suoi mini-
stri, -definitivamente rinunziò alle
pretensioni sulle franchigie. Delle
dispute di precedenza tra gli am-
basciatori ed alcun ministro della
santa Sede, massime di quelle av-
venute sotto Innocenzo XII e Cle-
mente XI, se ne tratta ai rispetti-
"vi articoli, giacché anche Clemente
XI appena eletto nel 1700 avvisò
gli ambasciatori che mai soffrireb-
be le franchigie.
Benedetto XIII con la bolla Ex
quo divina^ de' 18 giugno 1725,
confeitnò quella di Gregorio XIV
Cwn alias, e circa l'immunità ec-
clesiastica dichiarò quali delin-
quenti che di essa non godono ,
sebbene l'estese ad altri delitti,
prescrivendo il modo da osservar-
si dalle curie ecclesiastiche nell' e-
strarre gì' inquisiti dai luoghi im-
muni. Nel pontificato di Clemen-
te XII passando una pattuglia per
le vicinanze del palazzo di Vene-
ria in Roma, aletmi servitori del-
l'ambasciatore veneto, dalmatini di
nazione, si fecero lecito di volerne
impedire il passaggio ; attaccarono
tuffa coi soldati , e ne l'estarono
uccisi tre oltre un soldato. Nacque
grave differenza tra la repubbli-
ca di Venezia € la santa Sede, ma
il Pontefice essendo dalla parte
della ragione , sosteneie i suoi di-
IMM 35
ritti, e la buona concordia si ri-
stabilì. Ma di poi a sostegno del-
l'immimità , a' 22 febbraio 1735
pubblicò la costituzione In supre-
mo justilìae solio , presso il Bull.
tom. XIV, p. i3; e siccome con
frequenza accadevano gli omicidii ,
ordinò che a quelli che li com-
mettessero non potesse giovare il
luogo immune ; affine poi di to-
gliere la causa dell'acciecamento
nelle risse , volle che passate sei
ore dopo queste, ogni omicida, an-
corché chierico, fosse soggetto alla
sua leg2[e, come se avesse commes-
so il delitto a caso pensato. Ol-
tre a ciò, confermò le bolle dei
predecessori sull' immunità eccle-
siastica, dichiarò i casi per poter
godere quella della chiesa nei do-
minii pontifìcii , e la forma da
praticarsi nell'estrazione de' delin-
quenti rifugiati. Nell'anno santo
1750, in Roma i birri furono mal-
menati dagli individui addetti allo
spedale nazionale di s. Giacomo
degli spagnuoli, per cui ne avven-
ne conflitto , che i superiori del
medesimo rappresentarono con falsi
rapporti alla corte di Spagna ; ma
Benedetto XIV che allora regnava,
fece passare avanti allo spedale e
chiesa i birri armati, in segno di
essere V unico padrone della città,
come nel libero passaggio de'&uoi
sudditi per tutte le strade.
Tanto Benedetto XIV che il succes-
sore Clemente XIII furono benemeri-
ti dell'immunità per le costituzioni
ch'emanarono. Dappoiché credendo
necessario Benedetto XI V determi-
nare gl'insorti dubbi sulf immu-
nità locale, dichiarò la sua men-
te e quella de' predecessori colla
costituzione Ex officio, de' r "> mar-
zo 1750, pres-ìo il suo Bull, to-
mo UT, p. ?-78. Dichiarò pertan-
36 IMM
lo, che trovandosi in luogo im-
mune un reo di delitto eccellunto,
come omicidio proditorio, medita-
to e volontario nella rissa, debba
esserne estratto ogni qualvolta vi
saranno indizi bastanti a provare
il delitto ; che V estrazione dal luo-
go immune non si possa fare sen-
za l'autorità del vescovo rispetti-
TO , e r assistenza di persona ec-
clesiastica da lui deputata, e che
facendosi la consegna alla curia
secolare, siano a questa intimate le
censure in cui sarebbe incorsa se
il reo estratto non fosse restituito
al luogo immune, subito che nel
progresso della causa avesse pur-
gato gì* indizi che vi erano contro
di lui. Essendo quindi insorta la
questione se i rei di eresia fuggi-
ti dalle carceri dell* inquisizione al
luogo immune potessero da questo
cstrarsi, Benedetto XIV rispose al
modo narrato al voi. XVI, p. 2*24
del Dizionario. Riguardo poi a
Clemente XIII, nel suo pontificato
in Todi un laico accusò un altro
per delitto di furto al tribunale
del vescovo, il quale fece porre in
carcere il i*eo accusato. Di questo
procedere si querelò il governatore
della città, non essendo il furto di
cosa sacra, e tanto il reo che l'ac-
cusatore essendo laici. Non ostante
pretese il vescovo che per legitti-
ma consuetudine avesse la sua cu-
ria giurisdizione cumulativa di co-
noscere anco le cause criminali dei
laici. Portata la controversia avan-
ti la sacra congregazione dell'im-
munità, e trovandosi quelli che la
componevano divisi negli opina-
menti, il Papa avocò a se la cau-
sa, ordinando al vescovo di con-
segnare al governatore il carcerato.
E per mettere riparo a simili con-
troversie fra le due podestà, pub-
IMM
blìcò la costituzione Prncstat ro»
manum Pontificem^ a' 23 agosto
1 766, presso il Guerra, Epil. Bull.
tom. Ili, p. 57 , e con essa pre-
scrisse i termini dell* una e del-
l'altra giurisdizione, coli' autorità
de' sacri canoni, i quali nelle cau-
se profane prescrivono che l'attore
debba seguire il foro del reo, che
se questo è chierico spetterà alla
curia ecclesiastica , se laico alla
laicale, dove la consuetudine non
sia diversa. Stabili inoltre che in
si fatte cause se sarà in vigore
qualche consuetudine nella curia
vescovile, resti pure in vigore, pur-
ché sia quadragenaria e perpetua-
mente costante, non mai però con-
traddetta o interrotta. La consue-
tudine per altro doversi provare
con atti gravi, e questi non per
tolleranza de' governatori locali , o
negligenza degli inferiori magistra-
ti, e timore riverenziale ne' conni-
venti, ne* quali casi non intendeva
Clemente XIII che si potesse in-
trodurre una lodevole consuetu-
dine.
Pio VI non mancò mostrare il
suo zelo contro l'inveterato abuso
delle franchigie e pretese giurisdi-
zioni , ma queste ebbero affatto
termine nel pontificato del succes-
sore Pio VII. Il regnante Grego-
rio XVI nel primo anno del suo
pontificato avendo pubblicato il re-
golamento organico di procedura
criminale, dal suo pro-segretario di
stato cardinal Tommaso Bernetti ,
a' 5 novembre i83i , fece pubbli-
care colle slampe della rev. came-
ra apostolica V Appendice al re-
gelamento organico, e di procedila
ra criminale per norma delle cu-
rie ecclesiastiche j ove si tratta dei
tribunali ecclesiastici e di giuris-
dizione mista, e della immunità
IMM
ecclesiastica . Questo regolamento
dà un provvidissimo codice pratico
immunitario, che riesce di guida
sicura ai tribunali ecclesiastici e
laici , ed a tutti gli agenti della
forza pubblica. Non si trova una
collezione cosi unita in poche pa^
gine, come il regolamento suddet-
to, di molte leggi apostoliche pub-
blicate in diversi tempi, e sparse
in vari libri. Indi lo stesso Pon-
tefice per organo dell'odierno se-
gretario di stato cardinal Luigi
Lambruschini, a' i8 dicembi'e iBSg
fece pubblicare con le stampe il
Regolamento sulle franchìgie dai
diritti d" introduzione^ di barriera e
di consumo relativo a derrate e
merci provenienti dall'estero, in fa-
vore dei componenti V eccellentissi'
mo corpo diplomatico presso la
santa Sede, eh' è del seguente
tenore.
1. I signori ambasciatori e mi-
nistri esteri, ed in generale tutte le
persone appartenenti alla diploma-
zia, che giungono dall' estero, sa-
ranno trattati dagl' impiegati delle
dogane pontificie con tutti i ri-
guardi dovuti al loro carattere, ed
il hbero ingresso de' bauli, valigie
ed eflfetti di loro uso formanti il
bagaglio che porteranno seco, non
soffrirà alcuna difficoltà.
2. I signori ambasciatori , mini-
stri, ed incaricati di affari, purché
questi sieno accreditati direttamen-
te dal loro governo, ed in per-
manenza, godranno piena esenzione
per gli oggetti di loro uso da ogni
dazio d'introduzione, di barriera e
di consumo, allorché vengono a
stabilirsi in Roma a motivo della
loro missione. Questa esenzione sa-
rà da essi goduta durante un in-
tero anno dal giorno della pre-
sentazione delie lettere ci'edeajiah.
IMM Sr
Per goderne però dovranno esibi-
re la nota specifica degli oggetti
che vogliono introdurre per loro
uso, e questa dentro sei mesi dal
loro arrivo.
3. Decorso il primo anno dal-
l' arrivo cesserà la franchigia illi-
mitala , e se oltre gli oggetti da
loro indicati, come all'articolo pre-
cedente, vorranno introdurne de-
gli altri , godranno di una limita-
ta franchigia che loro si accorda
colle seguenti norme.
4. Ai signori ambasciatori si
concede ogni anno la esenzione dai
dazi fino alla somma complessiva
di scudi seicento. Ai signori mini-
stri fino alla somma di annui scu-
di quattrocento. Ai signori mini-
stri residenti fino alla somma di
scudi duecento all' anno. Ai signori
incaricati di affari , qualora siano
direttamente accreditati dai loro
governi, ed in permanenza, fino ad
annuì scudi cento cinquanta.
5. I sopraddetti signori ambascia-
tori, ministri, ed incaricati potran-
no far applicare la esenzione a
quegli oggetti o merci che loro
piaccia d' indicare, finché coi dazii
liquidati a termine di tariffa si
giunga alle somme come sopra ac-
cennate.
d. Le merci dovranno essere as-
soggettate alle discipline doganali
per la liquidazione de' dazii, anche
perchè possa conoscersi quando siasi
toccato il limite stabilito nell' arti-
colo 4-° 1^1 queste operazioni do-
ganali però sarà usato ogni possi-
bile riguardo.
7. La presentazione di nuove
lettere credenziali per esaltazione
al trono di nuovi sovrani , o per
altra circostanza o per missione
straordinaria e passeggiera non da-
va luogo a nuove franchigie, qua^
38 IMM
k)i*a noo si venga a cambiare la
pet'ionii giù accreditala.
8. Nella slessa guisa la riunione
in una medesima persona di due
o più rappreseulanze diplomatiche
ron darà luogo a moUeplice iVaa-
chi^ia y ma si applicherà la mag-
giore, quella cioè che corrisponde
al grado più elevalo del diploma-
tico che ii*è rivestito.
g. Le esenzioni delle quali non
si fosse fatto uso nello spurio di
tempo pel quale sono accordate,
non saranno più valide al di là di
quell'epoca, e non potranno per con-
seguenza servire di fondamento a
reclami per goderle oltre i tempi
stabiliti.
SuH'imm unità ecclesiastica perso-
nale, nel voi. Xlf, p. 4^0 ^ seg.
degli Annali citile scienze religiose
compilati dal eh. mons. Autonino
de Luca, si leggono due convenzio-
ni conchiuse tra il Papa che regna,
ed i regnanti Carlo Alberto re di
Sardegna, e Francesco IV duca di
Modena : la prima porta la data
dei 27 marzo i84i, la seconda
degli 8 maggio 1841. Nel pream-
bolo della convenzione col primo è
detto, come il Pontefice ed il re
animati dal desiderio di fissare le
discipline che dovranno regolare
d'ora in poi in tutti i dominii sardi
la immunità personale degli eccle-
siastici che avessero la disgrazia
di rendersi colpevoli di qualche
reato, avendo preso gli opportuni
accordi, la santa Sede avuto riguar-
do alle circostanze de' tempi, alla
necessità della pronta amministra-
zione della giustizia, ed alla man-
canza dei mezzi corrispondenti nei
tribunali vescovili, non farà diffi-
coltà che i magistrati laici giudi-
chino gli ecclesiastici per tulli i
reati che hanno la qualificazione
IMM
di cri mini y ec. Kd preambolo della
convenzione tra il Papd e il duca
sull'esercizio del foro vescovile »pe-
zialmenle criminale, e sopra altri
punii di disciplina^ dice il duca;
» Guidati dal nspetlo che coma
sovrano cattolico ci pregiamo di
professare alla Chiesa, ed alla sua
autorità, abbiamo conosciuto il bi-
sogno di rettificare le leggi e pi-a-
tiche comunque vigenti nei nostri
dominii in tuttociò che può essere
in opposizione coi diritti, immuni-
tà ed istituzione della Chiesa mede-
sima. Avulo però riguardo alle
circostanze de'tempi, alle abitudini
de'luoghij e ad altre gravi diilicol-
tà cui non ci è dato di ovviare,
ci siamo rivolti alla santità di no-
stro Signore Papa Gregorio XVI
felicemente regnante, invocando dal-
la sua benignità alcune condiscen-
denze e modificazioni in materia
di disciplina ecclesiastica, ed iu
particolare sull'esercizio del foro ve-
scovile specialmente criminale, ec. ".
Queste due convenzioni , onorano
grandemente l'esemplare pietà ed
edificante religione ch'eminentemen-
te distinguono i due magnanimi
principi, e lo zelo del venerando
capo della Chiesa.
Nell'Africa oggi francese si è
trovato tra le leggi e gli usi dei
kabili, degli arabi, de 'nomadi a-
fricani esservi in ogni tribù, dei
marabutti e sacerdoti loro, il cui
oflicio è ereditario ; vivono delle
offerte del popolo; le loro deci-
sioni sono come oracoli; sono e-
senti dai dazi e pesi pubblici ; la
loro casa o zaoima serve d' asilo a
tutti i malfattori perseguitali ; ec-
co l'immunità, la quale presso tut-
ti i popoli è sacra. Della cappella
cardinalizia che per la fèsta di s,
Tommaso Cantauriense martire del*
IMM
l'imniunità ccclejìiaslica si celebra
nella cappella interna del collegio
inglese, essendo distrutta la con tigna
chiesa ove si teneva coll'intervento
in cotta del rettore ed alunni del
medesimo, ne parlanimo ai voi.
IX, p. i47 » e XIV, p, 171 del
Dizionario. Qui aggiungeremo, che
"vi canta messa un vescovo invita-
lo dal cardinal prefello dell' im-
munità, il quale domanda prima
la solita licenza al Papa per tene-
re questa cappella, per la quale
invila pure i cardinali e gli altri
che riceve in una camera vicina,
e poscia ringrazia i cardinali, onde
quelli che non possono recarvisi
mandano al cardinal prefetto un
gentiluomo a tare la scusa. Nella
cappella di prospetto all' aliare e
presso la quadratura de* cardinali
siedono i prelati e consultori. Un
sacerdote in colta nell'ingresso por-
ge l'acqua santa ai nominali, ed
all'elevazioni portano le torcie ac-
cese quattro alunni del collegio in
cotta. Olire i citati autori, suU'im'
munita ecclesiastica si possono con-
sultare Alessandro Ambrosino, De
imniunilale et libertale ecclesiastica ^
Bracciano 1621. Fattolilli, Thea-
tram immunitatis et libertatis ec-
elesiaslicae, Romae 17 14' L'avvo-
calo concistoriale Lucio Bonzetti,
De jiire sacri asy li ad l.fideli^cod.
de his qui confugiunt ad Ecclesìas,
1746, dissertazione che si legge
nella collezione importante di Barto-
lomeo Belli, ed intitolata: Disserlatio-
nes advocatoruni sacri romani con-
sistorii ab anno MDCCXLV in
lucem edilae, quo prinuim eas pii-
hlici juris faciendas niandavit sa.
me. BenedicLus XIV, Romae i845
apud Menicanti. E l'abbate Ador-
ni dotto ex gesuita spagnuolo ,
Dell'origine dell'immunità del clero
IMO 39
catfolicQy e di agni altro sacerdo-
zio creduto dagli uomini legittimo
e santo, Cesena 1791. Questa ope-
ra fu lodata dal num. XVUi del
Giornale ecclesiastico di Roma del
1 792. Si può anche consultare il Pi-
sloiozzì. Ragionamento sul diritto
de' sacri asili j Roma i 766 ; e quan-
to scrisse sulla congregazione del-
Timmunilà l' autore della Pratica
della curia romana, voi. II, ca-
po XI.
IMOLA (Imolen). Città con re-
sidenza vescovile nella legazione a-
postolica di Ravenna, situala in aria
salubre nella via Flaminia, sulla si-
nistra sponda dei fiume San terno»
VatrenuSj in una amena e fertile
pianura, circondata da vaghe ed
ubertose colline, essendo ampiamen-
te bagnata da detto fiume che
scendendo dal sud ovest la bagna
da questo lato, e da quello di sud-
est, il quale a quattro leghe circa
di distanza dal lato sud-ovest, scen-
de dall'apennino, ed entra dopo
un lungo corso nel Po di Prima -
ro. Nel 1749 venne costruito sul
Santerno il ponte di legno, lungo
piedi 4^8} 6 si ristorò la via che al
di là del medesimo : il ponte di le-
gno piti non esiste, ed aliro se ne so-
stituì di pietra, terminato nel 1826,
di bella costruzione. Prossima al
fiume s'innalza la vecchia rocca.
La città è circondala da antiche
mura fiancheggiate da torri, cinte
da fosse. È assai bene fabbricata,
ha belle strade, essendo denomi-
nate le principali via Emilia, Cor-
so, e Seminario. Fuori della città
poi vi sono le strade Montanara e
Selice: la prima ora si sta prose-
guendo sino ai confini di Tosca-
na. Vi è la piazza maggiore, quel-
la detta del Carbone, e il foro boa-
rio. Quattro sodo le porte, che *o-
4o IMO
no (knomìnate Montara, d'fllione,
i\ppìa e Romana; due i borghi,
Appio e Spuiiglia, oltre il recente
a porla Bolognese ossia d'Illione.
11 suo concittadino Cosimo Morelli,
celebre architetto, voleva ingran-
dirla con quell'area che trovasi tra
il canale de'molini e V ospedale
nuovo. Possiede vari palazzi ed al-
tri edifizi considerabili, come l'epi-
scopio, il seminario, ed i palazzi
Sassatelli, della Volpe, Ginnasi ,
Codronchi, Morelli, del Pozzo già
Machirelli, Tozzoni, e Farsetti fab-
brica innalzata sotto i Riari con
esteriore di ottima architettura, il
cui porlicale adorna la piazza mag-
giore. Il maestoso palazzo munici-
pale fu incominciato dopo la metà
del secolo decorso, indi nei primi
anni del corrente venne ampliato
ed abbellito. L'elegantissimo teatro
fatto edificare dai primari cittadi»
ni con disegno del Morelli, fu di-
strutto dall'incendio nel 1796. Il
nuovo teatro venne eretto con di-
segno dell'imolese cav. Magistrelli,
a spese di alcuni particolari, e per
la prima volta fu aperto nel 1812.
Tra le sue numerose chiese faremo
menzione delle seguenti. La catte-
drale; le chiese parrocchiali di san
Nicolò de' domenicani , di s. Miche-
le già degli agostiniani, di s. Giaco-
mo nella chiesa della ss. Annunzia-
ta già dei carmelitani, di s. Agata,
di s. Maria in Regola riedificata dai
vescovi, e quando nel 1782 si fe-
cero gli scavi pel nuovo tempio, fu
ritrovalo un mascherone di bron-
zo forse già appartenuto a qualche
antico acquedotto o fonte stabilito
nei tempi di L. Cornelio Siila, ed
involato nelle vicende politiche del
1797; poi fu restituito, ed ora è
collocato nella pubblica biblioteca.
Merita anch^ menzione la chiesa
IMO
delle monache Clarisse. Tra gli sta-
bilimenti d'Imola ricorderemo l'or-
fanotrofio delle donzelle, e quello
de* mendicanti d'ambo i sessi c-
retto nel 1602 dal vescovo, dal
comune e dai cittadini, per elimi-
nare l'ozio e la volontaria mendi-
cità. Ora lo stabilimento delle don-
zelle è incorporato con quello del-
le mendicanti, e i mendicanti con
gli orfani. L'opera pia di s. Te-
renzio per gl'infermi a domicilio,
il monte di pietà, il nuovo ospe-
dale, e il monte frumenlario per
dare ai miserabili coloni le semen-
ti del grano da restituirsi poi alla
seguente raccolta: fu eretto ne'pri-
mi anni del secolo passato, ed il
vescovo cardinal Gualtieri donò vi-
stosa somma all'oggetto. Alle figlie
della carità di s. Vincenzo de Pao-
li fu da ultimo affidata la dire-
zione dei conservatorii delle Giù-
seppine e delle esposte. Nell'antico
luogo suburbano sacro alla Beata
Vergine e ai defunti, è una casa
di ritiro pel clero.
Nelle eruditissime Notìzie stori-
che delle accademie d' Europa ,
del conte Paolino Mastai Ferretti
di Senigallia, dedicate a Pio VI, a
p. 61 si legge, che in Imola fiori
l'accademia nel i656 in casa di
Orazio Celoni imolese, da dove fu
trasportala in altre case, essendo
allievi di essa il giureconsulto A-
lessandro Tartagna scolare di Gio-
vanni da Imola, e il dottor Gia-
como Filippo Porzio oracolo delle
leggi pontificie e cesaree, e carissi-
mo al Pontefice s. Pio V. Di que-
sta accademia Giuseppe Garuffi
Malatesta ne tratta ndV Iialid ac-
cademica^^ p. 382. L'anonimo imo-
lese alla parte IH della sua Storia
scrive, che verso la metà del seco-
lo XVII, sotto gli auspicii del car-.
IMO
dinal Mesceva Donghi venne istitui-
ta in Imola l'accademia àe^' Indu-
striosi, la quale ha per impresa:
Duin a^tatur agit. Nata in un se-
colo alla purità e al buon gusto
delle amene lettere troppo fatale,
ebbe un' infanzia alquanto lunga.
Ria i chiarissimi ingegni imolesi che
fiorirono nel secolo XVII I la fece-
ro ben presto salire ad uno stato di
vigore, di consistenza e di lustro.
Concorse Giovanni Francesco della
Volpe in una speciale maniera a
far rifiorire la quasi estinta acca-
demia degV Industriosi j gli diede
asilo, fu suo preside, e V animò coi
suoi elegantissimi poetici componi-
menti. Alla restaurazione dell'acca-
demia concorse pure Valerio della
chiara famiglia Troni, cultore fe-
licissimo delle muse. Altro ravvi-
vamento l'accademia lo ricevette
nei primordi del presente secolo,
essendone preside Manfredo della
celebre prosapia Sassatelli, noto al-
la repubblica letteraria per le sue
produzioni. In fine faremo parola
della biblica accademia, fondata dal-
l'odierno cardinal vescovo. Per la
generosità del p. Setti minor conven-
tuale si eresse e si dotò nel 1747 la
pubblica biblioteca, la quale per
la copia de' volumi, per l'intrinseco
loro merito, e per quello delle e-
dizioni, riesce utile e di ornamen-
to alla città. Degli eccellenti inge-
gni fioriti in Imola, che illustra-
rono la patria e l'Italia, ne fecero
encomi vari scrittori, e Leandro Al-
berti a p. 32 1 e seg. della De-
scrizione d'Italia. L'anonimo imo-
lese trattando nella terza parte di
sua Storia quella che appartiene
alla letteratura, coU'autorità della
cronologica raccolta di quegf imo-
lesi che si distinsero dell' eruditis-
simo imolese cauoaico Francesco
IMO 4t
Maria Mancurti, tesse il copioso
novero di quegli imolesi che fio-
rirono in santità, dignità ecclesia-
stiche, nelle lettere, nella giurispru-
denza, nella medicina, nella poesia,
nelle magistrature, nelle armi , e
nelle arti belle. Noi oltre quelli di
cui faremo onorata menzione in pro-
gresso dell'articolo, qui appresso,
ed alquanto classificati, accennere-
mo i nomi di quelli che più si di-
stinsero in detti pregi.
In santità abbiamo, s. Cornelio
vescovo; s. Pier Grisologo arcidia-
cono della chiesa imolese, poscia
arcivescovo di Ravenna ; s. Pro-
getto arcidiacono della chiesa imo-
lese; s. Donato ch'eresse col suo
patrimonio il tempio de' ss. Mat-
teo e Mattia, fu arcidiacono della
chiesa imolese , e dottissimo ; s.
Maurelio vescovo e martire ; s. Te-
renzio o Renzio patrono di Faen-
za, diacono e letterato ; ed il b.
Pietro Pattarino o Passeri, dottis-
simo giureconsulto , gran priore
dell'ordine gerosolimitano in Roma,
morto nel 1820, di cui parlammo
al voi. XXIX, p. 296 del Dizio-
nario. Diede Imola secondo il Car-
della alla santa Sede diversi cardi-
nali ed un Papa, alle cui biogra-
fie si riportano le notizie. Giusto
da Imola creato cardinale nell'Siy
da Gregorio IV. Lamberto di Fa-
gnano o Fiagnano detto Scanna-
becchi e da alcuni ritenuto bologne-
se, creato cardinale da Pasquale II,
nel 1 1 24 fu creato Papa col nome
di Onorio II. Ridolfo da Imola
fatto nel 1126 cardinale da Ono-
rio II. Francesco Alidosi nato in
Rivo o Castel del Rio, nel i5o5
fatto cardinale da Giulio II; ed ai
nostri giorni Anton Domenico Gam-
berini, nel 1828 creato cardinale
da Leone Xll. Letterali, giurecon*.
4l tuo
suUi, oratori, poeti, magistrati e
gncineri furono più celebri. Nel-
l'arte militare, Cassio, Fausto, Al-
berto Alidosi , Troilo e Curzio
Nordigli, Gigio Accarisi, Roberto
Cassio, Alvanito, Bulrice, Anselmo,
Giovanni ed Eugenio Ferroaldo, il
secondo poi vescovo , e Scipione
Buonmercati. Baldassare fu racco-
glitore delie opere del Grisologo,
ed illustrò l' epistole di s. Paolo :
Teodorico re de'goti lo fece mori-
re di fame. Salviano Troilo ora-
tore e poeta, Fausto, Norbano, Cor-
nelio Carvassalli, Benvenuto Be-
roardo, Maurizio Broccardo, Ber-
nardo Floridolo, Rogerio Calvo.
Antonio Floridolo reduce dai suoi
lunghi viaggi in India e Gerusa-
lemme, in rivederlo la madre Po-
lissena de' Piccoli , sopraffatta dal
piacere morì. Leonello Carradori,
Benvenuto Porzio, Pompeo Curial-
to, Benvenuto Paganelli, Stefano
Leucate, Claudio JNaselli che lo
scrittore delle cose memorabili d'I-
mola vorrebbe cardinale; nelle let-
tere fu pure chiaro altro Claudio
Naselli. Lorenzo Canlagalli, Loren-
zo Lolli, che l'anonimo e Florio
correbbero cardinale. Valerio Pe-
liliano, Lucio Dondidei, Projelto
e Gherardo Gigi, Maffeo Ungarelli,
Antonio Passerino, Antonio Orgo-
gliosi Calassi , Antonio Franco ,
Giulio Albino che il Palazzi dice
che fu da Innocenzo IV creato
cardinale. Pietro Carvassalli, Cas-
siano Mezzamici, Antonio Bonase-
ra, Prudenzio Lelli , Luigi Lader-
chi, Lodovico Tebaldi, Camillo Ban-
dino, Albertinello Mezzamici, Ben-
venuto Rambaldi detto Benvenuto
da Imola ^ uno dei più facondi o-
ratori, storici e filosofi del secolo
XIV, commentatore di Dante le cui
opere spiegò pubblicamente in Bo-
IMO
lògna. Giacomo Carradori, Alidosio
vescovo di Rimini, Nicolò Ugudo-
nico, Nicolò dall' Orto arcivescovo
di Ragusi poi di Manfredonia, Lo-
dovico Alidosio anco prode guer-
riero, Feraldo, Giovanni Strada
vescovo di Comacchio poi di For-
lì, Alessandro Tartagni celebre giu-
reconsulto a cui fu coniata una
medaglia. Francesco Ferroaldo, An-
tonio Tartagni , Matteo Faella ,
Giannantonio Zarrabini detto Fla*
minio : ad onore del suo figlio Mar-
c'Antonio fu battuta una meda-
glia. Sebastiano Flaminio, Gabriel-
lo Flaminio, Annibale e Girolamo
Veronese, Girolamo e Giambatti-
sta Marconi, Lodovico e Giambat-
tista Zappi , Ignazio e Giacomo
Cattaui , Andrea e Giambattista
Cattaneo, Girolamo Chiaruzzi, Eu-
sebio da Imola eruditissimo nelle
lettere ebraiche , dappoiché verso
la metà del XVI secolo in Imola
fiori una famosa sinagoga. Tra gli
uomini illustri della famiglia della
Volpe si distinsero Taddeo, uno dei
più flimìgerati guerrieri dell'età sua;
fu comandante sotto Cesare Borgia,
sotto Giulio IIj ed al servizio della
repubblica veneta che gì' inviò il
bastone del comando guarnito di
tre cerchi' d'argento, ove furono
incisi il leone insegna della me-
desima, analoga iscrizione colla da-
ta del i5io, e la volpe col motto
Simili asili et dentibus iitar ^ im-
presa del capitano : poscia la re-
pubblica riconoscente alle sue glo-
riose imprese gl'innalzò una statua
equestre, di cui l'anonimo ce ne dà
la figura a p. 63, come delle me-
daglie qui memorate. Giambattista
fratello di Taddeo preposto della
cattedrale, fu rinomato nelle divi-
ne ed umane lettere, e dal senato
imolesc spedito oratore ad Adria-
IMO
no VI, ed a Clemente VH ; fu
dotto auche Alessaudro figlio di
Taddeo.
Michele Macchirelli, Giambatti-
sta Florio autore della Cronaca
Vaticana d'Imola intitolala: Me-
titorabìlìa cwitalh Iniolae, come di-
mostra il canonico Mancurli. Fran-
cesco Gabaruccij Lorenzo e Dome-
nico del Carretto Maiicurti. Fabri-
rio ed Ercole Faelli. Giovanni Sas-
salelli figlio del prode guerriero
Francesco fu d'incomparabile valo-
re, ed in un duello di sette ita-
liani contro altrettanti oltramonta-
ui, che nel Milanese disputarono
per la rispettiva nazione il prima-
to militare, restato superstite ai
compagni, uccise sei emoli, e ri-
portò pieno trionfo col nome di
Cagnaccio. Però nell'erudito Elogio
di Giovanni Sassatelliy scritto dal
eh. Tiberio Papolti, dedicato al
conte Roberto Sassatelli, e pubbli-
cato colle stampe dal Marsigli in
Bologna nel 1 842» si legge che gli
italiani furono otto ed i francesi
nove, il general de'quali Armignac
ebbe a dire essergli parso Giovanni
in quell'assalto un cagnaccio, locchè
tenne egli in gran conto, amò di es-
sere così chiamato, e volle che ai Iati
dello stemma gentilizio si locassero
le figure di due cani. Militò Gio-
vanni sotto Alessandro VI e Giulio II,
il quale gli donò con mero e mi-
sto impero il castello di Bellaria
nel territorio di Pisa. Leone X
r investi del dominio del castello
di Reggiano, e Clemente VII di
Coriano, in premio ai suoi utili
servigi : ne furono degni nipoti
Marc' Antonio ed Ercole, come de-
gni discendenti furono Gentile e
Francesco celebri militari , e Ro-
berto vescovo di Pesaro. La fami-
glia Vaioi vautò pure celebratissimi
IMO 43
uomini , Enea oratore , e Guido
guerriero, Giacomo Filippo de' Por-
zi giureconsulto , Ottaviano Vestri
de' conti di Cunio e di Barbiano
chiarissimo giureconsulto , autore
della Praxis ronianae curine ; gli
furono coniate due medaglie. Lo
superò in dottrina Marcello suo
figlio, e fu segretario delle lettere
apostoliche di Sisto V , Gregorio
XIV, Clemente Vili, e Paolo V.
Paolo Macchirelli fu benemerito
ambasciatore della patria a Gre-
gorio XV ed Urbano Vili. Ac-
crebbero gloria ad Imola i due
fratelli Giambattista Laderchi , il
giureconsulto Nicola Codronchi; dei
Codronchi Serrantoni fu illustre
Ottaviano. Vincenzo Savini, Filip-
po Sassi, e Luigi Mirri scrissero le
cose pili notabiU della città. Nella
famiglia Gau^baro o Gambarini ,
Gammaro o Gammarini fiorirono
insigni giureconsulti , come accen-
nammo al voi. XXVIl, p.i 58 del
Dizionario. Giambattista Sassatelli
fu prelato di quel merito che si
legge nella lapide sepolcrale in s.
Prassede di Roma. Nel secolo XVU
fiorirono Valeriano Zampieri , A-
lessandro Magnani , Alberto della
Volpe , Domenico del Carretto ,
Enea Vaini , Alessandro Poggi ,
Francesco del Pelo , Silvestro Mu-
zio , Roberto Poggiolini, Antonio
Abbondanti, Lodovico Stagni, Giu-
seppe ed altri della famiglia Mac-
chirelli, Domenico e Cesare Miti,
Nicola Gambe rini benemerito della
patria storia per aver raccolto le
memorie d'Imola. Camillo Ettorri,
Giovanni Giuliani, Giovanni Ma-
grini, Giambattista Gamberini ca-
pitano, suo nipote Simone giure-
consulto, Giuseppe Maurelio , e
Gio. Paolo Antonio Gamberini. A-
lessaudro Sassatelli fu coraggioso
44 IMO
capitana Nel secolo XV^III fioriro-
no, Vìcv Galeazzo Savini , e Gio-
vanni suo fratello , Giuseppe Pi-
ghini ; della famiglia Zampieri ab-
biamo Carlo, Tommaso, Giuseppe,
Vairriano, Antonio, e Camillo poe-
ta illustre. Giambattista Felice Zap-
pi , Francesco Ettorri , Giovanni
Campagnoli, Antonio Ferri erudi-
to in ogni genere d' antichità, mas-
sime della patria storia. Antonio
Alaria Manzoni canonista e sacro
jslorico, e come tale dai cardinali
del Verme e Gozzadini fu inte-
ressato a scrivere le notizie relati-
ve a que' corpi di santi che si
venerano nella cattedrale, e la storia
de' vescovi d' Imola, perciò lodato
ilal Muratori , e delle quali poi
parleremo. Giovanni ed Antonio
Maria Cardinali ; Domenico, Fran-
j^esco Maria, e Gio. Francesco del-
la Volpe; Martino, Giovanni Se-
bastiano, e Giovanni Carlo Vespi-
gnani. Domenico Gaspare, canonico
Francesco Maria, Giovanni Dome-
bìco , e Domenico Mancurti ; al
canonico la chiesa e città d'Imola so-
no principalmente grate per le loro
memorie civili, letterarie e sacre
che dottamente compilò in due li-
bri separati. Valerio Troni aprì
nella sua casa una letteraria adu-
nanza; ti è degno discendente il
vivente conte Tiberio direttore ge-
nerale delle dogane pontificie, da-
zii di consumo , e diritti uniti :
ideila sua benemerita carriera di-
>plomatica in servigio della santa
Sede, ne parlammo al voi. XXVIII,
p. 252, 253, 254 e 256 del Di-
zìonario. Bartolomeo Nonni, Gia-
como Canti, Giuseppe Maria Ri-
valla, Giovanni Agostino Gamberi-
»i padre di Anton Domenico poi
cardinale; Giulio Papotti giudizio-
co ed instaucabile lacco^itoie di
IMO
patrie istorie; Luigi Bragaglia li-
turgico.
In medicina e chirurgia fioriro-
no, Carlo Bonmercato archiatro
pontificio nel secolo XI, e Cassiano
della medesima stirpe. Aurelio Can-
tagalli, Giacomo Cantagalli, Pietro
Corialto da Tossignano , Giovanni
Feraldi, Lodovico Pellegrini , Ba-
verio di Magni nardo Bonetti ar-
chiatro di Nicolò V, Onorio figlio
dell'altro valente medico Sebastiano
Flaminio, Luca Ghini, Andrea Fer-
ri, Girolamo da Ponte, Giambat-
tista Codronchi che compose una
dissertazione sulle acque di Riolo e
di Casola Valsenio. Ovidio Gibet-
ti, Bartolomeo Manzoni , Camillo
Zampieri, Lodovico Barbieri, An-
tonio Maria Fini di Valsalva de-
gno discepolo di Malpighi divenne
bravo anatomico, celebre medico,
valentissimo chirurgo, e meritò al-
ti encomi da un Morgagni di lui
allievo. Antonio Galloni, Giuseppe
Maria Conti , Tiberio Codronchi ,
Domenico Agostino Alberghetti an-
che celebre chirurgo, Andrea To-
schi pure rinomato ostetricante ,
Pier Grisologo Butierli, Luigi An-
geli archiatro onorario di Pio VII,
benemerito della patria storia ed
autore di opere di vari argomenti,
come delle Memorie biografiche di
uomini illustri iniolesi, Imola 1828.
Nella pittura Imola vanta Deodato
Giovanelli , Pietro Bagnani anche
letterato, Innocenzo Francucci det-
to Innocenzo da Imola allievo del
Francia ; per sua gloria fu co-
niata una medaglia. Gaspare Sac-
chi di cui l'ospedale d'Imola pos-
siede una stimata pittura rappre-
sentante la Beata Vergine ed i ss.
Francesco , Antonio e Giacomo.
Innocenzo Monti, Giuseppe Barto-
liiii. Do meaico Valer lani, Giacomo
IMO
Succi, Giuseppe Righini del quale
sono nella chiesa del Carmine due
grandi e belli quadri esprimenti
le gesta di Eligi profeta. Neil' ar-
chitettura e scultura tra grimolesi
si distinsero, Ercole Fichi scultore
e valente architetto ; Domenico Be-
ligazzi architetto, disegno del qua-
le è la chiesa della ss. Annunziata;
Lorenzo e Cosimo Mattoni archi-
tetti, de'quali è il disegno della chie-
sa di s. JVicolò in cui dovettero
conciliare quanto esisteva. Ignazio
e Cassiano della Quercia si distin-
sero nell'arte d'imitare i marmi
colla scagliola o mischia : in Imo-
la nella cattedrale, e nelle chiese
di s. Giacomo, di s. Stefano pro-
tomartire, e del Suffragio sono al-
tari in tal foggia da loro mirabil-
mente lavorati. In lavori di tarsia
furono lodati Andrea e Giuseppe
Bagnari. Cosimo Morelli architetto
di vasto genio, il quale fu autore
di molti edifìzi, e per dire di
quelli d'Imola, il duomo nuovo,
la chiesa di s. Stefano, il teatro
che il fuoco distrusse, ed il nuovo
ospedale civico : in Roma il tea-
tro di Tordinona, e per commis-
sione di Pio VI, che colle proprie
mani gli impose la croce di cava-
liere dello sperone d'oro, il palaz-
zo Braschi e la sagrestia Vatica-
na , ed in Subiaco i' edifizio del
seminario. Per non dire di altri
imolesi illustri , fra i letterati ag-
giungeremo Nicola Gommi Flami-
ni, mancato immaturo nel i83o,
molto elegante scrittore in verso
ed in prosa. Fu eziandio particolar-
mente benemerito della patria sto-
ria r imolese Giuseppe Alberghetti
sacerdote, autore dotto ed anoni-
mo del Compendio della storia
civile^ ecclesiastica e letteraria del-
la ciuà d'Imola^ dedicato dall' e-
IMO 43?
ditore Giuseppe Benacci al pode-
stà e savi della medesima città,
pubblicato in due tomi nel 1810
in Imola coi tipi comunali per G.
Benedetto Filippini. Ciò che onora
maggiormente sì chiaro scrittore è
la solenne ritrattazione, che amptt
e senza riserve fece stampare dalla
tipografia del seminario imolese
in data 29 gennaio 181 7, con la
quale riprovando sinceramente le
proposizioni false, calunniose, scaii-
dalose ed ingiuriose alla santa Se-
de, ai romani Pontefici e ad alcu-
ni sacri ministri della medesima,
contenute nella detta storia, siccome
strascinato da rapporti di storici
sospetti e dal vortice delle passate
vicende , a togliere lo scandal»
dato, domandò perdono a Dio, ed
implorò dal Papa Pio VII l'as-
soluzione dei falli commessi. Guar-
dandoci bene dal riportare i suoi
errori, noi lo prenderemo per or-
dinaria guida ne' seguenti cenai
storici, senza inutilmente citarlo ad
ogni passo, per la brevità prescrit-
ta dal nostro sistema, inserendo
a' luoghi opportuni notizie ed au-
torità ricavate da altri autori.
Imola è governo distrettuale che
si divide ne* tre governi d' Imola,
di Castel Bolognese, e di Cascia
FalseniOy oltre quaranta villaggi
che ne costituiscono il territorio
comunale; ha poi nel suo circon-
dario le comuni di Dozza e di
Mordano , de' quali luoghi , e di
quelli ad essi soggetti passiamo a
darne breve indicazione, oltre quan-
to si dirà in questo articolo. La
popolazione di tutto il distretto
d'Imola ascende circa a cinquanta
mila abitanti.
Castel- Bolognese , governo , di-
stretto e diocesi d' Imola. Terra
posta alla sinistra del Senio iii pia«
46 IMO
oevole pianiii'a, ed assai bene col-
livatn. Fu edificata in tempo del
predominio bolognese, nel pontifi-
cato di Urbano VI, verso il i38o,
avendovi tanto i faentini quanto
gì' imolesi acconsentito, in soddisfa-
zione d'un assalto dato in quella
contrada, per lo innanzi disabitata,
a due ambasciatori bolognesi , che
fui'ono assassinati mentre recavansi
al detto Papa ; indi fu ingrandita
dopo il i386 dai bolognesi con
iin castello per sicurezza del viag-
gio, e poscia cinta di mura nel
ì^i5 dagli abitanti, avendo il pae-
se numerosi e magnifici fabbricati
e templi. Dai suoi fondatori la ter-
ITI prese il nome di Castel-Bolo-
gnese , Castruni Bononiense , mo-
strando i popolani la più costante
divozione ed affetto a Bologna, che
sempre fu per essi riguardata co-
me la madre patria, per cui i bo-
lognesi l'aveano validamente muni-
ta. Il principale disastro a cui sog-
giacque, fu quello della irruzione
di Cesare Borgia, nel pontificato di
.Alessandro VI. Egli ne discacciò
acerbamente gli abitatori, ne rovi-
nò la rocca, e la costituì quartie-
re esclusivo de' propri soldati. Per-
sino al nome fece onta, e volle che
dal suo si dicesse Filla Cesarina.
Dopo la morte di Alessandro VI,
cessando il dominio di Cesare Bor-
gia, gli abitanti vi ritornarono, e
in breve tempo la ridussero a mi-
glior stato di prima, tranne le for-
tificazioni mai più ripristinale. I
bolognesi governarono il luogo con
temperato freno, lo arricchirono
di privilegi in un al suo territo-
rio, al quale affluivano da ogni
parte di Romagna le genti per e-
serci larvi il traffico ne' ricchi mer-
cati. Il ponte del Senio, eh' è pros-
«imo al Castel- Bolognese assai più
IMO
che a Faenza, si disse già ponfe
di s. Procolo, ed è celebre per la
vittoria clie i forlivesi ed i faenti-
ni insieme agli esuli Lambertazzi
riporttuono sui bolognesi nel 127.5,
non che por avervi i francesi nel
1797 forzalo le truppe pontificie,
sebbene a quella giornata siasi da-
to il nome di battaglia di Faen-
za. Al capoluogo del governo di
Castel-Bolognese soggiacciono le co-
muni di Bagnava, RIoio , e Sola-
rolo con molti villaggi e nove par-
rocchie. Fu patria di molti uomi-
ni illustri, tra' quali del celebre car-
dinal Domenico Ginnasi che morì
decano del sacro collegio. Del be-
ne ch'egli fece a Castel- Bolognese,
se ne traila alla sua biografia. Da
Agostino Gravini valente predica-
tore fra i conventuali, al3biamo:
De viribus ìlliistribns Castri Dono-
niensis, Bononiae 1608. Altra edi-
zione fu falla dal F'ranchini. Pel-
legrino Mezza mici nel 161 8 pul>-
blicò in Bologna : De viribus illu-
stnbiis^ ac stata rerum Castri Bo-
noniensis. Cesare Mezzi^inici scrisse
le Notizie istoriche delie operazio-
ni pili singolari del cardinal Do-
vienico Ginnasi^ Roma 1682. lu
queste notizie oltie il lustro che
riceve la famiglia Ginnasi, si trat-
ta ancora degli uomini celebri di
Castel- Bolognese.
Bagnara. Comune con ville an-.
ne.sse, soggetto al governo di Castel-
Bolognese, distretto e diocesi d' I-
mola. E certo che verso l'anno 8'>'>
già eranvi in questo luogo de'fab-
bricali, che poi crescendo produs-
sero l'odierno pae*;e. Piano n' è il
territorio, ha pregiati fabbricali, ed
è racchiuso da mura.
Riolo. Comune .soggetto al go-
verno di Castel- Bolognese, distret-
to e diocesi d'Imola. Fu dello pri-
IMO
ma Ariolo quindi Oriolo, e poscia
Riolo. Questo paese fu fondato da
Siila nell'anno 67 1 di Roma. Nel
territorio vi è una grotta detta di
Tiberio, ove sono stallatiti, ed ac-
que che fanno un rumore nel ca-
dere e percuotersi, che intimorisce
quelli che gli si avvicinano. Delle
«uè acque scrissero i summentova-
tij e l'imolese cav. Luigi Angeli
pubblicò in Vicenza nel lySS:
Delle acque medicate di Riolo nel
territorio imolese. 11 territorio è in
colle ed in piano ; il paese ha buo-
ni fabbricati cinti di mura. Dopo
l'anno 928 di nostra era, Riolo fu
espugnalo dai faentini; però Troi-
io Nordilio lo ricjjperò ad Imola.
Nel 1766 i riolesi tentarono sot-
trarsi alla giurisdizione del comu-
ne d' Imola , alla cui dipendenza
nel 1770 li restituì Clemente XIV.
Solarolo. Comune soggetto al
governo di Castel-Bolognese, di*
stretto d'Imola, diocesi di Faenza.
È situato in amena pianura ba-
gnata dai fiumi Senio e Santerno.
Benché antico d' origine , non ha
memoria che oltrepassi il mille.
Vari sono i nomi che gli vengono
dati nelle vecchie cronache, come
Solarolo y Salaroloy Salaureolo e
Castel Salutare. Il Tonduzzi nel-
VHistorie di Faenza confessa d'i-
gnorare se Solarolo fosse nome di
castello o di villaggio» e dice che la
sua prima memoria è del io53. Nel-
l'anno 1 187, per inimicizie di parte
insorte tra gli abitanti, rimase ab-
bruciato e distrutto, essendo quasi
tutte le abitazioni formate allora
di canna. Nel 1 2 1 8 risorto già dal-
le sue rovine, per opera de' faen-
tini, che al loro vicariato lo ag-
gregarono, comparve munito e for-
tificato di fosse e ripari. Per le fa-
zioni de' guelfi e ghibellini, appar-
IMO 47
tenendo ai primi i potenti Manfre-
di di Faenza, furono questi costret-
ti abbandonar il luogo del loro do-
minio e rifugiai*si a Solarolo, di
dove in breve furono cacciati da
Guido di Montefeltro, ed il castello
quasi distrutto. Sostenuti poscia i
Manfredi da Roberto il Savio re
di Napoli , tornarono a Faenza ,
quindi nel i32g forlilìcarono in
miglior modo Solarolo, come luogo
a loro caro, e difficile ad espugnar-
si. Nel i34i i castellani pensaro-
no a porre in sicuro le cose sacre,
e però dentro alle mura fu edifi-
cata la chiesa di s. Maria Assun-
ta, tuttora sussistente. Nel i35o
gli abitanti si difesero valorosa-
mente da Astorgio Duraforte con-
te di Romagna, il quale dopo l'as-
sedio di due mesi meno un gior-
no quantunque comandasse nume-
roso esercito dovette ritirarsi ; dal
che si può argomentare la fortez-
za del luogo, e l'animo de' castel-
lani. In seguito Francesco Manfre-
di lo vendè ai bolognesi per tre-
mila fiorini d'oro ; poscia Astorgio
della medesima famiglia sovvertì i
capi della guardia, e se ne rese pa-
drone nel 1390; ma nel i4oo
ai bolognesi fu restituito. Cinque
anni dopo dal legato di Gregorio
XII tolto al conte Alberico , fu
dato a Gian Galeazzo Manfredi, ma
rovinato per l' incendio eccitatovi
dai difensori. Nel i5oi se ne im-
padronì Cesare Borgia, dopo quat-
tr'anni venne occupato dai veneti,
nel i5o9 dall'esercito di Giulio W,
che nel i5ii lo concesse ai faen-
tini, finche Leone X nel i5i4 lo
cede per quarantamila scudi a Si-
gismondo Gonzaga marchese di
Mantova : finalmente Gregorio XI U
lo ricuperò nel i ^74 per trentasei
mila scudi da Luigi Gonzaga xlu-
4« IMO
ca di Nivers. Altro notabile avve-
nimento di Solarolo lo riportam-
mo al voi. XXIV, p. 143 del Di-
zìonario, cioè che la duchessa d'Ur-
bino Lucrezia quivi conchiuse la
cessione del ducato di Ferrara coi
cardinali legati, ed ove fu ricevu-
ta e salutata con novantanove col-
pi d'artiglieria . Solarolo conserva
Je sue mura, ed una torre, avanzo
della sua rocca. Vanta alcuni uomi-
ni illustri.
Casola T^alsenìo , governo, di-
stretto e diocesi d'Imola. Terra che
s'incontra alla sinistra rimontando
il fiume Senio da Castel-Bologne-
se, in vicinanza del Monte Batta-
glia. Fu prima fabbricata in mon-
te, ove esistè fino al 12 16, quindi
venne costruita nella valle del Se-
nio, donde forse prese l'aggiunto
Val-Senio. Ne' recenti tempi è an-
dato sempre più migliorandosi il
suo aspetto dal lato de' privati e-
difizi. Né vago è meno dal canto
della natura, dappoiché gli ameni
colli ond'è cinta, formano una sim-
metrica gradazione , cui accresce
pregio la feracità de* campi, olive-
ti, vigne e le deliziose villeggiatu-
re con buoni edifizi. Vi sono due
chiese, un convento di cappuccini,
uno spedale e diversi belli fabbri-
cati. Celebrate sono le sorgenti me-
dicinali per quanto scrisse Giam-
battista Codronchi, e particolarmen-
te per quanto riuscì discoprirvi
l'altro dottore Giovanni Montani
nel 1824, delle quali acque l'una
è semplicemente salata, l'altra mar-
ziale , una terza epatica forte, e la
quarta epatica leggiera; di tutte
istituendo il lodato professore esat-
ta analisi, ha procurato al paese
un beneficio segnalato, e lascia dei
suoi studi onorevole testimonianza.
Verso il 12 18 gl'imolesi presta-
IMO
rono soccorso di armati agli uomini
di Casola e Monte Fortino , sot-
tratisi dalla dipendenza de' faenti-
ni. Giovanni XXllI nel \^ii l'ar-
cordò con mero e misto impero a
Lodovico Alidosio vicario d'Imola,
in un alle sue pertinenze. Nell'in-
cominciare del secolo XVI avendo
i veneziani occupato Casola, la re-
stituirono a Giulio II nel i5o4,
laonde gli abitanti prestarono giu-
ramento ai procuratori del comune
d'Imola. Nei primi anni del secolo
XVII Casola Valsenio si sottrasse
alla giurisdizione d'Imola, per cui
il comune imolese nel 1618 ricorse
a Paolo V, il quale nel 1621 re-
stituì il castello alla dipendenza
d'Imola, il cui comune vi mandò
per uffiziale Romeo Pascoli. Qui
fiori la nobile famiglia Ceroni o
Cervoni signora del castello di Ce»
roni o Ceruni, Ceronius Pagus, dal-
la quale uscirono molti uomini il-
lustri e la nobile stirpe dei Soglia.
In Roma nel 1826 co' tipi de Ro-
manis uscì alla luce l'opuscolo in-
titolato : Gentis Ceroniae in Aemi-
Ha vetusta aliquot monimenta au-
ctore Dominico Mitay avente nel
frontispizio lo stemma dei Ceroni
Soglia, ed in fine una tavola geo-
grafica riguardante le cose narrate
nell'opuscolo sulla gente Ceronia.
Di questa fu pure l'esemplare re-
ligioso Gio. Battista Ridolfi, nato
nel i588 in Casola Valsenio da
cavalier Giovanni, e da Alessandra
Soglia da Ceruno, che nel 1610
vestì l'abito cistcrciense col quale
morì in odore di santità nel i62[
al monte Soratte nel celebre mo-
nistero di s. Silvestro. Il suo di-
scendente monsignor Giovanni So-
glia , nato, in Casola Valsenio , a-
nonimo ne pubblicò il commenta-
rio con questo titolo : De vita Joati-
IMO
ni» Baptistae a s. Bernardo mo-
nachi fuliensi commentarius^ Ro-
niae i83r, col ritratto del vene-
rando religioso. In questo commen-
tario il dotto autore dice aver dato
alla luce alcuni antichi monumenti
della famiglia Ceroni illustrati dal
dottissimo sacerdote Domenico Mi-
li o Mila fino dal i635 da cui
derivava la sua famiglia, encomia-
to da parecchi letterati , massime
di Milano, che giudicarono il com-
mentario degno di essere posto fra
le memorie delle cose italiane, ri-
trovate e raccolte dal celebra tissi-
mo Muratori. 11 commentario poi
scritto con aurea semplicità dall'il-
lustre prelato ora cardinale , ven-
ne volgarizzato, e pubblicato colle
stampe dal eh. prof. Giuseppe I-
gnazio Montanari. Intorno al testo
latino ne parlarono con lode il
giornale Arcadico nei fascicoli di
luglio i83i e settembre i832, cioè
il medesimo Montanari , e il eh.
prof. Domenico Vaccolini, il quale
pur lodò il volgarizzatore] ed il
eh. monsignor Tommaso Azzocchi
nella dedicatoria che fece al car-
dinale del suo utile Focabolarìo
domestico di lingua itali ana, disse
essere scritto colle grazie di Corne-
lio Nepote. 11 Papa regnante Gre-
gorio XVI rimunerò le vìkIù ed
i lunghi eminenti servigi prestati
alla santa Sede da monsignor Gio*
vanni Soglia , che da arcivescovo
d'Efeso l'avea fatto patriarca di Co-
stantinopoli, creandolo cardinale ai
12 febbraio i838, e pubblicandolo
a' i8 febbraio 1839 con dichiarar-
lo pure vescovo d' Osimo e Cingo-
lij che con zelo paternamente go-
verna. Esultò la patria per un tan-
to onore concesso al suo conter-
raneo, e lo espresse in più modi, e
njaggiormenle allorquando il car-
VOL. XKXIV.
IMO 49
dinaie si recò a visitarla. Si legge
pertanto nel num. Sy del Diario
di Roma 1839, che a' i3 luglio
giunse in Casola Valsenio il cardi-
nal Soglia, che sebbene per la nota
sua modestia inaspettato , appena
la deputazione del comune potè
incontrarlo a poca distanza del pae-
se, la popolazione ricolma di gioia^
suonando a festa le campane, lo ac-
colse. Tal giubilo patrio si rin-
novò affettuosamente in diverse for-
me nelle ore pomeridiane, quando
il cardinale accompagnato dalle au-
torità locali si recò a visitare il
convento de' cappuccini, pio e re-
ligioso dono di sua munificenza;
Nel numero poi 64 del medesima
Diario , si narra come il cardinal
Giovanni Soglia Ceroni a' i25 lu-
glio con solenne pompa consacrai
la chiesa de' cappuccini , costrutta!
a sue spese nel 1825 col conven-
to annesso; com' egli avèa incomin-
ciato ad istituirvi le maestre pie
per la cristiana educazione dellcì
giovinette; del convito ed accade-
mia vocale ed istromentale coil
cui il comune volle addimostrare
al benefico cardiìiale la sua rico-^
noscenza, e coli' intervento dell'o-
dierno vescovo d' Imola. Descrive*
ancora la festa che il magistrata
celebrò nel dì seguente, in rendi-
mento di grazie all' Altissimo per
l'esaltamento alla sacra porpora
dell'eminenza sua, con messa can-
tata in musica , e Tè Deum ne!
maggior tempio. Indi il cardinale
partitosi appresso la processione del
clero dalla cappella del propria
palazzo, procede tra l'esultanza del-
l' immensa moltitudine alla posi-
zione della prima pietra di unai
chiesa in onore della Beata Vergi-
ne del Carmine, che a pubbliche
spese incominciavasi ad erigere ert*
4
5ù
IMO
Irò il paese, per rendere Juievole
Ja memoria di un avvenimento &1
glorioso per Casola. Tra le altre
dimostrazioni di giubilo del ma-
«bistrato in questa circostanza, volle
ridurre a forma elegante e vaga
la facciata esterna della chiesa prin-
cipale, decorata di pilastri corinlii
alla Bramantesca, disegno ed opera
dell'egregio architetto casolano d.
Luigi Ricciardelli, e sulla porta vi
ha fatto scolpire in marmo analo-
ga iscrizione in onore del cardina-
le. Inoltre sulla genealogia , dira-
mazione, alleanze e gesta della po-
tente famiglia Ceroni dififusamente
parla Linguerri ne' suoi Cenni sto-
rici della Valle del Senio. Una
parte de' Ceroni si stabili in Imo-
la, e furono aggregati alla nobiltà;
ebbero uomini illustri in leggi, in
lettere, ed in altri pregi, e fini tal
nobile ramo imolese a' dì nostri
nel canonico Ippolito e in due fem-
mine nubili. Casola Valsenio no-
vera le comuni di Castel del Rio^
Fontana^ e Tossignano , folte di
popolosi villaggi. Ventuno poi ne
sono uniti alla sua amministrazione
principale.
Castel del Rio. Comune sogget-
to al governo di Casola Valsenio,
distretto e diocesi d' Imola. Non
è al certo recente l' epoca in cui
originò, essendo antica e ragguar-
devole, ma pure non può stabilir-
si il preciso suo sorgi mento. E qui
un ponte di meravigliosa costruzio*
ne ed altissimo, e che con una sola
luce elittica unisce due monti dr
scoglio ove passa il fiume Santer-
110, ponte eretto dalla famiglia Ali-
dosi signora del castello. 11 territo-
rio è montuoso ; il paese contiene
de' semplici fabbricati, fra' quali e-
sistono gli avanzi dell'antico palaz-
zo degli Alidosi formato a guiia
IMO
di fortino, eh' è di buona costru-
zione. Quivi nacque il carilinal
Francesco Alidosi , Della fami-
glia Alidosi signora d'Imola, in Ro-
ma fiu'ono pubblicate le Memorie
storiche deli antica ed illustm fami'
glia Alidosiay di cui ne fu ano-
nimo lodato autore il p. abbate d.
Pietro Ginanni ravennate , mona-
co cassinese. M.r Chasor nelle Gc'
nealogies hist. t. II, p. 53 1, tratta
des seigneurs d'Imola de la mai-
son d'Alidosio.
Fontana. Comune soggetto al
governo di Casola Valsenio, distret-
to e diocesi d'Imola. Giace quasi
alle sponde del fiume Santerno, in
piana vallea, fertile ed abbondevo-
le del necessario : é circondata da
ubertose colline e monti^ in salu-
tifero clima. Prima era circondata
di mura con sua porta, dividendo
il borgo del castello un bell'arco,
disegno di Luigi Zampa ottimo ar-
chitetto forlivese. A questi pur si
deve l'odierno ed elegante palazzo
pubblico. L'ospedale o ospizio di
s, Antonio abbate ebbe origine nel
secolo XVI. JXel 1823 incominciò
la fabbrica del bel cimiterio. Vi
sono inoltre due chiese. Siccome
Fontana seguì i destini d'Imola ed
in parte di Tossignano, qui appres-
so ci limiteremo ad accennare le
cose principali , avendo ultima-
mente scritto la Storia di Fonta-
na il eh. Antonio Vesi., Forlì
tipografìa Bordandini i838: in es-
sa si fa onorevole menzione de'suoi
uomini illustri, principalmente a
pag. 263 e seg. Tra questi nomi-
neremo Domenico Miti o Mita sa-
cerdote dottissimo, la di cui fami-
glia era da più di un secolo sta-
bilita in Fontana; e siccome Ca-
sola, Imola e Tossignano lo vo«
gliono loro, e questo ultimo eoa
IMO
fjuanlo elice a p. 122 e seg. della
sua storia, così Io storico di Fon-
tana, ha creduto bene a pag. 268
di riportare la fede del battesimo
ricevuto da Domenico nella chiesa
arciprelale di s. Pietro in Fonta-
na nel 1 590. A seconda della tra-
dizione dicesi fondata dalla repub-
blica fiorentina, poco lunge dalla
presente, seguendo ne'suoi primor-
di la ventura del vicino Tossigna-
no e d'Imola. Fu cinta poi di mu-
ra, e fornita di torre dal forocor-
neliese Marzio Coralto, quando nel
554 da Narsete gli fu donato il suo
agro, mosso a compassione che nel-
l'eccidio della patria avea perduta la
moglie coi figli. 11 castello fu chia-
mato ancora Fontana d'Illice, prima
del o65j Fons Illicis o Castnun
Illicis. Questa denominazione vuoi-
si ripetere, secondo le tradizioni,
perchè presso la terra esisteva un
copioso fonte coperto d'un bellis-
simo elee. Dopo la morte di Co-
ralto soggiacque alla dominazione
de* longobardi, ed al termine del
loro regno passò sotto quello della
santa Sede. Nelle successive guer-
re che ebbero gl'imolesi coi faen-
tini, forlivesi e ravignani. Fontana
ne provò le triste conseguenze,
come patì le devastazioni prima
degli ungari, poi de' saraceni, i
quali furono fugati dal Papa Gio-
vanni X da Tossignano. Unitosi
Fontana a Tossignano contro gli
imolesi, onde scuoterne il giogo,
furono in vece di nuovo assogget-
tati alla loro divozione. Non passò
gran tempo che Fontana e Tos-
signano nel 966 insorsero nuova-
mente colle armi a danno d' Imo-
la ; ma per le forze maggiori di
questa, furono battute e fatte segno
al militare furore. Bramosi di ven-
detta, nel 983 presero parte nelle
IMO 5i
sanguinose civili discordie d'Imola .
La prudente condotta di Corrado
Sassatelli intiepidì l'odio dei fon-
tanesi e tossignanesi, che stettero
indifferenti nella guerra tra i fio»
rentini e gl'imolesi del 1062, an-
zi in quella co' bolognesi i fonta-
nesi aiutarono Imola. Nel declinar
del secolo XII Fontana, e massi-
me Tossignano, avendo scosso il
dominio imolese, furono severa-
mente punite. Quando i bolognesi
s'impadronirono del contado d'Imo-
la, Fontana andò soggetto ad essi,
e poscia verso il 1222 rinnovò il
giuramento di obbedienza all' imo-
lese repubblica. Dopo aver giurato
con tutta la Romagna fedeltà a Fe-
derico II, venendo questi scomu-
nicato da Gregorio IX, Imola si
collegò coi luoghi del contado con-
tro l'imperatore, quindi le fatali
fazioni de' guelfi e ghibellini deso-
larono ancora queste parti. Nel
1262 con Imola soggiacque di
nuovo Fontana ai bolognesi, e poi
passò ad essere dominata da Pie-
tro Pagano da Susinana, cui la
ritolsero i bolognesi , quindi da
Mainardo Alidosio. Nel secolo XIV"
i francesi furono scacciati dalla
valle del Santerno , e disfatti a
Gallisterna : la Romagna tutta stra-
ziata da guelfi e ghibellini} Fon-
tana passò in potere prima di Man-
fredi, poi di Monalduccio da No-
cera, indi a molti altri. Gli Alido-
si la dominarono più a lungo, al-
la cui signoria pose fine il duca
di Milano. Al duca subentrò la
Chiesa, a questa Imola e poi Man-
fredi : di nuovo Fontana passò al
duca di Milano, finche divenendo*
ne signore Girolamo R.iario, dopo
la sua morte fu occupata da Ce-
sare Borgia duca Valentino. All'e-
saltazione di Giulio II nel i5o3.
^2 IMO
Cesare fu spogliato delle signorie
usurpate, onde Fontana ritornò al-
l'obbedienza della Chiesa. Guido
Vaini nel i523 mosse guerra ai
signori di Cerone, ne assediò il
castello che fu virilmente difeso:
divenuto signore di Fontana, Cle-
mente VII gliela tolse e ne inve-
stì Ramazzotto , che voleva rite-
nerla quando Paolo III la cede ad
Imola, la quale concesse al castel-
lo nel 154B il mercato in vantag-
gio del commercio: a questa epo-
ca il convento de' religiosi serviti
già fioriva in Fontana. Questa con
Tossignano ed altri luoghi Paolo
IV diede in feudo al nipote An-
tonio Caraffa marchese di Montebel-
lo, indi passò al dominio ecclesiasti-
stico, a Federico Borromeo, al car-
dinal s. Carlo, e ad Annibale Altemps.
Dopo diverse vicende di guerre e
di peste il terremoto nel 1690 ro-
Tinò il ponte Colombarino che
dalla strada conduce al paese, on-
de il comune fu costretto farne
uno di legno. Nel secolo XVII I il
marchese Spada Amatore comperò
il feudo di Fontana, che pati tut-
te quelle vicende che agitarono più
volte quel memorando secolo. Nel
1748 ebbe luogo un terribile av-
venimento ; un erto colle che so-
vrastava al paese di repente si
avvallò, schiantando i sottoposti
terreni, e molti vi perirono in mo-
do fatale e lagrimevole. Scompar-
sa la pubblica strada si formò a
fianco del castello un profondo la-
go; e si temè che il palazzo pub-
blico, il convento de' servi e parte
del paese minasse. Soccorse a tanta
desolazione il benefico Clemente
XIII, concedendo l'esenzione dei
dazi per tre anni. Eransi quasi
finite le riparazioni, quando furio-
sa tempesta rovinò il nuovo pon-
IMO
te e la chiusa, e ì danni divenne*
ro maggiori che prima. Ed è perciò
che lo stesso Pontclice prorogò di
altri tre anni la concessione. In-
tanto nel 1757 comprò il feudo
il marchese Francesco Marvelli
Tartagni forlivese, in un a Tossi-
gnano dalla famiglia Spada. Fu
sotto di questo nuovo signore che
i francesi invasero le legazioni, ed
ebbero luogo quella serie di avve-
nimenti che ancora deploriamo.
Sta il territorio in colle e in piano.
Tossignano. Comune soggetto al
governo di Casola Valsenio, distret-
to e diocesi d'Imola. È posto su
ameno colle, le cui falde sono ba-
gnate dal Santerno. Vi sono tre
chiese ed un oratorio, cioè l'arci-
pretale di s. Michele ch'è la mag-
giore e fu un tempo de' domeni-
cani, ove in sontuosa cappella si
venera un' antichissima miracolosa
immagine della Beata Vergine; al-
tra delta di s. Maria appartiene
allo spedale; la terza è in onore
del dottore s. Girolamo; l'orato-
rio è sacro a' ss. Rocco e Bernar-
dino, e vi si venera un miracoloso
Crocefisso. La piazza è fornita di
un porticato a foggia d'anfiteatro;
il palazzo già baronale, ed il co-
munale già pretoriale, sono due buo-
ne fabbriche. Il suo ampio borgo
è posto in riva al fiume Santerno.
Antica è 1' origine della terra, che
esisteva nel V secolo ed ei'a luo-
go atto alla difesa. Nell'VIII seco-
lo fu data agli ostia ri di Ravenna,
e nel principio del X già vi fiorivano
distinte famiglie, tra le quali quella
de' Bulgarelli, e quella de' Cenci da
cui si vuole uscito Giovanni X, e-
letto Papa nel 914, nato in Tos-
signano. Dal dominio degl' imolesi
passò in detto secolo a quello dei
fiorentini , quindi ritornò sotto i
IMO
primi che ne distrussero la rocca.
Si diede poscia ai bolognesi , ma
nel io3o Ugolino Alidosi punì i
ribelli col saccheggiare il paese. Nel
1062 Cassiano Oiaboni tossigna-
nese generale d'Imola, riportò se-
gnalato trionfo sui fiorentini pres-
so Sassatello. Divenuti potenti i
tossignanesi tentarono inutilmente
digiogarsi dagl' imolesi, però molti
si unirono a quelli che andarono
alla conquista di Gerusalemme col-
la prima crociata, e con essi due
della famiglia Eltorri. In quel tem-
po anche nelT ecclesiastico già Tos-
signano dipendeva da Imola , che
mentre parteggiava per gì' impera-
tori, la terra seguì sempre le parti
del Papa, e perciò guelfa. Dopo
essersi unito a' bolognesi contro I-
mola, abbandonalo dai primi, fu
messo a ferro e fuoco nel i • 98 ,
e gii scampati dalle strage edifica-
rono il borgo di Tossignano. In-
nocenzo III nel 111 5 confermò al
vescovo Mainardino la pieve e ca-
stello, come avea fatto Onorio II.
Nel 1226 Tarciprete già era cano-
nico delia cattedrale imolese. Nel
12 56 il senato di Bologna ordinò
che si edificasse una rocca in que-
sta terra, che ricusò nel 1292 sog-
gettarsi all'Alidosio divenuto capo
della repubblica d'Imola, e più volte
si difese da diversi attacchi coll'aiu-
to dei bolognesi, da' quali ancora
dipendeva nel iSoy. Dopo il i36o
di nuovo dipendelte dal vicariato
d'Imola, e continuò ad aver parte
nelle vicende tra guelfi e ghibelli-
ni comuni. Nel i386 in Tossigna-
no, anzi in Codrignano suo villag-
gio, ebbe i natali il b. Giovanni
Tavelli, che fu vescovo di Ferrara
{Fedi). Nel 1397 i tossignanesi di
nuovo si tolsero dalla dipendenza
d'Imola, ma furono repressi, fin-
IMO 53
che nel 1399 Bonifazio IX die la
terra in vicariato a Lodovico Ali-
dosi, di cui qual ribelle fu spoglia-
to dal cardinal Cossa che nel i4o4
ne investì Alberico di Cunio conte
di Barbiano. Non andò guari che
l'Alidosi, fatto senno, riebbe il vi-
cariato, di cui nel 14^4 lo spogliò
il duca di Milano, il quale nel
1426 restituì ad Imola, e poscia
nel 1435 riprese, finche sotto Eu-
genio IV passò il dominio ai Man-
fredi. Girolamo Riario ne divenne
signore nel i47^> come vicario d'I-
mola, e lo era pure di Forlì. Ver-
so il i5oo la vicaria imolese fu
data a Cesare Borgia, e nel 1 5o4
Tossignano fu occupato dai vene-
ziani, che neir anno seguente con
Casola Valsenio ed adiacenze con-
segnarono a Giulio II. Volendo poi
questo Papa liberar Bologna dai
Bentivoglio, portatosi in Romagna,
a' 20 ottobre i5o6 si condusse a
Tossignano incontrato dal clero e
dai maggiorenti del paese, tra il
rimbombo dell'artiglierie della roc-
ca , ed il plauso degli abitanti e
della moltitudine accorsa dai luo-
ghi circostanti. Fu alloggiato dalla
famiglia Orsolini , mentre dodici
cardinali e i prelati furono ospitati
cogli altri delia corte nelle case
Ungarelli, Passeri, Zagnoni, Favelli,
Fini , Caravaglia ed altre , e nel
chiostro de' conventuali il cui con-
vento poi distrutto era stato colla
chiesa edificato nel i326 da Gio-
vanni Ranucci. I tossignanesi in si
fausta occasione diedero ogni ma-
nifesto argomento del loro giubilo.
Dipoi Giulio II investì di Tossi-
gnano Ricciardo Alidosi, di cui Io
spogliò Clemente VII per alcuni
misfatti, avendolo di là discaccialo
il presidente di Romagna unito ai
Ceroni di Casola Valsenio. Le osti-
54 IMO
lità e le fazioni che avevano de-
solato il contado nei secoli prece-
denti, si rinnovarono nel poutiQ-
cato di Clemente VII, massime nel-
la vallata del Senio, per le ostililù
commesse contro i guelfi signori
di Cerone, i quali non mancarono
con valore sostenere i replicati as-
salti di Guido Vaini e Ramazzot-
ti; che anzi assistili dai loro alleati
Soglia, Fichi, ed altri in gran par-
te parenti, a* 28 ottobre i523 fe-
cero dei due uniti nemici completo
sterminio. Tutta volta riuscì allo
scaltro Ramazzotto ottenere dal Pa-
pa in feudo Tossignano, Fontana
ed altri luoghi, ma fu acerbo si-
gnore. Paolo III , pe' suoi misfat-
ti, lo fece esiliare, e benché Ra-
mazzotto avesse reso inespugnabile
Tossignano, questo fu preso dalle
milizie pontifìcie di Magalotti ve-
scovo di Chiusi, presidente di Ro-
magna, in un a Fontana ed altri
luoghi che tutti restituì ad Imola,
a patto di pagare alla camera a-
postolica cinquemila ducati, e de-
molir la rocca di Tossignano , Io
che fu eseguito con grave pregiu-
dizio delle fabbriche della terra.
Paolo IV nel i556 die Tossigna-
no, Fontana, e la Rocca di Codron-
co con altre comuni in investitu-
ra al suo nipote Antonio Caraffa
marchese di Montebello e capita-
no della guardia pontifìcia: con
questi incominciò la serie de' ba-
roni di Tossignano, che solo ebbe
fine nel 1797. Tossignano fu da
tutti i feudatari tenuto a capoluo-
go del loro piccolo stato, e perciò
ivi abitavano allorché si recavano
ai feudi, ed era sede dei governa-
tori, cancellieri ed altri ministri.
Nelle guerre col duca d'Alba, il feu-
do Caraffesco soffri gravi danni.
Sotto Pio IV e nel i56o Tossi-
IMO
gnano fu venduto al conte Fede-
rico Borromei, e dopo due anni gli
successe il fratello cardinal s. Car-
lo arcivescovo di Milano: il suo
governo fu quello di un santo, e
giusto era stato quello del fratel-
lo. Nel i565 s. Carlo cede il feu-
do al cognato conte Annibale Al-
temps, cui successe il cardinal Mar-
co; nel i577 il conte Roberto, e
nel 1587 il duca Gio. Angelo Al-
temps, che mori in Tossignano.
Successivamente ne furono feuda-
tari il duca Pietro Altemps dal
16*25 al 1692, e il duca Giusep-
pe Maria Altemps, tutti romani,
sino al 1700. Sotto il governo dol-
ce e saggio di tali feudatari, nelle
scienze e nelle lettere fiorirono in
maggior numero delle precedenti
epoche molti tossignanesi, senza con-
tare i numerosi sacerdoti e clau-
strali. Il detto duca Giuseppe nel
1700 vendè il feudo al marchese
Giacomo Filippo Amatore Spada
di Bologna, il quale ebbe a suc-
cessori i marchesi Francesco Ma-
ria Alerano nel 1706, Giuseppe
Nicola nel 1728, e Leonida nel
1752. Questi eccellenti feudatari
non furono diversi dai precedenti,
encomiati per beneficenza e pietà.
Però il marchese Leonida nel 1757
vendè il feudo al marchese Fran-
cesco Maruelli Tartagni di Forlì ,
il quale con amorosa cura prese
il governamento de' suoi popoli, e
segnatamente de' tossignanesi. Nel
1791 facendo la visita di Tossigna-
no il cardinal vescovo Chiaramon-
ti, poi immortale Pontefice Pio VII,
dichiarò arcipretale la chiesa di s.
Bartolomeo del Borgo. Nell'inva-
sione francese del 1797 '1 marche-
se Tartagni restò spogliato del feu-
do, e Tossignano segui le politiche
vicende d'Imola, sorte che toccò
IMO
agii altri luoghi del contado; ma
Tossignano patì il più lag^imevo^c
saccheggio nei maggio 1799, in cui
furono orrendamente profanate le
chiese, provocato dal bargello An-
tonio Lombardi dell'Umbria, avido
di fortune e di rapine. In Tossi-
gnano fiorì un'accademia lettera-
ria, fondata dal p. m. Pellegrino
Ricci minore conventuale, intitola-
la ; Prima Àgrichia de pastori con-
cordi. Ma delle notizie storiche di
Tossignano e de' moltissimi uomi-
ni illustri che vi fiorirono ne tratta-
no l'erudite ed importanti Memo-
rie sloriche intorno alla terra di
Tossignano^ Imola, dalla tipografia
Benacci 1840, raccolte e pubblica-
te dai benemerito di Tossignano
Giuseppe Benacci, e dedicate ai tos-
signanesi.
Quanto alle comuni di Doiza
e Mordano poste nel circondario
d'Imola, riportiamo i seguenti bre-
vi cenni.
Dozza. Comune soggetto al di-
stretto e diocesi d' Imola. Viene
pure denominata Doccia. Il terri-
torio é in colle e piano. Ha un
palazzo a guisa di fortezza munito
di bastioni. Della sua origine poco
si conosce, riscontrandosi soltanto
che nel 1 1 98 i bolognesi, guidati
da Uberto Visconti di Piacenza
loro pretore, invasero il territorio,
rivendicato poi dagli imolesi, ai
quali l'avevano tolto i bolognesi.
Clemente VII nel i5i/\. o nel i53o
ne investì il celebre cardinale Lo-
renzo Campeggi di Bologna, suoi
eredi e successori ; ma per morte
di Rodolfo Campeggi il comune
d'Imola ne implorò la restituzione
da Paolo III, che dichiarò devolu-
to il castello nel i547 alla came-
ra apostolica, quindi lo restituì con
investitura alla giurisdizione d'I-
IMO 55
mola, annullando il precedente dis-
membramento . Siccome però i
dozzesi ostavano a ritornare sotto
gl'imolesi, così il senato d'Imola
ottenne dal Papa a'7 gennaio i548
un nuovo breve diretto al vice-
legato di Romagna, cui commetle-
vasi prendere possesso del castello
e della rocca di Dozza , e con-
segnar ambedue alla città d'Imo-
la. Gli ordini pontificii furono e-
seguiti, ed a'3 febbraio il comune
del castello spedì i suoi deputati
che giurarono obbedienza al sena-
to imolese, il di cui comune sbor-
sò al vice-tesoriere apostolico scudi
i5oo, ed Annibale Milani fu il
primo uiKìziale dato da Imola ai
dozzesi. Mal soffrendo questi la
imolese dominazione, mossero lite
avanti il tribunale della rota, la
quale pronunciò contro il comune
d'Imola, il quale però nel i549
si appellò al Pontefice, e fu rein-
tegrato. Nel i562 Pio IV fece re-
stituire il castello alla famiglia Cam-
peggi, e furono inutili le energiche
suppliche e rimostranze fatte da-
gli imolesi al Papa, e al successo-
re s. Pio V. Nel 1592 il cardi-
nal Francesco Sforza legato di Ro-
magna, volendo per suo diporto ve-
dere il castello di Dozza, gli fu vie-
tato l'ingresso dal castellano Fran-
cesco Bonini dozzese. Irritato il car-
dinale ordinò l'assedio della rocca,
e a chi pel primo avesse scalalo
le mura promise scudi cento, e la
liberazione di due banditi. Orazio
Lippi imolese riuscì nell'impresa, ed
ebbe solo il promesso denaro, e ven-
ne scelto consigliere. Nell'anno se-
guente il comune d* Imola espose i
suoi diritti su Dozza a Clemente VI1I>
che nel 1 595 la restituì agi' imo-
lesi. Nella rocca di questa terra
mostrasi una stanza addobbata ad
56 IMO
arazzi, cbe la tradizione dice esse-
re dono fatto da Enrico Vili re
d' Ingliilterra al cardinal Lorenzo
Campeggi a lui spedito legato a
intere da Leone X, oltre altri ma-
gnifici doni.
Mordano. Comune soggetto alla
diocesi e distretto d'Imola. Il ter-
ritorio è in piano, i cui fabbricati
furono circondati di mura l'anno
i loo. Quando nel i494 Carlo
Vili si portò in Imola con i4ooo
francesi per la conquista del regno
di Napoli, cominciò ad attaccare gli
stati di Caterina Sforza e di Ot-
taviano suo figlio. Dopo avere i
francesi dato inutilmente l'assalto
a Bubano, si volsero contro Mor-
dano, castello assai ben fortificato,
che gli abitanti aveano giurato con-
servar ad Ottaviano a costo della
vita. L'armala assalitrice adoperò
il maggior impeto e la più calda
ferocia, che i mordanesi sostennero
valorosissimamente, ma sopraffatti
da forze sproporzionate dovettero
cedere. Entrati i francesi nel ca-
stello incrudelirono contro ogni età
e sesso, come narrano molti veri-
dici storici. Dopo il 1766 e nel
pontificato di Clemente XIII ten-
tarono i mordanesi sottrarsi dalla
giurisdizione d'Imola, come pur
facevano quei di Casola Valsenio
ed altri comuni, ma Clemente XIV
nel 1770 con suo chirografo di-
chiarò che Mordano e gli altri
luoghi dipendessero da Imola.
Imola come altre antighe città
andò soggetta per la storia della
sua origine a congetture e a di-
versità di opinioni. Dopo la di-
struzione di Troia, perseguitati dai
greci, vennero i troiani condotti in
Italia da Antenore, uno de' loro
capi, ed alcuni vuoisi che passas-
%^V0 ad abitare que' luoghi che or^
IMO
chiamiamo Lombardia e Romagna.
Da questo po{)olo fuggitivo l' imo-
lese Vincenzo Savini , Notabiliiun
gestorum civitatis Iinolae mss., ri-
conosce l'origine della città d'Imo-
la nell'anno del mondo 2790. Il
nome d'ilia o Illione con cui viene
disegnata una porta della città, è
l'unico fondamento a cui si appog-
gia questa debole opinione. Due-
cent'anni dopo l'eccidio di Troia
i tirreni, detti anco etruschi o to-
scani, divennero abitanti e domi-
natori d'Italia, non però è certo che
gli etruschi abbiano fabbricato Imola
come vollero taluni. Verso l'anno
i56 di Roma molti galli, celti,
bretoni, cenomani, insubri e car-
nuti da Ambigoto loro re, e sot-
to la condotta c^i Belloveso suo
nipote, furono mandati a pro-
cacciarsi stanza e alimenti nel-
le regioni occupate dagli etruschi,
mentre i boi ed i lingonesi, al di-
re di Polibio lib. 2, e di Tito Li-
vio lib. 5, si dilatarono fra Bolo-
gna e Ravenna. Nellanno poi di
Roma 363 Breuno condusse in
Italia i galli senoni, cos\ appellati
da Sens loro capitale, che giunsero
persino a Roma ove furono respinti
dal dittatore Camillo. Non bramanr
do i senoni ulteriori conquiste, procu-
rarono assicurarsi quelle delle pro-
vincie occupate, le quali dalle Alpi
si estendevano sino all'Arno ed al
Jesi, 0 alla Marca d'Ancona, e che
ottennero dai romani il nome di
Gallia Cisalpina, Citeriore, Togata.
Fu dunque dai galli conquistato
quel luogo ancora su cui sorge
Imola al presente, ed alcuno opi-
no che ne furono i primi edifica-
tori. Tal fondazione fu pure attri-
buita ai romani dopo la discesa
d'Annibale in Italia, a Scipione
Nasica, ai qimbrijf ai teutoni o 41
IMO
ligurlnl senza prove positive. In tan-
ta discrepanza di pareri è cer-
to che Imola verso V anno del
mondo 388o ebbe dai romani se
non l'erezione, almeno il nome,
lo splendore e V ingrandimento.
Jjucìo Cornelio Siila valoroso vin-
citore di Mitridate, conquistatore
della Grecia e della Tracia, dopo
di aver trionfato dei partigiani di
Caio Mario, si fece proclamare dit-
tatore dal senato romano. Fu al-
lora che cessate le guerre. Siila
introdusse il costume di accordare
in premio ai soldati veterani be-
Demeriti, parte di quei terreni ove
egli aveva portato le vittoriose sue
armi. Siila pertanto mandò il suo
favorito Appio prefetto di nume-
rosa milizia, ad abitar quel vico
che chiamiamo Imola, posto in
dolce clima, in gradevole situazio-
ne, con terreno ubertoso, ed abi-
tanti di semplici costumi. Ai no-
delli ospiti non venne permesso
inoltrarsi nell'abitato allora angu-
sto, finche non fossero giunti gli
ordini del dittatore e del senato
per accoglierli, e conceder loro una
porzione di beni. Appio fu ragio-
nevole a tali rimostranze, ed intan-
to accampò il suo esercito in un'a-
mena collina alle rive del Vatre-
no, la quale venne dall'esperto du-
ce fortificata col farvi sorgere un
castello che si chiamò dipoi il Ca-
stello d' Imola^ ed ora viene detto
Castellaccio.
Alla esatta disciplina e pruden-
te contegno dell'esercito romano
nel tempo che si aspettavano da
Roma le risoluzioni, corrisposero i
grati abitanti con tratti amorevoli
e con somministrazioni di vetto-
vaglie. Giunti gli ordini di Siila,
venne commesso ad Appio inol-
trarsi liei \ico, ed usar cortesi mo-
IMO ^7
di con una popolazione eh' erasi
mostrala cauta, fedele e generosa.
Quindi Siila dichiarò questo suolo
colonia romana, in un modo di-
stinto e privilegiato, perchè venne
ascritta ad una delle trenlatre tri-
bìi nelle quali rimaneva divisa la
cittadinanza romana, cioè alla tri-
bù Follia. In virtù di questo ono-
revole legame gli abitanti della co-
lonia avevano luogo e voto ne'gene-
rali comizi, diritto alle supreme ma*
gistrature, ed altre prerogative. Che
Imola fosse realmente colonia mi-
litare romana, che in Roma avea
ì suoi procuratori, e che tra i set-
te quartieri posti nell'agro Rimine-
se, e amministrati dai rispellivi
decemviri e decurioni uno era di
pertinenza de'corneliesi , lo si ha
da incontrastabili monumenti. In-
trodottisi in Imola amichevolmente
i romani, e provveduti con saggio
riparto di comodi, di rendite, e di
quanto occorreva al loro sostenta-
mento, cominciarono a poco a poco
a familiarizzarsi cogli abitanti, i qua-
li appresero i loro costumi e le
loro leggi. Allora fu che congiun-
te le famiglie degli abitanti alle
romane, la nascente colonia au-
mentò di popolazione. Appio si
prestò pel ben essere dell'occupato
paese, e consapevole che la felicità
de' popoli dipende dalle provvide
leggi, dalle ben ordinate magistra-
ture, e dalla rehgione, ogni cosa
stabilì nel luogo. A piedi del mon-
te detto Castellaccio fissò un luo-
go pei comizi , ivi radunò il po-
polo insieme coi magistrati ed uf-
fìziali del medesimo, e vi pubblicò
le saggie leggi romane, all'osser-
vanza delle quali tutti solenne-
mente si obbligarono con giura-
mento, venendo con universale con-
senso acclamato sommo e per-
58 IMO
pctuo mngislrato de! paese. Qui
notei'emo che a piedi dello slesso
monte da pochi auni furono sco-
peiie salulifeie acque termuh, alle
quali concorrono anche molli fo-
icslieri. Assunlo appena il coman-
do, Appio si accinse a rendere nelle
uienli dei docili abilalori le idee
religiose piìi ferme e più rispelta-
bili; per lui quindi Marie e Ve-
nere ebbero particolari templi, il
primo sul Castellaccio, la seconda
nella laguna poco distante dal luo-
go ov'è presentemente s. Pietro di
Laguna, e tra' più savi abitanti
furono scelli i flamini delle due
divinità: per lui fu restaurato il
tempio di Minerva ; per lui nel
luogo che allora fu detto Ariolo,
e poi per corruzione Oriolo oRiò-
lo, si fabbricò il soggiorno per gli
auguri falli venire dalla Toscana.
L' indefesso Appio per affezionar la
gioventù ai laboriosi esercizi e per
addestrarla alle armi fece edifica-
re il teatro o sia arena pei gla-
diatori, nel luogo ov'è oggi la chie-
sa di s. Maria in Regola, e in mez-
20 ad esso v'innalzò la statua di
Siila ; disegnò il campo Marzio,
presso cui per promovere l'agricol-
tura fissò anche il campo Boario^
ove dovevano raccogliersi ne' pre-
scritti giorni i rusticani. Si Irò va-
rano i due campi nella pianura
presso al ponte posto sul Valreno,
per mezzo del quale gli abitanti
del monte erano uniti a quelli del-
la pianura, il ponte divideva il
paese, che per l'ampliazione di Sii-
la estendevasi dal monte Castel-
laccio sino quasi al torrente Cor-
recchio, comprendendo non solo il
luogo ove è ora Imola, ma anco-
ra il distrutto castello di s. Cas-
siano, poco lungi dalla chiesa det-
ta della Croce coperta. Io tal ca«
ÌMO
stello ne'primi secoli del cristiane-
simo fu creilo l'episcopio colla
Cattedrale.
Così ampliato questo paese si
adoprò il benemerito Appio pel
suo maggiore abbellinioiilOj il per-
chè non lunge dalia porla llia fu-
rono fabbricale le pubbliche ter-
me: qui si eresse il foro venale
ornato di magnifici portici, qui si
innalzò un'altra porla chiamala
Appia, e qui si lastricarono le
pubbliche vie egualmente che quel-
la la quale dalla ricordata porta
conduce alle valli, e che fu deno-
minata Selice, perchè lastricata con
quelle selici o selci, che furono
mandate in queste parli onde com-
pire la via Flaminia. Sì belle dispo-
sizioni piacquero a Siila, il quale
non lasciò quindi di onorare con
amplissimi privilegi quella novella
militare colonia, e di mandarle da
Roma uomini integerrimi e illu-
minati, che con onore ammini-
strassero la giustizia. Inoltre im-
pose ad Appio di fondare nel
paese due tribunali, ai quali pre-
siedessero due prelori per la facile
trattazione delle cause, per cui il
pretore urbano decideva le cause
degli oppidani, ed il pretore pe-
regrino quelle de' forestieri, e sì
l'uno che l'altro furono investiti
di sommi poteri, co' quali decide-
vano affari che per l'addietro al
solo senato romano erano riserba-
ti; ed è perciò che in questo luo-
go dovevano concorrere gli abitan-
ti delle Provincie per la spedizione
delle liti. Appio in tale circostan-
za fece pubblicare per la provincia
queste supreme disposizioni del dit-
tatore, e fu in quel tempo ch'egli
chiamò il paese Foro di Siila e
Foro di Cornelio, giacché sotto i
favorevoli auspicii di Cornelio Sii-
IMO
la questo suolo, prima oscuro e
negletto, ottenne un ordinato modo
tli politico regolamento, una forma
elegante, e crebbe alla celebrità e
allo splendore. Questa è l'epoca
della fondazione o almeno rinno-
vazione di Foro di Cornelio, ed
errò Agnello con quanto scrisse
nella vita di s. Pier Grisologo. Il
complesso delie cose narrate, fece-
ro ben presto salire a rinomanza
questo Foro, e diverse illustri fa-
miglie romane, mosse dalla felicità
del governamento, e dall'amenità
del sito, vi si recarono a stabilirvi,
come fece la stirpe nobilissima dei
Vestri, Lucio Spurio, Aulo Petilio,
e il Severo Catone, i quali gene-
rosi concorsero a rendere più il-
lustre il suolo corneliese. E in fat-
ti Spurio chiamato da Appio a
parte delle sue diffìcili intraprese
nel cingere l'ampio Foro di mura,
ornò la città dalla parte del fiu-
me verso oriente di nuova porta,
che per lui si chiamò Spuria e
poscia per corruzione di vocabolo
Spu viglia, e la cinse di larghe fos-
se profonde, di un ponte amovibi-
le, e d'una ben munita torre. Pe-
tilio tàbbricò sopra uno de'vicini
colli una magnifica villa, dal suo
nome chiamata Pediliano, ed ora
Tediano. M. Porzio Catone, nel
monte che fu detto Catone, in-
nalzar fece un ameno soggiorno
per villeggiarvi, e qui si trattenne,
sinché le politiche vicende di Ro-
ma Io chiamarono a porre un ar-
gine col rigore di sua condotta
alla depravazione, e a farsi scudo
alla libertà vacillante.
Dopo tre anni di dittatorato Sii-
la rinunziò, e tornato alla condi-
zione di semplice cittadino, poco
dopo morì. INon andò guari che
Koma fu divisa dalla guerra civi-
IMO 5^
le, r Italia e la Gal Ha Cisalpina ne
provarono le funeste conseguenze.
Giulio Cesare, vinto Pompeo in
Farsaglia, ottenne la perpetua dit-
tatura, ma colla sua uccisione ge-
nerale fu lo sconvolgimento , ed
affrettò la caduta della repubblica
romana. Il console Marc' Antonio
volendo vendicare il defunto ebbe
a rivale Decimo Bruto, che rac-
colse molta truppa, e vuoisi che
ricevesse soccorso dai corneliesi, pres-
so a' quali prevaleva il partito dei
pompeiani , onde la provincia fu
agitata dalla guerra ; Bruto si re-
cò alla difesa di Modena ove l'as-
sediò Marc' Antonio. Questo conso-
le turbolento, per l' eloquente ar-
ringa di Cicerone venne dichiara-
to ribelle e nemico della patria ,
ed a suo danno mossero i consoli
Ircio e Pansa , e Caio Giulio Ce-
sare Ottaviano nipote ed erede del
trucidato dittatore. Ottaviano fer-
mò il suo esercito nel Foro di
Cornelio ; Ircio andò ad accam-
parsi presso eia terna, presenlemeu-
te Quaderna. Ircio e Pansa dopo
vari combattimenti peiderono la
vita, onde Marc' Antonio, Emilio
Lepido, ed Ottaviano formarono
un triumvirato , e alla presenza
degli eserciti schierati nella cam-
pagna bolognese si divisero l'im-
pero dell'universo. Dipoi Marc'Au-
tonio ed Ottaviano divenuti ne-
mici, questi vinse il primo ad A-
zio, restò arbitro dell' impero, e fu
salutato imperatore ed augusto.
Applicatosi neir ordinamento d' un
sistema di governo corrispondente
alla vastità dell' impero, Imola co-
me le altre città nella somma del-
le cose dovette dipendere da Au-
gusto: tutlavolta restandole la li-
bertà di usare di quel diritto che
r era stalo conceduto da Siila, prò-
6Ò
IMO
seguì essa forse sino all' abolizione
de' romani comizi a congregare i
suoi decurioni, onde dassero il voto
per l'elezione di quei magistrali
che risiedevano nella capitale del-
l' impero , e a mandar suggellati
secondo gli ordini di Cesare i vo-
li a Roma, per unirsi ai suffragi
delle altre città che godevano un
egUHi diritto. Del rimanente que-
sto Foro eslrasse dal suo seno quei
soggetti che destinar si dovevano a
regolar l' interna polizia , ad am^
ministrar la giustizia e decidere le
questioni, a formar leve nelle ur-
genze di guerra , e ad imporre
quelle contribuzioni che si voleva-
no pei bisogni del paese egualmen-
te che dell'impero; restava per
^llro ai cittadini un pieno diritto
di appellarsi dai decreti e giudizi
municipali, alla decisione de' ma-
gistrati romani. Indi il Foro sog-
giacque alla sorte delle città del-
l'impero, agli avvenimenti che si
successero, ed alle conseguenze pro-
dotte dalla bontà o crudeltà degli
imperatori , non che dalle guerre
civili prodotte da quanti aspirarono
all'impero. Sotto l'imperatore Vespa-
siano, come negli altri municipii
così nel Corneliese venne ristabili-
to il governo introdotto da Au-
gusto, saggio e moderato principe.
Però sotto Adriano e verso l'anno
i35 dell'era cristiana Imola colle
altre città d' Italia scemò di molto
nel potere e nella libertà. Al dire
dell'annalista Gamberini dopo la
metà del terzo secolo patì molto il
Foro di Cornelio, indi fu risarcito,
e posto in istato di difesa da Au-
reliano , che pacificò l' Italia e ne
riordinò il suo governo, ed Imola
ubbidì a norma delle altre città
d'Italia.
Avendo il saggio e benefico Go-
IMO
stanlìno il Grande trionfato del-
l'usurpatore Massenzio, si rallegrò
r Italia tutta : questa che da Au-
gusto era stata divisa in undici
Provincie , fu da Costantino ripar-
tita in diecisette, e per ciascuna di
esse vennero create nuove magi-
strature, nuovi consoli, nuovi pre-
sidi e correttori. Due erano pri-
ma i prefetti pretoriani, Costanti-
no n'elesse quattro con giurisdi-
zione territoriale sulle provincie
assegnate. Trovossi perciò la città
d' Imola dipendente dal prefetto
pretoriano, che sorvegliava a tutta
la provincia Flaminia, e ad un
consolare o governatore che risie-
deva in Ravenna, e veniva scello
dal prefetto. La vicinanza degl'im-
periali pretori, servì di freno alle
rispettive autorità municipali, e di-
minuì il potere loro : il comando
di questi prefetti non ebbe fine che
(il tempo d' Onorio imperatore di
occidente. Tra i prefetti va lodato
Tauro, uomo giusto e discreto, sot-
to cui vide Imola chiusi per sem-
pre i templi innalzati dalla genti-
lità, e cessati i sacrifizi a que'nu-
mi che dalla fervida fantasia rice-
vettero l'essere. Allorché Massimo
ribellatosi a Graziano si fece pro-
clamare imperatore^ nel tempo che
Imola avea concepito timori per
le minaccie dell' usurpatore, narra
il Gamberini che i bolognesi coi
modenesi e reggiani mossero guer-
ra agli abitanti di Claterna, e che
questi coUegaronsi cogli imolesi e
ravennati marciando contro il ne-
mico. Dopo aspro conflitto i bolo-
gnesi vimasero vincitori ; ma con-
tro questi, già ribellatisi nel 386
a Graziano, rivolse le armi il suo
capitanio Asclepio, che dopo aver
per venti giorni dato riposo in
Imola alle sue numerose truppe
I MG
soggiogò i bolognesi. Nel 887 di
nuovo insorse Massimo contro Va-
lentiniano U, e s'impadronì del-
l' Italia riducendola a compassione-
vole stato, come descrive s. Am-
brogio. Avendo questi taciuto lo
stato d' Imola di cui era primate,
vuoisi inferirne o eh' essa era sla-
ta ridotta a deplorabile condizio-
ne, specialmente quando Massenzio
contrastò l'impero a Costantino, o
spinta dal timore e dalla debolez-
za delle proprie forze, si assogget-
tò senza opposizione al tiranno
Massimo. Certo è che dopo la mor-
te di esso, accaduta nei 388, Imola
tornò all'obbedienza del legittimo
principe, che dimenticato il passa-
to, cangiando le magistrature ri-
dusse le cose allo stato primiero.
Passati quattro anni Imola fu co-
stretta ad obbedire al tiranno Eu-
genio, dal cui giogo la liberò poi
Teodosio I. Le sconfitte date dal
sagace ed intrepido Stilicone mi-
nistro d' Onorio nel ^o^ ad Ala-
rico re de' visigoti , e nel 4^^ ^
Radagniso re degli unni, ritarda-
rono quelle calamità da cui era
minacciata l' Italia. E infatti nel
408 Alarico riempì di costernazio*
ne r Italia, e tra le città che de-
vastò si novera Imola. Fatta pri-
gioniera Placidia figlia di Teodo-
sio I, Adolfo o Ataulfo successore
di Alarico nel ^11 conchiuse in
Imola , ed effettuò il matrimonio
coir ottima principessa, celebrando-
sene poi con solennità l' avveni-
mento in Narbona. Nel ^5i Imo-
la provò il furore del feroce At-
tila re degli unni, indi quello pur
desola tore di Genserico re de' van-
dali, che ne occuparono il forte o
rocca , ma a cagione di un fulmi-
ne rovinata in parte, la guarnigione
ne uscì nel /^5S, mentre la città
IMO 6r
era afflitta da orribile carestia.
Profittando gli abitanti del paese e
della campagna dell'avvenimento,
presero le armi, e ne discacciarono
i vandali, che con perdita si riti-
rarono in Monte del Re, invocan-
do il soccorso di quelli ch'erano a
Modena. Cassio imolese valoroso
guerriero, presso cui era la supre-
ma amministrazione della città , si
pose alla testa de' concittadini, e
rapidamente espugnò il detto mon-
te, uccidendo e fugando i nemici*
Uniti agli osceni taifili venuti da
Modena tornarono i vandali a de-
vastar le campagne imolesi, e cin-
sero la città d'assedio: caduto gran
parte del muro che la cingeva, fu
liberata dal furore vandalico per le
prodezze di Cassio e de' suoi imo-
lesi, che inseguito il nemico a Tos-
signano lo disfece valorosamente,
dando così fine alla guerra. A Cas-
sio glorioso liberatore della patria^
decretò il senato una statua nel
pubblico foro, e quando morì ebbe
nella cattedrale solenni funerali fat-
ti a spese pubbliche.
Avrebbe potuto Imola godere
tranquillità, se le guerre civili e
l'anarchia che regnò in Italia dal-
la morte di Valentiniano III sino
alla deposizione di Romolo Momil-
lo Augustolo ultimo imperatore di
occidente , per opera di Odoacre
re degli eruli, non l'avessero fatta
cadere in peggiori calamità . Nel
476 Odoacre fu il primo barbaro
che fondò un nuovo regno in Ita-
lia, la quale volle fosse governata
dal prefètto del pretorio nelle an-
tiche forme. Diversi storici dicono
che Imola fu chiamata Odoacrìca,
come quella che venne arricchita
dal nuovo re di molti privilegi,
ornata di pubblici e privati edi-
fizi, fortificata, e resa cospicua pei
G'jt IMO
molli onorevoli gradi conferiti ai
di lei cittadini, e in altri modi be-
neficata. Ma Odoacre fu vinto ed
ucciso nel 49^ da Teodorico re
de' goti, che fu acclamato re d'I-
talia, nella quale regione die prin-
cipio al regno gotico. Principe sag-
gio, giusto e splendido, rinnovò
molte città, e probabilmente anco
Imola ne sperimentò le beneficen-
ze. àSotto il regno del goto Vitige,
Giustiniano I imperatore d' oriente
spedì al ricupero d'Italia Belisario
e l'eunuco Narsete: le provincie
italiane abbracciarono il partito
imperiale; Imola con tutta l'Emi-
lia, tranne Cesena, fu occupata da
Narsete; Ravenna fu presa da Be-
lisario, e colla prigionia di Vitige
nel 540 ebbe fine la guerra tra i
greci ed i goti. Dopo circa due
anni Totila re de' goti battè i ne-
mici presso Faenza , s' impadronì
d' Imola ove lasciò un forte pre-
sidio , e riconquistò l' Emilia , la
Toscana , Roma , ed altre parti.
Narsele fu rimandato in Italia ,
vinse, i goti e Totila fu ucciso, co-
sì Teia suo successore. Si fortifica-
rono i superstiti goti in Cuma,
Lucca ed Imola, ma dopo lungo
assedio riuscì a Narsete impadro-
nirsi di tali città. Raccontano gli
storici imolesi, che la loro patria
fu presa per assalto a' 24 aprile
554 da Yaleriano prefetto di Ra-
venna, e da Antioco spediti da
Narsete alla testa del greco eserci-
to, e che la città fu abbandonata
al saccheggio, ne furono rovescia-
te le mura, ed incendiali gli edi-
fizi. Terminata la conquista d'Ita-
lia cadde la gotica monarchia; e
la bella regione fu per quattordici
anni governala da Narsete. Questi
indispettito dalla conocchia e fuso
inviatigli dall' imperatrice Sofia ,
IMO
chiamò i longobardi alla conquista
d' Italia. Vi si condusse nel 5G8
il re Alboino, ed a nulla valse
r impegno dell' esarca Longino di
difendere l' Emilia dal rapido con-
quistatore. Clefo o Clefi successo-
re di Alboino proseguì le vittorie
ed occupò nel 5^^, altri dicono
nel 575, anche il Foro di Corne-
lio. I longobardi poco dopo, e cer-
tamente quando viveva il violento
Clefo, fortificarono questa città per
opporsi ai tentativi de' ravennati,
e la ornarono di ben munita roc-
ca, eh' ebbe da essi il nome di
Imola, nome il quale dappoi deri-
vò alla ci uà medesima per con-
senso di molti storici : questa è la
più probabile origine della parola
Imola applicata col Foro di Cor-
nelio, benché altri dicono che la
città cominciossi a chiamare Imola
ai tempi di s. Cassiano, per opera
del quale ì cittadini abbandonando
i sagrifizi alle false divinità, comin-
ciarono ad offerire ostie incruente
e pacifiche al vero Dio. Veggasi
r A Iberti , Descrizione dell' Italia
p. 32 1 ; ed il Pistoiesi, Fila di
Pio Vlly p. II, tom. L L'avari-
zia e crudeltà di Clefo lo resero
sì odioso, che fu svenato dopo die-
ciotlo mesi di regno. Successe un
interregno di dieci anni , e trentasei
duchi governarono da tiranni cia-
scuno i propri sudditi. Faroaldo
primo duca di Spoleto portossi a
formare in Imola una piazza di
armi per potersi impadronir poi
di Classe, come fece; ma dopo po-
chi anni fu costretto ad abbando-
nare con perdita le sue conqtJiiste.
Si narra che l' esarca Smaragdo, e
Drottulfo alemanno ribelle ai lon-
gobardi, non nel fiume Valreno
ma nel Badrino, unirono una flotta
di piccole barche piene di valoro-
IMO
si fallii, con che sconfissero Faioal-
tìo eh' erasi impadronito di Classe.
Quantunque Imola fosse slata
presa nel secolo VI dai longobar-
di, conviene però dire che sempre
non rimanesse nelle loro mani ,
mentre ci dicono le storie che Mo-
dena era la frontiera con cui re-
stava diviso il paese longobardo
dalle città dell'esarcato di Raven-
na, sotto il quale comprendevasi
Imola. Allorché il re Rotari scon-
fisse r esarca Isacco, s' ignora se la
città fu conquistata dai longobar-
di ; però, al dire degli annalisti
imolesi, il re Grimoardo a vendi-
carsi degli imolesi , i quali non
aveano voluto accettare nella città
la di lui armata, quando nel 663
portavasi a soccorrere Romualdo
duca di Renevento attaccato dal-
l' imperatore Costante , distrusse
Imola e fece un orribile massacro,
tuttavolta il suo successore Perta-
rito o Rertarito restaurò Imola,
fabbricò un castello detto Pertari-
to, e dopo chiamato Massa Lom-
barda, perchè i longobardi cacciati
due volte dai confini imolesi ivi
si rifugiarono, e finalmente si nar-
ra che a Feroaldo longobardo, la
cui famiglia erasi stabilita in Imo-
la, diede il comando della città.
Tali narrazioni degli annalisti sono
rigettate dall'anonimo imolese. Nel
708 Imola mandò soccorsi a Fe-
lice arcivescovo di Ravenna, ribelle
al Pontefice Costantino ed all' im-
peratore Giustiniano II; ma Felice
ed i suoi vennero severamente pu-
niti. Ravenna scosse il giogo im-
periale , ed Imola colle città e
terre dell' esarcato ne seguirono
l'esempio, ma poi tornarono al-
l'obbedienza. Profittando il re Luit-
prando delle persecuzioni mosse
dall' iconoclasta imperatore Leone
IMO 63
risaurico al Papa s. Gregorio II,
e dell' inasprimento degli animi per
la persecuzione del culto alle sa-
cre immagini , nel 728 con forte
esercito occupò Bologna, Ravenna
e r intero esarcato, e la Pentapoli.
Nella conclusione della pace Imola
fu ceduta ai longobardi e formò il
confine del loro regno. In fatti nel
742 il Pontefice s. Zaccaria man-
dò a Luitprando Stefano prete e
Ambrogio primicerio, per avvisarlo
del vicino suo arrivo, e di questi
spediti scrive l' Anastasio in Fila
Zachariae : u ingressi fines longo-
bardorum in civitate quae vocatur
Imola, cognovisse quod prope ditio-
nem ( longobardi ) meditabantur
facere praedicto sancto viro ( Za-
chariae) ne illuc ambularci ". Do-
po Luitprando obbedì Imola a* suoi
successori, ed Orso duca di Persi-
ceto ebbe in dono la città dal re
Astolfo. Avido questi di nuove con-
quiste , nel 75 1 o 752 cacciò i
greci dall'esarcato, e con Eutichio
si estinse la dignità di esarca ;
quindi minacciò Roma, ed occupò
varie terre della Chiesa romana, li
Pontefice Stefano lì detto III, non
potendo ottenere da Astolfo che
cessasse dalle stragi, ne soccorso dai
greci, si portò nel 754 in Francia,
e lo ottenne da Pipino, il quale
con poderoso esercito calato in Ita-
lia , recò sterminio e saccheggio
alle città de' longobardi, e sembra
che Imola non ne andasse esente,
ed obbligò Astolfo a restituire le
occupate terre e l* esarcato alla
santa Sede, perchè sino da s. Zac-
caria erasi posto sotto la prote-
zione della medesima. Dimentico
Astolfo de' giuramenti fatti, nulla
eseguì ; ma tornato in Italia Pipi-
no ne represse l' orgoglio , ed il
sottomise con duri palli, massime
64 IMO
in efTeltuare il precedente accordo.
Fu dunque nel 7 5/) che la santa
Sede ebbe da Pipino reintegiato e
ampliato il dominio temporale ,
compresa la cessione dell'esarcato
e della Pentapoli, e perciò Imola ,
come si legge nel diploma di Lo-
dovico I il Pio.
Eseguì Astolfo parte delle im-
poste condizioni, ma Imola insie-
me con altre città rimase in pote-
re de' longobardi; e benché Stefa-
no III fosse concorso all'esaltazione
al trono longobardico di Desiderio,
questi restituì solo Faenza e il du-
cato di Ferrara, per cui il Ponte-
fice, e s. Paolo I che gli successe
fecero gravi doglianze. Desiderio
minacciando la rovina di Roma, il
Papa Adriano I ricorse all'aiuto di
Carlo Magno che nel 778 impri-
gionò il re e diede termine al re-
gno de* longobardi in Italia, con-
fermando alla Chiesa romana le
donazioni fatte dal padre Pipino,
comprensivamente alla restituzione
dell'esarcato. Allora Stefano III
concesse l'amministrazione di Ra-
venna all'arcivescovo Leone, ed ai
tribuni della città, come scrive il
Sigonio, De regno Ital. lib. Ili,
an. 755, p. 129. Abbiamo dall'a-
nonimo imolese, che dipoi l'ambi-
zioso Leone arcivescovo di Raven-
na si portò in Francia dal re Car-
lo, per rappresentargli quanto fos-
se convenevole che la chiesa di
Ravenna acquistasse sull'esarcato
temporale giurisdizione. Benché il
re ciò non approvasse , l'altiero
Leone cominciò a chiamarsi esarca,
e tenne soggetta non solo Raven-
na, ma ancora Bologna, Imola e
il rimanente dell' esarcato, condan-
nando a carcere o ad esilio i mini-
stri pontificii, e vietando ogni ri-
corso e dipendenza dalla SqìÌq a-
IMO
postolica. Adriano I eccitò Carlo
Magno a frenar l'ambizione del-
rarcivescovo, e ad assicurare alla
Chiesa romana l'esercizio pacifico
de' suoi diritti, la quale piìi tardi
realmente li ricuperò, e Leone mo-
rì nell'anno 777. Benché la città
d' Imola fosse passata a far parte
dei dominii pontificii, essa però fu
per lungo teìnpo governata in for-
ma di repubblica dai magistrati
particolari che si formavano nel
seno de'suoi medesioài concittadini,
e de* quali vuoisi che fòsse molto
esteso il potere. La prima magi-
stratura era affidata, come nella
maggior parte delle città italiane,
ad un solo che portava il nome di
marchese, di conte, o di governato-
re, ed a tempo di s. Gregorio VII,
come rilevasi dalia sua lettera e da
altra di s. Pier Damiano, un Gui-
done era conte corneliese o conte
dei corneliesi, cioè presiedeva agli
imolesi coH'autorità di conte. Il piìi
antico che nel IX secolo esercitò
in Imola la suprema magistratura
fu Roberto della stirpe di quel
Cassio celebrato di sopra: il raro
valore militare di Roberto che ver-
so 1*828 avea disfatto i saraceni,
meritò che l'imperatore Lodovico
I r innalzasse alle prime cariche
nnlitari. Assalita la città nel detto
anno o nelT 834 dai ravennati,
faentini e forlivesi che portavano
per tutto la devastazione, e impo-
tente a far lunga resistenza, ri-
chiamò dalle Gallie l'illustre citta-
dino perchè prontamente la soc-
corresse, mentre gì* imolesi sosten-
nero i replicati assalti de* nemici.
Con incredibile rapidità Rober-
to con numerosa truppa giunse
presso Imola, ed investito il cam-
po de'ravennati ne fece strage; i
faentini parte ne uccisero, altri ne
IMO
fecero prigionieri, mentre i forlivesi
presero la fuga per l'opportuna
sortila fatta dagV imolesi. Roberto
entrò trionfante in patria, accordò
pace ai faentini ed ai forlivesi me-
diante compensi ai danni recati,
ed i ravennati per mancanza di
capo non poterono fare altrettan-
to. Poco sopravvisse Roberto lo-
dato per saggio governo, e gli
successe Alvanico che dicesi della
famiglia Vestria.
Mentre Alvanico avea liberalo
la Toscana dalle reliquie de' longo-
bardi, e quasi tutta ridotta in po-
tere de' pisani, nell' 842 i raven-
nati alleati co' bolognesi fecero pre-
giudizievoli scorrerie sul territorio
d'Imola; ma accorso Alvanico ob-
bligò i ravennati a domandar pa-
ce ed a restituire il tolto. Egual
sorte incontrarono i bolognesi pres-
so al Sillaro che nella segnata con-
cordia fu stabilito per confine del
territorio imolese a ponente, come
a levante Io fu il Senio, a setten-
trione Primaro, e a mezzodì l' A-
pennino. Salutato Alvanico capo
della repubblica, restaurò gli edi-
lìzi che tanto aveano sofferto nel-
le barbariche incursioni, e si ac-
cinse a riordinare il governamento
della patria : divise il popolo in
quattro centurie, da ognuna delle
quali scelse quattro probi soggetti
che col titolo di senatori dovevano
regolare la pubblica cosa ; indi ad
assicurare i diritti e la felicità del
popolo, per ogni centuria nominò
due individui, i quali, benché non
avessero luogo tra' senatori, dovea-
no però rappresentare al senato le
ragioni del popolo. Alcuni della
famiglia Feroaldi , mal soffrendo
■veder accordate ad altri onorevoli
cariche, tentarono sommovere i faen-
tini contro gV imolesi, ma i faen-
vot. xxxiv.
IMO 65
tini segretamente ne avvisarono il
senato, il quale condannò a per-
petuo esilio i colpevoli, lasciando
in Imola i non rei della fami-
glia Feroaldi , onde vi esercitas-
sero liberamente i diritti dei cit-
tadini. Dopo la morte del be-
nefico Alvanico, neir846 passando
per Imola Lodovico lì, coronato
dal Papa Sergio II re de'longobar-
di, prepose a reggere la repubbli-
ca imolese Butrice, rinomato guer-
riero, che tra i plausi comuni fu
proclamato per capo dai senatori.
Dovendo però Butrice seguire il
re in Francia, lasciò far le sue ve-
ci Selvaggio cavaliere alemanno, da
cui i cronisti fanno derivare la
famiglia Sassatelli. In questo tem-
po i cispadani avendo devastalo il
territorio imolese, pel valore di
Giovanni Feroaldo e di Anselmo
fratello di Butrice furono trucidati
o fugati. R.itornato Butrice ad Imo-
la prese le redini del governo, for-
tificò la città con fosse e baluardi,
e ristorò la porta Equestre, caduta
nel terremoto dell' 846, porta che
pare fosse presso la chiesa di san
Giovanni incontro alla via Appia
detta Selice. Le provide cure di
Butrice salvò il popolo dalla care-
stia, e pieno di meriti morì e fu
onorato con magnifiche pompe fu-
nerali. La pubblica amministrazio-
ne fu indi afìidata a Giovanni Fe-
roaldo, che poco visse, e terminò
di vivere ucciso da un servo. In-
tanto Imola avea provato gli scon-
volgimenti prodotti in Italia dai
Berengari e dai duchi di Spoleto
Guido e Lamberto , e le barbari-
che vicende del ferreo secolo X, in
desolanti devastazioni, discordie inte-
stine ed altri guai prodotti princi-
palmente dalle straniere invasioni
degli ungheri e saraceni. Avvilita
5
66 IMO
r Italia per tanti sconvolgimenti, i
Teneziani furono i primi a scuo-
tersi dall'inazione, unirono truppe
numerose, e il gran guerriero irao-
h?se Fausto Alidosi lo dichiararono
prefetto dell'ordine pedestre, per
opporsi agli ungheri. Quanto ai sa-
raceni ch'eransi annidati presso il
Garigliano, trovarono nel Pontefice
Giovanni X un principe che non
dubitò di porsi alla testa dell'eser-
cito per combatterli, e chiamato
Timolese Fausto lo prepose a pre-
fetto di quattromila umbri. I sa-
raceni vennero distrutti, e Fausto
per le sue prodezze fu dagli um-
bri portato come trionfante in Ro-
ma. Tornato Fausto alla patria ne
sostenne gl'interessi e la sicurezza,
per quanto il permettevano le cir-
costanze degl' infelici tempi, che fe-
cero cambiar faccia alle città del-
l'esarcato, che in un a Ravenna e
ad Imola si sottrassero dall' auto-
rità del Papa.
Agitata Imola dalle italiche ver-
tìgini, dalle incursioni de' vicini, e
dalle intestine sommosse, narrano
alcuni che mentre ne governava
Fausto la repubblica, i ravennati
ne devastarono le campagne, e i
dipendenti paesi insorsero a suo
danno. Fausto raccolse un'armata,
marciò sugli aggressori, li vinse, e
presso Massa Lombarda nel 928
in sanguinoso conflitto li fece nel-
la maggior parte prigionieri: ì
ravennati domandarono al senato
la pace, e fu concessa. In questo
tempo molle famiglie emigrate da
Verona si stabilirono in Imola,
fabbricarono degli edifizi vicino a
porta Montanara, indi furono am-
messi alla cittadinanza. A. Fausto
successe il nipote Cornelio, la cui
inazione ed avarizia fu sorgente
di gravi sommosse. Rido venne
IMO
espugnato dai faentini, e ì tossi-
gnanesi spiegarono uno spirito in-
tollerante : insorse la gioventù imo-
lese ed uccise Cornelio. Autore
principale dell'impresa fu Troilo
Nord ilio che ridonò la pace al pae-
se, richiamò Tossignano alf obbe-
dienza, e liberò Riolo dai fàenti»
ni, indi assunse il governo della re-
pubblica. Essendo Giovanni XII in
un all'Italia travagliato da Beren-
gario ed Adalberto, chiamo dalla
Germania il re Ottone I per fini-
re le loro vessazioni, e a tale ef-
fetto ingrossò il suo esercito con
milizie comandate da Troilo. Giun-
to in Roma nel 962 Ottone I, it
Papa lo coronò imperatore, ed Ot-
tone I restituì alla Chiesa quanto
gli aveano concesso Pipino e Car-
lo Magno, come narrano Lamberto
Schafnaburg in Chron. ad an. 962 ;
Pistoni tom. I, p, 3i4; Gretsero,
Oper. tom. VI in Apolog. Baron.
lib. I, cap. 20, lib. lì, cap. 1 5,
p. 216 e 401. Giovanni XII pre-
miò Troilo colla esenzione dai pub-
blici pesi, e tornato ad Imola con
sì benefico privilegio, fu acclamalo
padre della patria. Troilo fece ri-
staurare le mura, aumentar le for-
tificazioni, accrescere il numero dei
senatori sino a quello di venti-
quattro; ripristinò T uffizio di pre-
tore, e per lui il circuito della cit-
tà venne ridotto tra le cinque por-
te llia, Appia, Spuria, Equestre e
Montanara. Mentre Troilo atten-
deva con tanto impegno al pub-
blico ordine ed incremento della
città, Guglielmo Patarino e Deo-
dato Cunio eccitarono il popolo a
sedizione, che la prudenza ed au-
torità di Troilo seppero dissipare,
condannando all'esilio i principali
autori. Accordò Troilo alla plebe
la vacanza dalla milizia, e conveu-
IMO
ne che due della plebe intervenis-
sero alle sedute del senato, acciò
dai padri nulla si determinasse
opposto ai vantaggi della popola-
zione. A Troilo succedette nel go-
verno della patria Sigismondo di
lui figlio, indi Nordilio. Questi re-
presse i faentini e li obbligò a re-
stituire le castella e terra occupa-
te, e battè i cispadani, laonde ven-
ne Nordilio acclamato principe da-
gl'imolesi, ciò che approvò Gio-
vanni XII nel gSG. Antonio Bui-
garello che per tal conferma con
Curzio TjoìIo era stalo spedito al
Papa, saccheggiò e distrusse la roc-
ca della sollevata Tossignano, e
sottomise gli altri paesi della mon-
tagna insorti ; quindi aiutò Nordi-
lio che verso il fiume Sillaro com-
batteva coi bolognesi perciò fugati.
Nordilio non avendo figli adottò
Bulgarello, lo dichiarò suo erede, e
dopo avergli conferito il governo
della repubblica in pieno senato
mori nel 97 5. Bulgarello confer-
mato nel potere dal Papa Bene-
detto VII pose termine alle guer-
re, ornò la città, ristorò molte
fabbriche, espulse da Imola gli e-
brei tollerandone alcuni ne' sobbor-
ghi, e proibì il lusso ne' femminili
ornamenti, fissandone la pramma-
tica con provvido consiglio.
Morto Bulgarello, per approva-
zione del senato assunse il coman-
do della città Gigio Accarisi, pro-
bo militare e letterato. Portatosi
a Ravenna, con bravura combattè
contro i greci che volevano conqui-
starla, ed ivi morì di febbre nel
983. Alla sua morte in Imola
nacque terribile rivoluzione, divi-
dendosi il popolo in due partiti,
uno detto degli Accarisi, l'altro
dei Volusi, per cui le pacifiche fa-
miglie si ricoverarono nella rocca.
IMO 67
Divenula la città teatro dì accani-
ta guerra, si sparse in gran copia
sangue civile, molte case furono
saccheggiate. Lelio Accarisi preval-
se dopo orrenda strage, adunò il
senato ed assunse il governo della
repubblica a' 16 novembre : pei"
le sue estorsioni venne ucciso e si
negò al cadavere l'onor della tomba.
Alberto Cunio con unanimi voti
assunse il governo, quando i bologne-
si recarousi ad assediar la città nel
986, ma con perdita dovettero ri-
tirarsi. Morto Alberto gli successe
Roberto Alidosi, che subito appli-
cossi a piomovere i vantaggi della
città : aumentò il pubblico erario,
ricuperò i paesi ribelli, decorò il
foro colle spoglie prese ai vinti, e
in mezzo a tanta calma e benefi-
cenze ebbe luogo altra civile sedi-
zione. La plebe si allontanò dal
senato, e scelse l'indegno Scipione
Bulgarelli, avido di comando, iu
suo duce: vane riuscirono le trat-
tative di pace, laonde Roberto
chiamati in aiuto i cispadani, fu
costretto marciare contro Scipione,
che dopo breve combattimento coi
suoi prese la fuga. Decretò il se-
nato perpetuo esilio a Scipione, e
si chiuse con pietra quadrata la
porta Montanara da cui era uscito.
Attese poscia Roberto ad accresce-
re i borghi della città, a compiere
l'abitazione del pretore, a ristorare
i sacri edifizi , e tra 1* universa-
le compianto mori nei primi anni
del secolo XI. Rimase per qualche
tempo la repubblica senza principe,
e profittandone i ravennati, faenti-
ni e forlivesi, nel ioo3 devastaro-
no le campagne imolesi. Fioriva
allora in Imola Corrado, discenden-
te dall' alemanno Selvaggio sullo*
dato, che ritiratosi in ameno e
forte castello denominato Sassat^Uo,
68
IMO
posto sui colli Apennini^ e di cui
era signore, die origine alla cospi-
cua famiglia de'Sassatelli. Prescelto
dal senato a capitano delle mili-
zie, intrepidamente affrontò i ne-
mici, e ne fece tale strage, massime
de' faentini, che del sangue fece
correre un rio detto poi sangui-
nario. Domandarono i vinti la pa-
ce, e fu accordata coi debiti com-
pensi; dei ravennati non fu fatta
parola in senato. La peste che po-
co dopo desolò V Italia, per più
anni fece altrettanto in Imola ,
soccorsa dal generoso Corrado che
fu poscia dal consenso e riconoscen-
za de'cittadini salutato padre della
patria, e chiamato a regolarne i
destini. Ad evitare le turbolenze
avvenute in Italia per la morte
di Ottone HI, indusse Corrado il
senato, ad esempio di altre popo-
lazioni dell'esarcato, a riconoscere
in Enrico II il re d' Italia. Poscia
colle proprie facoltà, e con oppor-
tune misure scampò la città dalla
carestia che affliggeva le altre. Ab-
bellì e ristorò gli edifizi, munì di
fosse la porta Appi a, richiamò i
Bulgarelli e loro aderenti, aggre-
gò all'imolese giurisdizione parecchie
■ville e castella; il nobile castello
di Monte Catone fu ceduto in do-
no ad Imola, la quale concesse ai
castellani la propria cittadinanza,
col privilegio che due loro indi-
vidui sarebbero membri del senato.
Tanto fu amara la perdita del
benemerito Corrado, che molto si
faticò per dargliene il successore ,
e molto sangue cittadino si sparse.
Profittandone i bolognesi, a mezzo
di traditori notte tempo s'intro-
dussero in Imola, e vi commisero
rapine ed incendii. L'illustre guer-
riero Ugolino Alidosi che trova vasi,
tra i cispadani^ com miserando il
IMO
patrio eccidio, raccolse prontamen-
te buon numero di soldati, e piom-
bato sul nemico con strage lo fu-
gò. Esultanti i cittadini per l'insi-
gne vittoria, in premio di loro li-
berazione dichiararono Ugolino ca-
po della repubblica. Con raro esem-
pio egli modestamente ricusò il po-
tere, e ritirossi a Cunio ove nell'eser-
cizio delle armi e delle lettere passò
il resto di sua vita. Nel io32 Ric-
ciardo suo fratello venne obbligato
ad accettar l' impero della patria.
Ristorò le mura, le porle e il pon-
te Vatreno, costruì forte rocca nel
luogo ove tuttora si vede, e di-
spose che sentinelle vegliassero sul-
le mura della città a prevenire ul-
teriore sorpresa. Divise la città in
quattro centurie, ordinò in deter-
minati giorni la convocazione del
senato per trattare gli affari , e
volle che da ogni ordine si sce-
gliessero i cittadini a governar la
repubblica. Gli ebrei che abitavano
i sobborghi invitarono i ravennati
ad occupar la città, ma furono pu-
niti i traditori colla morte, gli al-
tri coir esilio. Grati gì* imolesi a
Ravenna che in catene aveagli ri-
messi gli ebrei deputati, esternaro-
no viva riconoscenza, e strinsero col-
r illustre città più stretta concordia.
Dopo una serie di magnanime ge-
sta, Ricciardo morì verso il 1046
senza lasciar mezzi pe' suoi fune-
rali, tutto avendo consumato pel
pubblico vantaggio. Però il suo ca-
davere fu portato dai senatori nel-
la chiesa di s, Lorenzo, ed a spese
pubbliche gli fu data onorevole se-
poltura. L' eloquente Fabrizio Bion-
do determinò gli elettori a confe-
rire la suprema magistratura della
città al fratello del defunto, Ranie-
ro. Questi governò per ott'anui
con somma equità e generosità,
IMO
Tenendo pianta la sua perdita. Do-
po i tumulti eccitati dall'ambizioso
Alberico Spinelli , probi cittadini
fecero affidar il governo d* Imola
a Gherardo Nascimbeni^ che si re-
se in pili modi benemerente della
patria. Alla sua morte furono in-
ti'odotte innovazioni nella forma
del governo : si decretò che dal ce-
to de' senatori ogn'anno quattro se
ne scegliessero, i quali riconoscen-
do sempre il loro capo col titolo
di conte, dovessero di concerto trat-
tare i pubblici affari j si crearono
pure due magistrati eletti fra la
plebe, ed investiti della potestà
tribunizia, perchè entrassero nel
senato per impedire aggravi al po-
polo. Questo nuovo illustre magi-
strato resse felicemente e con lode
la patria, ignorandosi chi fosse al-
lora conte d'Imola. Nel 1062 i
fiorentini mossero le armi contro
gì' imolesi , occuparono vari paesi
della montagna, i cui abitatori es-
sendosi rifugiati in Sassatello, que-
sto pure fu stretto d' assedio. I se-
natori elessero duce della guerra
Cassiano Oraboni , il quale co* ci-
spadani e faentini pose in fuga i
fiorentini dopo grave pugna . Si
distinse Bonasera comandante della
cavalleria, e gli abitanti di Sassatel-
lo dierono prove di singoiar co-
raggio. Morirono duemila fioren-
tini, e trecento ne furono fatti prigio-
nieri : con amichevoli trattative fu
segnala la pace. Tornò Cassiano
pieno di gloria in senato, depose
nell'erario le somme acquistate,
rinunziò la magistratura, e si ri»
tirò in Tossignano.
Nel io63 Uguccio Sassatelli ca-
pitano degl' imolesi con truppe si
portò in soccorso de' ravennati in-
festati dai veneti, e ne riportò ono-
revole pace, ed operò altrettanto
IMO %
coi fiorentini. Macchinando som-
mosse Ramberto Aliotti, fu impri-
gionato da Giuliano Gigi, indi stra-
scinato per la città fu gittato il
cadavere nel Vatreno, e la sua fa-
miglia esiliata. Dopo il 1070 di-
venne conte d'Imola Guidone, e
probabilmente fu quello cui scrisse
gravi incombenze s. Gregorio VII
per reprimere le pretese di Gui-
berto arcivescovo di Ravenna. Sci-
pione Bonmercati castigò i tossi-
gnanesi per aver incitato i fioren-
tini a danno d' Imola : Fortebrac-
cio Farolfo voleva distrutto Tossi-
gnano, ma l'eloquenza di Sinibal-
do Patarino lo salvò. Anche i ci-
spadani, sino allora fedeli, spiegaro-
no il vessillo della rivolta, fomen-
tati da Lorenzo Graziano e Cari-
sio Attendoli : Cottignola e Massa
Lombarda erano il centro de' sol-
levati repressi verso il 1078, e Ro-
gerio Cunio fu dichiarato ribelle.
11 di lui fratello Angelo in ven-
detta uccise nel foro Pirondo Car-
mecosta, uno de' quattro senatori
principali. Insorta la guerra civile,
due donne dierono prove di eroico
coraggio, allorché la militare licen-
za si abbandonò a mille eccessi.
Livia moglie di Priamo Patarino,
per serbare la fedeltà a questo, si
uccise alla presenza di un soldato
che la minacciava; la moglie di
Lucano Feroaldo della chiara fa-
miglia de' Nasci mbeni tenendo eoa
una mano il proprio figlio, chia-
mò coir altra un irruente soldato,
e r uccise ; circondata la casa da
molti armati per saccheggiarla ,
combattè con valore sino alla par-
tenza del consorte, poscia si die la
morte. Sedati i tumulti e i disor-
dini, Imola riacquistò la tranquilli-
tà ; si ristorarono gli edifizi , e
riedificarono le atterrate torri, iD'
70 IMO
di ricbiamaronsi gli esuli. Nelle
gravi differenze tra s. Gregorio
FU (redi), ed Enrico IV re dei
romani, scismaticamente fu eletto
antipapa Clemente Ili , Guìberlo
di Ravenna, venendo questi e ca-
pare scomunicati. Il conte Ugolino,
figlio di Guidone nominato, con
gli imolesi si dichiarò in favore
del re e del falso Pontefice, forse
per compiacere il vescovo Moran-
do, il quale premiò la popolazio-
ne col cedere nel 1084 al comu-
ne ed ai cittadini i diritti de'da-
7Ì, ed uso del porto di Conselice.
Ad onta dei sinistri avvenimenti di
Enrico IV e dell'antipapa gì* imo-
lesi restarono attaccati al loro par-
tito, ed il conte Ugolino nel 1097
si portò in Cesena per giurare fe-
deltà. Se con questo contegno I-
mola andò immune dalie armi di
ambedue, si vide occupato il suo
agro dai bolognesi, e portar l'in-
cendio ne* sobborghi , e disfatto il
loro capitano Scipione Montanelli.
A riparar le perdite il senato in-
vocò il soccorso de' faentini, e con
allri comandati da Lodovico Alido-
si rafforzò l'esercito. Si die bat-
taglia presso il ponte del Correc-
chio, e fu tanto sanguinosa che vi
vesto ucciso Scipione , e fugate le
truppe. I senatori portaronsi alla cat-
tedrale per eccitar ne' cittadini l'a-
mor patrio , per cui posero subito
in piedi forze poderose, e le affida-
rono al comando di Lodovico, con-
ducendo Antonio Fanio le ausilia-
ri. Riportarono completa vittoria
con orrida strage de' bolognesi, e
fu seguila dalla pace. La peste af-
flisse pure Imola nel declinar del
secolo.
Urbano II nel logS eccitò i
fedeli alla crociata o sia sacra guerra
per liberare i santi luoghi di Pa-
IMO
lestina dai maomettani, col premio
di amplissima indulgenza; anche
gl'imolesi tratti da pio entusiasmo
presero la croce, e si cuoprirono di
gloria: i Sassatelli contano vari
individui tra i crocesignati , e i
Carradori Vincenzo Cesare capitano
di cento imolesi mantenuti a pro-
prie spese. I Carradori presero tal
cognome dopo che Scipione amato
da Carlo Magno tolse a' nemici un
cocchio d'oro, e perciò a lui do-
nato da Carlo che inoltre lo fece
generale. Vuoisi che i reduci dal-
la crociata ripatriando portassero
reliquie custodite in ricchi reli-
quiari, i cui lavori poscia imitati
promossero l'industria de' cittadini.
Damiano Raimondo, bravo militare,
con copioso esercito distrusse quel-
l'orda di agricoltori eh' eransi dati
al saccheggio ed alla rapina, incen-
diando Toranello da loro occupato.
Verso il Ilio sembra che Imola
avesse abbandonate le parti di En-
rico V, figlio e successore di En-
rico IV, dappoiché calando il prin-
cipe in Italia con trentamila uo-
mini, fu compresa da forti timori,
che si aumentarono in sentire l'i-
niquo attentato commesso contro
Pasquale II. Tuttavolta senza far
altro, il re partì d'Italia, e quando
vi ritornò nel 1 1 1 6 nulla patì, per-
chè cesare perdonò tutti o per ne-
cessità , o per accattivarsi i popoli.
Frattanto Zaccaria Sulimano tribu-
no ordì congiure, sostenuto dal po-
tente Ortensio Fanio, ma ambedue
vi perderono la vita, e le loro case
furono atterrale. Nel 1 1 24 i faen-
tini si accinsero ad espugnar Cu-
nio, antico castello di Romagna po-
co lunge da Cotignola, che conte-
neva nel suo distretto Donigallia,
Zagonara, Barbiano, Granarolo ed
altri luoghi, e ch'era regolato da un
IMO
conte dal quale discendono i nobi-
Jissimi Belgioioso, famiglia che ripete
l'origine dalla romana Vestri. Fedi
il Galletti, nell'opuscolo Perizia su
dì alcuni istrurnenli ec. riguardan-
ti la nobilissima famiglia de' conti
di Cunio nella diocesi d'Imola, nel
lom. XXVII degli opuscoli di Ca-
Jogerà. Accorsero i ravennati in di-
fesa di Cunio, e con 1' aiuto degli
iraolesi liberarono il castello dal-
l' assedio. Nel i 1 3o cessarono le
■vecchie inimicizie fra i bolognesi
ed i ravennati, e giuraronsi vicen-
devole assistenza contro gl'imolesi,
i quali avevano antiche discordie
col castello di s. Cassiano. Well'an-
no ii3i gli alleati marciarono
a danno d'Imola , la quale veden-
dosi ridotta agli estremi, nel ii3i
stesso pattuì co'faentini 1' annuo o-
maggio di due pallii del valore di
cento soldi per cadauno nella festa
dell'apostolo s. Pietro. Nel seguente
anno i bolognesi uniti ai ferraresi
si recarono a danneggiare Imola,
che però in unione de*faentini ob-
bligò gli assedianti a ritirarsi, loc-
chè diede campo agli imolesi di
espugnare il nemico castello di s.
Cassiano fautore de' nemici , e lo
distrussero dai fondamenti. Gli at-
tacchi rinnovati nel ii34 dai bo-
lognesi tornarono a loro danno,
venendo inseguiti sino al castello
di Serra , il quale pure andò di-
strutto; indi le rivali popolazioni
fecero tregua, ed il castello di s.
Cassiano fu rifabbricato.
L'interna polizia del governo de-
stinò due reggitori de'cispadanì, due
governanti dei montanari, e creò
gli agronomi per regolare i sob-
borghi, e decidere la controversia
de' confini, i questori in custodi
del comunale tesoro, i sitometri a
trattare gl'interessi annonari, i po-
IMO 71
lemarchl a sorvegliare le cose di
guerra ^ i legisti a presiedere alle
pubbliche ragioni, i ceneconomi ad
impedire il pregiudizievole eccesso
del lusso donnesco, e i neofitachi
a tutelare i luoghi sacri. Tutte
queste nuove magistrature doveva-
no rendere al senato rigoroso con-
to di loro amministrazione. Tutto
progrediva prosperamente, quando
i bolognesi unitisi ai faentini aspi-
rarono al dominio della contea di
Imola, e che questa venisse gover-
nata dalle loro due comuni, e che
alle loro cattedrali gì' iraolesi do-
vessero offrire l' annuo tributo di
due pallii. Allora gl'imolesi^ di-
spiacenti del procedere de' faentini,
fecero lega coi ravennati , e coi
conti di Bagnacavallo , di Cunio e
di Donigallia. Le parti si azzuffa-
rono con molte perdite ed esito
incerto , per cui ebbe luogo so-
spensione d' armi. Indi i Filgirardi
e i Guglielmi principali di Sola-
rolo vennero a contesa : i primi
soccombettero, e furono confiscati
i loro beni , e proscritti. Questi
nel II 40 invocarono la protezione
degl' imolesi, che assistiti dai conti
di Cunio li ripristinarono nelle an-
tiche proprietà e diritti, ed ebbero
in compenso la Selva di Bagnara
da s. Paolo fino alla palude nel
ii4i. Acquistarono ancora gl'i-
molesi il castello di Trentola per
cessione fatta da Guarino e suoi
nipoti, con promessa di essere sem-
pre cittadini , e di serbare fedeltà
agi' imolesi , che in tal modo au-
mentarono in forza. A troncar le
discordie e le inimicizie che turba^-
vano la città, nel 1 147 furono da-
gl' imolesi demoliti i castelli d' I-
mola e di s. Cassiano, mentre per
garantirsi dai bolognesi e faentini
invocarono la piotezionp de' raven-
^4 IMO IMO
uali cui si assoggettarono per quin- le città lombarde. Tultavolta pare
dici anni. In fatti non tardarono che Imola fosse partigiana di Fé-
ì nominati ad assediare Imola, dcrico I, dappoiché il comune dovette
mentre i demoUti castelli vennero cedergli tutti (jne' diritti di sovra-
l'iedificati, facendovi ritorno ca- nità chiamati regalie, che prima
strimolesi e sancassianesi. Non an- godevano i vescovi , i marchesi , o
dò guari che nel ii5o gl'imoiesi conti in Italia. Nel iiSg l' impe-
orsero e distrussero il castello di ratore onorò Imola di sua pre-
Imola, e commisero eccessi su di- senza, e ad istanza di Pellegrino
Tersi abitanti ; egual sorte ebbe il Bulgari reggitore della città, Tarric-
caslello di s. Cassiano. Il vescovo chi di privilegi con insigne di pio-
Ridolfo portò acri reclami al Papa ma riportato dall'anonimo imolese
Eugenio 111, che fulminò contro i a p. ii6. Sebbene nel 1168 gii
distruttori le censure, ed impegnò imolesi fossero stati obbligati a
i bolognesi al sollecito risorgimento giurare di sostenere colle armi i
(del castello di s. Cassiano. Unitisi sancassianesi, i castrimolesi e loro
i bolognesi coi faentini volevano a castella , quando Cristiano arcive-
tradimento sorprendere la città, ma scovo di Magonza e legato irnpe-
furono respinti; indi nel ii52 riale nel 1175 espugnò il castello
riedificarono il castello d* Imola, e di s. Cassiano, a preghiera del co-
volendo assediarlo gì' imolesi non mune d'Imola decretò la distruzio-
solo furono battuti dai bolognesi, ne del medesimo cjastello di s. Cas-
ina dovettero ad essi soggettarsi _, siano e 1' obbligo agli abitanti di
atterrare le fortificazioni e mu- prendere domicilio in Imola stessa.
ra della città, e si dovettero ob- Questo decreto fu confermato a' 22
bligare ai pesi pubblici, al mi- febbraio 1177 da Federico I nien-
litare servigio, all'omaggio di due tr'era nel castello di Mordano,
pallii, ed a restituire il tolto ai Quando in Anagni tra i legati im -
castrimolesi e sancassianesi. Tali periali ed Alessandro III si stabili -
duri patti furono violati, onde rin- rono i luoghi per conchiudere i
novossi la guerra, ed i bolognesi capitoli per la pace, venne destinato
uniti ai faentini , tossignanesi ed che il Papa si recasse a Bologna,
altri riportarono compiuta vittoria e l'imperatore ad Imola siccome ade-
sopra Imola, che ai 18 luglio rente a lui, non avendo il comune
II 53 segnò la pace dettata dai fatto parte della lega lombarda, né
vincitori. mandato deputati alla famosa pace
Divenuto imperatore Federico I, di Gostanza. I bolognesi nel 1178
che usciva dal sangue dei Ghibel- domandarono agli imolesi la ri-
lingi e de' Guelfi, ond' ebbero ori- costruzione del castello di san
gine le tremende fazioni de' Guel- Cassiano ; ed a tale effetto uniti
fi e Ghibellini (Vedi) che furono ai faentini, indi anco ai modenesi,
cagione di una lunga serie di tra- riaccesero la guerra. Imola oppose
vagliose vicende come nell' intiera valida resistenza ad onta che Lo-
Italia cosi ad Imola, il nuovo ce- tarlo conte di Castel dell* Arbore
sare volle signoreggiare T Italia, ed nel 1180 si unisse a' suoi nemici,
ebbe ad ostacoli il Pontefice Ales- come fecero Malvicino conte di
Jiandro III, e la terribile lega del- Bagaaca vallo, Tossignano e Dozza,
IMO
Dopo lunga alleinativa di vittorie
e di perdite^ Imola sopraffatta dal-
l'eccedente numero de'nemici fu co-
stretta ad implorar pace, e conve-
nire a'3i luglio 1181 a gravi con-
dizioni_, le principali essendo: la ces-
sione del contado imolese e del
castello di s. Cassiano ; l'atterra-
mento di una porzione della città;
che le porte di Spuviglia si tras-
portassero a Faenza, e quelle di
s. Egidio a Bologna ; che offrissero
gl'imolesi due pallii alle cattedrali
de' due comuni ; che ad ogni in-
chiesta di essi pigliassero le armi;
che giurassero gli statuti delle città
lombarde, e che dassero ostaggi e
compensi. Surse di nuovo il ca-
stello di s. Cassiano, gl'imolesi do-
vettero con armi unirsi ai faentini,
e mandare il loro rettore ai par-
lamenti di Piacenza e di Costanza
per stabilir la concordia tra l' im-
peratore e la lega lombarda, ciò
che non si effettuò ripugnando gli
imolesi all' invito del rettore. Es-
sendo nel 1 i85 Federico I in
Bologna, forti di sua prolezione
cominciarono gì' imolesi a scuo-
tere il giogo , e maggiormente
quando il figlio Enrico VI fu co-
ronato re d' Italia. E in fatti alla
di lui presenza in Ravenna i signo-
ri di Bagnacavallo , Cunio, Doni-
gallia, s. Cassiano, e Castel del-
l'Arbore promisero d'essere citta-
dini d'Imola, di aiutarla in pace
ed in guerra, e di abitarvi due me-
si dell'anno : nel 1187 A grioge de-
legato del nuovo re e conte di Ro-
magna, a favore d' Imola decretò
che ritornassero a dimorarvi gli uo-
hiini di BerguUo, e ad essere sot-
tomessi al comune. Finalmente nel-
y anno medesimo la quasi totale
distruzione del castello di s. Cas-
siano, e la emigrazione de' suoi a-
IMO 73
bitanti passati in Imola, pose fine
a tante guerre ed uni gli animi.
Era importante il castello pe'suoi
santuari e per l'episcopio ivi eretto.
Aspirando a signoreggiar la pa-
tria R.oberto Ugolini, fu ucciso nel
foro da Lodovico II Alidosi , che
poi si distinse in difesa della re-
pubblica veneta. Alessandro Min-
garelli tentò di vendicare Roberto
con dar la morte ad Antonio fra-
tello dell'uccisore. In sua difesa ac-
corse la moglie Camilla Norbani
che con virile coraggio stese al
suolo Alessandro. Dipoi perderono
la vita nel iigS Anselmo Erige-
rlo, e poscia Guidone Lanzafame,
rei di attentato alla patria libertà.
Verso questo tempo la carestia ra-
pi ad Imola duemila cittadini. I
bolognesi incendiarono diversi ca-
stelli, e gli resero la pariglia gl'i-
molesi , i quali uniti ai fiorentini
combatterono i pisani, ma essendo
nel suo ritorno ad Imola morto il
duce dell' esercito il prode Catta-
brige, con solennissiraa pompa fu-
nebre fu portato il cadavere in cat-
tedrale. 1 tossignanesi provocarono
la distruzione del loro castello, on-
de gli abitanti cacciati alle sponde
del Santerno edificarono il borgo
di Tossignano. Nel 1201 i faenti-
ni uniti ai bolognesi e con un for-
te presidio d' imolesi riportarono
vittoria sui forlivesi , e ne mano-
misero il distretto. R.ecandosi nel
1209 Ottone IV in Roma a rice-
vervi la corona imperiale da Inno-
cenzo III, si fece precedere dal suo
legato Wolfchero patriarca d'Aqui-
leia. Giunto questi in Bologna in-
timò al podestà Ziliolo la dimis-
sione del contado imolese, ed il po-
destà consegnò una verga al lega-
to, segno di rinunzia del dominio;
indi il legato assistè Imola contro
74 JMO
icastrimolesi, non essendo ▼ei*o che
:ii bolognesi e faentini fosse dalo
in custodia il castello d' Imola. Re-
duce r imperatore da Roma nel
1 20C), si trattenne alcuni giorni in
Imola, ed elesse in podestà il ve-
scovo Mainardino, il quale s' inte-
ressò perchè gli abitanti di detto
castello obbedissero ad Imola , e
trovandoli ripugnanti invocò il soc-
corso di Rodolfo conte di Roma-
gna ; laonde a' 9 dicembre fu fat-
ta la pace tra gì' imolesi e quei
del castello. Indi avendo Rodolfo
commesso agi' imolesi l'atterramen-
to del disobbediente castello, i ca-
strimolesi a prevenir sciagure si
presentarono al consiglio per udir-
ne i precelti, ed agli i i gennaio
l^iofu decretato ch'essi, distrutto
il loro castello, sarebbero ricevuti
in Imola, provveduti di alìitazioni,
riconosciuti cittadini, e concessa la
quinta parte agli uffizi di onore e
di utilità. Ma i castri molesi come
furono solleciti d'assicurarsi gli otte-
nuti vantaggi, temporeggiavano in
demolire il castello, profittando del-
la vicinanza di Ottone IV che a'3o
marzo trovavasi in Imola. Quindi
giovandosi delle differenze insorte
Ira cesare ed il Pontefice, e passando
alle minacce ed ostilità, i castri mo-
lesi ricorsero alle comuni di Bolo-
gna e Faenza che ne presero la
difesa e presidiarono il castello per
impedir l'emigrazione e il suo di-
roccamento. Imola spedì ambascia-
lori ad Ottone IV, che a' 12 set-
tembre 12 IO avea confermato a-
gl' imolesi le antiche giurisdizioni ,
e promesso prolezione ; con altro
diploma dato in Lodi a' 24 gen-
naio 1212 promise che non avreb-
be mai dato o in tutto o in parte
il contado o diocesi d' Imola ne ai
bolognesi, né ai faentini, uè ad aU
IMO
tri, ed annullò qualunque conces-
sione che in favore dei medesimi si
fosse fatta.
Ridotto a mal partito Ottone IV
dal suo emulo Federico II, liberali
i bolognesi e faentini d'ogni limo-
re, erano sulle sponde del Santer-
no per incominciar la guerra, quan-
do Gigliolo da Sesso pretore d' I-
mola, e Ugolino Albertinelli preto-
re de' castri molesi presentaronsi al
campo per procedere a trattative
di pace ch'ebbero effetto a' 27 mar-
zo 12 13. Nel medesimo anno fu
accordata cittadinanza a sessantatre
famiglie del castello di Gallisterna,
e casamenti presso la porta Spu vi-
glia, coll'obbligo di erigervi edifizi
onde abitarvi sei mesi dell' anno.
Morto nel 1218 Ottone IV, la cit-
tà si occupò d'ottenere la prote-
zione di Federico II, il quale nel
febbraio 12 19 rilasciò in Spira un
diploma con cui confermò ad Imo-
la il privilegio imperiale accordato
dal suo avo Federico I, restituì per
intero lo stato d'Imola alla forma
delle altre città con tutto il con-
tado, assolvè il comune da ogni
soggezione di altre città e persone,
e dichiarò che il contado e diocesi
d' Imola non si dasse ne tutto né
in parte ai bolognesi e faentini, o
ad altra persona, annullando qua-
lunque contraria concessione. Ad
onta di ciò, e sebbene i vicari impe-
riali invitassero Bologna a rispettare
Imola, i bolognesi ripugnarono ac-
consentire, onde posero la città al
bando dell' impero. Indi i bologne-
si, i faentini, i cesenati, i pompi-
liesi con imponente esercito venne-
ro alle porte d' Imola, che dovette
assoggettarsi. Poscia reclamò ad U-
golino da Parma conte di Roma-
gna, che a' 7 gennaio 1220 inti-
mò ai faentini di restituire il eoa?
IMO
lado d'Imola e gli ostaggi ; ma ri-
sposero che occorreva il consenso
de' bolognesi. Allora Corrado ve-
scovo dì Metz e Spira legato im-
periale intimò ai bolognesi di di-
mettere senza ritardo il castello e
contado d'iaiola, ed ebbe effetto,
per cui abrogò il bando di pro-
scrizione emanato contro Bologna,
condonò l'ammenda, e richiese che
si dassero compensi agl'imoiesi dan-
neggiati, tutto approvando cesare.
Giunto questi in castel s. Pietro ai
22 novembre, i faentini sborsaro-
no millecinquecento marche d' ar-
gento domandate dagl'imolesi , e
furono dal cancelliere assolti , con
grand'esultanza d'Imola , che vide
il castello di Fontana a lei sogget-
tarsi. Il vescovo Mainardino, che
ancora sosteneva la prefettura, riu-
scì a persuadere i castri molesi di
abbandonare alla rovina il proprio
castello, e venire in Imola ad a-
bitarvi, lo che ebbe effetto a' io
luglio I22I, ed il casleNo andò di-
strutto. Di ciò arse di rabbia Got-
tifredo conte di Romagna, ed or-
dinò ai bolognesi e faentini di pren-
der l'armi contro Imola, esigendo
la ricostruzione del castello ed il
ritorno degli abitanti, ed a loro ne
affidò la custodia. Di mala voglia
i primi obbedirono, e respinti da-
gli imolesi occuparono Doccia, Ca-
sola ed altri luoghi del territorio,
indi assediarono la città col cairoc-
cio. Ad onta che l'arcivescovo di
Magdeburgo legato imperiale fa-
cesse intimare di levar l' assedio ,
dichiarando ribelli Bologna e Faen-
za, gì' imolesi furono costretti a do-
mandar pace con umilianti patti ,
che l'anonimo imolese descrive a
pag. i5i. Federico II sdegnossi al-
l'udire l'accaduto, si accese d'ira
cottlro Bologna, la quale si um alla
IMO 75
lega delle città lombarde. L'impe-
ratore recossi in Imola, ove a' 12
luglio 1226 con diploma dichiarò
ribelli dell'impero dette città; e
tanto si trattenne in Imola Fede-
rico li, che si potè cingere la cit-
tà di fosse e bastioni. Passato ce-
sare in Messina nel 1227 coman-
dò a' signori e comuni di Roma-
gna di prestar aiuto agi' imolesi ,
per ridurre la città al primiero suo
stalo, e si vide libera da ostilità.
Frattanto Celio Pirondi, Cassia-
no Oraboni, Giulio Mingarelli, Re-
migio Bencivenni, e Marcello Fer-
raldi, valorosissimi, abbandonata la
patria, seguirono Giovanni di Bren-
na re di Gerusalemme e suocero
di cesare, che a favore del Ponte-
fice Gregorio IX contro Federico
II stesso combatteva. A cagione di
Giulio Frigeiio che tentò usurpar
il dominio d'Imola, si coaimisero
nel 1228 molte stragi. I bolognesi
e faentini mossero nuova guerra
agl'imoiesi, e nel 1284 la rinno-
varono senza particolari conseguen-
ze. Nel 1235 ottenne la città l'in-
vestitura di tutta la Massa di s.
Paolo o Massa Lombarda; mentre
Federico 11 meritò colle sue ini-
quità che Gregorio IX Io scomu-
nicasse, ed intimasse una crociata
contro di lui, nel 1240 fu posto
l'assedio a Ferrara che parteggia-
va per cesare, ed Imola vi man-
dò molta truppa comandata da Fa-
bio Mingarelli, che si fece grande
onore. Imola fu costretta ad unirsi
alle milizie pontificie, dappoiché era
di parte imperiale, e in fatto Fe-
derico li non solo se ne offese, ma
nel 12^1 da Grosseto emanò a
suo favore un diploma, riportato
dall'anonimo imolese a pag. i^)j.
Scomunicato e deposto Federico
U dal concilio generale di Lione I
76 IMO
convocalo da Innocenzo IV, dipoi
c|ueslo Pontefice nel 124B spedì a
Bologna il cardinal Ubaldini lega-
to con imponente esercito per ri-
«lune la Romagna sotto la legitti-
ma sovranità della Sede aposlplica.
Dopo aver preso Dozza, Piagnano,
Casal Fiumanese e Sassatello, Imo-
la venne per necessità a conven-
zioni amichevoli con fr. Giacomo
Boncambio vescovo di Bologna. Sta-
biliti gli articoli nel campo schie-
rato presso la città, a' 6 maggio
giurò il comune di abbandonare la
parte imperiale, e di unirsi alla
Chiesa romana sua antica signora,
e promise amore e società al co-
mune di Bologna, altrettanto que-
sta giurando ad Imola, finché fosse
rimasta fedele al Papa. Conseguen-
za della fortunata composizione si
ili il generoso soccorso dato nei
1 249 dagl'imolesi ai bolognesi, quan-
do mossero le armi contro il re
Eitzo naturale di Federico II, es-
sendo capo delle genti della mon-
tagna Antonio Lolli, e duce di quel-
le della città e della cispadana co-
me dei faentini Sulpicio Brocchi.
Per opera principalmente de' roma-
gnoli fu completamente sconfìtto
a' 26 maggio presso Modena l'e-
sercito imperiale, ed Enzo prigio-
niero fu portato a Bologna, ove
visse in prigione ventidue anni , e
vi mori. Le feroci e funeste fazio-
ni de' guelfi e ghibellini sotto Fe-
derico li presero maggior forza, e
per loro mezzo la face della discor-
dia afflisse l'Italia pel furore acca-
nito de' partiti che divise città e
famiglie, guelfo dicendosi chi era
dìvoto al Papa, ghibellino chi par-
teggiava per l'imperatore. Imola ne
provò gli effetti sino dall' incomin-
ciare del 1211 nelle due potenti
famiglie dei Bricci e dei Meadolì,
IMO
clic ognuna formossi numeroso se-
guito. Nell'epoca medesima, per la
giurata pace, e per essere gì' imo-
lesi ritornati alla piena obbedien-
za e sudditanza del Pontefice, la
città fu prosciolta dall'interdetto,
in cui erano comprese tutte le città
e luoghi seguaci di Federico II ,
che mori a' i3 dicembre i25o.
Innocenzo IV da Lione restituen-
dosi in Roma nel i25i, da Bolo-
gna nell'ottobre giunse ad Imola,
e come per tutto vi fu ricevuto
con pubbliche feste e con grande
magnificenza, quali si convenivano
ad uno de* più gran Pontefici che
degnamente con zelo, profonda dot-
Irina e prudenza governarono la
Chiesa di Dio. Intanto per evitare
le crudeltà di Eccelino III da Ro-
mano, già capitano di Federico li,
chiamato nemico del genere uma-
no, molte famiglie di Marmirolo,
luogo del Mantovano, si recarono
ad Imola per sicurezza e ricovero,
venendo investite di alcune terre
della Massa di s. Paolo, colla con-
dizione di certi annui pesi, e quella
di abitare unitamente in un castel-
lo con fortezza e tempio che vi
avrebbe fabbricato il comune: que-
sta è la vera origine di Massa Lom*
barda, di cui parlammo al voi.
XXIV, pag. 4B del Dizionario. In-
di fu fatto uno statuto pel quale
ninno poteva recarsi in Imola per
offendere, sotto pene severe, men-
tre i partiti de'guelfi e ghibellini
divenivano più animosi. Mario Fa-
nio potente ghibellino tutto pose
in ordine per cacciare da Imola i
guelfi, quando Uguccione Sassatelli,
siccome d'una famiglia che in Ro-
magna fu fautrice de' gnelfì, usci
in battaglia contro Fanio ; ma il
senato li pacificò per non ispargere
sangue civico. ^ Veliero pure sopir-
IMO
le certe differenze die incomincia-
vano coi bolognesi die volevano
imporre un tributo, ed esigevano
la riedificazione di Monte Catone
che sino dal ioo3 formava parte
della signoria de'Sassatelli. In die-
ci mesi nel territorio morirono di
fìinie e di peste cinquemila abi-
tanti, per cui gì' imolesi per si gra-
vi flagelli implorarono sbigottiti il
divino aiuto con penitenze, proces-
sioni e discipline a sangue, gridan-
dosi misericordia e pace. Nel 1262
fu stabilito che il podestà di Bolo-
gna lo fosse pure d'Imola ove ter-
rebbe un vicario, per meglio strin-
gere le relazioni tra i due popoli.
Le fazioni guelfe de' Geremei e
de' ghibellini Lambertazzi di Bolo-
gna dierono ivi luogo ad uccisio-
ni, confische ed esilii ; i Lamber-
tazzi che cercavano per tutto ade-
renze, indussero Pietro della po-
tente famiglia Alidosi, cognominato
Pagano da Susinana, ad insorgere;
egli pertanto dopo aver cacciato
da Imola tutti gli amici de' Gere-
mei e Giacomino Prendiparte che
n'era il vicario, si fece signore del-
la città. Subito i bolognesi con
grosso esercito ed il carroccio si
presentarono ad Imola, prontamen-
te abbandonata dall'Alidosi, ed ispia-
narono le fosse ed i serragli; indi
pacificarono i Bricci coi Mendoli,
e per un biennio vollero tra loro
nominare i podestà. Nacquero po-
scia gravi contese tra i senatori, e
si venne alle armi : Tossignano fu
preso da Percolino guelfo, ed Osto-
lico Bonvillano ghibellino fu co-
stretto ad implorar clemenza. Al-
l'elezione di Rodolfo I d' Absbur-
go in re de' romani, avvenuta per
opera del Papa Gregorio X, essen-
do estinta la casa di Svevia con
Corradino nipote di Federico lì,
IMO 77
sembrò diminuirsi il livore dille
fazioni ghibelline e guelfe. Rodol-
fo I confermò i privilegi e con-
cessioni de' predecessori, riconoscen-
do insieme l'antica sovranità della
santa Sede sulla Romagna ed esar-
calo di Ravenna.
Per le rinnovate sedizioni civili
di Bologna si sottrasse Imola dal-
la dipendenza, ma i bolognesi pas-
sarono ad occuparla cacciandone i
ghibellini: questi unitisi a quelli
di Faenza ed altri luoghi sotto il
comando del famoso guerriero ghi-
bellino Guido da MontefeltrOj pres-
so il ponte di s. Procolo a'i3
giugno 1275 distrussero l'esercito
bolognese, ed i guelfi fuggitivi si
rifugiarono in Imola e Bologna.
Ridolfo cancelliere di cesare volle
dai magistrati del comune il giu-
ramento di fedeltà all' imperatore,
a cagione che questi nel conferma-
re i privilegi alla Chiesa romana
avea protestato di farlo senza pre-
giudizio dell' impero. Ma divenuto
Pontefice Nicolò III ottenne che
Rodolfo I definitivamente gli ce-
desse la R.omagna ossia l'esarcato di
Ravenna nel 1278, vale a dire che
cessasse di esercitarvi qualunque
autorità, lesiva agli antichissimi di-
ritti della sovranità delia Sede a-
postolica. Dimorando il Papa in
Viterbo ordinò a tutte le città di
Romagna che gli spedissero i loro
agenti con ampli poteri, ed Imola
mandò Antonio Bricci e Fabio
Carisio. Risoluta Imola di ricupe-
rare i luoghi stralciati dalla sua
giurisdizione, per mantenerli ad
onore della romana Chiesa e del
Pontefice, perciò nel 1279 il
sindaco protestò in ForPi davanti
al conte della Pvomagna, che le
terre di Seleustra^ Casola, Tren-
tola, Acquaviva e Cantalupo Sdì-
fi IMO
ce appartenevano alla piena giu-
risdizione del comune d'Imola, cui
dovevano essere soggette per virlù
di possesso immemorabile, offren-
dosi difendere le delle terre e ra-
gioni del comune, invocando l'an-
nullamento delle novità fatte in pre-
giudizio d'Imola. Nicolò III a ricon-
durre la pace ed unione in Roma-
gna, destinò legato il nipote cardi-
nal Latino, e Bertoldo Orsini, altro
nipote o fratello, col titolo di con-
te di Romagna, i quali furono ri-
cevuti in Imola con festose acco-
glienze, e pacificarono i guelfi coi
gliil>€llini , in un ai Geremei e
Lambertazzi. Non tardò Bertoldo
ad abusare in potere, approprian-
dosi diritti a pregiudizio de'comu-
ni, quando morto Nicolò III gli
successe Martino IV che spiegò
un carattere distruttore del ghi-
bellinismo. Creò conte di Romagna
Giovanni d'Appia che principal-
mente prese di mira i forlivesi, ed
Imola dovette somministrare uo-
mini e denaro. Nel 1297 fu per
la prima Tolta nominato un di-
fensore del comune e del popolo,
nella persona di Litto A li dosi. Nel-
la sede vacante di Onorio IV il
sacro collegio de' cardinali spedi in
Romagna Pietro col carattere di
legato, che in Imola convocò un
parlamento di tutte le città di
Romagna, per imporre un contri-
buto di 26 denari in mantenimen-
to dei soldati pontificii. Come in
tutta la Romagna così in Imola
di frequente ebbero luogo zuffe e
gravi fatti tra i guelfi e ghibelli-
ni, che lungo sarebbe il narrare,
parlandosi delle cose principali,
come dei legati, conti o rettori di
Romagna agli articoli Faenza ,
Forlì e Ravenna. Nicolò IV no-
minò conte di Romagna Udebraa-
IMO
dino da Romena vescovo di A-
rezzo , che f^u in Imola ; pubblicò
nuove leggi ed impose alla provin-
cia l'annua contribuzione di ven-
timila fiorini pel mantenimento
delle milizie. Nel 1292 Alidosio
sorprese la città, e si fece salutare
principe della repubblica imolesc.
Il conte Ildebrandino pronunciò la
sentenza di scomunica e l'inter-
detto contro gl'imolesi; ma Alido-
sio disprezzando le censure eccle-
siastiche, volle il giuramento di
fedeltà da tutti i comuni che pri-
ma erano soggetti al senato imo-
lese, cioè Orsara, Sassatello, Casal
Fiumanese, Belvedere, Piancaldoli,
Fiangoni, Monte Morosino, Monte
Catone, Linaro, Torranello, Pedia-
no, Mezzocolle,Mazzolano, Aguzzano,
Biancanigo, Doccia, Limadiccio, La-
derchio, Anconata, Trecento, Ca-
stelnovo, Casanola, Gesso, Serra,
Mordano, Fabbrica,Casalecchio, Col-
lina, Stifonte, Casola, Stignano, Ve-
dreto, Guercinorio, Sassiglione, Mu-
rata. Se non che il conte di Romagna
vieppiù irritato da simile procedere,
ricorse ai bolognesi promettendogli
il dominio d'Imola , subordinato
per altro alla Chiesa, purché la
ricuperassero. La custodia d'Imola
affidata ai bolognesi, a' io luglio
1294 fu rivocata, riducendosi la
città a disposizione della Chiesa
romana, e suoi conti di Romagna.
Roberto di Cornay nominalo
conte da s. Celestino V, intimò in
Imola una generale adunanza de-
gli ambasciatori delle città , per
l'accettazione delle leggi. Termi-
nato il provinciale consiglio attese
il conte a tranquillare gi' imolesi,
richiamò gli esuli, ed assolvette da
qualunque pena chi l'avea merita-
ta. Anche il successore di Roberto,
spedito da Bonifacio VIU nella
IMO
persona di Pietro arcivescovo di
Monreale, convocò nel giugno i ■29'>
un consiglio generale di Romagna,
per istabilir molle cose a sua quie-
te. Essendosi Maghinardo Pagano
impadronito della città, riuscì a
Camilla Princisvalli allontanarlo con
accortezza ; ma poscia con strage
de' bolognesi vi rientrò, per cui il
eonte di Romagna Durante privò
Imola de' suoi onori e privilegi.
Indi successero diversi avvenimen-
ti, sinché il cardinal legato d'Ac-
quasparta richiamò il comune al-
l' ecclesiastico dominio, indi venne
assoluto dal vicario del conte Car-
lo di Valois, Iacopo Pagano ve-
scovo di Rieti. Dominando la fa-
zione ghibellina, gl'imolesinel i3oi
a frenare le devastazioni delle milizie
francesi del conte gli presentarono
battaglia, che fu lunga e sanguinosa,
ma vinta da Lodovico conte di Cu-
nio, o da Matteo Cesano. Mori il
podestà Maghinardo compianto per
belle doti, che manifestò nel bene-
fico suo testamento^ del quale lasciò
esecutrice la nobilissima ed antica
famiglia de'Mazzi, da cui usci quel-
la de'Guidalotli di Bologna. Sotto
Benedetto XI gl'imolesi giurarono
al partito ghibellino nuova confe-
derazione. Divenuto Pontefice Cle-
mente V, che stabilì la sua re-
sidenza in Francia , per frenare
gli sconvolgimenti dell' Emilia e
le violenze che si commettevano
nel contado imolese, spedì in Ro-
magna col carattere di legato il
cardinal Orsini, che ritenendosi non
guelfo si fermò in Imola, mentre
le fazioni si distruggevano a vi-
cenda, non avendo luogo la pace
che nel i3o8. Temendosi che nel-
la calata di Enrico VII imperato-
re nuovi tumulti facessero i ghi-
bellini, il re di Napoli Roberto
IMO 79
rettore di Romagna procurò ster-
minarli, e volle distruggere quelle
poche traccie di libertà ch'erano
restate ad Imola, massime nella
scelta che il senato faceva delle
magistrature. In sede vacante Fran-
cesco Manfredi di Faenza si dichia-
rò capitano d'Imola: composte le
cose, Monalduccio di Noce ra otten-
ne il vicariato del contado, e fece
demolir il ribelle Pediano. Volen-
do il comune nominar il suo ca-
pitano, i ministri pontificii lo proi-
birono, onde spedì ambasciatori in
Avignone a Giovanni XXII, dichia-
rando la sommissione del comune.
Il Papa si mostrò contento, ed in-
vitò gl'imolesi a somministrar trup-
pe al conte Almerico, le quali sot-
to il comando di Beltrando Ali-
dosi cogli altri collegati trionfaro-
no degli Estensi , ottenendo Bel-
trando il governo della patria. Nuo-
ve discordie civili fecero occupare
la città dal legato cardinal Beltran-
do, che per aver irritato gli animi
col suo cattivo governo , fu cagio-
ne che Ricciardo Manfredi fòsse
proclamato signore d' Imola, quan-
do Benedetto XII dichiarò vicario
d'Imola Lippo Alidosi. Questi fece
riformare gli statuti della città, iti
cui tra le altre cose venne dispo-
sto, che ventiquattro savi e loro
notari potessero insieme col capi-
tano spendere quanto occorreva ;
che tutto il governo politico , mi-
litare ed economico risiedesse nel
capitano in concorso de' savi ed
anziani ; che il podestà soggiacesse
ad un sindacato; che la città fosse
divisa in quattro quartieri, ed ogni
quartiere in tre cappelle. Lippo
fece leghe contro la fazione ghi-
bellina, per cui nel i 346 Clemente
VI lo confermò nella vicaria, cui
nel i349 successe il figlio Roberta/
8ò IMO
Oltre la slrnge della peste la Roma-
gna era a soqquadro per le prepotenze
de' piccoli ed infesti tiranni, ed A-
storgio Duraforte conte pel tradi-
iTìenlo usato contro Giovanni Pe-
poli , per ricuperare le signorie
della Chiesa , fu costretto ritirarsi
in Imola. Assalita la città dall'e-
sercito ghibellino di Bernabò Vi-
sconti di Milano , seppe valorosa-
mente difenderla Roberto, onde fu
applaudito qual prode liberatore
nel i35r, e vuoisi che il Papa lo
confermasse in vicario come fermo
sostenitore de* dominii della Chie-
da romana. Non andò guari che
Innocenzo VI spedì legato in Ro-
magna il celebre cardinal Albornoz
per ricuperare le terre della Chie-
sa, e con armi, crociate e scomu-
niche abbassare l'arroganza de* ti-
ranni, facendo comandante dell'e-
sercito Roberto, che prese Cesena
(Fedi). Benemerito della patria e
della Chiesa, Roberto Alidosi mo-
rì verso il i363. Ebbe a succes-
sori nel vicariato due suoi figli ,
Azzo e Beltrando, ma essendo ve-
nuti a grave contesa, Cornelio Al-
bornoz rettore di Bologna quivi li
condusse, finche riconciliati i fra-
telli ricuperarono la signoria, tran-
ne la fortezza che fu affidata alle
genti pontificie. Morto Azzo, da Gre-
gorio XI ottenne nel iSyS Bel-
trando la conferma del vicariato e
il possesso delia fortezza, e fu utile
alla patria pe' suoi provvedimenti,
fra* quali moderò l' eccessive doti
alle donzelle. Istigate dai fiorentini
molte città nel iSyS si ribellaro-
no, e Beltrando si dichiarò assolu-
to padrone d' Imola i e per le mi-
sure vigorose di difesa preservò la
città dalle feroci soldatesche bre-
toni guidate dal non men crudele
cardinal Roberto di Ginevra, poi
IMO
antipapa Clemente VII, non che
dalle malaugurate compagnie di
ventura. La condotta saggia di Bel-
trando gli procurò la conferma e
nuova investitura del vicariato da
Urbano VI, e morì nel 1391. Ri-
mase Lippo di lui figlio signore
d'Imola, e siccome minorenne gli fu
data a tutrice e curatrice la ma-
dre Elisa. Sembra che anco Lodo-
vico fratello del defunto esercitas-
se il potere, perchè ricorse contro
gli attentati de' bolognesi , ed in-
vocata da Bonifacio IX l'investi-
tura, l'ottenne a' 16 gennaio i3g9,
venendo dichiarato nella tempora-
lità vicario d* Imola per la Chiesa
romana. Instabile e variato come
incerto fu nel secolo XV il gover-
no della città pei molti signori che
ne regolarono i destini. Seguendo
Lodovico le parti de' Visconti fu
scomunicato e privato del vicaria-
to; indi reintegrato e fatto prefet-
to della milizia nel i^o5 dal car-
dinal legato Cossa, che gli accor-
dò Toranello, Pediano e Gallister-
na con mero e misto impero, e
giurisdizione temporale, in premio
di sue fatiche e dispendi. Resse
Lodovico la patria e il contado con
vigilanza pel pubblico bene; visitò
di frequente i luoghi di sua giu-
risdizione ; strinse legami con di-
versi potenti di Romagna per as-
sicurare il suo dominio, dando in
matrimonio la figlia Lucrezia a
Giorgio Ordelaffi signore di For-
lì. Divenuto Pontefice nel i4io >l
cardinal Cossa col nome di Gio-
vanni XXI li, e continuando a fa-
vorire Lodovico, con breve degli
II ottobre i4i 2 accordò all'Alido-
sio con mero e misto impero le
castella di Tossignano, Doccia, Rio-
Io, Pieve di s. Andrea, Gaggio, Ca-
slellaro, e le ville di Monte Ca-
IMO
tone, Mancincollo, Belvedere, Or-
sara, Casola, Pregno, Monte For-
tino, colle pertinenze di Casola,
Monte Oliveto, Mongardino, Stifon-
te. Sasso, Gallisterna, Toranello ,
Monte Meldola, Pediano, Aguzza-
no. Indi nel 14^4 Giovanni XXIII
benedi in Bologna la rosa d'orOj
e la mandò in dono a Lodovico ,
che confermò nel vicariato prima
di portarsi al concilio di Costanza,
ove fu deposto ed eletto Martino
V. Questi nel 1/^21 confermò la
lega tra Lodovico e il comune di
Firenze per dieci anni.
Nel 14^3 reggendo Forlì Lu-
crezia Alidosio vedova, temendo i
forlivesi che il padre volesse si-
gnoreggiarli si ribellarono , caccia-
rono i soldati imolesi e imprigio-
narono Lucrezia. Insorta guerra, il
duca di Milano Filippo Maria col-
legato de' forlivesi, a mezzo di An-
gelo della Pergola nel 1424 s' im-
padronì d'Imola, di Lodovico e di
Beltrando suo figlio; così ebbe ter-
mine il principato degli Alidosi in
Imola. Il senato spedì al duca am-
basciatori per riconoscerlo a nome
del comune in signore, e prestargli
vassallaggio, ed il duca elesse a ca-
pitano e governatore della città
Luigi Grotto, che ricevette il giu-
ramento dai magistrati, e dai sin-
daci e feudatari del contado. A' 12
maggio 1426 però ti duca conse-
gnò Imola al cardinal Lodovico A-
lemand legato di Bologna, il quale
portatosi nella città ricevette il giu-
ramento d'obbedienza, e monsignor
Domenico Capranica, poi celebre
cardinale, fu fatto governatore; I-
stituì nuove magistrature con otto
janziani superiori ad ogh' altro in
autorità, e ventiquattro savi che
dovevano operare di concerto cogli
anziani ; su questi uno fu dichia-
VOL. ixxiv.
IMO 8t
rato capitano del popolo, cui prin-
cipalmente fu affidato il reggimen-
to della patria ; il capitano e gli
anziani rimaner dovevano in cari-
ca per un bimestre, i savi per un
anno : il primo capitano che si
scelse fu Cornelio Alidosioj che non
vedendosi accetto rinunziò a Bel-
trando Cantagalli prode guerriero
e celebre letterato, il quale si oc-
cupò subito del pubblico bene. Il
governatore richiamò gli esuli ; e
siccome erano frequentissime le guer-
re coi vicini, come le interne se-
dizioni, così Beltrando a prevenire
sì gravissimi mali ottenne la isti-
tuzione d'un nuovo magistrato che
chiamossi dei gonfalonieri, e ne fu
eletto uno per ogni quartiere. Que-
sto rispettabile magistrato doveva
essere sempre pronto ad accorrere
colle armi in difesa della patria ^
raccogliendo genti dalle centurie e
quartieri, portarsi con esse alle ca-
se de' sediziosi ed arrestarli , e se
resistenti anche ucciderli. Essendo
state le magistrature assegnate ai
soli nobili insorse la plebe, che pa-
cificò Lodovico della Bordella , il
quale contribuì a preservar la pa-
tria dall'occupazione che minaccia-
va il duca di Milano. Tornarono
a suonare i nomi de' guelfi e ghi-
bellini sotto il governatore Fantino
Dandolo che riuscì a reprimerli.
ISel 1433 Imola cominciò con dis-
piacere a dipendere dal governa-
tore di Forlì, per cui gli abitanti
presero pretesto per ribellarsi ad
Eugenio IV , e chiamare a' 2 1
gennaio i434 1^ milizie del duca
di Milano, e Nicolò Piccinino scon-
fisse l'armata pontificia e collega-
ta co' fiorentini e veneti. Tutta-
volta Imola fu restituita al Papa
a' IO agosto i435; ma a cagione
della condotta del governatore Bal-
6
8i IMO
(lassare tli OHìda gì' imolesì nel
1438 si rilìellarono di nuovo, dan-
«ìosi al dura di Milano. Questi do-
nò la città a Guid' Antonio Man-
fi-edi fratello del signore di Faen-
za, finché nel ì.{\ì fu restituita
alla santa Sede che dichiarò vica-
rio lo slesso Guido cui nel i44^
successe Taddeo suo figlio. Ten-
tando Taddeo uccidere lo zio o fra-
tello Astorgio, perdette piii luoghi
del contado, conne Monte Balla-
glia, Baffadi, Slifonte, anzi nel i45o
assediò Imola, indi si venne a con-
cordia. Nel 1453 Nicolò V mi-
nacciò Taddeo come usurpatore
d'Imola; e piìi tardi Astorgio fu
da Pio II nel 1462 pacificato
con Taddeo, e la città tornò al-
lo stato tranquillo. Nel 1/^65 l'e-
sercito veneto tenne in angustie il
contado ; ma Paolo II ricondusse
la pace tra le parti belligeranti, e
Taddeo fu nuovamente vicario d'I-
mola, indi barbaramente imprigio-
nato dal figlio Guidaccio. Narra
l'anonimo imolese che interponen-
dosi Galeazzo Maria Sforza duca
di Milano, creò cavaliere Guidaccio
e gli promise in isposa una sua
sorella, poscia s'impadronì della
città nel i470> sulla quale Tad-
deo con solenne islromento di con-
venzione de' 5 maggio avea cedu-
to al duca le sue ragioni, riceven-
do in compenso Castel Nuovo ap-
partenente alla città di Tortona.
Nicolò di Scipione Pallavicino fu
il primo governatore d'Imola pel
nuovo dominatore. Mentre il duca
stava in procinto di vendere la cit-
tà ai fiorentini, in vece in parte la
vendè per quarantamila ducati d'o-
ro al cardinal Pietro Riario nipo-
te di Sisto IV, e in parte la ce-
dette a titolo di dote da destinar-
si a Caterina figlia del duca, e
IMO
promessa sposa a Girolamo Kiarid
fratello del cardinale. Veramente
gì* istorici sono alquanto oscuri sul-
la vendita d'Imola: il Ratti nella
vita di Caterina Sforza, Della fa-
miglia Sforza parte II, pag. 35^,
dice che Girolamo avea acquistato
poco prima della conclusione del
matrimonio Imola dal duca per
della somma; indi a pag. ^5, sul-
l'autorità di Fabio Oliva biografo
contemporaneo di Caterina , sog-
giunge che la città fu espressamene
te comprata dal Papa , e che la
dote che il duca avea assegnata a
Caterina quando voleva sposarla
ad Onoralo Torelli era di soli die-
cimila ducati d'oro. D'altronde va-
ri scrittori e il eh. Righi, Annali
di Faenza voi. II, pag. 229, asse-
riscono vero il compenso dato da!
duca a Taddeo, e che la signoria
d' Imola e suo distretto fu la dote
che portò Caterina a Girolamo.
Forse il duca avrà realmente dato
tale dominio per dote, ma ritiran-
do dal cardinal Riario in compenso
i quarantamila ducati d'oro. L'a-
nonimo imolese allerma che Sisto
IV con breve de' 6 novembre i473,
segnalo da ventiquattro cardinali,
approvò tutti gli atti, investi Gi-
rolamo dello stato d'Imola, e lo
dichiarò conte e signore dell' imo-
lese contea.
La minorità di Caterina fece dif-
ferir le nozze con Girolamo, e l'es-
sere questi obbligato a trattenersi
in Roma, fece che la città si reg-
gesse dai commissari eletti dal con-
te. Finalmente nel i477 s' cele-
brarono gli sponsali, che Imola ce-
lebrò qual faustissimo avvenimen-
to, e spedi in Roma ambasciatori
ai coniugi sovrani , esprimendo o-
m aggio ed allegrezza. Se ne com-
piacquero Giiolumo e Caterina, ed
IMO
incominciarono a far sentire agi* i-
molesi gli effetti di loro benevo-
lenza con togliere vari pedaggi ed
alcune gabelle. La fìgliuolanza na-
ta ai nobili sposi, e Tinvestituri
di Forlì concessa da Sisto IV a
Girolamo accrebbe il tripudio de-
gl' iraolesi. Il conte fece risarcir la
rocca e le mura, isti luì il collegio
degli avvocali, procuratori e nota-
ri, emanò altre benefiche disposi-
zioni per render più ameno e for-
tificato il contado imolese, e nel-
l'agosto i4^i> dopo essere stati in-
contrati a Loreto dagli ambascia-
lori, consolarono della loro presen-
za Imola. I Sassatelli ed i Vaini
coi loro aderenti gl'incontrarono al
ponte di s. Procolo, ivi offrendo
loro lo spettacolo di un esercito be-
ne ordinato. I nobili della città si
trovarono in vicinanza del Santer-
no col baldacchino ; il clero li at-
tese alle porte insieme col magi-
strato, che presentò al conte le
chiavi della città; universali furono
le acclamazioni , solenni e non in-
terrotte le feste. 11 munifico prin-
cipe per testificare il suo attacca-
mento alia città s' interessò pri-
mieramente nel riunire gli animi
de' cittadini discordi , e nel riordi-
nare le diverse magistrature. Atte-
se poscia ad abbellire la città, am-
pliò il pubblico foro , fece selciare
con mattoni le vie principali , or-
dinò r incominciamento d' un edi-
fìzio per le pubbliche scuole che
tuttora trovasi fornito d' un deco-
roso portico; concesse soccorsi per
la riedificazione di diverse fabbri-
che, ed ordinò la costruzione di
tre palazzi, uno nella via Gambel-
lara, tutto di sassi a punta di dia-
mante, poi divenuto proprietà dei
Borelli, l'altro nella via Emilia, in-
di passato in potere dei Della Vol-
IMO 83
pe, il terzo nella stessa via che dai
Machirelli l'acquistarono i Dal Poz-
zo. Inoltre Girolamo istituì un'ac-
cademia letteraria, promosse l' in-
dustria, favorì l'agricoltura, ed o-
però altre beneficenze; soggiornò
parte in Imola e parte in Forlì ,
talvolta in Roma e in Venezia ,
finche alla morte dello zio Sisto
IV nel 14^4 ^S'^ò stabile dimo-
ra ne' propri stati. In una carestia
con proprio dispendio provvide I-
mola di frumento , operando nel
resto onde conciliarsi l'affetto di
tutti. Neir anno i485 Taddeo
Manfredi pentito della vendita d'I-
mola tentò di ricuperarla , ma la
trama fu scoperta, e puniti tredici
traditori. Troppo generoso Girola-
mo divenne esausto de* suoi tesori,
per cui trovossi costretto rimettere
in vigore gli aboliti dazi, ciò che
produsse malcontento. Tra i forli-r
vesi si ordì quella congiura che
scoppiando a* i4 aprile 1488 Gi-
rolamo fu vittima di un baibaro
assassinio che descrivemmo all'ar-
ticolo Forlì, con ciò che accompa-
gnò e seguì l'infausto avvenimen-
to. Ottaviano primogenito dell'uc-
ciso divenne signore di Forlì ed
Imola, riconoscendosi per tutrice
la madre; e tra le saggie disposi-
zioni della vedova Caterina Sfor-
za , fu quella di dare onorevole
tomba all' infelice consorte nel duo-
mo d'Imola. Mandò poscia Cate-
rina il figlio, perchè fosse ricono-
sciuto dagl' imolesi, e gli prestasse-
ro giuramento di fedeltà, come ven-
ne eseguito con liete dimostrazioni.
Laonde Innocenzo Vili con diplo-
ma de' 2 8 luglio, sottoscritto da se-
dici cardinali, diede al giovine prin-
cipe l'investitura degli stati di For-
lì e d'Imola, avendo allora dieci
anni.
84 IMO
L* eroica Caterina Sforza, come
tiitrice del figlio, assunse le redini
del governo, con abolire i dazi im-
posti, con presidiare le fortezze in
modo sicuro, e con altre utili prov-
videnze, per lo che gl'imolesi, al
dire delTanonimo, gli coniarono una
medaglia avente l'epigrafe: catha-
BINA SF. \ICEC0MES DE RIARIO IMOLAE
FOROLivii DNA. Nel 149^ 1^ guerra
civile insanguinò nuovamente Imo-
la, ed appena sedata si tramaro-
no ivi congiure a danno dell'otti-
ma contessa dai ghibellini, che sco-
perti furono puniti. Assunto al pon-
tificato Alessandro VI padrino d'Ot-
taviano, Caterina volle che in Imo-
la si celebrasse con feste l' esalta-
zione d'un personaggio da cui do-
leva sperare bene. Allorché Carlo
Vili calò in Italia per conquistare
il regno di Napoli , Caterina fu
indotta dal cardinal Hiario a te-
ner le parti del re Alfonso II, on-
de pose Imola in istato di difesa,
non che le rocche del contado. Ve-
dendo Caterina invasi gli stati dai
francesi, fu costretta loro collegarsi
a consiglio dello zio Lodovico Mo-
ro duca di Milano. Aspirando Lo-
dovico XII re di Francia all'occu-
pazione del ducato di Milano e
del reame di Napoli, nel i499 ^^"
ce alleanza con Alessandro VI, pro-
mettendo in isposa di Cesare Bor-
gia figlio del Papa, Carlotta d'Albret
figlia del re di Navarra, facendolo
duca del Valentinois, ed impegnan-
dosi dì aiutarlo contro i signori
d' Imola , Faenza , Forlì , Rimini ,
Pesaro e Camerino. Intanto il Pa-
pa dichiarò decaduto Ottaviano del-
la signoria d' Imola , perchè da
vari anni non avea soddisfatto alla
camera apostolica il consueto cen-
so, mentre Caterina a mezzo del-
l' ìmolese Giovanni dalle Selle fece
IMO
conoscere ad Alessandro VI gli an-
tichi crediti della famiglia Riario,
per onorari dovuti al conte Giro-
lamo generale di santa Chiesa, e-
sibendosi a pagare il resto; ma inu-
tilmente. Non perciò avvilitasi Ca-
terina, sebbene priva di alleanze,
fece un generale armamento e si
preparò alla difesa. Ottaviano si
porto in Imola, ed al consiglio fe-
ce un patetico discorso sulle cor-
renti circostanze, cassando ogni ga-
bella o dazio : fu corrisposto con
larghe promesse per mantenergli
il dominio d'Imola ; Dionigio Nal-
di castellano aumentò il presidio
della rocca, e Giovanni Sassatelli
s'impegnò a guardarle mura e le
porte della città. Giunto il duca
Cesare Borgia nel novembre sul
territorio imolese, fermò a Canta-
lupo r esercito composto di due
mila cavalli e seimila fanti, mili-
zie pontificie e francesi. Domandò
la resa della città , che per man-
canza di forze proporzionate a re-
sistergli, lo ricevette a' 2 5 novem-
bre, e ne divenne signore. Dopo
valorosa resistenza anco la rocca
capitolò, per cui passò il Borgia
ad assediare Forlì inutilmente di-
fesa dalla coraggiosa Caterina, che
fatta prigioniera e poi liberata, si
ritirò co' suoi figli in Firenze, ove
mori encomiata altamente per le
sue preclare doti. Cesare Borgia la-
sciato in Imola suo rappresentante
il cardinal Giovanni Borgia legato
d'Italia, portatosi in Roma fu fatto
gonfaloniere e capitano generale di
santa Chiesa. Giurarono gl'imolesi
fedeltà a Cesare, e compilarono al-
cuni capitoli per una regolare am-
ministrazione, che Cesare approvò
in Roma agli 11 marzo i5oo, in-
di nominò luogotenente generale
d' Imola Giovanni OHvieri vescovo
IiMÓ
d'Isernia. Alessandro VI col con-
senso de' cardinali- costituì Cesare
in temporale vicario perpetuo e
generale d* Imola, per cui il luo-
gotenente prese nuovo possesso del
contado.
Si narra che mentre Alessandro
VI trattava co'cardinali di far Ce-
sare re di Romagna, Marca ed Um-
bria, fu colto dalla morte nell'a-
gosto i5o3. Allora Cesare avendo
presso di sé e da lui beneficati,
Giovanni Sassatelli e Guido Vaini
capi delle fazioni che avevano ere-
ditato lo spirito de' guelfi e ghi-
bellini, li spedì in Imola per te-
nere in fede la popolazione. Poco
visse l'eletto Pio III, onde gli suc-
cesse il cardinal Giuliano della
Rovere, nipote di Sisto IV, col no-
me di Giulio II, acerrimo nemico
del duca Cesare. Informati i po-
poli di Romagna di ciò, si diedero
a vari signori, e mentre Imola
era irresoluta ed incerta, Guido
Vaini co' suoi avea disegnato ac-
cordare il dominio della città a
Galeazzo Riario nato in Forlì da
Girolamo e Caterina, e Giovanni
Sassatelli avea risoluto difendere
Imola a nome della Chiesa roma-
na sua antica e legittima signora,
per cui i partiti erano sulle armi.
11 Vaini liece trasportare dalla cat-
tedrale, e presentare alla pubblica
vista uno stendardo di broccato
d'oro ivi posto da Caterina Sforza
in memoria di Girolamo che lo
aveva ricevuto dal Pontefice quan-
do fu dichiarato gonfaloniere della
Chiesa, e si gridò dai ghibellini :
viva Galeazzo Riario; ma sursero
più numerose le voci de' guelfi che
gridavano : viva la Chiesa. In que-
sto contrasto di opinioni si venne
ai fatti con grande mortalità, ma
per la bravura di Giovaaui Sas-
IMO 85
satelli la parte guelfa giunse a
trionfare dei ghibellini che furono
cacciati dalla città. Il valoroso
Sassatelli venne acclamato libera-
tore della patria, che ne eternò la
memoria con iscrizione incisa sulla
campana maggiore della cattedrale.
Nel i5o4 Giulio II ottenne dalle
genti di Cesare la consegna della
Rocca, ed il comune spedì amba-
sciatore Giambattista Rondinelli per
assicurarlo di fedeltà e divozione;
ed il Papa destinò a governatore
e castellano Stefano Negroni, che
riconciliò le nemiche famiglie, e
pubblicò la bolla Andanis et coni'
munitati ^ riportata dall' anonimo
imolese a p. 275, con cui Giulio
II accordava esenzioni e privilegi
alla città. Quindi fu istituito un
nuovo consiglio di sessanta sena-
tori, cinque de'quali componevano
il magistrato bimestrale, il primo
si chiamò gonfaloniere della giu-
stizia, gli altri conservatori dell'ec-
clesiastica libertà: Gentile Sassatel-
li fu il primo gonfaloniere. I nuo-
vi magistrati si occuparono dei
vantaggi della patria, mentre con-
chiusa la pace tra Giulio II ed i
veneziani, questi restituirono Tos-
sìgnano, Monte Battaglia e Casola
Valsenio che avevano occupato: i
procuratori del comune passarono
a ricevere il giuramento di fedel-
tà da tutte le terre del contado.
Giulio II decorò della dignità di
cavaliere Giovanni Sassatelli, con-
siderato primario cittadino , forse
con titolo di prefetto. Grato il co-
mune ai benefizi del Pontefice, gli
decretò l'erezione di una statua in
bronzo; ed a gloria di Giovanni
venne stabihto di celebrare un tor-
neo col premio al vincitore di un
pallio di damasco del valore di
venticinque scudi d'oro , donando
86 IMO
inoltre a Giovanni un podere ed
una vigna. Volendo Giulio II li-
berare Bologna dai Bentivoglio,
nel i5o6 vi si recò alla testa di
un esercito, ed in Imola nel set-
tembre ne inlimò la restituzione,
e conseguitala vi entrò agli 1 1 no-
ve mbre.
Nel i5o8 r imolese cardinal
Francesco Alidosi fu fatto legato
di Bologna e di Romagna, il qua-
le emanò utilissimi decreti pel buon
governo della città, che ottenne
dal Pontefice la reintegrazione di
diversi comuni già occupati dai
faentini e da altri. Nella guerra
contro il duca di Ferrara ed i
francesi, Giulio II colle milizie
pontificie comparve di bel nuovo
in Imola, ad onorarla di sua pre-
senza negli anni i5io e i5ii;
ma nella strepitosa battaglia com-
battuta a Ravenna agli i £ aprile,
avendo vinto i francesi, il maestra to
d'Imola, ad esempio degli altri popo-
li di Romagna, mandò ai vincitori
le chiavi della città, sebbene il Papa
poco dopo la ricuperò in un alle
altre. In questo tempo venne isti-
tuito in Imola il monte di pietà.
Nel i5i3 divenuto supremo ge-
rarca Leone X, dichiarò la sua be-
nevolenza agli imolesi, quattro am-
basciatori de' quali recaronsi a Ro-
ma per protestare divozione e fe-
deltà. Siccome poi erano insorte
liti gravissime tra il comune e
la famiglia Riario che pretendeva
aver sofferto in Imola enormi dan-
ni sotto il principato del duca Ce-
sare, gì' inviati informarono il Pa-
pa sul merito della vertenza. Que-
sta feriva egualmente Giovanni Sas-
satelli e Vincenzo Bonmercali, e-
sigendo i Riario in compenso du-
cati ioo3oo. I Riario aveano già
ripoitalo tre sentenze dalla rota
IMO
romana, e in virtù di un breve
pontificio il prelato Bonsignore do-
vea prendere il possesso de'beni a
favore della parte vincitrice; ma
nel i5i6 venne il comune a tran-
sazione coi fratelli Cesare patriar-
ca d'Alessandria, Ottaviano vesco-
vo di Viterbo, Galeazzo e Sforza
eredi e figli del conte Girolamo
Riario, e si convenne che ad Imo-
la appartenessero tre molini , ed
una porzione di botteghe poste sul-
la pubblica piazza, e fossero di
ragione dei Riario il molino di Po-
jano, diverse botteghe sotto il pub-
blico palazzo , ed alcune cassine
nel territorio di Bubano. Non man-
carono frattanto gare cittadine in
lehere agitati gli animi; ed i Sas-
satelli prestarono soccorso ai Ben-
tivoglio per ricuperare Bologna,
ed aspirarono sotto Adriano VI
ad impadronirsi d'Imola. Dopo il
15^4 il gonfaloniere Sebastiano
Flaminio Clemente sottrasse alla
giurisdizione d'Imola diverse terre
e castella, dieci ne diede in inve-
stitura a Ramazzotto de' Ramaz-
zolti, e Dozza al cardinal Campeg-
gi nel pontificato di Clemente VII.
Successe Paolo III che confer-
mò con breve i privilegi concessi
ad Imola dai suoi predecessori e
legati pontificii, che favorivano la
introduzione delle arti della lana
e della seta; si annullarono le
concessioni fatte dai Papi di qua-
lunque luogo di giurisdizione del
comune, mediante compensi ai pos-
sessori; e si stabilirono altre mu-
nicipali provvidenze. Nel i54o la
città destinò tenere in Roma uno
stabile ambasciatore ; e fu scelto il
celebre giureconsulto Ottaviano Ve-
stri. 11 cardinal del Monte legato,
poi Giulio IH, portatosi in Imola,
obbligò Casola, Riolo e Tossigna-?
IMO
no a concorrere alle spese nel pas-
saggio di truppe per la città.
Con generale esultanza sino dal
i534 i Sassatelli ed i Vaiai avea-
no solennemente giurato la pace,
e monsignor Gregorio Magalotti
presidente di Romagna avea pub-
blicati severissimi editti contro obi
si dichiarava guelfo o ghibellino;
gli animi però nutrivano gli anti-
chi odii, per cui nel i54f Vin-
cenzo Sassatelli portatosi a casa del
dottore e cavaliere aurato Nicolò
della celebre e benemerita fami-
glia Codronchi, decoro ed ornamen-
to d' Imola, con barbaro tradimen-
to l'uccise, indi passò a saccheg-
giare le case dei Vai ni e de'Tar-
tagni, e col bottino usci dalla cit-
tà. Invano si proposero trattative
di pace, e furono scelti venti cit-
tadini a prevenir le sedizioni. Re-
duce Paolo 111 dal congresso te-
nuto in Lucca con Carlo V, ven-
ne in Imola a' 6 ottobre; una de-
putazione di cittadini, il corteggio
del senato e del clero, un coro di
venti giovani vestiti con uniforme
eleganza e coronati di palme, ar-
chi trionfali, festosi evviva dell'im-
menso popolo, furono le dimostra-
zioni fatte dagl* imolesi nelT ingres-
so del Pontefice che alloggiò nel
palazzo dei Della Volpe. Benché
si trattenne un sol giorno. Paolo
III non lasciò di visitare alcuni
templi, massime quello di s. Gio.
Battista colTannesso oratorio, tem-
pio che nei primi anni del secolo
corrente fu ridotto a maggior ele-
ganza per le cure del vicario cu-
rato d. Vincenzo Meloni. Con dis-
piacere de'ciltadini Paolo II! smem-
brò dal contado Tossignano; e
quando ripassò per Imola in por-
tarsi nel 1543 a Busseto inutili
furono le limoslraaze degli imole^
IMO
87
si, tuttavolta ebbe luogo la resti-
tuzione a' 3o luglio. In detto anno
il faentino Gio. Maria Raccagna
introdusse in Imola l'arte della
maiolica. Nell'anno seguente tra le
utili istituzioni ch'ebbero luogo,
va memorata quella del magistra-
to de' cento pacifici, ai quali in-
combesse il conservar l'unione fra
i cittadini, e l'estirpar le fazioni.
Ciò non fu bastevole ad impedir
le violenze commesse dal prepoten-
te Vincenzo Sassatelli nel i545.
Nel 154B Dozza ritornò precaria-
mente sotto il dominio d'Imola, e
finalmente nell'anno appresso ces-
sarono le fazioni de'guelfi e ghi-
bellini con giurata pace. Giulio III,
grato all'omaggio degl' imolesi, con
breve speciale confermò ad essi ed
ampliò i privilegi, per cui la città gli
dimostrò la sua riconoscenza quan-
do nel i55i vi passò onde por-
tarsi in Lombardia, ove i suoi e-
serciti combattevano per togliere
Parma al duca Ottavio Farnese.
Nel iSyG s'incominciò la fabbrica
del pubblico archivio. Il cav. Fe-
derico Sassatelli a' 19 ottobre i5gi
occupò il palazzo pubblico e la
rocca; fu punito coli' imprigiona-
mento de' parenti, demolizione del
palazzo, e confisca de' beni. Dopo
la morte di Alfonso II duca di
Ferrara ( /^e<^/), ricadendo il ducato
al pieno dominio della santa Sede,
come dimostrammo a quell' arti-
colo, volle Clemente Vili prender-
ne in persona il possesso. Imola
spedì quattro deputati ad incon-
trarlo a Pesaro, e lo ricevette tra
le sue mura a' 6 maggio iSgS;
ma non essendo visi trattenuto, si
di ferirono le feste al suo ritorno,
che fu il primo di dicembre. L'in-
tero consiglio, tutta la nobiltà, e
quattordici paggi elegantemente ve?
8S IMO
jllti gli vennero incontro. Sulla
porta Bolognese erano tre gran-
d'armi di pietra, una del Papa,
l'altra del cardinal Pietro Aldo-
btandini suo nipote, la terza del
cardinal Bandini legato di Roma-
gna; tutta la prospettiva della por-
ta era dipinta. Presso al monte di
pietà sorgeva un arco di bellissi-
ma architettura, ornato di emble-
ini, piramidi ed iscrizioni. Sulla
prospettiva del maestoso arco del
palazzo pubblico fu rappresentato
dipinto il Papa sedente in trono, e
nelle facciate dell'arco medesimo si
volle in quattro quadri dipingere la
pace conchiusa da Clemente Vili
tra Enrico IV e Filippo II, la sua
coronazione, l'ingresso trionfale in
Ferrara, e l'assoluzione data ad
Enrico IV, con analoghe iscrizioni.
Si compiacque il Pontefice delle
straordinarie dimostrazioni di os-
sequio dategli dagli imolesi, e creò
cavalieri dello speron d'oro i sud-
detti paggi. I detti quadri, opera
del celebre Cesi bolognese, tuttora
si conservano.
Leone XI nel i6o5 liberò la
città dalle gravezze imposte dal
predecessore. Paolo V restituì al-
la giurisdizione d* Imola Cascia
Valsenio, ma la città nel i63o
provò terribile pestilenza. Clemen-
te IX concesse agi' imolesi la li-
bertà del commercio, diminuì le
imposte, e pose una salutare pram-
matica sull'abuso del vestiario,
gioie e carrozze; anche Clemente
X diminuì i contributi, ed Innocen-
zo Xt soccorse i cittadini pei dan-
ni sofferti nel terremoto del 1687.
Nella guerra per la successione di
Spagna volendo Clemente XI os-
servare perfetta neutralità, gì* im-
periali gravitarono sopra Imola e
luoghi circQstt^nti, con contribuzici-
IMO
ni ed altro, e siccome le ca-
stella soggette non volevano som-
ministrare aiiiti, l£^ congregazione
del buon governo ve le obbligò,
dichiarando Imola città dominan-
te dei castelli medesimi. Nel pon-
tificato di Clemente XII di nuovQ
il territorio imolese solfri non po-
co per la guerra tra gli spagnuoli
e \ tedeschi, per gli alloggi, vive-
ri e contribuzioni che dovette som-
ministrare ai secondi; ciò rinno-
vossi anche npì pontificato di Be-
nedetto XIV, e gli austro-sardi
fissarono il loro quartiere genera-
le in Imola. Il detto Papa stabili
nel contado la hbertà del com-
mercio; questo venne favorito da(.
Clemente XIV, anche colla diminu-
zione de'dazi. Nel 177^ succes-
se Pio VI della famiglia Braschi
di Cesena, che nel medesimo an-
no creò cardinale lo zio Gio. Car-
lo Bandi vescovo d'Imola. Recan-
dosi nel 1782 il Pontefice a Vien-
na dall'imperatore Giuseppe II, si
legge nel Diario del viaggio y ec. ,
che nella sera di giovedì 7 mar-
zo giunse ad Imola, ricevuto nel
discendere alla porta della catte-
drale dal cardinal Bandi, da mon-
signor Caccia Piatti vicelegato di
Romagna, dal clero della medesi-
ma cattedrale, dal magistrato e
nobiltà. Portatosi dipoi al palazzo
vescovile, ivi ammise tutti al bacio
del piede, e vi restò a riposare.
Nella mattina seguente il Papa ac-
compagnato dal cardinale ritornò
alla cattedrale, e disceso nel vene-
rabile sotterraneo in cui riposano
con somma venerazione i sacri cor-
pi di s. Cassiano martire, di s^a
Pier Grisologo, e di s. Proietto,
ivi ascoltò la messa celebrata da
monsignor Ponzetti caudatario, am-
mise poscia nella sacrestia al bacio
IMO
del piede le dame della cillh, pas-
sò al palazzo pubblico per bene-
dire dalla loggia il popolo, quindi
riprese il corso del suo l'iaggio,
avendo permesso allo zio cardina-
le di accompagnarlo sino alla chie-
sa di s. Maria del Piratello lunge
due miglia dalla città.
Reduce Pio VI da Vienna, da
Bologna partì per Imola, ove ar-
rivò come nell'accesso ad ore i/\.
di sabbato 25 maggio, essendo pas-
sato sotto un bellissimo arco trion-
fale eretto con disegno dell' imo-
lese cav. Cosimo Morelli, in cui
era rappresentato l'abboccamento
tenuto dal Papa coli' imperatore.
Disceso all'episcopio venne accolto
dal vescovo cardinal Bandi, dal
clero e da tutta la nobiltà, es-
sendo egli accompagnato dai car-
dinali delle Lanze, Giovannetti ar-
civescovo di Bologna, Boncompa-
gni legato di Bologna, Carafa le-
gato di Ferrara, e Valenti Gonza-
ga legato di Romagna, e trovan-
dovi la sua sorella d. Giulia. Nel-
la seguente domenica il Papa pas-
sò alla cattedrale per celebrarvi la
messa, corteggiato dal cardinal ve-
scovo, dagli altri cardinali, dal se-
datore di Roma Rezzonico, e da
tutta la nobiltà imolese. Compito
il divin sacrifizio ed ascoltata altra
messa, Pio VI discese nella chiesa
sotterranea, ed offrì colle proprie
mani *un nobile calice d'oro di fi-
nissimo lavoro sopra l'altare di s.
Pier Grisologo dottore di santa
Chiesa e glorioso cittadino imolese.
Dipoi colle nobili carrozze del car-
dinal vescovo si portò con tutto
il seguito al palazzo del pubblico,
dalla cui loggia ed in trono diede
al popolo numeroso esistente nel-
la piazza l'apostolica benedizione,
indi fece litorao al palazzo vesco-
IMO 89
vile. Nella sera ammise all'udienza
il cardinal Alessandro Mattei, pro-
veniente dal suo arcivescovato di
Feriara per ricevere nel dì seguen-
te il cappello cardinalizio. A tale
effetto Pio VI tenne nel lunedi
concistoro pubblico nella gran sala
dell'episcopio coi suddetti sei car-
dinali, e vestito pontificalmente,
con tutte le consuete formalità
impose il cappello cardinalizio al
cardinal Mattei, cui pure assegnò
il titolo e congregazioni cardina-
lizie : dopo il concistoro il cardi-
nale visitò la cattedrale, essendo
soliti i cardinali che in Roma ri-
cevono il cappello , visitare po-
scia la basilica vaticana. Nella sera
poi col solito accompagnamento il
conte Antonio Codronchi imolese
ministro pontificio ossia internunzio
in Torino, dichiarato perciò came-
riere secreto, portò al cardinal Mat-
tei il cappello cardinalizio. Marte-
dì 28 maggio sua Santità con l'as-
sistenza di tutti i mentovati car-
dinali, e particolarmente assistita
nella sacra funzione dai cardinfjli
Giovannetti e Mattei, destinati per
l'officio di diacono e suddiacono
assistenti i monsignori Nardi ni sd
gretario delle lettere latine, e Co-
dronchi, fece solennemente la fun-»
zione di consacrare la chiesa cat-
tedrale d'Imola, nuovamente rie-
dificata con ampia e maestosa ar-f
chilettura del cav. Cosimo Morel-
li, soddisfacendo il santo Padre alle
premure dello zio vescovo cardinal
Bandi, dallo zelo del quale la città
deve riconoscere la riedificazione
di tal basilica, siccome fatta quasi
tutta a sue spese. Al terminare
della sacra funzione Pio VI fece
al popolo una dotta omelia, tutta
fondata sui sentimenti ammirabili
di s. Pier Grisologo^ per eccitare
9© IMO IMO
maggiormente gli ascollanti nlln le armate francesi, in forza del
divozione verso quel loro insigne quale esse evacuarono la Romagna,
concittadino, ed insieme per illu- Con nuovi pretesti i francesi in-
strare la città con la pubblica ri- vasero nel 1797 la Romagna, ed
luembranza di aver la medesima Imola nel dì primo febbraio, nel
dato alia Chiesa un cos\ gran hi- qual giorno il generale in capo
minare e maestro. L' omelia fu dell'armala d' Italia la unì con ap-
slampata negli atti del viaggio di posilo decreto alla repubblica di
Pio VI, e si legge a p. i5. De- Bologna. Venne in Imola stabilito
poste poscia da sua Santità le sa- un governo provvisorio democra-
cre vesti, assistette alla messa ce- tico, ed installata nuova munict-
lebrata dal cardinal Giovannetti palila, questa vide con dispiacere
sopra l'altare novellamente consa- trasportalo altrove il giornale ed
cralo. Nel seguente mercoledì Pio il registro di lettere del cessato
VI accompagnato dai cardinali, se- magistrato, venendo cosi tolta al
Datore di Roma, e pontiiicio segui- comune un'importante proprietà,
to, si portò al palazzo del pubblico ed una serie di documenti storici,
per dare di nuovo agi' imolesi so- Un generale congresso tenuto in
lennemente la sua apostolica be- Modena, e i voti espressi dai cit-
nedizione; passato indi a vedere la ladini in appositi comizi , portaro-
fabbrica della nuova chiesa di s. no che Imola facesse parte della
Maria de' monaci Olivetani, che si repubblica Cispadana; quindi ia
faceva costruire dal cardinal ve- conformità delle nuove massime
scovo come commendatario della costituzionali si procedette all'ele-
medesiraa, fece ritorno all'episcopio, zione di un corpo municipale, e fu
ed alle ore 18 partì per Firenze, in tal guisa Imola destinata capo-
L'inscrizione marmorea, che fu col- luogo del dipartimento del Santer-
locata nella cattedrale a memoria no, con amministrazione centrale,
della consacrazione, l'anonimo imo- tribunale, casa di forza, ec. Poco
lese la riporta a p. 176 della par- dopo venendo unite le due repub-
te II. bliche Cisalpina e Cispadana, fu
Nel 1785 Pio VI creò cardi- stabilito che i popoli di Bologna,
naie e vescovo d'Imola monsignor Ferrara e della Romagna facesse-
Gregorio Barnaba Chiaramonti, suo ro parte della repubblica Gisalpi-
concittadino e parente. Frattanto na. GÌ' imolesi ebbero nuova co-
spinta la Francia dai vortici di stituzione, e dichiarati appartene-
«na generale rivoluzione repubbli- re al dipartimento del Lamone,
cana, occupò la maggior parte degli poscia a quello del Reno, con nuove
stali italiani, e nel 1796 incomin- municipalità. Per la guerra nuova-
ciò ad invadere quelli della santa mente insorta tra la Germania e la
Sede , e a' 22 giugno s' ìmpa- Francia, la città nel 1799 ^" ^^''
droni d* Imola senza contrasto, cupata dai tedeschi, e regolata da
La forma del governo allora non una deputazione provvisoria, che
fu rinnovata, solo ebbe luogo un ebbe il titolo di regia cesarea reg-
consiglio provinciale in Ravenna, genza provvisoria dal general te-
Pio VI si vide costretto conchiu- desco conte di Klenau: finalmen-
dere 3*27 giugno un armistizio col- te a' io luglio 1800 l'esercito fraa-
IMO IMO' 91
cese occupb di nuovo Imola, e leria uno stendardo. A' io novembre
veimero richiamale in vigore le 1800 venendo ordinata la forma-
leggi della repubblica Cisalpina. zione d'una consulta straordinaria.
Sino dai 20 febbraio lygSaven- i membri della quale dovevano a-
do i francesi anteriormente occu- dunarsi in Lione per fissar le ba-
pato lo stato pontifìcio, trasporta- si delle leggi organiche della re-
rono via da Roma il Pontefice pubblica, fra le quaranta città pri-
Pio VI, e qual prigioniero Io con- marie che spedirono un deputato
dussero in Valenza di Francia, ove al congresso ebbe parte Imola; le
morì spettacolo di eroica sofl'eren- guardie nazionali del dipartimento
2a a' 29 agosto 1799. '' cardinal del Reno elessero cinque deputati,
Chiaramonti allontanato dalla sua e la commissione straordinaria di
greggia, fu costretto cercare asilo governo un altro, per cui tre imo-
in estere contrade, finche adunato lesi recaronsi a Lione ove a' 20
il sacro collegio de' cardinali per gennaio 1802 fu accettata dalla
dare un successore al defunto Pa- straordinaria consulta una nuova
pa, recossi a Venezia pel concia- costituzione. La repubblica che pri-
ve. A' i4 marzo 1800 il cardinal ma chiamavasi Cisalpina prese il
Chiaramonti fu esaltato al pontifi- nome di repubblica Italiana , e
calo, e prese il nome di Pio VII, Napoleone Bonaparte primo con-
senza cessare di essere vescovo d' I- sole della repubblica francese ne
mola che governò per vicari. Es- fu proclamato presidente, e Fran-
sendogli stali restituiti ì dominii cesco Melzi vice presidente. Dipoi
della Chiesa non ceduti nella pace il senato conservatore della re-
di Tolentino, Pio VII nel partire pubblica a' 18 maggio 1804 con un
da Venezia per Roma donò al senato consulto allldò il governo
tenente maresciallo Manfrault, go- della repubblica allo stesso Napo-
vernatore della piazza di Venezia, leone che prese il titolo d' impe-
un anello con zafliro contornato ratore de' francesi, che Pio VII
di brillanti, accompagnando gra- consacrò in Parigi nella solenne
ziosamente il dono con gentilissi- coronazione. Quindi l' italiana con-
mo biglietto, in cui erano scritte sulta di stato collo statuto costi-
queste rimarchevoli parole: «e//Vm- tuzionale de' 17 marzo i8o5 di-
possìbiliià di mostrargli la sua chiaro Napoleone re d'Italia, succe-
soddìsfazione come Papa^ supplì- dendo la sua coronazione in Mi-
sce per lui il vescovo d'Imola^ es- lano a' 26 maggio, per Io che I-
sendo appunto l'anello che porta- mola fece parte del regno italico,
va siccome vescovo di questa chie- coi savi e podestà magistrati mu-
sa. Frattanto Imola come facente nicipali. Con riprovevole ingrati-
parte dell'antica legazione di Ro- tudine, e colla prepotenza del più
magna, che colle legazioni di Bo- forte Napoleone occupò i dominii
logna e Ferrara erano state ce- ch'erano restati alla santa Sede,
dute alla Francia nella pace di ed a' 6 luglio 1809 il virtuoso Pio
Tolentino sotto Pio VI, armò sotto VII fu strappato da Roma, e pri-
il governo francese la guardia na- gioniero portalo qua e là; ma rin-
zionale, ed ebbe in dono dal gover- novossi a dispetto de' suoi nemici
no la fanterìa una bandiera, la cavai- il trionfo della religione avvenuto
^1 IMO
nel glorioso suo predecessore, dap-
poiché i popoli facevano a gara di
tributargli l'omaggio della più pro-
fonda venera/ione, commiserando
i patimenti di cui era bersaglio. I
suoi persecutori nella deportazione,
in trastèrirlo da un luogo all'altro^
onde impedire che venisse cono-
sciuto, solevano annunziarlo pel
vescovo d'Imola.
La divina provvidenza nel i8i4
ridusse in polvere il trono e la
colossale potenza di Napoleone, ed
i sovrani da lui detronizzati pote-
rono pacificamente ritornare alle
loro sedi, mentre la Romagna ven-
ne occupata dagli austro-britanni.
A' 3[ marzo Pio VII fece il suo
solenne ingresso i»i Bologna, ed a' 2
aprile si recò ad Imola con esul-
tanza della città e diocesi, che lo
accolse colle più grandi acclama-
zioni e dimostrazioni religiose, e
passò ad abitare nel suo episcopio.
Vi giunse nel dì precedente alla
domenica delle palme; nel dì del-
la Pasqua, con tre vescovi e di-
versi prelati assistè alla messa nel-
la cattedrale, pontificata dal suo
elemosiniere segreto monsignor ar-
civescovo Bertazzoli, e poi proces-
sionalmente si portò al palazzo co-
munale per dare dalla loggia l'a-
postolica benedizione all' immenso
popolo, giacche si calcola che acr
corressero in Imola più di venti-
cinque mila persone, e da diverse
città vescovi, prelati, distinti per-
sonaggi, non che deputazioni di di-
versi luoghi dello stato pontificio,
tutti per esprimere le loro congra-
tulazioni, e la divozione che nutri-
vano per l'immortale Pontefice.
Il cav. Giacomo Giustiniani, che più
tardi ne divenne vescovo, il prin-
cipe Ruspoli, ed il conte Pian-
dani gli preseptaroao gli onaag-
IMO
gì della città di Roma . Nello
stesso palazzo comunale ammise
benignamente al bacio del pie-
de il magistrato della città, e mol-
ti altri della medesima , per cui
lo stesso magistrato per memoria
eresse analoga marmorea iscrizione
nella sala principale del suo palaz-
zo. Le altre iscrizioni che si fecero
in Imola per sì felice avvenimen-
to, le riporta il eh. Pistoiesi nel
tom. Ili, pag. 186 della Fila di
Pio VII. Dopo avere il Papa di-
morato circa quattordici giorni in
Imola, a* i5 aprile proseguì il suo
viaggio trionfale per Faenza. Nel
18 15 furono restituite alla santa
Sede le tre legazioni summentova-
te, compresa quella di Romagna,
così Imola tornò sotto il pacifico
dominio de' romani Pontefici , e
sotto la legazione apostolica di Ra-
venna in cui è tuttora. Quanto al-
le note politiche vicende ch'ebbero
fatale principio nel febbraio i83i,
in cui venne inviluppata anche I-
mola, ne facemmo parola all'arti-
colo Forlì ed altrove, e ne par-
leremo anche all'articolo Ravenna.
Sulla storia d'Imola, oltre i citati
autori, si possono consultare Ange-
Io Torsano, Oraliones quae de Uin-
hriae, etc, ove parla della provin-
cia di Romagna; il Sansovino, Ri-
stretto delle città d'Italia; il Bla-
vio nel Theatrum civilatum; ed il
Marchesi, La galleria deW onore,
il quale parando della città d'I-
mola, si diffonde intorno alle fa-
miglie Alidosi, Bardella, Sassatelli,
Vaini e Vestri.
La luce salutifera del vangelo si
diffuse nella chiesa Corneliese nel
primo secolo del cristianesimo, dal
glorioso martire e vescovo di Ra-
venna s. Apollinare, come sem-
bra provare l'anoiiimo imoiese nel-
IMO
la parte II della sua storia d'Imo-
la, dicendo che nel declinar di det-
to secolo Imola era già divenuta
cristiana, non potendosi narrare i
primitivi suoi progressi, ne deter-
minare propriamente l'epoca dell'e-
rezione di sua sede vescovile , che
forse può avere avuto origine nel
secolo terzo, o meglio nel quarto
sotto Costantino. È certo che in
Imola ai tempi del martire s. Cas-
siamo eravi una moltitudine di cri-
stiani, ed il dotto Zaccaria nella
storia de' vescovi imolesi inclina a
persuadersi, che il santo fosse orion-
do romano, e nativo corneliese, es-
sendo altro argomento per creder-
lo tale l'aver egli aperto scuola nel
foro, perchè nelle colonie i pubbli-
ci uffizi solevano affidarsi ai citta-
dini ; però non è provato se il san-
to ne fosse pur vescovo, come pre-
tesero alcuni, o anche di altra chie-
sa, come Sabbiona ora distrutta, o
Bressannone, forse illusi dall'essere
tali catl^drali dedicate al santo mar-
tire; altri dicendolo vescovo d'Augu-
stoduna, di un s. Cassiano facendone
tre. Altra questione è quando il
glorioso atleta rese col proprio san-
gue un'insigne testimonianza della
tede da lui professata, lo che pare
sia avvenuto prima che Dioclezia-
no movesse guerra alla Chiesa, cioè
prima dell'anno 3o3. Dal secolo
IV incomincia la serie de' vescovi
imolesi, e se ne trova la prima
memoria in s. Ambrogio, eletto ar-
civescovo di Milano nel 874 ^ in
una lettera scritta nel 879 a Co-
stanzo vescovo d'una sede vicina
al foro di Cornelio, dalla quale si
rileva che poco prima Imola es-
sendo rimasta priva del proprio
vescovo, il santo raccomandava a
Costanzo, Ecclesiam quae est ad
Forum Conielii, come metropolita-
IMO 93
no di tutta l'Emilia, a lui appar-
tenendo la consacrazione del vesco-
vo corneliese, perchè allora essen-
do quaresima gli era impedito re-
carsi al foro. Si suppone quindi
che s. Ambrogio cessate le quare-
simali fatiche siasi portato in Imo-
la dopo la Pasqua del 379, e con-
vocati il clero e la plebe venisse
eletto il secondo vescovo anonimo
come il primo. Terzo vescovo fu s.
Cornelio, eletto verso l'anno 4o5dal
Pontefice s. Innocenzo 1 : il Gri-
sologo scrisse di lui : Cornelius me-
moriae beatissìmae vita clarus, cun-
ctis virtutuni titulis ubique fLilgens^
operitm magiiitadirie notus iiniver-
sis. Ad insinuazione di s. Cornelio
l'imperatore Valentiniano IH fece
edificare in Imola la basilica detta
dal suo nome Valentiniana , nel
luogo stesso ove Appio aveva or-
dinato il teatro pei gladiatori : il
tempio fu dedicato a Maria, e per-
ciò chiamato di s. Maria in Are-
nula, e poi per corruzione di s.
Maria in Regola. Presso questo sa-
cro edificio eravi un magnifico pa-
lazzo, ove dimorarono gì' impera-
tori Enrico li. Federico I, Ottone
IV e Federico li. A s. Cornelio fu
sostituito r arcidiacono imolese s.
Proietto verso l'anno 4^o > ed il
corpo di s. Cornelio fu sepolto nel-
la cattedrale allora esistente nel ca-
stello di s. Cassiano : credesi che
il di lui corpo sia tra le anonime
reliquie trasportate per ordine del
vescovo Alberto l dall'antica alla
nuova cattedrale, e poste nell'alta-
re di s. Pier Grisologo nel 1200.
L'esemplarissimo vescovo Proietto,
di gran zelo, prudenza e santilù
ornato, mori a' 2 3 settembre di an-
no incerto.
A voler far menzione de' vesco-
vi che principalmente si distinsero.
94 IMO
nomineremo i seguenti. L'imole.^e
s. Maurelio divenne vescovo cor-
neliese nei 532, e vuoisi da alcuno
martire, e che subisse il martirio
nel 54*2 sotto il barbaro Tolila re
de' goti i il suo corpo si venera nel-
la cattedrale. Antonio Maria Man-
zoni ci diede l'opuscolo intitolato:
Tumulus ss. Projecd et Maure.lii
civium episcoponini , ac proteclo-
rum urbis Corneliensis illustratuSy
Imolae lyoS, apud haeredes Mas-
sae. Verso l'So i l'imolese Eugenio,
lodalo per dottrina, ascese alla cat-
tedra vescovile. Qui noteremo che
a cagione de* tempi venendo trascu-
rata la vita comune nei canonici
delle cattedrali , a richiamarla in
vigore i conci li i di Magonza , di
Tours e di Acquisgrana vi presero
provvidenza, e furono ordinate le
canoniche abitazioni, a facilitar l'e-
rezione delle quali l'imperatore
Lodovico I neirSig fece un capi-
tolare, indi il Papa Eugenio li
neir 826 prescrisse in un concilio
discipline sulla vita canonicale. Tali
prescrizioni non poterono non pro-
durre anche in Imola l'effetto in-
culcato, e lo produssero veramen-
te ed in modo che al decorrere
del seguente secolo X e dei suc-
cessivi non fu bastevole la casa ori-
ginariamente eretta presso l'episco-
pio a contenere tutti i canonici imo-
lesi, de'quali molli dovettero con-
vivere nel monistero di s. Vitale,
che credesi edificato nel fondo chia-
mato poi Galletta, con ospedale
contiguo a benefìcio de' poveri, in-
fermi e pellegrini. Tanto poi i ca-
nonici imolesi furono premurosi di
osservare la vita comune, loro pre-
scritta per replicate canoniche san-
zioni, che prossimo vedendo alla
distruzione il loro domicilio, come
nel i]5i, così nel 1 182 si traslo-
IMO
carono uniti nel prossimo castello
di Duzza. Ritornato poscia il col-
legio canonicale in Imola nel 1 188,
dimorò per quattr'anni circa in
gran parte presso la pieve di s.
Lorenzo sinché fosse edificala la
nuova canonica. Un tal genere di
vita comune trovavasi in vigore tra
i canonici imolesi anche nell'anno
1255. Quanto poi alla elezione dei
vescovi d' Imola, è noto come s.
Leone I Magno accennò come re-
gola dettata dai padri, e conforme
all'apostolica autorità, che la elezio-
ne de' vescovi si facesse dal clero,
ad istanza e secondo i voti del
popolo. Tale lodevole costumanza
a tutte le antiche chiese occiden-
tali, fu nei vetusti secoli adottata
anche dalla chiesa imolese; ma nel-
1*88') essendo accaduta la morte
del vescovo, volle il popolo tutta
arrogarsi la elezione del successo-
re, ciò che diede luogo a dispareri,
i quali furono portati a cognizio-
ne del Pontefice Stefano VI. Que-
sti ponderata maturamente la cau-
sa, scrisse a Romano arcivescovo di
Ravenna, impegnando tutta la sua
sollecitudine per la canonica elezio-
ne del nuovo vescovo, e dichiaran-
do eleclione/n ad clerum spedare.
Fu in seguito riserbata la scelta
del vescovo a* canonici della catte-
drale, che verso l'anno i 194 co-
minciarono a formare coi canonici
di s. Lorenzo un solo capitolo, e
ad avere coi medesimi comune il
gius dei comizi. I romani Pontefi-
ci poscia riserbarono a se l'elezio-
ne de' vescovi imolesi.
Al cominciare del secolo X IT-
talia tutta impaurita e gemente per
le invasioni degli ungheri o unni,
barbari a segno di portare le fiamme
devastatrici nei medesimi santuari, i
canonici ed i cittadini d'Imola furo*
I M O
»o solleciti nel prevenirne le con-
seguenze, e nel 90 3 trasportarono
dalle chiese in luoghi nascosti e
quasi inaccessibili le reliquie de* lo-
ro santi protettori, e le sacre ce-
neri di s. Cassiano esistenti nella
basilica di s. Cassiano. Nuove in-
cursioni nemiche portarono per tut-
to la devastazione e l' incendio , e
la cattedrale fu saccheggiata, e qua-
si interamente distrutta , per cui
dopo pochi anni il vescovo Gio-
vanni II si accinse a rinnovarla, e
mercè le generose obblazioni di
Troilo JVordilio imolese di somma
autorità, nel 946 fu condotta l'ope-
ra al suo compimento. In tale cir-
costanza furono discoperte le reli-
quie di s. Pier Grisologo, riposte
in seguito entro quell' urna mar-
morea ove collocate le avea il san-
to vescovo Proietto. Inoltre Gio-
vanni li accordò ai canonici il di-
ritto di esigere le decime, confer-
mato poscia da' Papi Lucio III, e
Celestino III. Fu nel 997 che per
opera di Ricciardo Alidosi venne
restaurata l'antichissima chiesa di
s. Lorenzo, la quale non molto
dopo fu arricchita di molti fondi
da Guilla nobil donna. Paolo di-
venne vescovo nel 1027, o meglio
assai prima e forse nel ioi3; fu
sotto questo vescovo, inteso ad ab-
bellire la cattedrale già ristorala
dal generoso Corrado Sassatelli nel
1010, che si scuoprlrono i sacri
corpi de* ss. Maurelio e Proietto ;
e nel 1028 \ennero riposti in ur-
ne di pietra, indi nascosti ad istan-
za degl'imolesi timorosi di guerre-
sche scorrerie. Pare che Paolo te-
nesse il vescovato sino al 1082, nel
quale anno per le benefiche cure
di Ugolino Alidosi venne riedifica-
to il teriipio dedicato a s. Giaco-
mo apostolo. Sotto il vescovo Pel-
IMO 9^
legrino, e nel 1048 Pianiero Ali-
dosi eresse la chiesa di s. Giulia-
no, negli ultimi tempi $oppressa.
Nel 1063 divenne vescovo Basilio
monaco integerrimo, prudente esen-
to. In tale anno usci da un lago
prossimo alla città un drago, il qua-
le sparse per tutto la desolazione
ed il terrore. Compassionando Ba-
silio il lagrimevole stato degl'imo-
lesi, ricorse alle pubbliche preci, e
tutta ponendo la sua confidenza
nella divota immagine di Maria
Vergine, col sacro velo di que-
sta che Longino avea portato da
Costantinopoli nel 567 e collocato
nella chiesa di s. Maria in Regola,
andò contro l'orrida fiera, e la con-
quise. A memoria del prodigio in-
nalzò una colonna di marmo con
apposite epigrafi che si vedono sot-
to l'aitar maggiore di detta basili-
ca, e l'anonimo imolese. nel nar-
rare il prodigio le riporta e spie-
ga a pag. 62 della p. II, con altre
analoghe notizie, e del perchè si
faccia la processione a* 5 febbraio,
nel d'i sacro a s. Agata. A* tempi
del vescovo Basilio eravi fuori di
porta Bolognese un' antichissima
chiesa cadente, dedicata a s. Ma-
ria della Misericordia e a s. Ste-
fano protomartire in zagonia o dia-
conia ; i cittadini nel 1070 la fe-
cero ricostruire, avente annesso uà
monistero di benedettine che poi
nel 1256 per autorità di Alessan-
dro IV fu ceduto alle Clarisse. Mo-
rì Basilio nel 1074, e venne distin-
to in un breve di Eugenio 111 col
titolo di beato.
Morando, per maneggio degli en-
riciani o fautori di Enrico IV, nel
1 084 assunse il vescovato, mentre
Imola trovavasi immersa in civili
discordie, e in tre parti divisi i cit-
tadini: l'una abitava di là dal Va*
96 IMO
treno, o v'era fabbricala la rocca dei
longobardi; l'altra occupava l'anii-
co sito del foro di Cornelio dello
poi castello di s. Cassiano; stava
la tei-za in mezzo ov'era situala la
città dei corneliesi o imolesi. Mo-
lando che a togliersi dal furore dei
parliti avea trasportata la sua se-
de in Conselice, ad istanza de* cor-
neliesi e sancassianesi fece ritorno
in Imola, e quivi tutte impegnò le
sue cure onde fosse riconosciuto
per legittimo l'antipapa Clemente
HI, specialmente dal proprio clero,
e vi riuscì. Sotto Morando nel
io85 fu ritrovata la colonna alla
quale credesi fosse legalo s. Cas-
siano quando sostenne il martirio:
al presente si venera il sacro mo-
numento a tergo dell' aitar mag-
giore delia chiesa parrocchiale dei
ss. Bartolomeo e Cassiano nei sob-
borghi della città. Nel iog4 im-
perversando fierissima pestilenza,
molti scismatici tornarono al seno
della Chiesa romana , all'obbedien-
za del legittimo Urbano II, e si
allontanarono dal falso Papa Cle-
mente III ; ed è probabile che gl'i-
molesi cacciassero da questa sede
r intruso Morando, il quale rifu-
giossi in Cesena, e di dove- come
sostenuto da Enrico IV non volle
rinunziare al vescovato. Il sostituito
Oldone venne autorizzato da Ur-
bano II a consacrare una chiesa
di Como : resse questi la chiesa
d'Imola sino al 1108. Dal quinto
secolo della Chiesa sino al i 106
il vescovo d'Imola era stato sog-
getto alla giurisdizione del metro-
polita di Ravenna; ma a' 27. otto-
bre di detto anno convocò Pasqua-
le II in Guastalla un concilio, ove
fra gli altri decreti per umiliare
In chiesa di Ravenna, furono sot-
tratte da queir arcivescovo le chie-
IMO
se dell'Emilia, e probabilmente vi
comprese la chiesa imoicse. Tale
dipendenza però venne rinnovata
nel 1119 da Gelasio II, e confer-
mala negli anni 11 25 da Onorio
li, nel II 33 da Innocenzo II, nel
1224 ^^ Onorio III, e nel 1228
da Gregorio IX. Nel 1122 diven-
ne vescovo Otrico, il quale fu as-
sai benemerito del capitolo, gli ac-
cordò amplissimi privilegi e il di-
ritto di esigere decime : gli succes-
se nel 1126 Bennone che vuoisi
imolese, umanista celebre dell'uni-
versità di Bologna, arcidiacono del-
la cattedrale imolese, giacché l'ele-
zione del vescovo allora cadeva so-
pra i soggetti più ragguardevoli del
clero, massime sui canonici di que-
sta chiesa. Bennone ottenne dal
Pontefice Onorio II l'ampio privi-
legio con cui si accordò al vescovo
d' Imola e successori gli antichi
diritti di esiger dazi nella città, di
pronunciar pubblici giudizi , e di
possedere il temporale dominio su
molti luoghi del contado imolese,
donde poi fu che i 'vescovi imolesi
assunsero il titolo di conte. L'im-
portante diploma pontifìcio l' ano-
nimo imolese lo produce a p. 74:
morì Bennone nel i i Sg. Sotto di
lui o nella sede vacante, presso lo
spedale di s. Giorgio s' incominciò
la fabbrica d'una chiesa in onore
di tal santo, ora non più esistente.
Ridolfo ravennate monaco bene-
dettino nel I 146 fu eletto vesco-
vo : mentre era abbate di s. Ma-
ria in Regola ottenne a favore del
suo monistero di benedettini di-
verse castella, chiese, privilegi e
diritti da Papa Eugenio III. Ritor-
nando il vescovo dal concilio di
Chartres in Francia, nel 1 147 ot-
tenne in dono e collocò nella ba-
silica del suo antico monistero il
IMO
corpo di s. Sigismondo re di Bor-
gogna : i forlivesi, ì milanesi ed i
piagesi M vantano di possedere il
corpo di tal santo. Ridolfo fu pure
al concilio di Reims tenuto da Eu-
genio II r. Questo vescovo ampliò
Je rendite della chiesa e la sua
giurisdizione, ed Eugenio III con-
fermando il diploma di Onorio II
accordò altre castella, rendite e pri-
vilegi con special diploma che si
legge a pag. 83 loco citato. Gl'in-
cendi e le distruzioni portate nel
1 1 52 dai bolognesi agli edifizi del
castello di s. Cassiano, obbligarono
Ridolfo a trasportar la sua sede in
Dozza, e non fece ritorno ad Imola
che nel 1 154. Inoltre il zelante Ri-
dolfo compose le differenze che di-
videvano i corneliesi dai sancassia-
nesi, e confermò i diritti spirituali
e temporali accordati da' suoi pre-
decessori ai canonici di s. Lorenzo,
stabilendo che una quarta parte dei
fruiti fosse devoluta a' medesimi ca-
nonici, un'altra alla fabbrica della
chiesa, una a'poveri e l'ultima a' ca-
nonici della cattedrale. Fu anche nel
II 59 che Federico conte palatino
legato imperiale favori la chiesa imo-
lese con grazioso diploma, riportato
dall'anonimo imolese a pag. 88. Uno
scisma insorto nel nSg nell'elezio-
ne di Alessandro III, in cui s'intru-
se l'antipapa Ottaviano o Vittore
V, cagionò al vescovo Ridolfo una
lunga serie di triste vicende : il con-
ciliabolo di Pavia e l' imperatore
Federico I riconobbero il falso Pon-
tefice, il quale col vero si dierono
a fulminar scomuniche, e nell'obbe-
dienza fu divisa lagrimevolmente
la cristianità. Ridolfo restò sempre
fedele ad Alessandro HI, ma do-
vette per molti anni andare ra-
mingo dalla sua sede in diversi
luoghi della diocesi, e nel ii65
VOI. xxxiv.
IMO 97
era già ritornato in Imola. Se pe-
rò il clero di s. Cassiano, seguen-
do l'ottimo esempio del vescovo,
spiegò il suo attaccamento ad A-
lessandro HI, non venne imitato
dai cittadini corneliesi, che segna-
rono ne' loro atti : certuni Papain
nondiwi liabenius. Mori Ridolfo
dopo il 1166, chiaro per virtù e
per meriti , decorato del titolo di
beato negli antichi monumenti, e
leggesi il di lui corpo segnato tra
le sacre reliquie conservate nella
chiesa di s. Maria in Regola. Il
successore Arardo compassionando
la critica situazione dello spedale
di s. Giorgio, gli concesse alcuni
beni a titolo di permuta , in be-
nefìcio della chiesa dell' ospedale e
de' ministri che ivi servivano: fini
i suoi giorni verso il 1 174. Enri-
co che gli successe, vedendo l'im-
minente distruzione del castello di
s. Cassiano, ottenne che i laici con-
segnassero a' canonici i corpi de' san-
ti prolettori Pier Grisologo, Pro-
ietto e Maurelio nascosti, poi tras-
feriti nella cattedrale. Addetto co-
m'era Enrico alla causa di Ales-
sandro III, divenne se^^no alle im-
periali persecuzioni, dovette abban-
donar la sede, e rifugiarsi in di-
versi luoghi, finche ritornò in Imo-
la nel II 77 per la pace fatta tra
Federico I ed il Papa. Essendo de-
molito il monistero e spedale di
s. Vitale di ragione de' canonici ,
Enrico convenne che i beni appar-
tenessero parte alla mensa vesco-
vile, e parte alla canonicale.
Nel 1 177 considerando l' imole-
se illustre Pietro Trullo la vicina
demolizione della cattedrale, dispo-
se che se la figlia morisse senza
prole, la nuova chiesa di s. Cas-
siano, se fabbricata in Imola, aves-
se la metà di sua casa e di sua
7
98 IMO
•vigna. Inlei-Tcnne Ennco al concì-
lio Interanense III, e conseguì da
Alessandro IH la conferma di tutti
i privilegi concessi dai romani Pon-
tefici alla chiesa imolese. Ritorna*
to iu Imola, e trovato il castello
di s. Cassiano quasi distrutto , si
ritirò co' suoi canonici in Doxza.
Nel II 85 Bertoldo legato imperia-
le rìlasciò un diploma con cui con-
fermò ad Enrico la signoria del ca-
stello di s. Cassiano, di Totano,
Poggiolo, s. Geminiano, Ronco,
Rocca Valsalva, Sorbelolo, Taula-
ria, Conselice, e di altre castella,
terre e chiese. Il saggio e benefi-
co vescovo accomodò varie contro-
versie) e decretò la traslocazione
della cattedrale e della sede ve-
scovile dal castello di s. Cassiano
entro la città d' Imola, al quale
oggetto nel 1187 ottenne da' cit-
tadini il rione Montale, ov'è pre-
sentemente la cattedrale. I consoli
e i*eltori d* Imola fecero la dona-
zione del rione con atto riportato
a pag. 97, e per maggior garan-
lia Ire giorni dopo , cioè a' 6 lu-
glio, giurarono solennemente in no-
me di tutta la città, e promisero
di salvare e difendere la persona
di Enrico e di tutti i vescovi suc-
cessoli, e le loro giurisdizioni e pos-
sessioni. Enrico gittò quindi la pri-
ma pietra fondamentale della nuo-
va basilica di s. Ca>siano, la cui
costruzione procedette lentissima ,
e colle limosine domandate nel
laSo dal vescovo Tommaso, potè
finalmente il vescovo Sinibaldo con-
sacrarla solennemente a' 24 otto-
bre 127 1. Tuttavolta Enrico nel
1 1 88 trasportò la vescovile sua se-
de insieme colla propria corte nel-
la città, e appena eretti i primi
muri della cattedrale vi sì colloca-
rono le sacre reliquie de' santi prò-
IMO
lettori, e vuoisi compresevi pure
quelle di s. Cassiano. Morì Enri-
co nel I 193 pieno di grandi me-
riti, ed autore di utilissimi statuti
in decoro della sua chiesa. Sotto
il successore Alberto I, benché fos-
se determinato il numero de' ca-
nonici delia cattedrale, ne vollero
questi l'approvazione dal Pontefice
Celestino III nel 1194» con diplo-
ma che diresse al preposto e ca-
nonici. I canonici si stabilirono in
numero di undici, cioè cinque pre-
ti, tre diaconi e tre suddiaconi. È
qui da osservarsi che la prima di-
gnità capitolare è il preposto sino
dagli antichi secoli; un'altra di-
gnità sì è quella dell'arciprete, e
già esisteva nel io56: essendo ces-
sata dopo il 1239, fu restituita nel
1479 da Sisto IV, il quale nel
1477 avea pure restituita la di-
gnità dell'arcidiacono ; altre dignità
sono il decano e il priore, che so-
spese nel secolo XII, il vescovo
Bonadies ripristinò nel i5o4 la p»ì-
ma, e il vescovo Cuccini verso la
metà del secolo XVII la seconda.
Della dignità di camerlengo le pri-
me memorie sono del i235. Era-
no altre dignità il primicerio, il
tesoriere, il custode, il penitenzie-
re e il teologo: ebbero per istitu-
tori, la prima il vescovo Bonadies,
la seconda e la terza il vescovo
Scribonio, le altre il vescovo Musot-
ti. Presentemente il penitenziere,
il teologo, come anco il parroco
tornano semplici canonici alla mor-
te di quelli da'quali erano stati in-
vestiti di quegli offizi come ilignità.
Abbiamo da Federico Sordi, Consi-
lia de praeeminentiay et dignitate ar-
chidiacona tus^ praeposiiorum, archi-
presbyterorum Iniolensium ^ Bono-
niae i58i.
Alberto I coH'autorità di Cele-
IMO
stino III cui fu accettissimo, non
solo sopì le discordie tra' cittadini,
ma tra i canonici di s. Lorenzo e
t monaci di s. Donato, i quali do-
po la distruzione del castello di
s. Cassiano trasferirono il corpo di
s. Donato nella chiesa di s. Paolo
ora distrutta ; così le differenze tra
il vescovo ed i canonici della cat-
tedrale. Con questi il successore
Alberto II premuroso di stabilire
una perenne concordia, li dispensò
dall' offerta della candela, dalle spe-
se per accompagnar il vescovo a
Ravenna, confermò loro le decime
con facoltà di punir colie censure
i renuenti. Con approvazione del
medesimo Alberto li i canonici di
s. Maria del Castello d' Imola e i
monaci de' santi Matteo e Mattia
intrapresero a convivere insieme
sotto la presidenza di un solo ar-
ciprete o abbate da essi eletto, e
confermato dal vescovo. Nel 1202
Alberto II meritò essere trasferito
air arcivescovato di Ravenna, e nel-
la sede iraolese gli successe Gere-
mia : sotto di lui e nel 1204 fu
dato ai monaci camaldolesi il mo-
uistero di s. Caterina, detto di s.
Eustachio, situato ne' sobborghi di
s. Giacomo, già doppio cioè di uo-
mini e di donne ; verso il secolo
XV passò il monislero nelle mani
de' chierici secolari , e Giulio 11
l'unì alla prepositura con titolo di
padronato alla famiglia della Vol-
pe, che successivamente nominò
molti individui della propria fami-
glia. Dopo un vescovo ch'era pure
abbate della Pomposa, venne eletto
nel 1207 il sagacissimo Mainardi-
no Aldigieri ferrarese. A' 16 mag-
gio 1208 collocò nell'altare d'una
cappella da lui fabbricata nella cat-
tedrale i corpi de' santi Maurelio
e Proietto, che ivi rimasero fino
IMO 99
al i4%> nel qual tempo furono
dal vescovo Volta trasferiti in ara
nuova, come egualmente lo furono
nel 16 16 sotto il vescovato di Pa-
leotti; però la ricognizione ebbe
solo luogo a' 21 aprile 1700 sotto
il vescovo cardinal del Verme. Ot-
tenne nel 12 IO dall'imperatore Ot«
tone IV un diploma con cui con-
fermò alla giurisdizione del vesco-
vo quelle terre e castella, che l'a-
nonimo enumera a pag. 109 , in-
sieme a quelle confermate da Fe-
derico II con diploma emanato nel
1226 in occasione che i bolognesi
e faentini le avevano violentemen-
te occupate. Anche Innocenzo IH
confermò al vescovo Mainardino
lutti i diritti e beni conceduti da
Eugenio III ed Alessandro III. Nel
1227 Mainardino giltò la prima
pietra fondamentale della chiesa di
s. Maria della Carità presso alle
mura della città, con dichiarazione
che appartenesse ai canonici. 11 Ga-
ra m pi nelle Memorie ecclesiastiche y
pag. 399, dice che Mainardino fon-
dò la chiesa e monistero della Ca-
rità, acciò fosse canonica regolare
secondo la regola del b. Agostino,
e i frati e suore della medesima
dovessero prestare ubbidienza, se-
condo detta regola, al priore dal
quale dovessero correggersi ; obbli-
gando i medesimi frati e suore a
prestare la dovuta soggezione an-
che ai vescovi suoi successori. Ver-
so il i23o con replicati diplomi
confermò ai canonici le antiche giu-
risdizioni ; e nel i235 con sua ap-
provazione le monache domenica-
ne ottennero Inarca onde edificar-
vi una chiesa. Morì Mainardino
nel 1249, e delle sue gesta come
cittadino e podestà ne parlammo
superiormente. Il nuovo vescovo fu
Tommaso Ubaldini di Firenze, il
foo IMO
quale spieg?> energico e straordi-
nario impegno per sostenere le an-
tiche consuetudini, ch'erano le ba-
si di parecchie giurisdizioni vanta-
le dalia sua chiesa e dai canonici.
Nel 17,52 dalla locale polizia
venne adottata la pratica introdot-
ta in diverse città, della fabbrice-
ria nella cattedrale per raccoglie-
re le spontanee offerte de' fedeli.
Nell'anno 1^55 fu accordata agli
agostiniani la chiesa de* ss. Giaco-
mo e Filippo; e nel i^Sy i fran-
cescani aprirono in Imola un insi-
gne studio di teologia. L' anno
1258 ebbe principio la gravissima
e lunga controversia tra il vesco-
vo ed il comune, il quale tentò to-
gliere al prelato il gius dell'acqua
che dal canale d' Imola scorreva
nel porto di Consci ice , paese a
que' tempi soggetto alla vescovile
giurisdizione, e a tale effetto di-
vertì l'acqua medesima. 11 vescovo
Tommaso si oppose fortemente, e
minacciò le censure, per cui i con-
soli ed il magistrato civile saccheg-
giarono l'episcopio, e lo spogliaro-
no de* privilegi e monumenti ma-
noscritti relativi alla chiesa, quindi
ebbero luogo scomuniche, interdet-
ti ed appellazioni alla santa Sede,
anche quando il podestà, gli an-
ziani e i consiglieri per sostenere
un canonico non voluto dal vesco-
vo, portatisi armati alla chiesa di
s. Cassia no, con scuri ruppero le
porte e i cancelli, maltrattando il
clero. Gli scandali si terminarono
colla concordia tra il comune e la
chiesa nel 1267, che l'anonimo
produce a pag. 120; allora il ve-
scovo assolvette il comune dalla
scomunica e dall' interdetto , e si
ripigliò nella città la celebrazione
de' divini uffizi, che per quindici
mesi era slata sospesa. In mezzo a
IMO
questi disturbi, il vescovo accreb-
be le giurisdizioni e i proventi della
cattedrale e de' canonici, e conces-
se loro la chiesa di s. Donato pros-
sima al cimitcrio della cattedrale /
e alla casa Alidosi, cogli cdiQzi e
diritti spettanti alla conceduta chie-
sa. Inoltre nel 1260 o 1264 die-
de l'ospedale di s. Spirito ai frati
crociferi , e 1* annessa chiesa di s.
Vincenzo fuori di porta Romana.
Morì Tommaso nel 1269.
Sinibaldo nel 1271 consacrò la
cattedrale, e nel sotterraneo o con-
fessione ripose il corpo del s. mar-
tire Cassiano: ratificò la concordia
giurata dal predecessore coi citta-
dini, concedendo al comune in en-
fiteusi molti terreni ; consagrò la
chiesa di s. Donato da lui risto-
rata ; ampliò ed abbellì la catte-
drale, e vi aggiunse nel 1278 la
tribuna del coro, ornandola con di-
verse pitture. Nel 1 28 1 in detto
tempio fu tenuto un concilio pro-
vinciale da Bonifacio Fieschi arci-
vescovo di Ravenna. La generosi-
tà e prudenza di Sinibaldo richia-
mò gì' imolesi all'attaccamento del-
la sua chiesa, di cui dierono va-
rie dimostrazioni, e morì nel 1297.
Bonifacio Vili annullò l'elezione
di Ramberto Sassatelli, e diede in
vescovo Benedetto, che poco visse.
Nemico il Papa de'ghibellini, non
volle a successore Rondino nipote
di Machinardo principe della città,
e in vece elesse Giovanni Muti
Papazzurri romano, che nel i3o2
fu traslocato alla chiesa di Rieti,
e gli successe Matteo Orsini ro-
mano de' frati minori. Sotto di
lui i domenicani d' Imola ricevet-
tero in dono da Benedetto XI l'an-
tica chiesa di s. Nicolò co' suoi
beni. Diminuite le rendite della
collegiata di s. Lorenzo , V Ordini
IMO
la restrinse ad un arciprete e quat-
tro canonici , i quali poi furono
soppressi, come negli ultimi tempi
Ja chiesa, ma l'arcipretura esiste
trasferita nella chiesa di s. Carlo.
Traslocato Matteo nel 1 3 1 7 a
Chiusi, Giovanni XXII fece vesco-
vo il suo concittadino Raimbaldo,
che ottenne ai carmelitani un mo*
iiistero in città e poi la chiesa del-
la ss. Annunziata : furono pure ver-
so il medesimo tempo introdotti i
frati serviti in Imola, che sotto il
vescovo Guarini fabbricarono il con-
vento. Nel i332, senza trascurare
i doveri vescovili , Raimbaldo fu
deputato a governar la Romagna
da detto Papa , tutto sostenendo
lodevolmente sino alla sua morte,
accaduta nel i34i. Clemente VI
dichiarò a succedergli Carlo figlio di
Lippo Alidosi capitano d' Imola ,
che per la ecclesiastica disciplina e
riforma de' costumi tenne nel i346
un sinodo diocesano, indi si occu-
pò a rivendicare alla mensa vesco-
\ì\e molti beni occupati o* rapiti.
Nel 1348 accordò all'ordine de-
gli umiliati la chiesa di s. Maria
del castello di Bozza. Nel i35i fu
distrutto il monistero e tempio dei
santi Giacomo e Filip[X), goduto da-
gli agostiniani sino dal ia57 , e
venne ad essi accordato di erigere
la chiesa di s. Michele, presente-
mente detta oratorio di s. Agosti-
no; chiesa riformata nel i448, poi
resa maestosa e vaghissima negli
ultimi tempi. A Carlo nel i354
Innocenzo VI diede a successore
il nipote Litto Alidosi canonico del-
la cattedrale, che nel 1379 i*»"!^"-
ziò, quando Urbano VI lo fece te-
soriere generale, mentre la Chiesa
universale era afflitta dal terribile
scisma sostenuto dall'antipapa Cle-
mente VII. IikU furouQ vescovi
IMO loi
Marino già camerlengo di Urba-
no VI, Guglielmo Alidosi , Giaco-
mo Caraffa sotto il quale il pseu-
do Pontefice a' i8 luglio i384 no-
minò vescovo d'Imola Beltràndo;
Bonifacio IX nel iSgo fece vesco-
vo Antonio Calvi romano assai ze-
lante, che nel iSgG trasferì al ve-
scovato di Todi, poi creato cardi-
nale da Innocenzo VII. Qui è da
avvertirsi che conlenendo questo
mio Dizionario le biografie di tutti
i cardinali, ad ognuna vi sono le
notizie dei vescovi cardinali d'Imo-
la, e di quei vescovi che poi furono
elevati al cardinalato.
Bonifacio IX fece in seguito ve-
scovi Filippo Guidotti bolognese, e
Nicolò d'Asisi di somma probità
ed impegno per la difesa de'di rit-
ti della chiesa. Benedetto XIII an-
tipapa nel 1399 contemporanea-
mente all'elezione di Nicolò desti-
nò a questa chiesa Francesco di Nis-
sa. Alla morte di Nicolò nel i4o2
lo stesso Bonifacio IX gli die in
successore Ermanno da Castel Du-
rante de'Brancaleoni preposto del-
la cattedrale; fu grandemente ac-
cetto ad Innocenzo VII e Grego-
rio XII, e morì nel 1412. Pietro
Ondedei di Pesaro fu creato ve-
scovo da Giovanni XXIII; alla
dottrina uni indefesso zelo pasto-
rale. Successore nel i45o fu Ga-
spare Sighigelli di s. Giovanni in
Persiceto fatto da Nicolò V, che
a di lui riguardo accordò ai ca-
nonici l'uso perpetuo delle almu-
zie, ed assai lodato mori nel i4^7»
vedendosi nel convento dei do-
menicani, al cui ordine avea ap-
partenuto, la sua itnmagine cin-
ta di raggi col titolo di beato. Ca-
listo 111 fece vescovo Antonio Ca-
stellano della Volta bolognese che
ampliò la fabbrica della cattedra-
I09 IMO
le, ed isCituì i sacerdoti mansio»
Bari per officiare giornalmente la
chiesa matrice; promosse ancora
il magnifico edifìzio della torre delle
campane annessa alla chiesa, e ad
istania di Taddeo Manfredi permise
l'erezione del convento de' minori os*
servanti. Nel i^j i Sisto IV promos-
se a questa sede Giorgio Bucchi
di Carpi che prosegui la torre del
duomo, ristorò la cattedrale , con
solenne rito benedi 1' immagine
della B. Vergine del Sussidio, pro-
mosse il restauro ed ornamento di
molte cinese della diocesi, e mori
nel i479' Gli successe Giacomo
Passarella cesenate, sotto il quale
a Stefano Mangelli pellegrino cre-
monese si manifestò l'immagine di
JMaria dipinta in una colonna di
pietra presso una pianta di pero,
delta quindi del Piralello, che
pei tanti prodigi fatti, nel 1714
fu solennemente coronata dal car-
dinal Gozzadiui: questa immagine
forma tuttavia una d«lie più care
divozioni degli imolesi. Nel 1488
Innocenzo VHI trasferì il Passarel-
la alla sede di Rimino, e nominò
all' imolese Simeone Bonadies, che
istituì la comunia de' chierici e
sacerdoti beneficiati nella cattedra-
le: abbellì la cattedrale e l'episco-
pio, promosse l'ecclesiastica disci-
plina, e nel i5ii passò anch'egli
alla chiesa di Rimino. Sotto di lui
Giulio II si recò ad Imola, ove al
dire di Antonio Vesi, chiaro sto-
rico di Fontana, pervenne ai 20
ottobre i5o6, cavalcando una mu-
la bianca riccamente fornita , e
preceduto dal ss. Sacramento; pas-
sando per Monte Battaglia e Tos-
signano ove alloggiò in casa Orso-
lini. Aggiunge il Vesi a pag. 5i,
che da Cesena e non da Imola il
Papa intimò gravissime censure al
IMO
Benti voglio, se da Bologna pron-
tamente non partiva. Giulio 11
gli die in successore Domenico
Scribonio de'Cerboni di Città di
Castello; e nel i5i^, ad insinua-
2Ìone di fr. Orfeo da Bologna mi-
nore osservante, i cittadini offriro-
no generose somme per l'erezione
del monte di pietà : questo dotto
ed erudito vescovo mentre era in
Roma pel concilio generale late-
raneuse V, con immensa fatica ri-
dusse a codice tutte le concessioni
pontifìcie ed imperiali, e quanto
apparteneva alla giurisdizione dei
vescovi d'Imola. Benemerito di sua
chiesa morì nel i533, ed il car-
dinal Nicolò RidolQ ne fu fatto
amministratore: approvò questi le
costituzioni del capitolo e ne ordinò
l'osservanza. Nel i546 Paolo III
fece vescovo Girolamo Dandini da
Cesena, il quale fu largo di ma-
gnifici doni alla cattedrale, prese
efficace impegno per l'erezione del
conservatorio delle donzelle, e me-
ritamente da Giulio III nel i55i fu
creato cardinale, e per l'attaccamen-
to che avea alla città volle sem-
pre chiamarsi il cardinal d'Imola.
Con pontifìcio indulto nel i552
rassegnò la chiesa al nipote Uber-
to Dandini, che beneficò la catte-
drale, promosse l' ecclesiastica di-
scipHna, e mori nel i558. Col ti-
tolo di amministratore presiedè di
nuovo il cardinal Dandini a que-
sta chiesa, e terminò i suoi giorni
nel 1559.
Pio IV nominò amministratore
il cardinal Vitellozzo Vitelli di
Città di Castello, ma i gravi affa-
ri a lui affidati l'obbligarono a
rinunziare nel i56i, onde fu elet-
to vescovo Francesco Guerrini di
lui concittadino. Fornito d'ammi-
rabile zelo introdusse nella catte*
r
IMO
diale il sacro rito dell'orazione di
quarant'ore in tempo di quaresima;
pose in esecuzione i decreti del con-
cilio di Trento al quale era interve-
nuto, per cui nel dì primo gennaio
i567 fondò il seminario de'chieri-
ci con rendile convenienti, e morì
compianto nel 1569, ed acclamato
padre de' poveri. Fu suo successo-
re Giovanni Aldobrandini già go-
-vernatore d'Imola; nel iSyos. Pio
V lo creò cardinale, ma divenuto
penitenziere e prefetto de' brevi,
rinunziò la sede santamente go-
vernata nel iSyS. L'ottenne Vin-
cenzo Ercolani perugino, specchio
di virtù e di dottrina, che prese
particolar cura pel culto divino e
riforma del clero : nel giubileo che
concedette alla città e diocesi fu
veduto visitar le chiese assegnate
coi piedi scalzi. Nel iSyg essendo
stato trasferito a Perugia, Grego-
rio XIII elesse vescovo Alessandro
Musotti bolognese, ma qual teso-
riere segreto pontificio restò in
Boma. Nella vita di tal Papa si
legge che nel i582 a' 10 dicem-
bre innalzò al grado arcivescovile
la chiesa di Bologna sua patria, e
tra le chiese che gli assegnò per
sulfraganee , vi comprese questa
d' Imola, sottraendola dalla spiri-
tuale soggezione della metropolita-
na di Ravenna. Sotto il vescovato
del Musotti cominciò a rendersi
celebre per prodigi l'immagine di
Maria Vergine detta di Ponte rot-
to, oggi di Ponte santo; e furono
tante e sì generose le oblazioni
de' fedeli che potè erigersi un ma-
gnifico tempio, negli ultimi tempi
diroccalo. Ma il pio sacerdote An-
tonio Fanti avendo fatto a pro-
prie spese riedificare un'elegante
chiesa , vi collocò la sacra im-
magine che per di lui cura nel
IMO io3
18 ro agli II giugno fu solenne-
mente coronata nella cattedrale
dall' illustre lughese monsig. Fran-
cesco Bertazzoli arcivescovo di E-
dessa poi cardinale. Nel i585, do-
po la morte di Gregorio XllI, si
portò ad Imola il vescovo Musot-
ti; subito intraprese la visita del-
la diocesi; nel iS^i, giusta il pre-
scritto del concilio di Trento, fra
gli undici canonici due ne prescelse,
uno in qualità di teologo, l'altro
di penitenziere: celebrò il sinodo,
rinnovò la visita pastorale, fu
sommo benefattore della cattedra-
le, dell'episcopio e del seminario,
morendo santamente nel 1607.
Sotto di lui e nell'anno i6g4 il
Pontefice Clemente Vili restituì
la chiesa d'Imola sufiraganea della
metropolitana di Ravenna, e lo è
tuttora. Paolo V nominò il cardi-
nal Gio. Garzia Millini legato a
latere in Francia, che rassegnò la
chiesa nel 161 1, ed ebbe a suc-
cessore Ridolfo Paleotti bolognese.
Fece questi la visita delle chiese,
pubblicò savie costituzioni pei chie-
rici del seminario, con gran solen-
nità celebrò il sinodo diocesano,
e nel 161 5 fu coronata nel pub-
blico foro l'immagine della Beata
Vergine delle Grazie. Morì il ve-
scovo benemerito nel 161 9, dichia-
rando suo erede universale il cle-
ro imolese. Paolo V dichiarò suc-
cessore Ferdinando Millini nipote
del cardinale, che qual zelante pa-
store fece la visita, celebrò due
sinodi che pubblicò colle stampe,
coronò nel foro l'antica e prodi-
giosa immagine di Maria Salus
infirmorum per aver liberato la
città dalla peste, e dopo aver ce-
lebrato il terzo sinodo, virtuosa-
mente morì nel i644' Innocenzo
X fece occupar la sede dal cardi-
io4
IMO
nal Mario Tcodoli, e per sua ri-
nunzia uel 1646 da Marc* Antonio
Cuccini, alla morte del quale vi
promosse il cardinal Fabio Chigi
segretario di stalo, con gran giù-
bilo della diocesi. Supplì alla sua
assenza con zelantissime ordinazio-
ni, e nel i655 fu sublimato al
pontificato col nome di Alessandro
VII. Questi nominò suo successore
il cardinal Gio. Stefano Bonghi
genovese, che a* 29 novembre die
splendido alloggio alla celebre Cri-
stina regina di Svezia. Visitò la
diocesi, emanò utili provvidenze,
approvò la concordia tra il capi-
tolo e il magistrato suU'accompa-
giiameuto del vescovo alla catte-
drale, e circa il luogo e l'incen-
sazione del magistrato nelle solen-
ni funzioni. Nel 1659 celebrò il
sinodo diocesano stampato in Imo-
la pel Massa ; abbellì la cattedra-
le, ampliò l'episcopio, e nel i663
venne ti'asferito alla chiesa arcive-
scovile di Ferrara.
Alessandro VII nel 1664 nomi-
nò vescovo Francesco Maria Ghi-
silieri bolognese, traslocandolo da
Terracina, e per sua rinunzia Cle-
mente X nel 1672 gli die a suc-
cessore il cugino Costanzo Zani.
Questi mosse lunga e grave lite
sul cerimoniale de'vescovi col ma-
gistrato, ed avendo ottenuto dal
Papa favorevoli decreti, fu largo
di preziosi doni alla cattedrale.
Piitornò alle questioni sul cerimo-
niale che furono lunghe, siccome
acerrimo difensore dei diritti ec-
clesiastici : visitò la diocesi, tenne
nel 1693 il sinodo, e morì nel
1694. Innocenzo XII nel 1696 die
ad Imola per pastore il cardinal
Taddeo Luigi de! Verme piacen-
tino; generoso co* poveri, visitò la
diocesi, e nel 1701 fu trasferito a
IMO
Ferrara. Clemente XI fece vcsco*
vo Filippo Antonio Gualtieri di
Orvieto poi cardinale: fatto legato
di Romagna colla residenza in Ra-
venna, fu sollecito del reggimento
di sua chiesa, istituì diverse pie
congregazioni, fece la visita di tut-
te le chiese, ampliò il palazzo ve-
scovile, regalò magnifici donativi
alla cattedrale, fu generoso co'po-
veri e per l'istituzione del monte
frumentario, indi nel 1709 venne
trasferito a Todi. Clemente XI
nominò successore il cardinal Ulis-
se Gozzadini bolognese, poi fatto
legato di Romagna: terminò la li-
te sul cerimoniale, fece edificar in
Imola magazzini annonari!, e sel-
ciare le pubbliche vie, onde nel
foro gli fu eretta onorevole me-
moria. Nel 1714 siccome legato
per benedire in Parma le nozze di
Elisabetta Farnese con Filippo V,
decorò il capitolo colle onorevoli
insegne del rocchetto e cappa ma-
gna. Celebrò nel 17 18 il sinodo
diocesano, regalò la cattedrale, e
finì di vivere nel 1728. Benedet-
to XIII assegnò in vescovo Giu-
seppe Accoramboni di Spoleto poi
cardinale. Fatta la visita pastora-
le, volle ampliar l'edifizio del se-
minario, ed accrebbe il numero
degli alunni cui die abili precet-
tori nelle filosofiche e teologiche
discipline. Nel 1788 celebrò il si-
nodo diocesano che fece stampare
in R.oma, e fu in questa circo-
stanza che i parrochi della città
furono da lui decorati di mozzet-
ta nera foderata con tafFettano vio-
letto. Generoso colla cattedrale di
argenterie e suppellettili preziose,
rinunziò nel 1379. Dall' arcive-
scovato d'Urbino quivi fu da Cle-
mente XII trasferito Tommaso Ma-
ria Marcili torinese, il quale in-
IMO
Irodusse la processione del Cor-
pus Domini in ogni giorno dell'ot-
tava di tal festa. Diligentemente
"visitò la diocesi, per cui esiste sul-
la medesima voluminosa descrizio-
ne, e morì nel 1752. Benedetto
XIV gli fece succedere Gio. Car-
lo Bandi cesenate, il quale benefi-
cò il seminario, riedificò la catte-
drale, che come dicemmo consacrò
il nipote Pio VI dopo averlo crea-
lo cardinale. Ricostruì la basilica
di s. Maria in Regola; al vecchio
spedale degl'infermi ed esposti al-
tro grandioso ne fece sostituire. No-
tabilmente ingrandì 1* episcopio ;
troncò le discordie tra la magistra-
tura ed il capitolo pel cerimoniale^
Fece la visita della diocesi, si di-
mostrò padre cVpoveri ; nel 1765
tenne il sinodo , e compianto da
tutti morì lodato per giustizia e
maturità di consiglio nel 1784. H
magistrato ed il capitolo gli cele-
brarono solennissirne esequie, e vol-
le il primo che al benemerito ve-
scovo e gonfaloniere perpetuo d'I-
mola si tenesse un funebre elogio
dall'eloquente d. Giuseppe Pasetti,
mentre il capitolo da monsignor
Alessandro Alessandretti vescovo di
Zama in partibus gli fece pronun-
ziare elegante e ragionata ora-
zione.
Il Pontefice Pio VI a' i4 feb-
braio 1785 assegnò a questa cit-
tà e diocesi per vescovo il cardi-
nal Gregorio Barnaba Chiaramon-
ti di Cesena, già abbate cassinese
e vescovo di Tivoli, ed i dome-
nicani d'Imola si distinsero nelle
dimostrazioni di giubilo. Prese pos-
sesso per procuratoreni a' 17 feb-
braio, ed in persona a' 1 2 agosto.
Avendo stabilito di fare la visita
generale della diocesi, a' 19 aprile
1786 l'incominciò dalla cattedra-
IMO io5
le, a benefizio della quale assegnò
l'annua rendita di scudi duecento
sulla chiesa arcipreiale di s. Patri-
zio. Nel seguente anno a'i4 feb-
braio consacrò nella medesima cat-
tedrale il nominato monsig. Ales-
sandretti, da Pio VI deputato in
vicario apostolico della chiesa di
Comacchio. Si adoperò perchè la
chiesa di s. Petronio in Castel-Bo -
lo£.'nese fosse terminata, e perchè
dalle fondamenta si erigesse quel-
la de'Badiani. A vantaggio della
città di Lugo, diocesi d'Imola, pro-
curò che s'ingrandisse il pubblico
spedale, e si fabbricasse un decen-
te luogo per le orfane, consagran*
do la chiesa de'carmelitani. In I-
mola dopo aver terminata a pro-
prie spese la chiesa di s. Maria in
Regola la consacrò solennemente.
Trasferì nella chiesa di s. Bernar-
do, assai più comoda e decorosa, la
parrocchia di s. Lucia, ed in essa
vi riunì la parrocchia di s. Egi-
dio. Incontrò gravi spese per com-
piere l'edifizio della cattedrale e
il palazzo vescovile. Arricchì di
stamperia, e ingrandì d'un braccio
il seminario, dove gli alunni nobi-
li potessero apprendere le belle
lettere ed educarsi, ma ora serve
ai seminaristi. Stabih una spezieria
a vantaggio sì dell' ospedale che
dei poveri. Spiegò mai sempre una
eroica generosità verso i misera-
bili, ed una somma affabilità con
tutti. Allorché i repubblicani fran-
cesi invasero la diocesi, il cardina-
le si die ogni premura pel greg-
ge affidatogli, difendendo e proteg-
gendo or con la voce, or colla
penna la religione e la fede, con-
sigliando gii abitanti alla pace, e
ad accogliere prudentemente l'i-
nimico. Trattò con urbanità gli uf-
fìziali dall'esercito invasore, consa-
to6 IMO
pevolc di nulla ottenere col rigo-
le, ed esporre pastore e gregge.
1 cittadini di Lugo imbrandirono
Je armi contro gli occiipatori, il
cardinale rivolse loro avvertimenti
pacifici, ma essi tratti da zelo non
l'udirono, indignali dalle imposi/ioni
ch'esigevano i francesi, che inoltre
volevano la stalna d'argento del
loro patrono s. Ilario. La militare
licenza ed il risentimento de' con-
quistatori repubblicani non conobbe
limiti, ed orrendo fu il saccheggio
dell'infelice Lugo. Alle calde pre-
ghiere del vescovo i lughesi furo-
no risparmiali da mali maggiori,
e le sacre vergini furono salve.
S'interpose eziandio perchè il monte
di pietà d'Imola non venisse spoglia-
to. Dopo l'armistizio, prevedendo Pio
VI quanto avvenne, invitò il car-
dinale a guardarsi di rimaner pri-
gioniero del nemico, per cui si ri-
tirò presso il Savio nel palazzo di
sua flimiglia. Partito per Roma,
in Spoleto ricevè lettera da quei
che in Imola aveano preso le re-
dini del governo, in cui era solle-
citato di ritornare alla diocesi, es-
sendo necessaria la sua presenza
ed autorità, onde conservare la
tranquillità ne'diocesani. Allora il
cardinale interpellò il Papa come
doveva regolarsi, e n'ebbe in ri-
sposta che non cedesse all' invito,
per cui prontamente recossi in Ro-
ma. Dopo la pace conchiusa a To-
lentino tra la repubblica francese
ed il Papa, il cardinale sempre
sollecito della sua chiesa, e temen-
do per essa, ottenne da Pio VI
di potervi ritornare, lo che eseguì.
Giunto il vescovo in Imola vide i
disordini cagionati dagli stranieri ,
sbandati i fedeli ministri di Dio,
perseguitati e imprigionati, la mez-
zo a tante angustie esercitò frau-
IMO
camenttt il tuo ministero, e pub-
blicò diverse omelie acciocché i
diocesani fossero fermi nella fede,
e non declinassero dai divini pre-
cetti.
Dopo che Napoleone riunì in
una sola le due repubbliche Cispa-
dana e Traspadana, sotto il nome
di repubblica Cisalpina, in una o-
melia o pastorale che il cardinal
Chiaramonti pubblicò sul governo
repubblicano, ad impedire inutili
rivolte, riportò alcuni passi della
Bibbia, sebbene dichiarasse » che la
forma del governo democratico a-
dottata fra noi, no, non è in op-
posizione colle massime fin qui
esposte, né ripugna al vangelo".
Come si legge nel lesto riportalo dal
suo biografo Artaud a p. 49- P^"
rò il Pistoiesi tom. IV, pag. 4^ s»
esprime diversamente; egli dice:
»» riportò alcuni passi della Bibbia,
per dare sempre più a conoscere
1 incompatibilità della cattolica re-
ligione col repubblicano regime ".
Indi soggiunge che il ministro di
polizia in Milano ne scrisse al
direttorio di Parigi, ma il car-
dinale seppe addurre in sua dis-
colpa SI valevoli ragioni, e nel
tempo «tesso produrre sì efficaci
mezzi , che non fu rimosso dalla
sua diocesi, come per lo stesso og-
getto era antecedentemente acca-
duto al cardinal Mattei arcivesco-
vo di Ferrara, poi plenipotenziario
pontificio alla pace di Tolentino.
Inoltre dice il Pistoiesi: » Ne devesi
allatto credere con Potter, de Pradt e
Simon che il zelantissimo vescovo
avesse avuto influenza alcuna nei
comizi per la formazione della mede-
sima repubblica, né tampoco ch'egli
elegesse e nominasse i deputati del
suo episcopale dipartimento . Su
questo punto è a vedersi l'opuico-
»
IMO
lo pubblicalo a Parigi nel iSi3
intitolato : Le sacre et le couroti-
nenierit de Napolton premier, chei
Barbe. L' omelia fu compilata per
la festa del santo Natale, e pub-
blicata colle stampe con questo ti-
tolo : Omelia del cittadino cardi-
nal Ciùa ramanti vescovo d' Imola
nel giorno del ss. Natale V anno
1797. Ne fece l'esame il nominato e
eh. cav.comm. Artaud nella Storia di
Pio Fl/f voi. I, p. 43 e seg. della
seconda edizione e traduzione del
eh. cav. ab. Cesare Rovida, il quale
vi aggiunse i diversi brani tolti
dall'originale dell'opuscolo stampa-
to in Imola, non quelli della tra-
duzione francese. Dice l'Artaud che
tutta la città d' Imola era in pre-
da alla costernazione dopo che il
general Beithier si mise alla volta
di Roma per la violenta morte
dell'imprudente general Duphot, e
perciò chiedeva una regola di con-
dotta al cardinale. L' omelia che
levò tanto grido e che procurò
tanti rimproveri al cardinale per
aver lodato ed inculcato sommis-
sione al governo repubblicano fran-
cese, aggiunge V Artaud che fu
composta in gran parte dal cardi-
nale, il resto da quelli che l'attor-
niavano compresi di spavento, ed
i loro passi che dichiara inutili so-
no appunto quelli cui si appoggia-
rono in appresso le diverse accu-
se. Fa poi osservare che ninno
parlò dell'omelia sino alla circostan-
za del conclave nel 1800, diven-
tando un documento importante
dopo r innalzamento al trono pon-
tificio di chi r avea sottoscritta, f
nemici della religione procurarono
eziandio con minacce d' intimorire
il pio cardinale, intimandogli an-
cora la perdita di tutti i suoi beni,
se non prestava il civico giura-
IMO 107
mento , che prescriveva odio alla
monarchia, ed obbedienza a varie
leggi eterodosse. Stabile il cardi-
nale nel suo lodevole proponimen-
to non poterono rimoverlo, per cui
fu immediatamente spogliato della
mensa vescovile, ed il suo rispet-
tabile nome infamato ne' pubblici
fogli, come aderente alle opinioni
papaline. Fu dunque il cardinale
d'ammirabile esempio e d'istruzio-
ne non solo al clero, ma agli uo-
mini di qualunque condizione , la
maggior parte de' quali però co-
stantemente ricusarono di prestare
il detto giuramento, quantunque
spogliati di beni , uffizi, e fino del
necessario sostentamento.
Quando le truppe tedesche coi
soccorsi degl' inglesi discesero in
Italia, e si avvicinarono alla dio-
cesi d'Imola, allora fu l'epoca la
più pericolosa della sua vita, men-
tre si trovò in procinto di per-
derla. E in fatti appena ritirati i
tedeschi subito fu accusato come
reo di promossa sedizione. E per
verità il cardinale avea pubblicato
una pastorale in cui esortava i suoi
diocesani ad obbedire ai nuovi con-
quistatori, che Iddio inviava per
ristabilire la religione. Pieno di co-
raggio e zelo si presentò al gene-
rale francese residente in Lugo,
ancorché ne conoscesse il cattivo
animo, e gli parlò con tanta ec-
clesiastica franchezza e mansuetu-
dine, che rilevata dal generale l'in-
nocenza del vescovo, ed ammiran-
do la sua virtù, cambiò il risenti-
mento in istima. In quell'epoca ven-
ne intercettata la corrispondenza
che il cardinal vescovo avea coi
cardinali Giovannetti e Mattei. Nar-
ra il Pistoiesi, che avendo i due
cardinali esortato i loro diocesani
a prendere le armi in favore della
io8 IMO
religione e dell'imperatore d*Au-
shia, da ciò ebheio luogo le ac-
cuse in parte vere, ed in parte in-
\entate dal repubblicano magistra-
to d* Imola e dai nemici del car-
dinal Chiaramonli , i quali in Bo-
logna riferirono al comandante, che
gli austriaci erano stati amichevol-
mente accolti dagl' imolesi , e che
il vescovo aveva emanato un edit-
to, col quale si comandava ai dio-
cesani di precipitarsi contro i fran-
cesi. Il generale residente in Bolo-
gna indispettito, part\ con forte di-
staccamento per Imola, protestan-
do che avrebbe severamente pu-
nito il vescovo, e saccheggiata la
ribelle città. Allora il cardinale ve-
nuto in cognizione di ciò, a libe-
rare Imola dalla militare depreda-
zione, parli verso l'armala france-
se, ed incontratala gli riuscì dimo-
strare al comandante 1' innocenza
degl' imolesi, e l'adempimento dei
suoi doveri. Tale condotta, l'umil-
tà del cardinale, ed insieme la sua
sacerdotale costanza, non solo sal-
vò Imola, ma quasi tutta l'Emilia,
poiché eccitò coraggio negli altri
vescovi ad esercitare coraggiosa-
mente il pastorale ministero. Tut-
tavolta in seguito venne allontana-
to dall'amato gregge, e fu costret-
to cercare asilo in straniere con-
trade. Intanto essendo morto Pio
VI, volendo Dio dargli un succes-
sore, in breve tempo dissipò la re-
pubblica Cisalpina e l'effimera Ro-
mana, movendo l'animo dell'impe-
ratore Francesco li ad oflVire al
sacro collegio Venezia per la cele-
brazione del conclave. A questo vi
fu naturalmente invitato il cardi-
nal Chiaramonli, il quale avendo
speso quanto possedeva a sollievo
de' poveri della diocesi, non poten-
do da Imola ove si trovava intra-.
IMO
prendere il viaggio e sostenere le
spese per mantenersi in Venezia ,
ricorse ad alcune persone che ia
Roma avea conosciuto, una delle
quali gli rimise mille scudi. Giun-
to in Venezia il cardinale nelT ot-
tobre 1799, ^ "°" trovando allog-
gio presso gli antichi suoi confra-
telli monaci benedettini, prese al-
loggio nel convento dei domenica-
ni de' ss. Giovanni e Paolo , già
onorato dalla presenza di Pio VI.
Entrato il cardinale in conclave
meritò di essere sublimato al pon-
tificato a' i4 marzo 1800, e prese
il nome di Pio VII, mentr'era l'ot-
tantesimo ottavo vescovo d'Imola,
chiesa di cui volle ritenerne il go-
verno pastorale benché Pontefice.
Impossibilitato però a reggerla da
sé medesimo, destinò primo suo
vicario apostolico monsignor Tad-
deo preposto della Volpe, che mori
a' i5 gennaio 1807, celebrato con
lodi dall'anonimo imolese, dall'ar-
ciprete Luca del Carretto Mancur-
ti, e dal canonico d. Carlo Monti
che Pio VII nominò prò- vicario
generale.
Avendo Pio VII a' 16 settembre
i8o3 conchiuso un concordato cou
Napoleone, ebbe luogo nell' Italia
una nuova circoscrizione di diocesi,
ed Imola venne assoggettata alla
giurisdizione dell'arcivescovo di Bo-
logna, e poscia secondo la dispo-
sizione di Clemente Vili ritornò
ad essere suffraga nea della metro-
politana di Ravenna. Aveva Pio
VII designato a vescovo d' Imola
ir degno e virtuoso cardinale An-
tonio Dugnani milanese, ma egli
modestamente ricusò di accettare.
Dopo la sua gloriosa deportazione,
come abbiamo detto superiormen-
te. Pio VII onorò di sua presenza
per- diversi giorni Imola , dispensò
IMO
copiose limosine alle parrocchie per
i miserabili, e nell'anno XV del suo
pontificato fece coniare una meda-
glia d'argento colla sua effigie con
triregno e piviale, e l'epigrafe pivs
VII PONT. M. A. XV ; e neir esergo
due guerrieri galea li ed armati con
clamide che custodiscono la sedia
pontifìcia, ov' è ricamato lo Spirito
Santo fra raggi. Intorno si legge il
motto: VRBI ET ORBI RESTITVTVS , C
sotto l'iscrizione: fides et cvsto-
DIA MILITVM CAESEN. ET FOROCORNEL.
Donò Pio VII la somma di sei-
mila scudi ad Imola per abbellire
la cattedrale, die soccorsi per do-
tare povere zitelle, ed in vantag-
gio de' luoghi pii, e fece de' doni
al seminario. Concesse il privilegio
a tutti i canonici nelle feste solen-
ni di assumere le vesti pontificali,
e quindi anche la mitra; ed al
preposto come all' arcidiacono in
l>erpetuo conferì il titolo di prelati
domestici. Alla cattedrale donò
quattro calici, Ire d'argento ed uno
d' oro ornato di gemme , e fece
un'urna d'argento nobilissima ed
ornata per custodia delle sacre re-
liquie. Finalmente nel concistoro
degli 8 marzo 1816 si dimise dal
governo della chiesa d'Imola, con-
ferendolo al cardinal Antonio Ru-
sconi bolognese nato in Cento, con
dichiararlo vescovo della medesima.
Wel 1817 promosse il pro-vicario
Monti imolese al vescovato di
Sarsina, e nell'anno seguente lo
trasferì a quello di Cagli e Per-
gola. Quanto al cardinal Rusconi,
questi d'abbreviatore di parco mag-
giore Pio VI lo annoverò alla
congregazione de' pubblici sgravi,
indi lo fece uditore di rota, e passa-
ti quindici anni Pio VII stesso nel
1804 lo elevò al cardinalato, co-
me quello che si distingueva per
IMO 109
virtìi e dottrina, massime nell'ar-
cheologia. Nelle politiche vicende
in Bologna apri la sua casa alla
miseria ed alla povertà, ed in Cen-
to ricevè ospitalmente molti pre-
lati, canonici vaticani e pii sacer-
doti. Visitò la diocesi, consacrò la
chiesa parrocchiale di Casola Val-
senio, fece aprire il convento dei
cappuccini in Imola ed in Lugo,
e procurò che fosse riaperto il con-
vento della stretta osservanza fran-
cescana in Massa Lombarda. Altret-
tanto operò coi monisteri delle sa-
cre vergini, e fece riaprire il mo-
nistero delle domenicane in Imola,
alla cui cattedrale restaurò l'altare
maggiore. Inoltre Pio VII Io di-
chiarò legalo di Romagna, e mori
encomiato nel 1825 e fu sepolto
nella detta cattedrale. Leone XII
nel concistoro de' i3 marzo 1826
nominò in successore monsignor
Giacomo Giustiniani romano arci-
vescovo di Tiro in partibus ^ nun-
zio apostolico di Madrid, che a'2
ottobre del medesimo anno creò
cardinale. Siccome di questo par-
lammo con qualche diffusione alla
sua biografìa , ivi trattammo del
suo governamento della diocesi imo-
lese. Di esso se ne parla nell'Or^-
zione funebre del conte Alberghet-
ti, che annunziammo in delta bio-
grafia, e poscia stampata in Roma
nel i844' Ivi dicesi quanto fece
la magistratura e tutti i buoni
cittadini sdegnati e dolenti pel mal
inteso zelo di quelli che invasero
e saccheggiarono l'episcopio, e co-
me il cardinale ritornò in città a
modo di trionfo dopo la sua riti-
rata, e come benignamente perdo-
nò il grave fallo.
Per sua libera dimissione il Pa-
pa regnante Gregorio XVI nel
concistoro de' 17 dicembre i832
no IMO
tratlatò a qnesUi dalla cliiesa ar-
civescovile di Spoleto, monsignor
Gio. Maria Maslai Ferra Ili di Se-
iiigallin, già direttore in Roma dol-
l'ospizio dell'Aisunta detto di Ta-
ta Giovanni, deputato della pia ca-
sa degli orfani, presidente dell'ospi-
7Ìo apostolico di s. Michele, e spe-
dito nel Chili per affari della san-
ta Sede. A premiarne i meriti e
lo zelo pastorale lo slesso Grego-
rio XVI, con tripudio della diocesi
imolese che tuttora paternamente
governa, nel concistoro de' ^3 di-
cembre i83g lo creò cardinale,
pubblicandolo in quello de' i4 di-
cembre 1840. Il dolio canonico d.
Antonio Fantini nella tornala de-
gli accademici industriosi tenutasi
li 10 gennaio i84i pronunziò una
eloquente orazione per tal promo-
zione in lode dell'amabilissimo ve-
scovo^ che fu stampata in Imola
dal Benacci. A pag. 6 e seg. prin-
cipalmente ne enumerò le bene-
merenze, lo zelo, la mirabile atti-
vità, e l'esempio di sue virlù ,
massime in vantaggio de' pii sta>
bilimenti. Ha impiegato vistosa som-
ma per rendere splendida di or-
namenti e marmi la cappella del-
la Vergine Addolorata nella chiesa
de* servili ; abbellì con eletti mar-
mi il sepolcro del martire proletto-
re nel sotterraneo recinto; aumentò
i comodi dell'episcopio, lo abbellì e
decorò di elegante facciala. Nel semi-
nario eresse un convitto pei chierici
di tenue fortuna. Provvide agli or-
fani ed alle orfane, ed alla islru-
«ione religiosa della gioventù di
bassa condizione; chiamò da Na-
poli le figlie della Carità di s. Vin-
cenzo de Paoli, e le pose nei con-
«ervatorii delle Giuseppine e delle
esposte, ed ancora nell'ospedale,
i' economica amministrazione del
IMO
quale migliorò riformandone gli sta-
tuti. Istituì una cosa di ritiro pet
clero presso la chiesa del cimiterio,
e cpiesto pure fu da lui beneiìca-
to. Fondò un'accademia biblica con
analoghe regole , stabilendo adu-
nanze al clero una volta al mese
nell'episcopio, ove uno degli acca-
demici traila un argomento bibli-
co. E per non dire di altro, va
ad ultimare un ricetto per le gio-
vani pericolanti nelle convenienti
case da lui acquistate, dappoiché
sono molti plici le sue cure pasto-
rali, le sue sollecitudini per la pub-
blica istruzione, è gl'immensi van-
taggi che ne sperimenta la dio-
cesi.
La chiesa cattedrale, bellissimo
edilìzio, è dedicata a Dio in oiio-
re di s. Cassiano martire, con bat-
listerio, e cura d'anime che si fun-
ge dal canonico deputato. Il ca-
nonico che ha cura d'anime in cat-
tedrale avea titolo di arciprete nel
capitolo normale, ma ora è cano-
nico parroco. Al piesente il capi-
tolo si compone di nove dignità,
la maggiore delle quali è il pre-
posto, di nove canonici comprese
le prebende del teologo e del pe-
nitenziere, di sei mansionari, e di
altri preti e chierici addetti all'uf-
fìziatiira. Però essendosi aggiunti
nel 1889 due mansionari onorari
con diritto di successione alla pri-
ma vacanza, al presente i mansio-
nari sono otto. L'episcopio è situa-
to incontro la cattedrale, ed è un
ottimo palazzo. Oltre la cattedra-
le nella città vi sono altre dieci
chiese parrocchiali, due delle quali
munite del sacro fonte; tre con-
venti di religiosi, due monisteri di
monache, un conservatorio, diversi
sodalizi, ed altri pii stabilimenti
già nominati. La mensa ad ogni
IMP
nuovo vescovo è lassala ne* libri
della camera apostolica in norini
Irecenlocinquanta , ascendente la
rendita circa a novemila scudi ro-
mani nontmllis oneribiis gravati.
L'Ughelli weW Italia sacra ci dà
la serie de' vescovi d* Imola nel
tom. II, pag. 6i8 e seg., e lom.
X, pag. 271. Abbiamo inoltre: An-
tonio Maria Manzoni , Episcoporum
Corneliensium, sive Imolensiuni hi-
storia^ Favenliae 1719 ex praelo
Josephi Antonii Archi. Series epi-
scoporum Forocorneliensium a Fer-
dinando Ughellio digesta, deinde
a Nicolao Colelo emendata et an-
cia, postremo a Francisco Antonio
Zaccaria resti tuta quinque cum dis-
sertati onibus in Ughelli proemìum:
nccedunt nunc gesta Pii VII Pont.
Max. Forocorneliensis jam epìsco-
pi t et Antonii cardinalis Rusconii
episc.^duos in tomos distributa^ Fo-
rocornelii iSiotypis seminarii apud
Joscphum Benaccium.
IMPERATORE ed IMPERO.
Imperatore o imperadore, impera-
tores furono cbiamali dagli antichi
romani que* che avevano il supre-
mo comando delle armi, e que' che
a Giulio Cesare sucoedellero nel-
l'assoluta autorità , quindi impera-
tori si dissero da noi diversi altri
monarchi signori assoluti di molte
Provincie. Imperatrice, iniperatriXj
nome che si dà a quelle donne
che hanno dignità ed autorità im-
peratoria. Impero o imperio, im-
perium , dominio e stato dell'im-
peratore, dominio e signoria. Cosi
il Dizionario della lingua italiana.
Il nome d'imperator, derivato dal
veibo imperare, davasi dai roma-
ni a tutti i comandanti degli eser-
citi; e talvolta si chiamava impe-
ratore, in significato lutto partico-
lare, un comaudante che dopo aver
IMP 1 n.
riportato un» vittoria egli sfesso o
per mezzo de' suoi luogotenenti, sa-
lutato era con quel titolo, ed ac-
clamato imperatore dai soldati ; in
quella occasione i littori del coman-
dante vincitore ornavano di rami
d'alloro i loro fasci, e il coman-
dante stesso indirizzava al sennto
una lettera circondata di rami d'al-
loro, nella quale dopo di aver ren-
duto conto de' suoi felici successi,
pregava quel corpo a ratificare la
proposizione fatta dai soldati a fa-
vor suo, e di decretare pubbliche
preghiere in suo nome, a fine di
rendere grazie agli dei de' prospe-
ri avvenimenti. Se accolta era quel-
la inchiesta , riguardavasi questo
come un preludio al trionfo; quel
comandante continuava in appresso
ad assumere il nome d' imperato-
re, e non lasciava quel titolo se
non che al suo reingresso in Ro-
ma. Quanto all' impero o imperio,
titolo che si dà al dominio e sta-
to dell'imperatore, che dai nostri
antichi scrittori dicevasi dover esse-
re sopra ogni signoria temporale,
nei diversi tempi però, e nei di-
versi luoghi si diede il nome d'im-
pero agli stati sottoposti a un ca-
po che aveva il titolo d' impera-
tore , ed ordinariamente di re.
Quindi si nominano l' impero de-
gli assiri , quello de* medi , quello
de' persiani, quello de* greci, l'im-
pero romano, il basso impero, cioè
quel periodo degli ultimi tempi del-
l'impero romano che d'ordinario
si fa cominciare da Valeriano pro-
clamato l'anno 253 di nostra era;
si estese però quel nome da alcu-
ni scrittori, ed anche si applicò con
una specie di abuso all' impero
greco d'oriente, che con l'impero,
d'occidente possedevano i rispetti-
vi imperatori quegli stati che avea»
II» IMP
no formato rantico impero roma-
no. Jn appresso alcuni stati d'Eu-
ropa ed anche d'Asia e d' Africa
non die d'America assunsero il ti-
tolo d'imperi, come l'impero tur-
co o ottomano ; la Russia si qua-
lificò col nome d'impero; impero
britannico nominaronsi gli stati u-
nili della Gran Bretagna. In epo-
ca recente la Francia formò per
qualche tempo un impero; l'impe-
ro germanico fu disciolto, e gl'im-
peratori ritennero quel titolo e
quella dignità semplicemente come
imperatori austriaci : un nuovo im-
pero surse pure nel Brasile. Gli
antichi re di Marocco presero il
titolo d' imperatori , senza parlare
degl' imperatori del Messico, del
Mogol, che or piìi non sono, e di
quelli della Cina e del Giappone,
che sono forse i più antichi.
L' impero degli assiri di cesi fon-
dato da Nembrod circa 1800 an-
ni dopo la creazione del mondo, e
secondo quel computo ebbe a sus-
sistere sino all'anno SiSy in cui
morì Sardanapalo. Arbace gettò i
primi fondamenti dell' impero dei
medi nel suddetto anno del mon-
do 8257; ma Ciro nell'anno 3467
Io riunì .a quello de' babilonesi e
de' persiani. Questo, di cui si è ac-
cennata l'origine o l' ingrandimen-
to, ebbe il suo termine di là a 260
anni, dopo la morte di Dario Co-
domano, verso l'anno del mondo
3674. L'impero de'greci , non pi>
gliandosi secondo il comune avviso
degli scrittori se non per la dura-
ta del solo regno di Alessandro,
cominciò noli' anno del mondo
3674 j e finì colla morte di quel
conquistatore nell'anno 368 1. Es-
sendosi Giulie Cesare fatto nomi-
nare dittatore perpetuo nell'anno
708 di Roma, pigliò il nome d'im-
IMP
peratore, che il popolo deferito gli
aveva, affine di contrassegnare l'au-
torità assoluta di cui godeva nella
romana repubblica; e da quell'e-
poca in poi il titolo d'imperatore
diventò titolo di dignità. Giulio
Cesare pertanto gettò i fondamenti
dell'impero romano nell'anno del
mondo 8956 , cioè (juarantotto
anni circa avanti la nascita di Ge-
sù Cristo. Allorché tuttavia i prin-
cipi che succedettero a Giulio Ce-
sare avevano compiuta qualche
spedizione in modo luminoso, ve-
nivano essi salutati come impera-
tori, e quell'omaggio ch'essi non
dovevano ne alla loro qualità, né
al loro grado, era soltanto un pre-
mio del coraggio e della destrezza
di un gran capitano. Si osserva
che Augusto nipote e figlio adot-
tivo di Giulio Cesare, e suo suc-
cessore nell'autorità assoluta, rice-
vette venti volte il titolo d'impe-
ratore per aver riportato altrettan-
te vittorie celebri; così l'esercito
di Tito lo accordò a quel princi-
pe dopo la presa di Gerusalemme,
e quel costume sussisteva ancora
a' tempi di Traiano morto nell'an-
no 1 1 7 dell'era volgare. La digni-
tà d' imperatore, riunita in una so-
la persona da Giulio Cesare, e di-
venuta il titolo e la qualificazione
di un potere assoluto, passò come
in eredità ne' tre primi successori
di quel principe, Ottavio Augusto,
Tiberio e Caligola. Ottavio fu il
primo ad essere fregiato del titolo
di Augusto ( Fedi), che poi presero
gl'imperatori successori ; inoltre gli
imperatori presero anche il titolo
di Cesare [Fedi), dal nome di Giu-
lio Cesare, sebbene il senato lo at-
tribuì all'erede dell' impero. Gl'im-
peratori d' occidente o di Germa-
iiia assunsero anch'essi i titoli di
IMP
cesare e di augusto ad imitazio-
ne degli antichi imperatori romani
ai quali jBt^no succeduti. Dopo la
morte di Caligob, avvenuta nel-
l'anno 4' di nostra era, la digni-
tà d' imperatore romano diventò
elettiva. Claudio fu proclamato im-
peratore dai soldati della guardia
pretoriana, e da quell'epoca in poi
le armate romane si arrogarono il
diritto di scegliersi un padrone, e
quella scelta cadde più volte sopra
im semplice soldato. K da notarsi
che Augusto per sopraffina politi-
ca ricusò il titolo di signore, domi-
nus^ ciò che fu il soggètto delle
erudite dissertazioni di Meursio, di
Emilio, di Rool, di Vandale, e di
Henringio, i cui titoli si leggono
nel Cancellieri, Lettera sul Domi-
nus ec, benché poi Augusto non
mostrasse il minimo risentimento
per gli altari innalzati in onor suo
in Lione ed in Narbona, e che la
colonia Tarragonense gli battesse
una moneta coli' iscrizione deo au-
gusto. Del titolo di Divo e Divi-
nissimo che gì' imperatori romani
accettarono ancor viventi, come del-
la loro apoteosi, ne parlammo al-
l'articolo Divinità [P'edi). Il titolo
Czar (Fedi), che prima aveva l'im-
peratore delle Russie, vuoisi deri-
vato dal titolo di cesare.
GÌ' imperatori tosto che veniva-
no eletti spedivano il loro ritrat-
to a Roma ed agli eserciti, affin-
chè si attaccasse alle romane inse-
gne militari ; ed alle città più ric-
che e cospicue ne' primi tempi, e
poi a tutte; i quali ritratti erano
chiamati immagini laureatae o la-
hratae^ e venivano ricevute con fe-
ste e giuochi ; e questo era il mo-
do ordinario con cui venivano i
nuovi principi riconosciuti, di che
trattanimo all'articolo Ivimagine. Gli
YOL. xxxiv.
IMP ii3
imperatori Valente , Teodosio sé*
niore^ Arcadio e Giustiniano I fe-
cero un decreto sopra questo pun-
to, che l'ultimo pose nel codice
suo nel lib. I, tit. 27, de .itatuis
et imagiiiibusy in cui espressamente
si vieta qualunque sorta di adora-
zione si volesse prestare alle impe*
riali statue, come solevano gl'ido-
latri co' loro numi, nel giorno del-
la solenne dedicazione delle mede-
sime. Teodosio nel suo codice dan-
do ancor esso ordini circa le im-
periali immagini, vuole che si de-
dichino senza l'ambiziosa alterigia
dell'adorazione, come si legge nel
lib. i5, tit. i4; laonde le espressioni
che si trovano nei medesimi codici :
Adorare purpuram principis ; A-
dorare serenitatem principis j Ado-
rare diuturnitatem imperli^ non al-
tro significano, che baciare rispet-
tosamente la porpora imperiale;
che salutare la nobiltà del princi-
pe; che augurare al medesimo utì
lungo impero. Nei paesi orienta-
li, dove si adopera molto l'incen-
so, andavano ad incontrare i po-
poli dette immagini con cerei è
con incenso. Neil' elezione degli
imperatori, come nel trionfo dei
vincitori, avevano luogo le accla-
mazioni, le cui formule possono ve-
dersi presso il Brissonio, De for-
mulisi ed il Ferrari, De \>eterant
acclamationibus. Eguali acclama-
zioni si fecero agl'imperatori cri-
stiani ; e quando giunse in Roma
l'immagine dell'imperatore Focat
e di Leonzia Augusta il rito di
queste laudi s' incontrai presso s.
Gregorio I, lib. II Regesti ove nar-
ra che alle dette immagini man-
date in Roma acclamatuni est in
Laterano in basilica Julii ab omni
clero vel senalu: Exaudi Christe^
Phocae Augusto, et Leontiae Ali-
8
Ii4 IMP
gustae vita . Poscia ripose dette
immagini nelToralorio di s. Cesa-
reo martire, presso il sacro palaz-
zo, cioè quelle molte case ampie
per uso del Pontefice, o dell'im-
peratore occorrendo che fosse in
Roma. Il sacerdozio o il pontifi-
cato massimo annesso era alla di-
gnità d'imperatore, siccome appa-
re dalle medaglie; in questo mo-
do gì' imperatori romani erano ad
un tempo alla testa dello stato ci-
vile, del militare, ed anche della
religione e dei sacerdoti. Abbiamo
dal celebre latinista d. Domenico
Antonio Marsella : // Pontificalo
Massimo non mai assunto dagli
imperatori cristiani, Roma 1789.
Tullavolta si legge nel Rinaldi die
sino a Graziano gì' imperatori cri-
stiani tennero il pontificato mas-
simo, non per sacrificare, ma per
ricevere la podestà ed autorità ch'e-
ra somma, e forse con permesso
de' Papi, e Costantino lo trovò in-
dispensabile essendo allora il sena-
to quasi tutto gentile. Inoltre gl'im-
peratori si chiamarono optimi ma-
ximi, e alcuni olimpi, titoli presi
da Giove; e veniva loro dal sena-
to conferita la tribunizia potestà e
imperio proconsolare, dopo avergli
il medesimo dati i nomi di Cesa-
re, d' Augusto, e il pontificato mas-
simo. Talvolta gl'imperatori si tra-
vestirono da dei, e le imperatrici
romane vennero rappresentate sot-
to figure di deità, I loro nomi era-
no portati scritti dai soldati negli
scudi e sulla carne; e le loro im-
magini scolpite in gioie furono ado-
perate come amuleti. Figurati in
diversi modi nelle statue, meda-
glie ec, lo furono eziandio col glo-
bo, simbolo del mondo e dell' im-
pero romano. Il Buonarroti a pag.
344» Osservazioni sugli antichi me-
IMP
daglioni, dice che gli antichi rap-
presentarono col globo la terra a-
vendo cognizione che fosse roton-
da; e perchè per la sua grandez-
za chiamavano per esagerazione
l'imperio romano impero di tutta
la terra , e gì' imperatori padroni
di tutto il mondo, per questo il
globo in forma di palla fu preso
per simbolo dell' imperio sino dai
tenjpi d'Augusto ; e siccome a Gio-
ve per il cielo e per la terra ne
davano due, così ne mettevano uno
in mano alle statue degl' impera-
tori , e nelle medaglie , leggendosi
in una di Costantino l'iscrizione:
BECTOR ORBis. Nel poH'C gli anti-
chi la figura della S^ittoria sul glo-
bo, intesero denotare la vittoria
ottenuta o con parziali trionfi o
per tutte le provincie dell'impero;
nelle medaglie d'Augusto un mon-
do simile fra due rami d'olivo si-
gnifica la pace di tutto il mondo.
Gl'imperatori cristiani in vece del-
la figura della Vittoria vi posero
la croce per dimostrare che la re-
ligione avea dato loro 1' imperio
del mondo. Del globo imperiale
ne parlammo pure al voi. XVIf,
pag. 177 del Dizionario. In un
medaglione si vede il mondo di-
viso da una croce in quattro parti
per i quattro caldini principali ,
secondo i quali davano quattro
parti alla terra, non già che aves-
sero gli antichi cognizione della di-
visione de' moderni geografi. La
prima immagine d'imperatore, che
apparisca col globo colla Vittoria
sopra nella destra, si è quella che
rappresenta nelle medaglie di Tar-
ragona la statua d' Augusto eretta
da quella città. Altra principale
insegna iujperiale fu ed è l'aquila,
come si disse altrove. Alcuni cre-
dono che l'aquila con due teste siasi
4 .L^ùix
IMP
incominciala ad usare fino dai tem-
pi di Costantino imperatore , per
dimostrare riunito nella sua per-
sona l'imperio occidentale ed o-
rientale, e perciò Blosio Palladio
cantò :
Pietà hiceps Àquila hinc Occasum,
hinc ditm adsptcìt Ortum,
Alter y ait^ nostri est, Caesaris
alter erit.
Ma niuno ne ha trattato più
dottamente del Du Gange nella dis-
sertazione De Impp. Cp. seii de in-
ferioris aevi , vel imperii , uti vo-
calità numismatihus, dal num. XIV
al num. XVIII, ove si descrive A-
quila imperii symholum Romano^
rum hiceps in nummis hyzantinis
et occidentalis imperii. D. Sebastia-
no Ciampi nelle sue Ferìae Varsa-
vienses eruditamente ragionò del-
l'aquila, insegna degl' imperatori
d'occidente e di Germania fino al se-
colo XIV , e della bicipite intro-
dotta dai greci imperatori, per di-
stinguersi dagli occidentali, ed adot-
tata nel 1 284 da Amadeo V eon-
te di Savoia, e poi secondo il Lu-
dewig nel i447 d^^^' imperatore
Federico III, oltre varie belle no-
tizie aggiunte sull'aquila nera de-
gl'imperatori di Germania, e dei
marchesi di Brandeburgo poi re di
Prussia, e della bianca vessillo ed
insegna dei polacchi. Si legge nel
Dizionario delle origini le seguenti
notizie sull'aquila, uccello che ser-
vì d'insegna agli stendardi di diver-
se nazioni, e che vuoisi pei primi
adottato dai persiani. I romani do-
po aver portato altre insegue, nel
consolato di Mario si appigliarono
all'aquila definitivamente , dappoi-
ché prima portavano indilferente-
menle per insegne aquile, lupi e
IMP ii5
leopardi. Alcuni opinano che i ro-
mani pigliassero l'aquila da Giove
cui era sacra, o per, imitare i to-
scani, ovvero che la ricevessero da-
gli abitanti dell'Epiro. Le aquile
romane non erano dipinte sopra gli
stendardi, ma scolpite in oro o ia
argento, o piuttosto in rame o in
bronzo , e si portavano in cima
d'un' asta: esse avevano le ali di-
stese, e talvolta erano effigiate col
fiilmine tra gli artigli. Sotto l' a-
quila si appendevano al legno del-
l'asta ora degli scudi , ora delle
corone. Costantino fu il primo,
dicesi , che introdusse l' aquila a
due teste, per significare che l'im-
pero, tuttoché sembrasse diviso,
non formava però che un sol cor-
po politico, opinione che vuoisi
dubbia. Secondo altri, fu Carlo
Magno che nel riprislinamento del-
l'impero occidentale, ripigliò l'a-
quila come insegna de' romani, e
che vi aggiunse una seconda te-
sta ; tuttavia non si vede che una
sola testa all'aquila nel sigillo del-
l' imperatore Carlo IV sulla bolla
d'oro. Sembra che si possa conve-
nire col dotto p. Menestier, il quale
dice, che nello stesso modo che
gì' imperatori d'oriente, quando era-
no due sul trono , improntavano
sulle loro monete una croce a dop-
pia sbarra, che ciascuno degl' im-
peratori teneva con una mano, co-
me essendo il simbolo de'cristiani,
così fecero egualmente rispetto al-
l'aquila nelle loro insegne, ma in-
vece di raddoppiare le aquile le
unirono insieme , rappresentandole
con due teste, nel che furono po-
scia imitati dagl'imperatori d'oc-
cidente, i quali lo furono dagli o-
dierni imperatori d'Austria e di
Russia. Delle cose principali che ri-
guardano gli antichi imperatori ro-
ii6 IMP
mani se ne tratta ai relativi arti-
coli, rìporlanclosi a quello di Roma
la serie dei naedesimi imperatori.
Si tiene per certo da una gran
parie de'critici moderni , che il
Pontefice s. Fabiano I del 2 38
battezzasse Filippo, il primo cristia-
no fra gì' imperatori romani, tut-
toché non ubbia professata pub-
blicamente la cristiana religione, e
il di lui figliuolo Filippo ancora
denominato ; propugnando alcuni
che Costantino il Grande fosse il
primo imperatore cristiano, si po-
trebbe ritenere che Costantino fu
il primo imperatore che pubblica-
mente professò la fede cristiana,
ed i due Filippi i primi che la
professarono occultamente. F. San-
dini dissert. 6, De primo iniperat.
christiano j il p. Tommaso Vincen-
zo Maniglia nella diss. De annis
Jesii Christi servaloris^ et de iitrìus-
que Philippi Augusti religione^ Ro-
mae 1 74 ^ i ed il Novaes, Storia dei
Pontefici t. Ij p. 75. Nell'anno 3 1 3,
governando la chiesa il Papa s. Mel-
chiade, l'imperatore Costantino resti-
tuì la pace alla Chiesa, e donò al Pon-
tefice il palazzo lateranense, colla
giunta di rendite bastanti a man-
tenere il decoro della suprema di-
gnità. Sul supposto editto di Co-
stantino, nel quale, secondo alcuni,
si conteneva la donazione alla Chie-
sa cattolica di molte provincie e
particolarmente di Roma, si può
consultare Natal Alessandro, Hist.
ecct. saec. IV, diss. 25, art. 2.
Inoltre Costantino per le cose che
dicemmo all'articolo Costantinopoli
(Vtdi)y avendo stabilito trasferire
la sede dell'impero romano da Roma
a Bisanzio, di questa seconda ne in-
traprese la fabbrica nel 326, e con
solenne dedicazione nel 33o gli im-
pose il suo nome chiamandola Co-
IMP
stantinopoli. Altri dicono che il
trasporto della sede imperiale da
Roma a Bisanzio, avvenne l'anno
334 dell'era volgare, i 190 anni
circa dopo la fondazione dell'alma
Roma. Costantino morì l'anno 337
dopo aver diviso 1* impero fra i
suoi tre figli Costantino, Costanzo
e Costante : Costantino ebbe le
Gallie e tuttociò ch'era al di là
delle Alpi; Costanzo la Tracia,
l'Asia, l'Oriente e l'Egitto; Co-
stante Roma, l'Italia, l'Africa, la
Sicilia , molte isole, l' Illirico, la
Macedonia e la Grecia. Dalmazio
Cesare e Costantino fratello del-
l'imperatore ebbero anch'essi par-
te dell'impero, come ancora Anni-
baliano, cui aveva Costantino con-
ceduti gli abiti imperiali e il ti-
tolo di nobilissimo. Nell'anno 35o
restò Costanzo solo imperatore, e
nel 379 Graziano dichiarò impe-
ratore Teodosio I, gli assegnò l'im-
pero d'oriente, quindi egli si riti-
rò in occidente. Dipoi l'oriente e
l'occidente si riunirono sotto il me-
desimo Teodosio I che si meritò
il titolo di grande j morì nel 397
lasciando l'impero ai due suoi fi-
gli Arcadio ed Onorio, che se Io
divisero, prendendo il primo l'o-
riente ed il secondo l'occidente.
Ma nell'anno 47^ ebbe fine l'im-
pero romano d'occidente, distrutto
da Odoacre re degli Eruli (Ftdi)^
il quale ne spogliò l' ultimo impe-
ratore Momillo Augustolo. Qui no-
teremo, che scrivendo s. Felice III
nel 4^4 all'imperatore d'oriente
Zenone, fu il primo Papa che chta-
mò r imperatore col nome di Fi-
glio (Vedi), come s. Giovanni I
recandosi nel 525 in Costantino-
poli, e coronando l'augusto Giusti-
no I, fu il primo Pontefice che
ornò r imperatore colle insegne
IMP
imperiali. Rallegrandosi il Papa s.
Anastasio II con Clodoveo I re
de' franchi per essersi fatto battez-
zare nel 49^^ ^o chiamò figlio
della Chiesa, quindi il Pontefice s.
Ormisda gii mandò una corona
d'oro, per cui l'Alemanni, De la-
, teraiiciisibus parie tini s, a p. 129,
chiama Clodoveo 1 imperatore o-
norario, indi tratta degli impera-
tori onorari.
L* imperatore d'oriente Leone
V Isaurico col proteggere gli ereti-
ci iconoclasti, si meritò la scomu-
nica dal Papa s. Gregorio II, il
quale sciogliendo gli italiani dal
Giuramento (Vedi) fatto all'im-
peratore, e dai tributi, molti eres-
sero signorie private, ed il ducato
romano spontaneamente per dedi-
zione de'popoli si assoggettò al ro-
mano Pontefice verso l'anno ySo,
ond'ebbe principio il temporale
dominio della Chiesa romana. I
longobardi volendo invadere tale
dominio, prima s. Gregorio II, e
poi s. Gregorio III invocarono il
soccorso di Carlo Martello maggior-
domo de' re dei franchi, ed aven-
dolo ottenuto, il secondo creò Car-
io patrizio di Roma, dignità che
portava l'obbligo di sostenere i
diritti della Chiesa romana, e di
difendere le ragioni della santa
Sede e della città di Roma. Di-
poi Stefano li detto III invocan-
do pel medesimo motivo l'aiuto di
Pipino re de' franchi figlio di Car-
lo, e contro Astolfo re de'longo*
bardi, non solo lo conseguì, ma
Pipino ampliò il principato del ro-
mano Pontefice. Già Stefano III
,Io avea consaci'ato re in un ai fi-
gli Carlo Magno e Carlomano, di-
chiarandoli patrizi romani, protet-
tori e difensori delia Sede aposto-
lica. Carlo Magno incominciò ad
IMP 117
usare tale titolo ne' suoi diplomi,
e ad istanza di Adriano I si fece
vedere in Roma vestito solenne-
mente dell'abito di patrizio. Nel
795 per morte di Adriano I, di
comun consenso fu eletto in suc-
cessore s. Leone III romano, che
ad istanza di Carlo Ma^no gli con-
fermò il titolo di patrizio. Sdegna-
ti dell'esaltazione di s. Leone III,
Pasquale primicero, e Campolo cap-
pellano della chiesa romana, pa-
renti del defunto, dignità che es-
si ambivano, tramarono congiura
contro di lui, lo arrestarono, e
mezzo morto potè liberarsi dalla
prigione, e ritirarsi nel Vaticano,
dove si trovavano gli ambasciatori
di Carlo Magno. Questi invitarono
a Roma Winigiso duca di Spole-
to, che a questa città con buone
truppe accompagnò il Pontefice,
il quale si portò da Carlo Magno
per implorare la sua difesa come
patrizio di Roma. 11 re lo ricevet-
te in Paderbona con lutti i segni
d'onore, e restò inorridito dei de-
litti di Pasquale e Campolo, che
non lasciarono spedirgli inviati con
falsissime calunnie contro s. Leone
HI. Allora Carlo Magno invitò il
Papa a restituirsi in Roma, facen-
dolo accompagnare da cinque com-
missari, due arcivescovi, cinque ve<-
scovi e tre conti, ordinando loro
d'informarsi di quest'affare. Giun-
ti in Roma ed esaminate le que-
rele, e trovatele insussistenti e fal-
se, mandarono con buona guardia
al re i due delinquenti. Indi por-
tatosi nell'anno 800 in Roma \o
stesso Carlo Magno, in un giorno
fatti congregare in s. Pietro per
ordine e commissione del Papa gli
arci vescovi j vescovi, abbati e tutti
i signori romani e franchi, si parlò
della causa che si trovò piena di
ìi8 IMP
falsità ed imposture. Tanto il re
quanto l'assemblea avendo dichia-
rato che la prima sede non poteva
essere da alcuno giudicata, e non
\oler sopra ciò dare giudizio, san
Leone HI saUto sul pergamo col
Jibro de' santi evangeli, ed invoca-
to il nome della ss. Trinità, di-
chiarò la sua innocenza, atto che
fu stimato da tutti solenne giusti-
ficazione.
Il Pontefice s. Leone III fino
dall' assunzione al pontificato si
era proposto di sottrarsi in ogni
maniera dall' impero orientale, per-
chè questo sempre mirava a tener
soggetti i romani, benché si era-
no ritirati dalla sua obbedienza,
e perchè sempre andava di male
in peggio il potere degl' imperatori
greci. Colla venuta di Carlo Ma-
gno in Roma concepì il disegno
di dichiararlo imperatore e re dei
romani, ritenendo legittimamente
decaduti gì' imperatori d'oriente da
ogni diritto per l'eresia degl' ico-
noclasti, e quindi rinnovare l'im-
pero d'occidente, che dopo la mor-
te dell'ultimo imperatore Augustolo,
da 32-5 anni era privo di capo, ed
anco perchè non conveniva che gli
imperatori eretici d'oriente si chia-
massero imperatori d' occidente e
di que' popoli co' quali erano dis»
senzienti ne' dommi della fede. Si-
gnificò questo pensiere ai cardina-
li e principali romani, e venne ap-
plaiuiito, e perciò disposto con ogni
segretezza di porlo in esecuzione il
giorno del santo Natale dello stes-
so anno 800, giacché il re avea
mostrato desiderio di essere in quel
giorno nella basilica di s. Pietro.
Li questa festività il Papa si por-
tò nella basilica vaticana coi car-
dinali, primari del clero, e ma-
gistrati romani, massime con quel-
IMP
li consapevoli del suo disegno, ed
il re v'intervenne seguito dai suoi
franchi. Il Papa ed il re giunti
nella basilica tra le acclamazioni
del popolo si portarono ad ora-
re avanti la tomba del principe
degli apostoli ; levatisi ambedue
in piedi, s. Leone IH impose sul
capo del re una corona ricca, gri-
dando tutti quelli cui era nota la
cosa : Vita e vili orla a Carlo Au'
gusto, grande e pacifico impera-
tore de'romanij coronato da Dio.
Sorpreso Carlo Magno da que-
st'alto improvviso, titubava ad ac-
cettare sì sublime dignità, quando
le acclamazioni si rinnovarono ge-
nerali, e più volte ripeteronsi, per
cui Carlo giato al Pontefice ed
alla moltitudine illustre, accettò il
sommo onore. Il Pontefice che avea
fatto preparare l'occorrente per la
sacra cerimonia, diede per il pri-
mo Pontefice a Carlo T unzione
sacra, e lo vestì dell'ammanto im-
periale romano. Carlo Magno giu-
rò dal suo canto ch'egli sarebbe
sempre stato protettore e Difen-
sore della Chiesa (Fedi), ed il
Papa gli ratificò il titolo d'impe-
ratore ereditario in tutta la sua
discendènza, e con autorità aposto-
lica rinnovò l' impero d'occidente,
dichiarandone capo Carlo Magno.
V. S fon d rati, in Gallia vìnd. dis-
sert. 2, g 2, n. 7; Bellarmino, De
translat. imperi i a ^raecis ad fran-
cosj Petra in Constit. apost, t. IH,
pag. 125; e la storia del regno
di Carlo Magno scritta in france-
se da M.r de la Bruere, e stam-
pata in Parigi nel 174^^ nonché
principalmente il Cenni nel t. H,
Monumenta doniinationis pontifi-
ciac cap. IH, ove ne tratta con
singoiar erudizione. L'Alemanni, De
lateranensibus ^. 160 e seg., ripor»
IMP
ta tre cause del Irasferi mento di
questo impero, per il quale l'o-
riente e l'occidente formarono due
imperi separati, il primo governa-
lo dagli imperatori greci, il secon-
do dagl'imperatori franchi, dappoi-
ché la corona imperiale rimase
per qualche tempo nei diversi ra-
mi della casa di Carlo Magno, ora
in Francia, ora in Germania, e
talora anche nell'una e nell'altra
soggette allo stesso principe. All'ar-
ticolo s. Leone III parleremo di un
riprovevole quadio, che si riprodus-
se anche in rame, in cui il pittore
Fiammingo Odwaere, pensionato
dall'accademia di Francia, eseguì
in R.oma nella fatale epoca del
1810, ed in tempo che ad ogni
costo per piacere ai persecutori
della Chiesa si tentava l'oppressio-
ne del romano Pontefice. Fidato
l'artista ad un passo degli annali
d'Italia del Muratori, in cui si ci-
tano queste parole degli antichi
annali de' franchi : a Ponti/ice
more antiquorum principum adora-
lus est^ senza aver presenti le leggi
degli antichi imperatori, che citam-
mo di sopra, i quali espressamente
vietarono qualunque sorta di adora-
zione si volesse prestar alle loro
immagini; il pittore rappresentò fal-
samente s. Leone III prostrato in-
nanzi a Carlo Magno dopo di aver-
lo incoronato.Così ancora diremo del-
la trionfante confutazione di monsig,
Antonio Santelli fatta colla dotta
dissertazione intitolata : Oltraggio
fatto a Leone IH ed a Carlo
Magno in un quadro ed una
stampa esprimenti V adorazione del
Pontefice all' imperatore , Roma
nella stamperia de Romanis 181 5.
Carlo Magno lasciato il titolo di
patrizio romano, prese quello d'im-
peratore ed augusto, come si legge
IMP 119
negli Annali Bertinianì ad an. Sor,
presso il Muratori, Scriplor. rer.
ital. toni. II, p. 5o5. Cos\ s. Leo-
ne III innalzò Carlo Magno sopra
tutti i principi d' occidente, egua-
gliandolo agi' imperatori d' oriente,
passando cosi nella dignità imperia-
le quella del patriziato o sia l'av-
vocazia della Chiesa, essendo più
splendido il titolo d' imperatore in
confronto di quello di patrizio. Per
segno di questa avvocazia pontifì-
cia o sia difesa della romana Chie-
sa, solevano i Papi cinger la spada
al nuovo imperatorej e porre e-
ziandio il di lui nome nelle monete
pontifìcie, ma non in tutte, trovan-
dosene di Stefano V, di s. Nico-
lò I, di Giovanni Vili, di Stefano
VI, di Benedetto IV, di Anastasia
HI, di Giovanni XII, di Leone
Vili, di Benedetto V e di altri
Pontefici col solo nome del Papa,
giacché il nome e 1' anno dell'im-
peratore, che talvolta si leggono
negli atti pubblici de'sommi Ponte-
fici , non vi furono posti che per
maggior indizio e contrassegno del
tempo in cui furono scritti, in se-
quela di quanto si accenna anche
nella prefazione della novella XLVU
di Giustiniano, intitolala: Ut prae-
ponalur nomea imperatoris docu"
mentis ; e per questo in un medesi-
mo atto pontificio si trova scritto
il nome dell'imperatore d'oriente,
dell'imperatore d'occidente, ed an-
che quello del re longobardo unito a
quello del greco augusto. Ora è a dir-
si brevemente in che consistessero gli
uffizi dell'avvocazia.
Il principale di questi si era dì di-
fendere la purità della fede e gl'inte-
ressi della religione, quindi i'diritti
temporali e gli stati della Sede aposto-
lica centra qualunque nemico. Quin-
di i romani non meno che gh altri
I20 IMP
sudditi della santa Sede giuravano
di riconoscere gì' imperatori Caro-
lini come avvocali della Chiesa, che
vale a dire di non far novità in
pregiudizio de' Papi, de' quali essi
erano difensori per convenzione di
palli giurati, e passati poscia in re-
taggio a tutta la loro schiatta. La
medesima dignità del patriziato e
dell'avvocazia fece che di consenso
de'Ponlefici, Carlo e gli altri suoi
successori esercitassero talvolta per
mezzo de' loro messi le giudicature
negli stati della santa Sede in
materie di controversie tra i vas-
salli della medesima e i Papi stes-
si, giacche ad essi incombeva il
tenerli in fede verso di questi, non
essendo in que* tempi V economia
del governo dello stato pontificio
in quel diritto e regolato sistema
in cui è a'nostri giorni. Altro ob-
bligo dell' avvocazia si era di so-
praintendere che nell' Elezione dei
Pontefici i^Fedì)^ non fosse fatta vio-
lenza da'romani, il che ebbe ori-
gine dopo la morte di s. Pasqua-
le I, mentre nacque scisma nell' e-
lezione di Eugenio II che fu l'au-
tore di quel decreto nell'anno 825:
^d vitanda in poslerum comitiorum
dissidia, confermato poi da s. Leo-
ne IV, da Stefano VII, e da Gio-
vanni IX, per il quale si ordinò,
per ovviare ai disturbi, che non si
•venisse alla Consacrazione del Pa-
pa (Fedi) se non erano presenti
j messi o ambasciatori imperiali;
ma questo carico poi passò al se-
natore di Roma, e finalmente Ni-
colò HI lo trasferì ad minorem gen-
tium praesides, ut hodie videmits,
come osserva il citato Alemanni,
Ve laleranens. p. 102, e se ne leg-
pg puie il decreto nel corpo del
diritto canonico, C. fundamenta de
plect. in 6. Del rimanente sul ca-
IMP
derc della stirpe Carolina, poiché
da questa non potevano aver più
soccorso i romani Pontefici, furono
questi obbligali a creare qualche
gran principe in figliuolo adottivo
della santa Sede, come digemmo
al mentovato articolo Figlio,
per
dargli il governo de'loro stati, pas-
sando così per allora in questo li-i-
tolo di figlio adottivo 1' uftlzio
dell'avvocazia della Chiesa romana.
Quanto alla divisione dell'impe-
rio in orientale ed occideotale, e
suoi limiti , il Sarnelli, Memorie
cronologiche p. 44 > ^ Lelt. eccl.
t. II, p. 80, narra che dopo di
aver s. Leone III , per singoiar
provvedimento di Dio, dichiarato
imperatore d' occidente Carlo Ma-
gno, sebbene i greci imperatori al-
tamente se ne risentirono, pure
tratti dalla necessità vennero ad
accordo, dividendosi 1' impero in
questa guisa, secondo il Collenuc-
cio ; cioè che l' imperio orientale
fosse de' greci, e l' occidentale dei
franchi. Si divise l'Italia per ma-
niera, che quanto è da Si ponto a
Napoli verso oriente, insieme colla
Sicilia, fosse sotto l' impero gre-
co, e l'altra parte verso le Alpi
fosse dell'impero occidentale, ed in
mezzo fu lasciato quasi un ter-
mine e confine tra l'uno e l'altro
impero il ducato di Benevento, il
cui alto dominio Carlo Magno do-
nò alla santa Sede nel pontificato
di Adriano I che il principe tenne
in conto di padre. Degli antichi
termini dell' imperio orientale e
sue Provincie , se ne legge la de-
scrizione nel Terzi, Siria sacra p,
12. Altre notizie sull'impero orien»
tale o greco le riportammo al-
l'articolo Grecia; e la serie degli
imperatori greci incominciando da
Costantino il Grande, si può leg-
IMP
^erla nel citato articolo Costanti-
jNoroLi. Le principali notizie di
tultociò die riguarda V origine ,
progresso e termine dell'impero oc-
cidentale o romano, o pili comu-
nemente impero germanico, sonori-
portate agli articoli Francia e Ger-
mania (Fedi), ed ai relativi si di-
scorre di quanto appartiene agli
imperatori. Luigi IV detto il Fan-
ciullo, figlio dell'imperatore Arnol-
fo , ultimo rampollo della razza
Carlovingia, fu elevato all'impero
dai principi alemanni, i quali scris-
sero al Papa Giovanni IX nell'an-
no 899 una lettera, in cui mentre
si scusavano d*essei'e stati per pre-
potenti ragioni di sana politica co-
stretti ad agire senz'ordine e per-
missione del Pontefice, lo pregava-
no ossequiosamente che volesse con-
fermare la loro elezione, come si
legge in Labbé, Concil. t. IX, p.
497. Luigi IV però fu principe
debole, e mori nel 911 senza po-
sterità. Gli stati della Germania
erano allora divisi in due classi: la
prima composta degli stati della
Francia orientale, comprendeva i
popoli soggetti a Carlo Magno, cioè
i bavaresi, gli svevi, e que'di Fran-
conia ; gli stati della Sassonia for-
mavano la seconda classe. Queste
due classi insieme riunite nel 913
elessero in re Corrado I conte di
Franconia, nipote di Arnolfo dal
canto di Gismonda sua madre, 11
regno di Germania doveva per di-
ritto ritornare al ramo di Carlo il
Calvo, il solo che sussisteva anco-
ja de' tre ch'erano discesi dai figli
di Lodovico 1 il Pio. Era allora
re di Francia Carlo IH il Sem-
plice; ma i tedeschi posta in non
cale la giustizia dei diritti, perchè
egli era incapace di sostenerli, scel-
sero un re tolto dal corpo della
IMP i:».i
loro nazione. È pero da notar&i
che il Pontefice Stefano V detto
VI neir 891 coronò imperatore
Guido re d'Italia e duca di S[)o-
Jeto, ed in tal guisa tornò dopo
tante vicende negl'italiani l'impero
d'Italia, come osservano il Sigo-
nio, De regno ital. lib. 6, ad an.
891, p. 227, ed il Pagi ad an.
892, nura. 2. Giovanni X nel 916
coronò imperatore Berengario rq
d'Italia; ma Lamberto figlio di Gui-
do neir894 era stato coronato im-
peratore da Papa Formoso, con-
fermato da Giovanni IX, e ricono-
sciuto dai principi italiani che abr
bandonarono Berengario prima pe-
rò che fosse colonato; ma essendo
morto Lamberto nell'898 , e corona-
to poscia Berengario, questi visse sino
al 924 colle insegne imperiali. Tali
sono i principi italiani che portarono
il titolo e dignità d'imperatori d'oc-
cidente. Si osserva che la famiglia
di Carlo Magno possedette per qual-
che tempo l' impero per diritto e-
redi tarlo o di successione ; ma
dall'estinzione di quella famiglia in
poi, o secondo altri scrittori, sol-
tanto dalla morte di Enrico IV,
la dignità imperiale diventò eletti-
va, e alcuno non giunse al pos-
sesso della medesima se non che
per via di elezione. 'J emendo per-
fino gli elettori che gl'imperatori
della famiglia austriaca non ren-
dessero la dignità imperiale eredi-
taria nella loro linea, inserirono
nella capitolazione di Mattia e \\\
quella de' successivi imperatori una
clausola, colla quale vincolati rima-
nessero gli eletti a questo riguardo.
A Corrado I nel 919 successe
Enrico I VUccellalorc, i quali non
furono coronali da'Pontefici, e nel
986 nel regno di Germania ad
Enrico I gli successe il figlio Qt-
Ili IMP
Ione I il Grande che divenne re di
Italia nel 961. Dappoiché essendo
Giovanni XII travaglialo da Be-
rengario Il re d' Italia, e dal di
lui figlio Adalberto, cliiamò in soc-
corso il re di Germania Ottone I
promettendogli l'impero e lo stato
di Milano. Portatosi Ottone I in
Italia ne venne coronato re colla
Corona di fenx> [Pedi), e secon-
do il giuramento fatto prima di
giungere in Roma, che riportiamo
all'aiticolo Ingressi solenni in Ro-
ma [Fedi)j di non ledere i dirit-
ti di sua sovranità, non cìie di cac-
ciar dall' Italia Berengario II ed
Adalberto, e di restituir le terre
usurpale alla Chiesa, avendo il tut-
to adempiuto , in riconoscenza il
Papa Giovanili XII io coronò in
Boma nella basilica di s. Pietro
imperatore a'i3 febbraio del 962.
Giovanni XII fu il primo Pontefi-
ce che passò Tini pero ai tedeschi,
dopo che per la morte di Beren-
gario I r impero era restato va-
cante circa quarant* anni. Su que-
sta traslazione d'impero è a ve-
dersi l'Alemanni, De lateranens.^
ed il Cenni nel t. II, Monumenta
dominalionis ponti ficiae cap. IV,
ove di ciò tratta eruditamente. Il
figlio di Ottone I, Ottone II, e il
nipote Ottone III parimenti furono
coronati dai Papi, e l'ultimo da Gre-
gorio V nel 996, il quale da al-
cuni si crede istitutore del collegio
degli Elettori del sacro romano
impero [Vedi); certo è, come dice
il Novaes, e come dimostra il San-
dini nella vita di Gregorio V, che
il diritto di eleggere l' imperatore
deriva dal romano Pontefice. L'im-
pero fu quindi dato al principe
legittimamente nominato dagli e-
lettori, il quale col titolo d'impera-
tore romano, di Germania o d'oc-
IMP
cidente, come capo dell'impero ro-
mano-germanico lo governava se-
condo le leggi e gli statuti che im-
posti gli venivano per mezzo della
capitolazione imperiale. Il Rinaldi
parlando all'anno 996 del conci-
lio di Gregorio V, nel quale si
crede effettuata la concessione agli
elettori di eleggere il re de'romani
cesare , che prenderà il nome di
imperatore se coronato dal Ponte-
fice, mediante V approvazione di
questi, narra molte cose analoghe
ed in favore all'autorità pontifi-
cia, dichiarando che come essa ri-
pristinò l'impero occidentale, e tras-
portollo ne'tedeschi, cosi commise
agli elettori la facoltà di eleggere
l'imperatore, riservandosi la con-
ferma. Di ciò il Rinaldi riporta
prove dei medesimi Pontefici, im-
peratori ed elettori, non che degli
scrittori. Ecco come Innocenzo III
su questo proposito si esprime.
>» Debbono i principi riconoscere
(siccome han ftìtlo in presenza no-
stra) che il diritto e lautorità di
esaminare la persona eletta a re,
e da promoversi all'impero, tocca
a noi che l' ungiamo e incoronia-
mo. Essendosi universalmente e re-
golarmente osservato, che l'esame
della persona appartenga a chi
spetta r imposizione della mano.
Se i principi eleggessero alcun sacri-
lego, o scomunicato, o tiranna, o
futuro eretico o pagano, dovrem-
mo noi per avventura ungere, con-
sacrare, e coronare così fatta per-
sona? Tolga Iddio, che mai tal co-
sa per noi si facesse". Sulle con-
vulsioni dell'impero germanico, da
esso sofferte nel tempo stesso che
la Chiesa romana veniva lacerata
dagli scismi, è a leggersi il Suppl.
del giornale ecclesiastico di Roma
del 1792, t. IV, p. 3 e seg., ove
IMP
si traila delle prospere ed avverse
vicende della Chiesa di Gesù Cri-
sto dal secolo XIII a'tempi nostri,
discorso di un giornalista di Pio-
ma, compilato sull'opera : Ecclesìa
jìiilUans regnimi Christi in terris hi
sui fatìs repracsenlala , di S. A.
R. il p. d. Martino Geibert abba-
te del raonislero di s. Biagio in
Selvanera e principe del S. R. I.,
stampata nel 1789 in detto mo-
niste ro.
Nel libro del p. Anacleto Calda-
ni , Ristretto dell origine e prò-
presso dell* impero romano , e del-
la potestà degli elettori^ Ira le al-
tre cose si legge. Riconoscendosi
che il romano impero passò per
r autorità della Sede apostolica dai
greci nella persona di Carlo Ma-
gno, e poi negli alemanni, neces-
sariamente ne segue che la pote-
stà di eleggere il re de' romani in
imperatole a niiin altro princi-
palmente si debba, checche ne di-
cano i contrari, che alla Chiesa, al-
la quale si deve attribuire la trans-
lazione del romano impero, quin-
di ad essa devesi ascrivere l' ele-
zione del romano impeiatore. Ciò
primieramente si deve perchè de-
gradali gl'imperatori greci dell'im-
pero occidentale, umiliati i Reren-
garii e morto senza figli maschi
Ottone III, in virtù dell'ecclesia-
stica suprema giurisdizione com-
messa da Cristo a'Pontefici, accio-
chè la Chiesa piantala dalla sua ma-
no non sentisse danno, fu in libera
volontà del Papa eleggere un im-
peratore da qualunque nazione gli
piacesse. E la ragione si è, perchè
Cristo in ciò che riguarda il pro-
movere il bene della fi-de , subor-
clinò gl'imperi terreni al romano
Pontefice in forma tale, che se il
bene della religione così richieda ,
IMP 123
non se gli possa negare il braccio
secolare, per quanto dicono i me-
desimi protestanti ; le quali cose
sono appoggiate alle sacre lettere
così del vecchio come del nuovo
Testamento, aggiunta la pratica no-
toria appresso il Marta, De jurisd.
par. I, cap. 28, n. 22. E perché
chi vuole l'antecedente vuole anche
il conseguente ; avendo la romana
Chiesa dichiaralo imperatori Carlo
Magno ed Ottone il Grande prin-
cipi ereditarli, senza la qual dichia-
razione per tali non sarebbero stali
riconosciuti, è necessario conchiu-
dere che r elezione concessa del re
de' romani sia assolutamente deri-
vala della Sede apostolica. Per
l'interesse poi dell'imperatore, anzi
dello stesso impero, il Pontefice
Gregorio V cercò anche il consenso
sì di Ottone ITI che de' principi
dell'impero per istabilire l' elezione
del re de' romani ; ed Ottone III
col consenso del Papa fece col con-
siglio de' principi lo statuto dell'e-
lezione dell'imperatore, da farsi dai
principali signori tedeschi offiziali :
laonde pare che il Pontefice ro-
mano dovesse ricercare questi pri-
mati della Germania per onestà ,
per equità e per pubblica utilità,
siccome esigevano i tempi, le cose,
ì luoghi ed altre circostanze. Ciò
si richiedeva per parte di Otto-
ne III, non solo perchè per con-
venzione fatta con la Sede aposto-
lica aveva il diritto di nominare
il successore nel regno d'Italia, ma
anche perchè la consuetudine di
Germania portava , che quegli il
quale dal re moribondo dichiara-
vasi successore nel regno di Ger-
mania fosse per tale ricevuto dai
principali del medesimo regno. Per
parte dei principi degli stali del-
l' impero era necessario il consenso
ili IMP
per questa nuova legge ristabilita
dal Pontefice , ilappoichò potevano
in selle vacante eleggere in re dei
germani uno di qualunque nazio-
ne, dalla quale autorità decaddero
ad istanza del sommo Pontefice ,
per cui trasferirono il diritto del-
r elezione in mano di pochi prin-
cipali ullìziali della Germania ec-
clesiastici e laici, e di piìt stabili-
rono che niuno potesse avere il ti-
tolo d' imperatore se non che quel-
lo che dal Pontefice fosse decorato
della corona imperiale. Da che si
deduce l' origine del collegio elet-
torale dell' impero germanico , e
doversi principalmente attribuire
alla Sede romana, e meno princi-
palmente ad Ottone III ed a' prin-
cipi dell' impero. In tal modo si
possono conciliare le discrepanti
opinioni degli storici, secondo quel
dello, ben insegna chi ben distin-
gue. Che r impero romano o ger-
manico fu offerto alla santa Sede,
e che venne considerato come uno
de' tanti suoi stati tributari , lo
abbiamo dal Gretsero nel dotto suo
libro: De munijicentia principum
iti Sedem apostolìcam.
Dopo la morte di Ottone III
nel I002 fu eletto s. Enrico II di
lui cugino, come discendente d'En-
rico duca di Baviera figlio del-
l' imperatore Enrico I, e fratello di
Ottone 1: ebbe per successori Cor-
rado II il Salico ed Enrico III,
cui la morte impedì di rendere
ereditaria nella sua famiglia la co-
rona imperiale; Enrico IV, ed En-
rico V, tutti della casa di Franco-
nia. Con fatale pregiudizio della
Chiesa universale e dell' impero ro-
mano germanico , gravi vertenze
talvolta insorsero tra il sacerdozio
e l'impero, cioè tra' Papi e gì' im-
peratori, con conseguenze funeste
IMP
di lunghi e deplorabili scismi. La
prima e forse principale rottura
Ira la santa Sede e l' impero , ac-
cadde per le Investiture ecclesia'
sliche ( Fedi ) ( dalle quali ebbero
origine gli eretici Enriciani che
concedevano all'imperatore l'au-
torità di eleggere il Papa ), tra il
Pontefice s. Gregorio "VII e suc-
cessori fino a Calisto II, e gì' im-
peratori Enrico IV ed il suo figlio
Enrico Vj di che parlammo prin-
cipalmente all'articolo s, Gregorio
FU {Fedi). Questi ntW epist. 19,
lib. I, pronunziò questa bella sen-
tenza per la felicità dell' impero.
Status iinperii gloriosus regitur^ et
sanctae ecclesiae if Igor sol adi tur, curri
sacerdotium, et imperiuni in uni-
tate concordiae conjunguntur. Voigt
nella sua Storia p. 256, riportan-
do alcuni brani di lettere di s.
Gregorio VII, dice « che il mondo
è retto dalle forze armoniche di
due grandi astri e luminari, l'uno
maggiore eh' è il sole, l'altro mi-
nore cioè la luna. L' autorità del-
l' apostolo è simboleggiata dal so-
le, e dalla luna il potere dei re.
Siccome questa non risplende che
pel lume riflesso da quello, cosi
gì' imperatori e i principi sovrani
traggono il loro potere dal Pon-
tefice , perchè il solo Pontefice lo
attinge da Dio, unico fonte d'o-
gni autorità. Pertanto il potere
della santa Sede avanza il potere
de' troni; e l'impei atore è suddito,
vassallo, e fedele del santo Padre.
Poiché il Papa è costituito da Dio,
perciò cade ogni cosa sotto la su-
prema ragione di lui ", ec. ec.
Quelli stessi fra i moderni i quali
hanno scritto sull' Alemagua del
medio evo non ignorano il diritto
di pontificia supremazia. Pfeffel ci
fa osservare che la massima e la
IMP
condotta di s. Gregorio VII era
favorita >» dalla persuasione di quei
tempi, che V impero fosse un feu-
do della santa Sede; persuasione
che gli stessi imperatori sembra-
vano spontaneamente confermare,
non assumendo il titolo e le in-
segne imperiali se non dopo essere
stati per la seconda volta consa-
crati dal sommo Pontefice in Ro-
ma". Il diritto sassone proibiva che
si eleggesse imperatore colui con-
tro il quale il Papa avesse giusta-
mente pronunziato il veto , come
dal lib. Ili, art. LIV. L'eletto non
otteneva il titolo né T autorità im-
periale se non dopo che il Ponte-
fice l'avesse consacrato, art. LII ;
ed allorché recavasi a Roma per
la consacrazione, doveva aver seco
cinque de' primari elettori, i quali
garantissero la regolarità dell' ele-
zione, art. XXXI. Il medesimo co-
dice riserva al Pontefice esclusiva-
mente il diritto di scomunicare
l' imperatore, e per tre sole ragio-
ni : I." nel caso d'eresia o d'a-
postasia ; 2.° pel ripudio della le-
gittima consorte; 3." per pertur-
bata religione o per saccheggio sul
tener delle chiese, lib. IH, art.
LVII Sachs Land rechi, Dir. sass.y
Schwab Landrecht, Dir. svevo^ arti-
colo XXIX. Il dotto e celebre
protestante Eichhorn , Glossa I _,
art. 1, Dir. sass., dopo aver enu-
merati tutti i diritti che compete-
vano all' imperatore come capo
della cristianità , aggiunge queste
parole. « Tal potere è dato da Dio
all'imperatore, ma questi all'atto
della sua incoronazione è obbligato
di giurare al Pontefice obbedienza
e fedeltà". Tale fu il giuramento
prestato da Enrico II , e pejciò
anteriore all' epoca di s. Grego-
rio VU. Goflredo di Viterbo, in
IMP 19.5
Chron. , storico contemporaneo di
Pasquale II, terzo successore di s.
Gregorio VII, fa parlare i Ponte*
fìci in questa sentenza. «< Impera-
tori, noi vi abbiamo dato l'impe-
ro , e voi ben poco ci deste in
contraccambio. Sappiate, che se voi
siete imperatori de* romani , noi
siete che in virtù di noi soli ".
Ferdinando I il Grande figlio
di Sancio il Grande re di Casti-
glia e di Leone negò all'impera-
tore Enrico IH l'omaggio che gli
doveva , e contro il diritto e la
consuetudine assunse il titolo d'im-
peratore. Enrico III mandò i suoi
ambasciatori al concilio della Chie-
sa, i quali presentarono le sue que-
rele. Ildebrando legato in Francia
di Vittore II, e poi Papa s. Gre-
gorio VII facilménte persuase En-
rico III che la sua dignità, la qua-
le in tutto l'orbe cristiano era la
più grande, correva per tale usur-
pazione un grave pericolo, e che il
re Ferdinando I ben più facilmen-
te avrebbe potuto essere rimesso nei
suoi confini da una sentenza della
Chiesa, che non dal sempre dispen-
dioso ed incerto mezzo delle armi.
Enrico III pertanto fece dai suoi
legati pregare il concilio, che qua-
lora Ferdinando I anche dopo le
esortazioni della Chiesa non desi-
stesse dal suo proposilo, si pro-
nunciasse sentenza di scomunica
contro di lui, e se ne ponesse il
regno sotto l'interdetto. Il Maria-
na riporta la lettera di Enrico III
presentata al concilio, colla quale
rappresentò quest'usurpazione co-
me assai pregiudizievole alla Chie-
sa romana. I padri del concilio ri-
conobbero giusta la causa dell'im-
peratore, e decisa col consentimen-
to del Pontefice la lite dei due so-
vrani, mandarono legati al re Fer-
ii6 IMP
dinando I, inlimandogli dovesse ob-
bedire al decreto del Papa, dasse
soddisfazione all' imperatore, rinuii»
ciasse al titolo usurpato; minac-
ciandolo che in caso di renitenza,
la Chiesa assoggetterebbe lui e l'in-
tera Spagna alle più gravi censu-
re. Il re di Castiglia radunò tosto
i vescovi e principi del suo re-
gno, e consigliò con loro la risposta
da farsi ai legali pontificii. Essen-
do la maggior parte convenuta in
quest'opinione, che si dovesse pre-
stare obbedienza al Pontefice roma-
no, Ferdinando I rispose ai legati
ch'egli era pronto ad eseguir tut-
tociò che la santa Sede di Roma
gli aveva intimato. Mostrava En-
rico III di riconoscere per que-
st'atto egli slesso, o per lo meno
permetteva che venisse basato il
principio, risiedere nel solo Ponte-
fice l'autorità di crearlo impera-
tore, di accordargliene o di tor-
gliene il titolo e le insegne. Che
gli effetti poi di un sì importante
sistema si verificarono in altre cir-
costanze, la storia ce ne riporta gli
esempi. Nella Storia di Papa Gre-
gorio FU del celebre protestante
Voigt, a pag. 590, narrandosi la
morte di Rodolfo emulo d'Enrico,
si dice, che siccome molti tedeschi
aveano dubitato della legittima ele-
zione del primo, malgrado la de-
posizione del secondo, e la sanzio-
ne dell'autorità pontificia, tutti i
ragionamenti versavano intorno al
problema : può dunque il Papa
deporre un monarca ? Il vescovo
Ermanno di Metz, vuoisi per in-
carico de'duchi tedeschi, interrogò
Gregorio VII con quali ragioni
sostenesse quel diritto sì contro-
verso ; e Gregorio VII gli rispose
con una lettera di tanta importan-
za che ivi il Voigt la riprodusse,
IMP
aggiungendo ch'essa rivela la men-
te di quel Papa, ed è il compen-
dio delia pubblica giurisprudenza
d' allora. La lettera è la seguente.
>y Gesù nostro Salvatore ha pro-
nunciato le parole evangeliche : Tu
sei Pietro e su questa pietra edifi-
cherò la mia Chiesa; ti conferisco
la facoltà di sciogliere e di legare
quaggiù ciò che dev'essere sciolto
e legato ne* cieli. Da questa giu-
risdizione di Pietro ha forse Dio
esclusi i monarchi ? Forse che l
re non fanno parte di quella mi-
stica greggia die Cristo ha aflìda-
to al suo vicario? Chi vorrebbe
sottrarsi da questa piena potenza di
Pietro, se non colui che, ricusando
di portare il soave giogo di Dio,
si toglie in collo la schiavitù di
Lucifero ? Ma l' insensato che, per
procurarsi una libertà più servile
di qualunque servaggio, rinnega
l'autorità di s. Pietro, la proverà
terribile nel dì del giudizio; che
nessuno si cela dall'onniveggenza di
Dio ( nota il Jager che Gregorio
VII vuol provare che la santa Se-
de aveva diritto di scomunicare i
sovrani , fondando i suoi argomen-
ti sulla legislazione d'allora, in cui
slava scritto: il re scomunicato è
re degradato). E questo decreto
della suprema volontà del Signore,
questo privilegio della Chiesa cat-
lolica accordato dal cielo al prin-
cipe del collegio apostolico, fu dai
santi padri ricevuto con venerazio-
ne profonda, e conservato quale
eterno retaggio. Nei concilii uni-
versali, negli scritti e negli alti
pontificii , i santi padri successori
di Pietro hanno sempre dato alla
santa Chiesa romana il nome di
madre comune ; e tutti unanime-
mente dichiararono che a lei sola
appartiene il governo e il giudizio
IMP
di tulle le chiese, siccome a madre
ed a regina di tutte; che dal suo
tribunale non v'ha appellazione a
tribunal superiore ; che le sue sen-
tenze sono infallibili e non ponno
essere abolite ne in terra né in
cielo. Se il b. Gregorio T ( cita
pure Giulio I e Gelasio I), quel
dottore di tanta sapienza, quel se-
guace del mansueto agnello Gesìj,
ha decretato che non solo si do-
vessero deporre dal trono, ma ful-
minare di eterna condanna i mo-
narchi violatori dei privilegi ch'e-
gli avea accordato a un ospizio,
chi mai potrebbe biasimare un Pon-
tefice perchè depone e condanna
quest'Enrico IV che dicono re ,
quest'eretico che sprezza le senten-
ze apostoliche, che contrista ed op-
prime la madre di tutti i credenti,
che spoglia gli altari, che desola
r impero e la Chiesa ? E questa
dignità di mona;*ca, invenzione di
gente pagana, non dev' essere sog-
getta airelerna autorità di s. Pie-
tro, cui la misericordia di Dio ha
depositata nelle mani dell' uomo a
salute de' figli redenti? E chi di
noi può ignorare che gì' imperato-
ri, i re, i principi, i duchi hanno
ereditato questi nomi pomposi da
uomini dannati in eterno, da uo-
mini che con rapine, perfidie, vio-
lenze, assassinii hanno esercitato so-
pra i loro simili l'esecrando diritto
del forte, e che, fatti despoti, hanno
dominato con tirannico orp[0£jlio?
Chi può dubitare che i ministri
del tempio, i sacerdoti di Cristo, i
successori dell'apostolo Pietro non
debbano essere venerati per pa-
dri e maestri dei re , dei popoli ,
del genere umano? E non è dun-
que follia il volere che il discepolo
governi il maestro, e che il figlio
sia patrono del padre? Costantino
IMP iij
il Grande, quel signore di lutti i
monarchi , confessò ìijuesta supre-
mazia dell' autorità della Chiesa
quando al concilio di Nicea si assi-
se all' ultimo posto, e lungi dal
giudicare i suoi vescovi, li chiama-
va gì' ispirati da Dio, anzi Dei sulla
terra, ai quali dovevano essere di-
scepoli i re (cita pure gli esempi
d'Anastasio e di Arcadio, il pri-
mo de' quali si prostrò innanzi a
Gelasio I, il secondo a Innocenzo
I. F. Bacio de* piedi ) . Zaccaria
romano Pontefice depose il re dei
franchi non per delitti ma per la
debolezza del suo governo, assunse
a quel trono il magnanimo Pipi-
no, e sciolse a tutti i vassalli la
fede giuj'ata al vecchio mo» arca.
Lo stesso diritto viene tutti i gk»r-
ni esercitato dal Papa quando de-
grada un vescovo indegno di presie-
dere alla plebe di Dio, e libera i dio-
cesani dal giuramento di fedeltà.
Un semplice esorcista è rivestito di
un'autorità apostolica superiore a
quella del principe, perchè se que-
sti può comandare ai vassalli, que-
gli discaccia gli spiriti maligni, ed
è terribile a Satana. Il pio sacer-
dote governa i suoi simili a salute
dell'anime loro, ad onore e gloria
di Dio ; ma i potentati del mondo
non imperano che per soddisfare
l'orgoglio e le vili passioni del cor-
po. Un monarca cristiano, quando
giace sul letto di morte, implora
l'assistenza del prete, perchè gli
rimetta i peccati, lo salvi dagli ar-
tigli di Satana, e dalle tenebre lo
guidi al regno degli eterni splen-
dori ; ma quando mai vedeste un
prete od un laico rivolgersi nell'a-
gonia al suo re? Qual principe,
qual re della terra si arroga la fa-
coltà di riscattare un'anima dalla
schiavitù dell'inferno in virtù del
128 IMP
santo battesimo ? E ciò clie forma
la siibliinitù della religione ealloli-
ca, il mistero che contemplano gli
angeli e paventano le potenze in-
fernali, dov' è quel monarca dei
mondo che con una sola parola
possa creare il corpo ed il sangue
di Cristo?.... Chi dunque potrà
dubitare che l'autorità del Ponte-
fice non sia sovrana a (piella del
le ? Quegli non cerca che le cose
di Dio, e vive austero in mezzo al-
le vanità della terra ; quesli non
si occupa che del proprio interes-
se, e nemico della sua salute, op-
prime con giogo pesante i fratelli.
Quegli è membro del corpo di
Cristo, questi dell'angelo della pri-
ma menzogna. Quegli rinnega il suo
cuore, macera ed affligge il suo
corpo per regnare un giorno con
Dio; questi regna da tiranno quag-
giù, per essere in eterno uno schia-
vo di Satana. Vedete quali furono
i principi dal principio del mon-
do a quest'oggi 1 appena ne tro-
viamo qualcuno che sia stato vir-
tuoso e prudente. E chi di loro
ebbe il dono dei miracoli come i
santi Antonio, Benedetto e Marti-
no? Ma la santa Sede non conta
forse da Pietro cento suoi vescovi
ascritti alla milizia del cielo? A-
dunque i principi sono soggetti al
Pontefice ( qui produce le senten-
ze della Scrittura, I Reg. XV, Jo.
Vili, Marc. X)". Tale hnguaggio
parlava Gregorio VII, dereHlto da
tutti , assediato nella sua città di
Roma dall' armata di Enrico IV ,
voluto a morte dai lombardi sci-
smatici ribelli, minacciato da mezza
r Europa.
Ad Enrico V nel ii33 succes-
se Lotario II, ed a questi Corrado
III, dopo la morte del quale, avve-
nuta nel 1 1 52, il trono imperiale
IMP
passò nella casa dei duchi di Svc*
via e d' Alsazia in Federico I, En-
rico VI, Filippo di S ve via, Otto-
ne IV di Brunswick figlio di En-
rico di Baviera, Federico II, e Cor-
rado, (ino alla morte del quale ed
al I 254 restò l'impero negli svevi.
Federico I fu eletto nel i 1 52 do-
po la morte dello zio Corrado III,
il quale per non avere ricevuto la
consagrazione imperiale, ne'suoi di-
plomi s' intitolava semplicemente
re de'romani, solo nelle lettere a-
gl'impcratori greci d'oriente si chia-
mava imperatore, per trattare in
parità con essi. I signori di Stau-
fen o più germanicamente Hohen-
staufen, da semplici cavalieri del-
la S ve via, dopo che Federico I
divenne genero d' Enrico iV, si
sollevarono prima alla dignità di
conti , poi di duchi di Germania,
con acquistare molti dominii nella
Svizzera, in Alsazj^ e in Franco-
nia, fino alle frontiere della Tu-
ri ngia, che procurò sommamente
ampliare Federico I divenuto im-
peratore. Inoltre questo principe
ampliò pure la possanza dell'impero
più assai di qualunque altro dei
suoi predecessori, avendo soggioga-
to la Borgogna, ed unito di nuovo
Arles all'impero. Nondimeno que-
sto rimase nella sua forma eletti-
va, perocché l' imperatore apparte-
ner non doveva ne ad un paese,
né tampoco ad una famiglia, ma
sibbene alla cristianità, spettando
l'ele/ione dell'imperatore ai prin-
cipi del medesimo impero germa-
nico. Federico I si portò in Roma
nel ii55 per prendere la corona
imperiale da Adriano IV, che ne-
gò dargli il bacio ^di pace, finché
cesare non gli prestò il consueto
ufllzio di staffiere e palafreniere
al suo Cavallo {Fedi)^ giusta il
IMP
costume prescritto dal Ceremonia-
le S. R. E. lit. 2, § 19, tit. 3, §
26. Ma per avere Adriano IV or-
nato Guglielmo normanno col tito-
lo di re delle due Sicilie, restò
talmente irritato Federico I, che
die origine la sua dissensione allo
scisma che afflisse la Chiesa circa
vent'anni; dappoiché l'imperatore
al successore Alessandro HI fece
insorgere l'antipapa Vittore V, cui
successero gli antipapi Pasquale III,
Calisto III ed Innocenzo HI, tutti
sostenuti dalle armi imperiali. Ar-
nolfo vescovo di Lisieux, pronun-
ciando l'anno 11 63 un suo discor-
so nel concilio di Tours, si espres-
se nella seguente maniera. » Federi-
co I ha una ragione particolare
per riconoscere la supremazia del-
la santa Chiesa, cioè V ingratitu-
dine della quale si farebbe reo
qualora vi si rifiutasse. Imperocché
sappiamo dalla storia che i prede-
cessori di lui ebbero l'impero dalla
sola grazia della Chiesa romana, e
che pertanto ogni loro autorità e-
manava dalle largizioni dei Ponte-
fici ". Labbé, Condì, tom. X, p.
i4i5. Alessandro HI colla sua ir-
removibile fermezza vinse lo scisma
che avea lacerato la Chiesa, e col-
la sua vigilanza e vigorosa inter-
posizione, nel che fu imitato dai
successori, sostenne che la dignità
imperiale non per eredità, ma per
mezzo di un libero atto dovesse
conferirsi, secondo 1' uso fino al-
lora praticato, al più valoroso, al
più saggio, al più pio, al più cri-
stiano, ad UQ ortodosso, non ad
un eterodosso, non dovendo essere
l'impero patrimonio d'una famiglia,
come osserva Hurter nella Storia
(T Innocenzo III. Nel 1 177 in Ve-
nezia finalmente ebbe luogo la so-
spirata concordia tra il sacerdozio
VOI. xxiiu.
IMP 129
e l'impero, ove prostrato Federico
I appiedi di Alessandro III, fii da
questi teneramente baciato e bene-
detto. F, il voi. XXIX, pag. 14 1
e seg. del Dizionario, e gli arti-
coli relativi alle gravi vertenze tra
Alessandro III e Federico I, come
gli articoli Antipapi XXX, XXXI,
XXXII e XXXIII.
Neir anno i2o4 ebbe origine
r impero Ialino o dei franchi ia
Costantinopoli, che durò cinquan-
tasette anni, cioè ebbe termine nel-
r anno 1237: ciò avvenne nel
pontificato d'Innocenzo III, al mo-
do che si dice in quell' articolo.
II primo imperatore fu Baldovino
I, il quale a* 16 maggio con so-
lenne corteggio si recò nella basi-
lica di s. Sofia per l' incoronazio-
ne. Il conte di s. Polo, come con-
testabile dell' impero, portava la
spada ; il marchese di Monferrato,
come maresciallo, gli teneva il man-
to. Il nuovo imperatore fu quin-
di, giusta l'uso greco, in mezzo al-
le acclamazioni del clero, dell' e-
sercito e del popolo, vestito degli
ornamenti imperiali e calzato dei
borzacchini di porpora sfolgoranti
di gemme. Dipoi uno degli impe-
ratori latini, Pietro de Courtenay,
fu coronato imperatore d' oriente
dal Papa Onorio III, insieme al-
l' imperatrice Violante, nella pa-
triarcale basilica di s. Lorenzo fuo-
ri le mura di Roma, e ciò non so-
lo perchè l'impero orientale non
pretendesse aver perciò acquistato
qualche diritto sopra l'impero di
occidente, ma ancora per non pre-
giudicare il patriarca di Costanti-
nopoli cui apparteneva la corona-
zione degl'imperatori d'oriente. Nel-
l'istituzione dell' imperatore latino
gl'imperatori greci passarono a ri-
siedere in Nicea, e vi rimasero dal
9
i3o IMP
ìio6 al 1160. Dei due imperi la-
lino e di Nicea se ne tratta al
▼ol. XVlIf, pag. 34 e scg., 99 e
seg. del Dizionario,
Essendo morto Federico I nel
1190 gli successe il figlio Enri-
co VI, del quale pur si parla agli
articoli Germania, ed Innocenzo HI,
e morì Tanno 1197, poco prima
dell'elezione di tal Pontefice. Laon-
de Filippo di Srevia che dal fra-
tello defunto era stato chiamato in
Sicilia, per condurre in Germania
il di luì figlio Federico II, per ri-
cevere la corona reale promessagli
dai principi elettori, udita la mor-
te di Enrico VI ritornò pronta-
mente indietro. Allora i principi
ecclesiastici e secolari , parte eles-
sero Filippo in re de' romani , e
parte Ottone IV ; ed ecco in que-
sto modo consumato in Germania
lo scisma pel trono imperiale. Scri-
Te Hurter nella Storia d' Innocen-
zo III^ voi. I, p. 2o5: benché a
Roma regnasse fermamente l'opi-
nione che ogni potestà terrena e
temporale emana dalla potestà ce-
leste ed eterna , che il rappresen-
tante supremo dell'una è preposto
a quello dell'altra, e che a lui si
appartiene confermare o rifiutare,
approvare o disapprovare, Inno-
cenzo IH nondimeno si tenne al-
l'incontro in dovere di lasciai com-
piere liberamente e senza punto
mescolarvisi l'elezione dell'impera-
tore; dappoiché i tentativi di con-
ciliazione e di pace per parte sua
non si appalesarono se non quando
al suo giudizio richiamaronsi , e
dopo che vide quella grave scissu-
ra porre in forse il ben essere del-
l' impero, la pace della cristianità,
ed i diritti della Chiesa alla pro-
tezione dell' imperatore. I principi
eh' elessero Ottone IV, sottoscrisse*
IMP
ro il diploma dell'elezione con la
formola : Elegi et suhscripsi j i
conti sol con quella ; Consensi et
suhscripsi. Tutta volta anche Inno-
cen7/) 111 all'elezione di Filippo di
Svevia e di Ottone IV stabilì il
sacerdozio sui re , la Chiesa sul-
r imporo, con l'allocuzione che ri-
portiamo alla sua biografia. In se-
guito Innocenzo IH stimò oppor-
tuno il tempo per dichiarare qual
fosse colui che la Chiesa intendeva
riconoscere per suo protettore, te-
nendo Ottone IV per più idoneo
all' impero ; laonde emanò quella
bolla che V Hurter riporta a p.
366 , della quale ci contenteremo
riprodurre il solo primo periodo.
** E debito della santa Sede il
procedere con prudenza e discre-
tezza in ogni sollecitudine sua ver-
so l'imperio romano, perchè a
lei si spelta, e non ad altri, il di-
ritto di esaminar 1' elezione in pri-
ma ed ultima istanza. In prima
istanza, perché per merito di lei
si fu , e per vantaggio di lei, che
r impero venne dalla Grecia tras-
pt>i"tato in Germania : per merito
di lei come operatrice di questa
traslazione ; per vantaggio di lei
affinchè gotler potesse di più effi-
cace prolezione. In ultima istanza,
perchè egli è dal Papa che l' im-
peratore riceve l' imposizione delle
mani per la sua esaltazione; dal
Papa è consecrato , coronato , ve-
stito delle insegne della dignità
imperiale. Ora, poiché si sono elet-
ti tre re, il fanciullo Federico H
re di Sicilia , Filippo ed Otto-
ne IV, si vuole in ogni elezione
esaminar particolarmente tre cose:
ciò ch'é permesso, ciò eh' è ammis-
sibile, ciò ch'é conveniente". Dopo
la morte di Filippo di Svevia restò
Ottone IV sul trono imperiale
IMP
sctiza corri pelitori j per cui nella
dieta di Francfort fece solenne pro-
messa di difendere la santa Chiesa.
E perchè non fosse più chi, a so-
miglianza dei principi della casa
degli Staufen , tentasse di rendere
ereditaria la dignità imperiale, fu
statuito la nascita non dare dirit-
to alcuno alla corona; dovere gli
arcivescovi di Magonzaj di Treve-
ri e di Colonia, il conte palatino
del Reno , il duca di Sassonia , e
il maichese di Brandeburgo, que-
sti tre ultimi in qualità di princi-
pi temporali, eleggere l' imperato-
re ; e in caso di discordia esser
libero ad essi chiamar qual altro
elettole il re di Boemia. In segui-
to Ottone IV si condusse in Roma
a ricevere da Innocenzo III la co-
rona imperiale , ed ebbe luogo il
consueto banchetto, cose tutte de-
scritte alla biografia di quel Papa.
Dopo avere Innocenzo HI inve-
stito del regno delle due Sicilie, qual
feudo della santa Sede, Federico II
figlio dell'imperatore Enrico VI, di
poi nel 1220 il Pontefice Onorio
ìli unse e coronò imperatore il
medesimo Federico II. Prima pe-
rò di effettuare quest' alto, il Papa
invitò Federico II a rinunziaie ad
Enrico suo figliuolo il reame di
Sicilia, acciocché ritenendo questo
colla dignità imperiale , non sem-
brasse che quel regno, tributario
della Chiesa romana, fosse trasferi-
to dalla Sede apostolica all'impero,
su di che P^edeiico li scrisse que-
.sta lettera al Pontefice, che ripor-
ta il Rinaldi a detto anno. « Noi
non poco rifidando alla vostra be-
nevolenza e alla divozione che ab-
biamo alla Chiesa e a voi, speria-
mo che vostra Beatitudine, quando
saremo in presenza vostra soddis-
farà alla nastra domanda sopra il
IMP t3i
riserbarci in vita nostra la signo-
ria del regno di Sicilia. Impercioc-
ché chi sarà più divolo delia Chie-
sa, che colui, il quale tiene a men-
te di avere succhiato il latte alle
poppe della Chiesa, e aver trovato
nel suo grembo la custodia dell'e-
tà e della salute, e trovalo l'ac-
crescimento dell'onore? Chi più
fedele? chi men dimentico del ri-
cevuto benefìzio? chi può essere
stimato grato meglio di colui , in
cui cresce la divozione colla fede
insieme? »> Lo stesso Federico l£
temendo che spiacesse ad Ono-
rio IH che fosse eletto in re dei
romani* il medesimo Enrico suo
figlio , gli scrisse di questo tenore
presso il Rinaldi. « Parci, beatissi-
mo Padre ^ e ciò ritogliamo per
conghietture evidenti, che concios-
siacosaché voi abbiate noi e nostro
figliuolo nelle viscere della carità,
non per altro vi sia grave la sua
promozione, se non perché dubi-
tate che si unisca il regno coll'im-
pero. II che certo non dee temei'e
e sospettare la Chiesa nostra ma-
dre, perchè intendendo noi per
qualunque modo possiamo la se^
parazione di essi _, quando saremo
in presenza vostra si farà in tut-
te le cose il vostro piacere. Cessi
Dio che l'imperio debba aver niente
comune col regno, e che per ca-
gione dell' elezione di nostro fi-
gliuolo quelli si congiungano in-
sieme : anzi noi facciamo osfni sfbr-
zo e potere, perché non segua mai
nei tempi avvenire tal unione sì
come vedrete in effetto ". E poco
appresso. « Ancorché la Chiesa non
avesse ragione veruna nell'imperio, e
avvenisse che noi passassimo di que-
sta vita senza legittimo erede, noi
lo donaremmo anzi alla Chiesa ro-
mana , che all' imperio. Perché ci
lU IMP
meravigliando che la Chiesa e voi
\'ì siate così evidentemente e ma-
nifestamente turbali della promo-
7Ìone del detto nostro figliuolo ". E
più innanzi. « Ecco che noi ve*
niamo senza alcuna dimora e sen-
za difficoltà , e nel venire non ci
ratterremo in alcun luogo. Tocche-
rà a voi , padre e signore , tenere
in assenza nostra sollecita cura del-
l' impero, s\ che il nostro figliuolo
non patisca alcun danno nel suo
onore o nella sua dignità ". Da
tali testimonianze si rileva che fino
da Federico II i Papi abilitarono
alcun imperatore a rileneie nella
loro vita il regno delle due Sicilie
unito all'impero, mediante parti-
colari autorizzazioni e bolle, senza
pregiudizio de' diritti della santa
Sede, di che si parla a* suoi luo-
ghi. Ma V apparente divozione di
Federico II ben presto si cambiò
in fiera persecuzione contro la Chie-
sa ed i Pontefici, come si potrà
leggere al citato voi. XXIX, p.
145 e seg., ed agli articoli Ono-
rio III^ Gregorio IX, ed Innocen-
zo IV^ il quale nel concilio gene-
rale di Lione I scomunicò e de-
pose dall'impero e dal regno di
Sicilia Federico II. Quanto questi
risvegliasse , o dasse maggiore in-
citamento alle funestissime fazioni
de' guelfi e ghibellini , tenendo i
primi le parti de' Papi e di santa
Chiesa, ed i secondi quelle degl'im-
peratori, Io dicemmo non solo agli
articoli Guelfi e Ghibellini ( Fe-
di), ma a tutti quelli delle città
italiane, massime dello stato ponti-
fìcio, che più si resero famose in
parteggiare col nome guelfo e ghi-
bellino.
Alfonso X il Savioy re di Ca-
rtiglia e di Lione, sino dal 1257
prese il nome e le insegne impe-
IMP
riali. II Pontefice Gregorio X (Fé-
di), nel 1273 non solo ottenne da
lui che tralasciasse di chiamarsi
imperatore, e deponesse i distinti-
vi, ma colla sua autorità e zelo
favorì ed approvò l'elezione in re
de' romani di Rodolfo 1 d'Absbur-
go, progenitore della augusta casa
ò! Austria (Fec/i). L'elezione di Ro-
dolfo I conte di Absburgo e lan-
gravio dell'alta Alsazia , al trono
imperiale, ebbe luogo nel 1273.
In tal modo l'impero passò per la
prima volta in tale illustre prosa-
pia : da lui discese Alberto II du-
ca d'Austria, che fu innalzato alla
dignità di re de' romani nel i437,
per non rammentare l'altro pre-
cedente imperatore Alberto I, dal
quale tempo in poi questa dignità
non uscì mai dall'austriaca discen-
denza, tranne Carlo VII di Ba-
viera, su di che è a vedersi il Ri-
stretto della storia di Germania
di PfelTel, opera eccellente per la
diligenza ed esattezza ond'è scritta;
non che Ìl Rodolfo d' Absburgo del
patriarca Pyrker arcivescovo d* A»
gria, uno de' più grandi poemi di
che si pregia la dotta Germania,
versione italiana del sommo cav.
Angelo Maria Ricci : questi scris-
se sul poema del vivente epico te-
desco anche quella bella lettera,
che il giornale romano V Album ci
diede uell'anno Vili, a p. 319. Do-
po le lagrimevoli vessazioni di Fe-
derico II la santa Sede e la sto-
ria deplora quelle di Lodovico V
di Baviera (Fedi), contro l'ottimo
Pontefice Giovanni XXII (Fedi),
successore di Clemente V, che nel
i3o5 avea trasferito la residenza
pontificia in Francia, e poi in A-
vignone, donde nel 1377 la ripri-
stinò in Roma Gregorio XI. Es-
sendo morto nel i3i7 Enrico Vii
IMP
di Luxemburgo, dopo un interregno,
nel i3i4 pipite degli elettori innal-
zarono all'impero Lodovico Y, e par-
te Federico 111 duca d'Austria fi-
glio dì Alberto I, ognuno colle
armi sostenendone la nomina. Nella
vacanza dell'impero appartenendo-
ne la cura al Pontefice romano,
questi avea nominato vicario del
medesimo in Italia Roberto il Sa-
vio re di Napoli ; quindi vedendo
Giovanni XXII che il bavaro si
trattava come imperatore, non o-
stanle che dovea attendere la con-
ferma pontificia per quanto dicem-
mo al voi. XXI, p. i88 del Di-
zionariOy lo pregò paternamente a
lasciare che sì fatta causa venisse
esaminata dalla santa Sede, onde
decidere con maturità e pondera^
zione a chi dei due pretendenti si
appartenesse V imperò. Ricusando
Lodovico V di assoggettarsi a que-
sto giudizio, anzi prendendo la di-
fesa degli eretici Fraticelli (Vedi)^
il Papa proibì sotto pena di sco-
munica di porgere aiuto al prin-
cipe e di obbedirgli. Allora il ba-
varo si appellò al Pontefice meglio
informato, e al concilio generale,
per cui Giovanni XXII lo privò
ci' ogni diritto che potesse avere
suir impero, e lo scomunicò come
ribelle alla Sede apostolica. Lodo-
vico V recandosi nel 1828 in Ro-
ma, contro il Pontefice fece insor-
gere Nicolò V Antipapa XXXIF
(P^edi); e non lasciò sinché visse
di perseguitare Giovanni XXII. Veg-
gasi il Rinaldi, massime all'anno
3i4>num. 17. Benedetto XII, suc-
cessore di Giovanni XXII, rinnovò
le scomuniche contro il bavaro,
come usurpatore dell' imperio , e
temendo nella vacanza di questo
fosse assalita l' Italia da qualche
nemico d' oUremonte, per rautoii-
IMP i33
tà che gli competeva nel i339
costituì alcuni vicari feudatari del-
la Chiesa, dichiarando loro che il
vicariato durerebbe fino a che va-
casse l'impero, o a lui piacesse. Fi-
nalmente respirò la Chiesa, ed i
popoli ne tripudiarono, quando nel
i355 fu eletto imperatore Carlo
IV di Boemia, il quale è l'autore
della famosa Bolla d*oro {Vedi)^
ossia legge fondamentale nell'elezio-
ne dell'imperatore.
Maometto II sultano ed impe-
ratore de'turchi fu un grande con-
quistatore e terrore della cristiani-
tà. Va notato che Sultano è lito-
Io di sovranità presso i turchi, vo-
cabolo arabo, che significa signore
o imperatore, e si crede ch'esso
derivi da Selalat, che vuol dire
conquistatore o polente, e si dice
che Bajazet I dei 1389 fu il pri-
mo che portò il nome di sultano.
Or dunque Maometto ^I mosse eoa
un formidabile esercito contro Co-
stantinopoli, e la prese a'29 mag-
gio 1453, restandovi ucciso l' ultimo
imperatore greco d'oriente Costaa-.
tino XII Paleologo. In tal guisa
dopo iia3 anni di durata terminò
l'impero orientale. La serie dei suc-
cessori di Maometto II nell'impero
ottomano da lui fondato in Co-
stantinopoliy a quest'articolo l'enu-
merammo. Nel voi. XXVII del
Dizionario, a p. 6, si è detto che
Carlo Vili redi Francia nel ì^g^
ottenne dal Papa Alessandro VI
diverse concessioni, come l'investi-
tura de'regni di Napoli e Gerusa-
lemme, non che la coronazione di
imperatore d'oriente, per le ragio-
ni che su queir impero occupato
dagli ottomani gli avea ceduto An-
drea Paleologo. Dopo avere il re
occupato Napoli, si vestì degli or-
uameuti imperiali, e prese il tito^
i34 IMP
Jo d'imperatore, e morì nel 1498
senza che i successori assumessero
le insegne e il titolo imperiale.
JVIerila in cjuest' articolo farsi
menzione della famosa rinunzia che
fece doir impero il potentissimo
Carlo V, di che trattammo ai voi.
XXVIll, p. 32, e XXIX, p. 162
del Dizionario. Di questa rinun-
zia, dei motivi che la determina-
rono, come delle cerimoaie colle
quali fu effettuata, a lungo ne scris-
se il p. Famiauo Strade^ nella Isto-
ria di Fiandra nel principio del
primo libro. Il p. Menochio nel
tom. Ili, pag. 4^ delle sue Stuore^
discorreudo della rinunzia che del-
l'impero fecero gl'imperatori Dio-
cleziano e Massimiano persecutori
della Chiesa, dice pure della rinuq-
zia di Carlo V al suo fratello Fer-
dinando I re de'romani con mi-
glior fine e più prospero successo,
perchè religiosamente terminò i
suoi giorni nel monistero de'giro-
lamini di s. Giusto di Placencia
pell'Estremadura. Di questa cla-
morosa risoluzione di Carlo V il
j). Menochio riporta diversi mo-
livi, cioè l'accresciuta gravezza dei
dolori artetici di cui era continua-
piente molestato, e la mancanza
di forze che si sentiva nell' im-
iiiensa mole del governo dei tanti
suoi stati, che nella maggior parte
cedette al suo figlio Filippo li re
di Spagna d'animo vigoroso, anti-
cipando a far ciò per utile de'suoi
sudditi. Lo sbigottimento della pro-
spera fortuna che favoriva nelle
armi Enrico li re di Francia fi-
glio dal suo emulo Francesco I,
per cui credette meglio opporgli
il giovine re suo figlio. L'afflizione
provala nell'inutile assedio di Metz,
ove perdette quarantamila uomini
^e' centomila che formavano il suo
IMP
esercito; quella per la fuga a lui
insolita, a cui lo costrinse in Ger-
mania Maurizio di Sassonia, onde
per alcuni giorni non si lasciò ve-
dere in pubblico. U reputare che
la fortuna di cesare ed il genio
dell'imperatore, sino allora invitto,
fosse passato in Enrico li, solendo
dire essere la fortuna amica dei
giovani, e perciò in vece delle co-
lonne d' Ercole con il Plus ultra,
solita impresa di Carlo V , non
mancò chi dipingesse un granchio
colie parole Plus citra, come sim-
bolo più analogo al tempo. Altri
attribuirono la rinunzia all'animo
dell'imperatore avido di gloria, di
procacciarsene una maggiore con
rinunziare a tutto; ovvero per noa
avventurare a perdite le tante vit-
torie riportate. Altri scrissero che
Carlo V ciò fece per sicurezza del-
l'anima sua, per aver fatto lega
con Enrico Vili re d' Inghilterra
scomunicato dal Papa; pentito di
essersi intromesso in materie ec-
clesiastiche spettanti alla santa Se-
de; non che della presa e sacco
di Roma, prigionia di Clemente
VII, e dell'ipocrisia che dimostrò in
tal circostanza, delle quali cose con-
tinuamente sentiva aspri rimorsi.
Nel giornale letterario intitolato //
Saggiatore, diretto e compilato dai
chiarissimi Achille Gennarelli e
Paolo Mazio, il primo nel n. 12 del
voi. I, e nel n. 5 del voi. II in due ar-
ticoli pubblicò un importantissimo
documento sulla storia della rinun-
zia di Carlo V all'impero, qioè l'in-
formazione del vescovo Delfino nun-
zio in Germania data al cardinal
Caraffa nipote di Paolo IV sopra
l'ultimo convento o dieta di Franc-
fort, di quella di Passavia, d'Augustti
e di Ratisbona, e dell'ultimo col-
loquio di Vormazia, riguardante le
IMP
cause che produssero per parte di
Carlo V l'abdicazione al «oglio, e
per parte di Ferdinando I l'incer-
tezza e la difficoltà dell'accettazio-
ne dello scettro e corona rimessi-
gli dal fratello. Altrove abbiamo
narrato che Paolo IV nel i558 ri-
cusò di approvare la rinunzia di
SI gran dignità, e l'elezione di Fer-
dinando I , siccome seguite senza
sua espressa licenza, ed offensive
l'autorità apostolica, essendo per
ambedue necessario ad ultimarle il
consenso del Pontefice, né si do-
veva considerare vacante l'impero
che per morte di Carlo V, come si
legge nel Pallavicini, Istoria del
concilio di Trento lib. XIV, cap.
6. E in fatti Ferdinando I non fu
universalmente riconosciuto che do-
po la morte di Carlo V, avvenuta
ai 2 1 settembre i558, e nell'anno
seguente il nuovo Papa Pio IV lo
confermò nella dignità imperiale.
L' ultimo imperatore romano-ger-
manico poi fu Francesco li, per
V abdicazione emessa a' 6 agosto
i8o6, con cui dichiarò estinto l'uf-
fizio e dignità d'imperatore, aven-
do già a' 7 dicembre i8o4 riuni-
to in un sol corpo gli stati austria-
chi tedeschi col titolo d'impero, per
cui prese il nome di Francesco \
imperatore d'Austria, come meglio
dicesi al voi. XXIX, p. 193 del
Dizionario. All'articolo Francia pur
si è detto come nel i8o4 fu for-
mata in impero la monarchia fran-
cese, come Napoleone Bonaparle fu
proclamato imperatore de' francesi,
che al di lui figlio die il titolo di
redi Roma, e come nel 18 i4 l'i-
nunzio all'impero e questo si sciol-
se. Quanto alle notizie sui princi-
pali autori che trattano della sto-
ria dell'impero romano- germanico
da Carlo Magno sino a Carlo V,
MP
35
anzi smo a nostri giorni, esse sono
riportate con critica ed erudizione
dal dotto Alfredo Reumont d'Ac-
quisgrana nelle Tavole cronologi-
che e sincronome della storia fio"-
rentina, Firenze 1841, neli'appeu-
dice alla storia letteraria. Gli e^
lettori di Brandeburgo , di Ba-
viera, di Sassonia e di Annover,
successivamente furono assunti alla
dignità reale, ed i loro stati elet-
torali con altri dominii furono ce-
retti in regni.
Notizie sull'elezione degV imperato*
ri del sacro romano -gemi ani co
impero j del re de' romani e sua
consacrazione e coronazione; e
coronazione imperiale fatta dal
sommo Pontefice^ con altre no-
fiorii.
Oltre quanto si dichiarò su qué»
sto importante argomento all' arti-
colo Elettori del sacro romano
IMPERO, ed altrove, aggiungeremo le
seguenti notizie colf autorità prin-
cipalmente della Relazione coni-
pendiosa degli elettori dell' impero
e del modo di eleggere t imperato-
re, Padova 171 i; del citalo libro
del p. Catelani compilalo su quello
intitolato : Dissertatio de S. R. I,
electorum origine et poteslatCj ec.
di Jo. Giorgio Rieffer. Su que-
st' argomento scrisse pure Onofrio
Panvinio, De comidis imperatoris
ec, Argentorati i6i3j ma il Ri-
naldi all'anno 996, nuui. 54, dice
che in alcune cose fu indotto in
eiroie. Il Panvinio riporta la bol-
la d'oro di Carlo IV, che tradotta
in volgare si legge a p. 7^ della
c\idii\ì. Relazione. Questa bolla par-
lando del nuovo eletto non lo
chiama mai imperatore, ma sola^
Ì36 IMP
mente re devoniani, o al piìl im-
peratore futuro, supponendo che in-
nanzi di essere imperatore bisognava
essere prima re de'romani, e perciò
quando si dice elezione dell' impe-
ratore è detto impropriamente, seb-
bene gli elettori alla vacanza del-
l' impero eleggendo il re de' loraa-
ni era poi imperatore. Anticamen-
te imperatore chiamavasi il re dei
romani coronato in Roma nella
basilica vaticana dal Papa, e fin-
/chè ciò non avea luogo si costumò
poscia dirsi il re imperatore elet-
to. La bolla non determina l' età
di chi doveva essere eletto, sembra
però che non dovesse aver meno
d'anni dieciotto come gli elettori;
J3er concessione pontificia e per an-
tica consuetudine l' eletto doveva
essere alemanno e cattolico : su
questo punto veggasi il p. Catela-
ni cap. XXI, Dell'obbligazione or-
dfnaria di elèggersi un tedesco ;
cap. XXII, Dover essere cattolica
Ifl. persona da eleggersi in re dei
romani, e non poter essere prole-
stante. Prima la creazione del re
de* romani non avea luogo cHe do-
po la morte dell* imperatore ; poi
8* introdusse che vivendo l' impe-
ratore si potesse eleggere un re dei
romani, equivalente agli antichi ce-
sari di Roma creati dagl* impera-
toli, al delfino in Fjancia o al
principe di Galles in Inghilterra,
credi ed immediati successori nella
corona. L' imperatore riconosceva
il re de' romani come un secondo
capo dell' impero, e lo ^rattava col
titolo di maestà ; ed era veramen-
te capo vicario ed ausiliare, per
cui in assenza ed impotenza del-
l'imperatore governava solo. Am-
bedue si chiamavano avvocati del-
la Chiesa, ed usavano bolle d'oro
ne' sigilli. AUa loro presenza indi-
IMP
viduale si spiegava la bandiera del-
l' impero. 11 re de* romani come
l'imperatore poteva convocar die-
te, crear cavalieri, conti, baroni e
principi ; poteva fulminar, sospen-
dere e cambiare in pena pecunia-
ria il bando imperiale, nella stes»*
sa maniera che si faceva dall'im-
peralore. Usavano ambedue la for-
mola de plenitudine potestatis; chia-
mavano gli elettori coi nomi di ni-
poti e parenti, e i principi loro, e
loro le città imperiali. Gli elettori
non potevano eleggere il re de'ro-
mani senza licenza dell'imperatore.
L'imperatore poteva creare i re, ed
egli solo giudicare di lesa maestà.
Le c^use tra- princìpi e duchi deU
1* impero intorno alle precedenze
ed altre materie gravissime spetta-
vano al solo inaperatore. Il re dei
romani avea per arme una sola
aquila, due l'imperatore, il quale
solo usava il titolo d' invittissimo,
ed egli solo esercitava l' autorità
in nome proprio e dell'impero,
mentre il re de' romani ciò talora
faceva in nome dell'impero, e ta-
lora in solo nome proprio. Nell'in-
terregno l'elettore conte palatino,
come vicario imperiale, governava
r impero.
Appena l'arcivescovo elettore di
Magonza udiva la morte dell' im-
peratore, come arpica ncelliere del-
l' impero in Germania ne parteci-
pava l'avviso a ciascun elettore,
cioè ne' luoghi di loro ordinaria
residenza^ e per cortesia in quelli
ove si trovavano. Un mese era con-
cesso per questi avvisi, e tre agli
elettori per' adunarsi al luogo della
dieta, i quali potevano convocarsi
se passato il mese non erano stati
invitati. Francfort (Vedi) era il
luogo della dieta, ma di comun
consenso potevano gli elettori per
IMP
buone ragioni stabilirne altro, co-
me più volte fecero. Gli elettori
recavansi in Francfort o ad altro
luogo della dieta, scortati dai prin-
cipi, conti e baroni per le cui terre
passavano, non potendo entrar nel-
la città con più di duecento ca-
valli di treno, de* quali soli cin-
quanta armati: dipoi gli elettori ,
massime secolari, portarono ciascu-
no un treno di circa seicento ca-
valli. Entrati nella città obbliga-
vano il magistrato e gli abitanti
a ricevere con giuramento le loro
persone e seguito in custodia e
protezione, facendo uscire dalla cit-
tà gli stranieri di qualunque gra-
do e condizione , tranne qualche
caso. La bolla d' oro prescriveva
trenta giorni agli elettori per con-
chiudere l'elezione , previo giura-
mento ; e quando in tal tempo non
aveano dato il capo all'impero, li
sottoponeva a cibarsi di pane ed
acqua onde sollecitare l'elezione,
ciò che non si osservava mediante
proteste di non essersi adunati per
eleggere il re de' romani, ma solo
per discorrere amichevolmente in-
torno alla futura elezione, facendo
intanto comodamente la consueta
capitolazione , accordandosi sulla
persona da scegliersi, affinchè nel
giorno che incominciavano la die-
ta formale in quello si terminasse.
Ordinariamente la capitolazione por-
tava a lungo la dieta. Consisteva
la capitolazione in certi capitoli
stesi dagli elettori, e prescritti al-
l'imperatore futuro, principalmen-
te per conservare nella sua liber-
tà il governo aristocratico di Ger-
mania. La capitolazione in cui pur
s* includevano le precedenti , veni-
va presentata a quello che aspira-
va alla dignità imperiale, ed era
obbligato acccttuila innunzi la pub-
IMP i37
blicazione di sua elezione, e quin-
di dopo confermarla subito.
Quando eransi accordati gli elet-
tori intorno la persona che desi-
gnavano eleggere, si portavano col
loro seguito senza ordine al pub-
blico palazzo della città. Ivi giunti
ognuno si ritirava in una camera
particolare ove assumevano gli abiti
elettorali, cioè i tre elettori eccle-
siastici lui gran manto di scarlat-
to, lungo e maestoso, il quale ro-
vesciandosi sulle spalle, rappresen-
tava una mozzetta guarnita di pelli
d'armellino. Gli elettori secolari ve-
stivano una gran clamide di vel-
luto rosso cremisi, guarnita nella
medesima maniera, con un berret-
tone in testa all' alemanna mezzo
rovesciato e foderato pur d'armel-
lini : il berrettone del re di Boe-
mia era in forma di corona col
pomo d'oro in cima. Così vestiti
uscivano dal palazzo a cavallo per
recarsi alla chiesa di s. Bartolo-
meo, luogo della funzione. In que-
sta cavalcata gli elettori erano pre-
ceduti dal maresciallo ereditario
del proprio principato, e da quello
di loro corte, portanti la spada in
un fodero guernito d' argento do-
rato se gli elettori erano ecclesia-
stici, e in un fodero di velluto rosso
cremisino con rilievi d' argento se
secolari; questo stesso diritto go-
devano gli amministratori degli e-
lettori pupilli. Quello di Sassonia
avea il privilegio di essere prece-
duto non dal maresciallo del suo
ducato, ma dal vicario ereditario
del suo titolo elettorale, cioè dal
conte di Pappcnheim. Giunti gli
elettori in chiesa portavansi in co-
ro processionalmenle, ove prende-
vano luogo nelle sedie preparate.
Allora entravano nel coro alcuni
principi, conti e consiglieri degli
il8 IMP
elettori, ed il conte di Pnppenhcini
De chiudeva la porta con cliiavi
che custodiva. Indi il prelato che
dovea ufli/.iaie quella mattina, in-
tuona vu : facili Creator Spiritus^ e
poi cantava la nnessà, nel qual tem-
po gli eiettori protestanti si ritira-
vano, e solo tornavano dopo ch'e-
ra finita. Gli elettori cattolici in
tempo della messa avevano dinanzi
i loro uiUziali in piedi colla spada
sulla spalla dritta. Ritornati i pro-
testanti si ripeteva il canto del
f^tfui Creator SpiriluSy poi si leva-
vano tutti, andavano all'altare, do-
ve prima l'elettore ecclesiastico eli
Magonza in mano di quello eccle-
siastico di Treveri, e poi tutti gli
altri nelle mani del primo giura-
vano sopra l'evangelo di s. Gio-
vanni con la formola prescritta dal-
la bolla d'oro, vale a dire gli elet-
tori ecclesiastici col porsi la mano
destra sul petto, i secolari sul li-
bro de' vangeli. Tornati ognuno
a' loro luoghi, per la terza volta si
cantava il Feiii Creator, e poi gli
elettori si ritiravano in un luoga
|)oco discosto dal coro, il quale era
come un conclave preparato per
1' elez.ione. Quivi facevano entrare
alcuni consiglieri, e due segretari
ileir arcivescovo di Magonza per
tiue da notari. Allora il conte di
Pappenheim chiudeva la porta del
coro e del conclave, depositandone
le chiavi insieme con quelle della
città sotto r occhio degli elettori.
Essendo così rinchiusi domanda-
va a lutti gli elettori quel di Ma-
gonza se nulla avevano a dire at-
to ad impedir la prossima elezio-
ne del re de' romani, e ninno re-
plicando, proseguiva a dire, ch'es-
sendosi di comun consenso stesi
certi capitoli per regola del futu-
ro regnante, era bene che lutti si
IMP
dassero la fede per osservarli in-
violabilmente in caso che alcun di
loro fosse eletto, e che s'impegnas-
sero nel tempo stesso ad avere a
riconoscere per re de* romani que-
gli che dalla pluralità delle voci
sarà chiamato al trono. 11 che fat-
to si stendeva atto autentico dui
notari colle testimonianze di tutti
i presenti, e poi tosto il conte di
Pappenheim faceva tutti uscir dal
conclave, in maniera che restavano
i soli elettori e procuratori degli
assenti, ed egli stesso ne teneva le
chiavi. Quindi l'arcivescovo di Ma-
gonza in esecuzione del cap. IV
della bolla, raccoglieva i voti de-
gli eiettori, cominciando da quello
di Treveri, e cosi procedendo si-
no all'ultimo secondo l'ordine con-
sueto; poscia egli stesso dava il vo-
to nelle mani del Trcvirense, e
fattane la revisione di tutti, quello
che restava nominato dalla plura-
lità delle voci s'intendeva che fos-
se l'eletto, potendosi votare in
proprio vantaggio quando erasi pro-
posto per candidato. Si narra che
Sigismondo nel i4« ' elesse se stes-
so con il concorso degli altri, ma
non si stimò lodevole cosa , re-
putando simile azione ed usanza
perniciosa, e di niun valore. Es-
sendo compita l'elezione gli elet-
tori facevano entrare i loro prin-
cipali ministri di stato ; ivi il can-
celliere del Magontino con altro di
un elettore secolare contavano i suf-
fragi, e ne stendevano un atto, il qua-
le veniva sottoscritto da tutti gli
elettori e sigillato. Usciti gli elet-
tori dal conclave s' incamminavano
all'altare maggiore, dove facevano
sedere il nuovo eletto. Allora l'ar-
civescovo di Magonza, dopo avergli
raccomandato gl'interessi dell'im-
pero, e dopo di avergli fatta se-
IMP
gnare la capitolazione, lo obbliga-
va in vigore dei cap. i della bolla
a couferniare tutti i diritti degli e-
l^tlori, e in fine lo pronunciava re
de* i'Òiuani. Inioiediatameute canta-
vasi il Te Deuni solenne al suono
di trombe e timpani, e con lo sca-
rico di tutte le artiglierie della
città e della moscbelteria prepara-
ta. Ma poi per farne la pubblica-
zione al popolo gli elettori si ri-
tiravano dall'altare, ed ascesi tutti
sopra una tribuna in mezzo alla
chiesa, ove stando in piedi coU'e-
letto, un barone ministro del Ma-
gontino ad alta voce leggeva la
pubblicazione dell'elezione, e per il
primo gridava : Viva U re de ro-
maniy cui il popolo rispondeva con
acclamazioni, seguite dal suono del-
le trombe e tamburi, e dal fra-
gore delle artiglierie. Dopo di che
gli elettori dalla chiesa, con quella
gerarchia che descrivemmo all' ar-
ticolo Elettori, si recavano al pub-
blico palazzo, portandosi dai me-
desimi elettori e loro vicari le in-
segne dell' impero ; cioè, la regia
spada veniva portata dall' elettore
di Sassonia, il pomo o globo d'o-
ro da quello di Baviera, e lo scet-
tro da quello di Brandeburgo .
Va notato , che secondo un' anti^
chissima consuetudine, il piti pros-
simo parente dell'imperatore de-
funto custodiva le gioie della co-
rona , cioè la corona ornata del
brillante che chiamavasl il consa-
crato (dern Waisem^ la pietra con-
sacrata der PVeihe) , la gemma
forse la più bella dell'universo ; lo
scettro e la spada che già portò il
gran ristauratore dell'impero; il
globo imperiale segno della mae-
stà e in un della fralezza della
possanza terrena; la lancia santa
c la croce santa, le eguali cose tut-
IxMP 139
te si serbavano, secondo gli ordini
di Enrico VI, nella fortezza di Tri-
fels, sotto la vigilanza della badia
d'Eusserstal dell'ordine cistcrcien-
se. Un' eccelsa torre mostra tutto-
ra la solidità del castello già eret-
to sopra tre rocce. INei passati se-
coli si vedevano le rovine della
cappella in cui si conservavano le
gioie dell'impero.
Nella città di Francfort coman-
dava la bolla che si facesse l'ele-
zione, e in quella d' Acquisgrana
( Fedi ) la coronazione , per cui
l'eletto determinava il giorno per
essere coronato. Da Carlo Mainilo
in poi era uso che la prima co-
ronazione si facesse ad Accjuisgrana,
dove trovavasi i' arcitrono dell'im-
pero, e che la corona non si po-
nesse poi dal Papa se non in fron-
te a colui che già ricevuto avesse
la corona germanica in quella cit-
tà, sede anticamente degl'impera-
tori. In progresso di tempo la co-
ronazione si ellettuò nel medesimo
luogo dell' elezione. Supponendo
dunque che la coronazione non
si facesse nella metropolitana dal-
l'arcivescovo di Colonia ( Vedi),
toccava all' arcivescovo di Magon-
za ( Fedì ) incontrare il re dei
romani nell' ingresso della catte-
drale, accompagnarlo col seguito
all'altare, e quivi faceva la fun-
zione : suir altare preparavansi le
insegne imperiali con gli ornamen-
ti, ed accanto erigevasi maestoso
trono. Ivi giunto il re si facevano
alcune orazioni, ed il Magontino
l'interrogava se prometteva con-
servare e difendere la religione
cattolica, amministrar la giustizia ,
accrescere l'impero, e cose simili;
ed il re rispondeva affermativamen-
te con promesse. Allora si faceva
la sacra unzione, e presa dall' ar-
t4o IMP
civescovo lu spada imperiale , e
sfoderatala la riponeva nel fodero, e
la presentava al re ponendogli il
manto imperiale, lo scettro in ma-
ni ed incoronandolo : il manto pre-
zioso di Carlo Mngno si conserva-
va in Norimberga, e si adoperava
in questa funzione. Dopo ciò l'im-
peratore faceva nuovo giuramento
di mantener le leggi e i diritti del-
l' impero , e di proteggere la reli-
gione , e immediatamente veniva
collocalo sul trono , avendo luogo
il canto del Te Deum, e tutti quei
segni di allegrezza che solevano
accompagnare le piti strepitose so-
lennità. Questa si chiamava la co-
ronazione germanica , indi soleva
aver luogo la coronazione lombar-
dica, nella quale l'imperatore o sia
re de' romani veniva dichiarato re
d' Italia e di Lombardia in Milano,
in Monza o altra città italiana; fi-
nalmente avea luogo la coronazio-
ne in Roma per mano del Papa,
per cui il re de* romani prendeva
il titolo d* imperatore ed augusto.
Anticamente gl'imperatori faceva-
no gran conto di queste corona-
zioni, e Federico I si fece coronare
sino a cinque volte , prima in
Acquisgrana come re di Francia,
poi in Ratisbona come re di Ger-
mania, indi in Pavia come re dei
lombardi, susseguentemente in Ro-
ma, come imperatore, e in fine a
Monza come re d'Italia. Ma su
questo punto sono a vedersi gli
articoli Coronazione dei re, e Co-
ronazione degl' imperatori, ove no-
tammo che Federico I fu in Roma
anche coronato con un cerchio di
oro dall'antipapa Pasquale III, e
che dopo Federico III, tranne Car-
lo V , i re de' romani non si cu-
rarono più di prendere le insegne
imperiali dai Pontefice, e tuLtavoU
IMP
ta si chiamarono imperatori. In-
combeva al collegio elettorale dar
subito parte al nunzio apostolico
dell' elezione seguita, indi mandar-
ne notizia al Papa con lettera del
seguente tenore scrivendosi in ci-
ma i nomi degli elettori colla data
di Francfort. •< Nos electores pra«-
dicti, in loco praedicto praesentes,
jus totale ea vice in electione re-
gis romanorum habentes consensi-
mus concorditer in eumdem N. N.
et ipsum nominavimus , quilibet
nostrum prò se, nullo penitus di-
screpante, in romanorum regeni
eligendum, in imperatorem post-
modum prompvendum, in advoca-
tum S. R. et universalis Ecclesiae,
viduarum et orphanorum defenso-
rem. Ea propter Sanctitati vestrae
tam humiliter, quanv devote, voto
unanimi , supplicamus , ut ipsum
electum nostrum in regem roma-
norum paternus ulnis complectens,
munus unctionis , et consecrationis
eidem conferendae a sanctis ma-
nibus vestris, et S. I. diadema, di-
gnemini loco, et tempore favorabi-
liter impertiri ". È da notarsi che
i Pontefici spedivano a Francfort
per l'elezione dell'imperatore un
nunzio apostolico, perchè agli elet-
tori manifestasse le loro intenzioni
sul soggetto da esaltarsi, per cui
talvolta cooperarono all' elezione di
taluno, tale altra l'impedirono, co-
me si narra a' rispettivi luoghi.
Il nuovo re de' romani appena
eletto con detta lettera spediva in
Roma un ambasciatore per parte-
cipare al Papa la sua elezione ,
prestargli obbedienza ed in suo no-
me questo giuramento. « Tibi do-
mine Papa N. N. ego rex roma-
norum electus, promitto, ac jurare
facio, prout nos nunlii in animain
ejus juramus per Patrem, Filium,
IMP
et Spirltum Sanclum , et per hoc
lignum TÌvificae crucis, et per has
reliquias sanctorum , quod si per-
ni it tenie Domino Rornam venero,
sanctam Piomanam Ecclesiam, et
te Pontificem illius , exaltabo se-
dinduni posse meum, et numquam
vitam, aut membra , ncque ipsum
honorem, quem habes, mea voi un-
tate , aut meo consensu , aut mea
exhortatione perdes ; et in Roma
nullum placitum, aut ordinationem
factum de omnibus , quae ad te
pertinent, aut ad romanos, sine tuo
Consilio ". 11 Pontefice dopo ap-
provata l' elezione del nuovo re
de' romani, teneva nel palazzo apo-
stolico cappella papale in ringra-
ziamento a Dio, alla quale i car-
dinali intervenivano in vesti e
cappe rosse, benché in tempi che
non si dovesse usare tal colore ;
indi il Papa con apposita allocu-
zione partecipava in concistoro ai
cardinali la medesima elezione, lì
cardinal protettore dell'impero pres-
so la santa Sede soleva far cele-
brare nella chiesa nazionale di s.
Maria dell'Anima di Roma (della
quale si parla al voi. XXIX, p.
io5 e seg. del Dizionario), cap-
pella cardinalizia con solenne Te
Deitniy ed i cardinali con permes-
so pontificio vi si portavano in
vesti rosse e cappa paonazza. Che
i Papi ebbero sempre diritto di
confermare 1* elezione dei re ed
imperatori germanici , e che per
tale elezione era necessario il suf-
fragio della santa Sede , oltre la
pratica costante trattarono in fa-
\ore dell'argomento molti scritto-
ri, e da ultimo il dotto Voìgt nella
Vita di s. Gregorio VII ^ ed i
suoi annotatori, come a p. 47*^ e
475.
Importante è la dissertazione
IMP i4r
III, Dell" elezione degV imperato-
ri romani e dei re d^ Italia, del
celebre Muratori , nelle sue Diss.
sopra le antichità italiane, ove di-
ce che ai re d' Italia mai competè
loro alcuna autorità sulla città di
Roma ; che sebbene Carlo Magno
fosse fatto dal Papa imperatore ,
ne' suoi discendenti si richiese il
consenso degli stati e principi italia-
ni, massimamente del romano Pon-
tefice, come praticò Io stesso Carlo
nel trasmettere l'impero a Lodovi-
co I suo figlio, il quale non si
credette veramente imperatore se
non quando ricevette la corona im-
periale dal Papa Stefano IV det-
to V , ed allora ne assunse il ti-
tolo. Tratta poi come fu rimessa
V elezione ai sette principi di Ger-
mania , autorizzati ad eleggere il
re della medesima e insieme del-
l' Italia , e come il costituito in
Germania fosse anche ricevuto in
Italia. Conchiude che per conio
della dignità imperiale e del tito-
lo d' imperatore de' romani, chia-
ramente risulta in tanti secoli ad-
dietro appartenere al solo Papa di
conferirlo ; e che i Pontefici sep-
pero ben resistere a quei re d* 1-
talia che con questa dignità cre-
devano poter aspirare all' impero,
meno quelli che per loro benepla-
cito piacque esaltarli alla dignità
imperiale eziandio, dappoiché senza
di loro ninno poteva attribuirsi il
titolo d' imperatore. Finalmente di-
ce che coir andar de' tempi i ti-
toli prima diversi dei regni ger-
manico ed italico, il primo assorbì
il .secondo ; tempi vi furono che
senza l'approvazione de' Papi ven-
ne eletto il re di Germania, come
s' introdusse chiamarsi V eletto re
de' romani, anzi Romanoriim rex
et semper Jugnstus, quelli che noa
i4^ IMP
aveano ricevuto l' imperiai corona,
e che Massimiliano I del i49^
introdusse il titolo Romanorum ini-
perator cìcctus , che durò sino ai
nostri giorni. All'articolo Italia, ol-
tre il parlare di quanto riguarda
gì' imperatori , si dice che Federico
Il imperatore viene considerato co-
me l'ultimo che fu anche re d'Italia.
A voler meglio dichiarare come
procedeva la consacrazione e co-
ronazione del re de' romani , la
bolla d' oro attribuì la prerogativa
di ungere e coronare colla corona
germanica il re de' romani, all'ar-
civescovo di Colonia, perchè Acqiii-
sgrana era nella sua diocesi, ed
avendo Carlo IV autore della bol-
la prescelto quella città per luogo
della coronazione, volle conservar
Fuso degli altri princìpi di lasciar
al primate questo decoro, non po-
tendo gli altri primati usare i pon-
tificali in quella diocesi; e quando
Filippo di Svevia si fece ungere
e coronare dall' arcivescovo di Ma-
gonza, il Papa Innocenzo III invalidò
l'elezione di esso. Era però necessario
che l'arcivescovo di Colonia o al-
tro avesse conseguito il sacro pal-
lio, e quando nel i63o fu coro-
nata r impeiatrice Eleonora, essen-
do gli arcivescovi di Magonza e
Colonia non consacrati, fece la fun-
zione l'arcivescovo di Treveri. La
bolla d* oro abilitò gli elettori ad
effettuar V elezione in altra città,
secondo le necessità de' tempi , ed
ivi avea pur luogo la consacrazio-
ne e coronazione del re de' roma-
ni dall' arcivescovo diocesano pal-
liato. In quanto dunque alle ceri-
monie della consacrazione, doveva
il re de' romani eletto determinar-
ne il giorno, ed accompagnato con
solenne pompa dagli elettori e
principi dell' impero alla chiesa ,
IMP
ivi era ricevuto dal clero, e dopo
fatta orazione al ss. Sagramcnlo
s'incominciava la messa, stando cia-
scuno degli elettori al suo luogo.
Il re di Boemia , quand' egli non
era 1' eletto, benché coronato, pren-
deva posto dopo l'arcivescovo dì
Magonza, il quale sedeva a de-
stra dell' eletto , precedendo gli
ecclesiastici alle dignità secolari.
Terminata l'epistola si cantavano le
litanie de' santi , e verso il fine
di esse 1* arcivescovo consacrante
diceva ad alta voce: Ut regem ad
regni, et imperli fastìgìum perdu-
cere digneris ; rispondeva il popo-
lo: Te rogamua aiidi nos. Termi-
nate le litanie, l'arcivescovo face-
va air eletto le seguenti interroga-
zioni. Vis sanclani fidem catholi-
cani tradì Cam , prò viri bus tenere.
R. Volo. — Vis sanclis ecclesiis, ec-
clesiarum mìnislrìs fidelis esse tu-
tor et defensor ? R. Volo. — Vis
sanclissimo Patri Domino romano
Pontifici suhjectionem , et dehilam
iìdtm reverenler exhìbere : eccle-
siasticam lìbertalem, non violare :
te omnibus benignuni, mansuelum ,
alque affabilem prò regia dignità-
te praebere: et ita te gerere, ut
non ad tuam , sed tolius populi
utilitatentf regnare, praemiumque
benefactorum tuorum non in tcrris,
sed in coelo expeclare videa mus ?
R. Volo. Dopo di che l' eletto an-
dava all'aliare e giurava con que-
sta formola. Ego N. N. Deo an-
nuente volo in quantum divino fui-
tus adjutorio, et praecibus Jideliuni
chrislianorum : sic Deus me ad-
jnvet et omnes sanati. Allora l'ar-
civescovo rivolgendosi agli elettori,
stati e popolo domandava loro .
Vultis tali principi ac reclori , vos
subjicere, ipsiusque regnuni firma-
re yjide stabilire, atque jussionibus
IMP
ejiis okcmperare, Jiixta Jposlolum :
omnis anima potestalihus suhlimio-
rihus subdita sii, sive regi^ tan-
quam praeccllenti. R omnes: Fiat,
Jiat, fiat. Quindi l'eletto s'ingi-
nocchiava avanti l'altare, e l'ar-
civescovo r ungeva nella spalla de-
stra dicendo : Factus est prinn'pa-
liis super humeruni ejus ; e nel
braccio pur destro, dicendo: Cor
sapienti s in dextera efus. Ed asciu-
gata r unzione con lana monda,
l'arcivescovo vestiva l'eletto con
le insegne reali portate da Norim-
berga, compresa la tonicelia sud-
diaconale in segno di essere il di-
fensore della Chiesa ; gli dava la
spada di Carlo Magno, indi gliela
cingeva al fianco. Nel porgergli
però lo scettro imperiale l' arci-
vescovo pronunciava questa formu-
la, jéccipe vìrgam virlulis , aìque
aequilatis y qua inteWgas mulcere
pioSf et tenere reprobos ; erranti-
bus viam pandere, lapsisque manus
porrigere : disperdas superbos , et
eleves huniiles, Àperiat libi ostiuni
Dominus noster, qui de se ipso
dicit : Fgo suni ostiuni , per vie
si quis introìerit , salvabitur : et
ipse est cLwis David , et sce-
ptrum domus Israel , qui aperit,
et nemo claudit , clandit, et nenio
aperii, sitque tuus duolo r , qui e-
ducit vinctuni de domo carceris,
sedenteni in tenebris et umbra mor-
tis j et in omnibus sequi merearis
eum, de quo psalmisla David ce-
cini t : Sedes tua Domine in sae-
culum saeculi, virga aequitalis, vir-
ga regni lui, et imitando ipsuni ,
dil'gns justidani, et hodio habeas
iniquilatem , qua propter ungit te
Deus tuus , ad exeniplum illius ,
queni ante saecula unxerat oleo
exultationis y prae principibus suis.
Per Dominuni nostrum, etc.
IMP
Indi l'arcivescovo nel porre !<i
corona in testa all' eletto, pronun-
ziava : Coronavit te corona justi-
tiae , et subdilis tuis justiliani mi-
nistres, tuisque s'is venerandus, ho-
stibus vero tcrribilis, ac post liane
vitam, sempiterno cum angells prae-
mio coroneris. Indi il re de' roma-
ni faceva questo giuramento : Pro-
fitcor et promitleo coram Deo , et
angeli s ejus, me Icges servare, ju-
stiliam facere , jura regni confir-
mare, debitumque honorem roma'
no , aliìsque Pontificibus , alque
vasmllis exhihere, donata ecclesiae
conservare. Di poi si proseguiva
col vangelo sino al fine della mes-
sa , alla quale ogni elettore assi-
steva , servendo al nuovo eletto
negli uffici propri delle dignità an-
nesse ad ognuno. Finalmente l' ar-
civescovo, poneva 1' eletto nella se-
dia regia dicendo: Serva et retine
lociim regium, queni non jure hae-
reditario , nec paterno successorio ,
sed principuni EE. in regno Ale-
manico suffragiis libi noscas de-
hitum. Maxime per aucloritatem
Dei omnipotentis, et tradilioneni
praesentium, et omnium episcopo-
rum, caeterorumque servorum Dei:
et quanto clerum sacris altnribus
propinquioreni , tanto ci podorem
in locis congruis honorem im pen-
dere mcmineris; quatenus media-
lor Dei, et hominuni , te mediato-
rem cleri , et plebis in hoc regni
solio conflrniet , et in regno aelef-
no secum regnare faciat. Per Chri-
sluni Dominuni nostrum, ec. Ciò
finito s' intuonava il Te Deum lau-
da mus, che si proseguiva dai mu-
sici, dopo del quale i canonici del-
la chiesa notificavano al nuovo
eletto, che secondo l'antica con-
suetudine egli lestava aggregato
fra i canonici della chiesa di s.
f44 TMP
INlaria d* Acquisgrana , e lo prega-
vano eli confermare i loro antichi
privilegi e prerogative, per il che
il re de' romani faceva questo giu-
ramento. Nos N. N. Divina fa-
venie gratin, ronianorum reXy hit-
/US no strae ecclesiae B. M. Acquis-
granensis canonicus , ad haec s.
Dei evangelia juramus^ eidem ec-
clesiae fidelitateni , et quod ipsa
jnra, et bona ejusdem ab injuriiSj
et violentiis defensabiniiis, et fa-
cìemus defensari: ejusque privile^
già omnia y et singida, et consueta'
dines ralificamus , approbamuSj et
de novo conjirmamus. Terminata
la funzione, il re de' romani con
solenne accompagnamento degli e-
lettori e principi dell'impero, e
tra gli applausi s' incamminava al
luogo destinato per la creazione di
alcuni cavalieri dell' impero ; indi
ritornava al palazzo, mentre l'elet-
tore conte palatino andava spar-
gendo monete al popolo, impresse
colla memoria dell' elezione , per
cui il popolo gridava 5 N. N. Au-
gusto a Deo coronato , magno et
piissimo imperatori romanorum, vi-
ta et Victoria. Seguiva per ultimo
il formale convito sontuosissimo ,
colle più ricercate cerimonie de-
scritte al cap. iS della bolla d'o-
ro. All'articolo Convito descrivem-
mo quello che nel i838 ebbe luo-
go in Milano per la coronazione
colla corona di ferro del regnante
imperatore d' Austria Ferdinando I.
Noteremo che alla chiesa d' Acqui-
' sgrana restava lo strato del genu-
flessorio, col cuscino o guanciale
su cui il re de' romani erasi in-
ginocchiato nella funzione, e simil-
mente quello del trono; la clami-
de reale, T abito col quale fu con-
sacrato , due tappeti di drappo
d'oro, cioè quello che si poneva in-
IMP
«anzi all'altare della Beata Ver-
gine, e quello del soglio; inoltre
alla chiesa si pagavano cinquantasei
fiorini d'oro, egli si somministra-
vano tre carretti di vino.
In un cerimoniale mss. lessi sulla
coronazione del re de' romani , se
fatta nella diocesi dell'arcivescovo di
Treveri, che 1' elettore arcivescovo
di Magonza l'ungeva, quello di
Treveri lo consacrava , quello di
Colonia lo collocava sul trono; che
l' elettore di Brandeburgo gli po-
neva in dito l'anello ov* era l'im-
periale sigillo, quello di Sassonia
gli cingeva la spada nuda che poi
portava avanti a lui, quello Pala-
tino gli poneva in mano il globo,
quello di IJoemia gli consegnava
lo scettro, e quindi lo precedeva
colla corona, la quale in capo al-
l'eletto imponevano i tre elettori
ecclesiastici. Nella messa per le ele-
zioni di Massimiliano II e Ridol-
fo II gli eiettori protestanti se ne
assentarono , poi intervennero a
quelle per Leopoldo I e per altri
imperatori per soddisfare all'uffizio
elettorale. Nel VI secolo era già
introdotto il costume di ricordare
al sovrano la caducità delle sue
grandezze nel punto più solenne
della coronazione, col rammentar-
gli che dovea morire, e rendere
stretto conto delle sue azioni al Re
dei regi, ed al Signore dei domi-
nanti, come narra Leonzio nella
vita di s. Giovanni vescovo di A-
lessandria cap. 1 7. Osserva il Mar-
lene che questo costume del VI
secolo fu più o meno il rito di
tutti i secoli in simili solenni fun-
zioni. Del secolo XI abbiamo da
s. Pier Damiano, degli imperatori
greci, epist, 17, lib. i, che in mez-
zo alle acclamazioni del popolo
ed agli omaggi de' grandi presea-
TMP IMP ti^
tavasi al novello imperatore un tenuto il consenso del Pontefice
vaso pieno di ossa e di ceneri, e che Io doveva coronare, s' incam-
gli si bruciava innanzi la stoppa minava con maestoso accompagna-
(ciò che tuttora si fa nella coro- mento all'alma città, facendo il
nazione dei Papa); onde non solo viaggio dall'Italia a Roma a spese
considerasse la sua caducità; ma degl'italiani, concorrendo nelle altre
conoscendo nella fiamma istanta- spese ed accompagno di copioso e-
nea della stoppa il nulla de' suoi sercito di fanti e cavalli i princi-
onori, si conservasse umile tra le pi, baroni e feudatari dell'impero,
lusinghe della più seducente for- a ciò obbligandoli lo statuto feu-
tuna . Veggasi David Scoppino , dale di dovere a proprie spese se-
Dc consacratìone iinperatorum ro- guire il re de'romani in Roma per
vianorum , Argentorati lySo; e la sua coronazione, ed in tutto il
r opuscolo Histoire de ce qui con- tempo eh' egli dimora fuori per
certie V élcction ci' un Roi des ro- questo fine contribuirgli la me-
mains et le couronnement d' un tà de' frutti feudali, sotto pena di
£'/7?/7e/eMr, Florence 1791,6 Gothe fellonia. V. Feudi. Il re de'roma-
lygr. Si può anche consultare ni vicino a Piacenza soleva riceve-
Cristofoio Marcello nel libro: I- re l'omaggio giurato dagli inviati
nauguratìo , coronatio et electio del popolo romano. Giunto nelle
aliquot iinperatorum , Hanoverae vicinanze di Roma, attendeva l'e-
161 3. sercito che si accampava nei campi
Sebbene al citato articolo Coro- Neroniani, e nel luogo medesimo
nazione degl'imperatori [Vedi), ab- ritrovava i legati del Papa, i qua-
biamo detto quanto riguarda non li l'incontravano per ricevere il
solo il cerimoniale, ma quanto gli giuramento sugli evangelij concepi-
è relativo, colia narrazione di tut- to in questi termini. Ego N. N.
te le coronazioni imperiali, qui rex romanorum , in imperato-
aggiungeremo qualche altra erudi- rem promovendus^ promitto, spon-
zione. La coronazione de'cesari, che deo^ ac polliceor, atque juro co-
rion era in uso nell' antichità, fu ram Deo, et beato Petro, me de
anch'essa introdotta dopo la prati- caetero protectorem, ac defensorem
ca delle sacre unzioni della Chiesa fore summi Pontificis ^ et hujus
cattolica, la quale stabili che per sanctae romanae Ecclesiae, in o-
mano de'vescovi si facessero le co- mrfibus necessilatibus , et utilitati-
ronazioni dei regi, come si riferisce bus ejus ; custodicndo, et conservan-
degl' imperatori d' oriente coronati do possessiones^ et honores, et ju-
dai patriarchi di Costantinopoli, e ra ejus, quantum divino fultus
in occidente dai sommi Pontefici adjutorio fuero, secundiim scirCj
che riseibaronsi il jus di coronare et posse meum, recta et pura fide:
V imperatore dopo che s. Leone sic Deus me adjuvet, et haec san-
111 investi di questa dignità Car- età Dei evangelia. Ciò fatto faceva
lo Magno. Determinatosi il re dei il re de'romani il solenne Ingresso
romani di prendere in Roma nel- in Roma (Vedi), dove con solenne
la patriarcale basilica e Chiesa di pompa nel giorno stabilito si por-^
s. Pietro in Vaticano (Fedi) le tava in s. Pietro, ove era dichia-»
insegne imperiali, dopo averne ot- rato cavaliere, e canonico della
VOI. xxKiv. 10
l46 IMP
basilica, alla porla della quale il
sommo Pontefice Io riceveva. Ivi
avevano luogo quelle funzioni de-
scritte agli articoli Coronazione
degl' imperatori , E Chiesa di s.
Pietro , ed imponendogli in testa
la corona imperiale il Papa pro-
nunziava queste parole: Accìpe si-
gnum gloriae, diadema regni, co-
ronani imperii. Della cappella di
s. Maurizio ove Timperatore nella
basilica vaticana riceveva le sacre
unzioni, e delle insegne imperiali
dategli dal Papa , come degli a-
biti di cui era rivestito, anche il
Severano ne discorre a p. io8 e
128 delle Memorie sacre; ed il
Sarnelli nelle Lett. eccl. t. Vili, p.
6, t. X,p. 83, parla del ricevimen-
to deirimperatore tra i canonici va-
ticani, e dell'assunzione ch'egli fa-
ceva delle vesti corali. Terminata
Ja coronazione, i' imperatore nella
messa solenne in abito di suddia-
cono offriva il calice e 1' ampolla,
e inter missarum solemnia, depo-
nendo il manto imperiale, riceveva
dal Pontefice la sacra comunione,
ed in fine della messa la benedi-
zione apostolica. Dopo la quale in
Cavalcata (Fedi)^ alla sinistra del
Papa, cui l'imperatore sosteneva la
staffa ed addestrava il cavallo, pro-
cedendo a cavallo sino presso Ca-
stel s. Angelo, quivi datosi vicen-
devolmente il bacio di pace si se-
paravano. Il Papa ritornava al va-
ticano, e r imperatore spargendo
monete al popolo sul ponte s. An-
gelo creava alcuni Cavalieri [Fedi)
del sacro romano impero, e pro-
cedeva all'arcibasilica lateranense,
ove veniva ricevuto tra quei ca-
nonici, e restava a pranzo nel con-
tiguo palazzo papale, di che par-
lammo pure al voi. XVII , pag.
a 20 del Dizionario, e ne tratta e-
IMP
ziandio il Cancellieri a p. 83 e
84 delle Memorie isteriche delle
sacre teste de* ss. Pietro e Paolo.
Durante il soggiorno dell'impera-
tore in Roma, il Papa pensava al-
le spese del suo mantenimento. Di
alcuni uffizi esercitati dagl'impera-
tori nella messa solenne cantata dal
Papa, e in altre funzioni nella cap-
pella pontificia,, se ne parlò al voi.
XIX, p. 3o5 del Dizionario, ed a-
gli altri analoghi articoli. Dei tan-
ti ossequi ed alti di venerazione
prestati dagli imperatori ai Papi
nelle coronazioni, nei conviti, e in
allre circostanze, parlammo in va-
ri luoghi. Siccome gli eretici ed
altri nemici della santa Sede scris-
sero a nulla giovare il ricevere in
Roma dal re de'romani la corona
imperiale, bastando all' eletto la
coronazione germanica per goder
le prerogative sull'impero romano,
prova il contrario il citato p. Ca-
telani nel suo Ristretto a p. ^3
e seg. Il p. Zaccaria nel sua Ànti-
Febronio t. IIjp. 299, 3o2 e seg.
e 356, tratta se agli imperatori
appartenga la convocazione dei con-
cilii generali, e come li confermas-
sero.
Quanto alle orazioni che la Chie-
sa fa per gl'imperatori, e per quel-
le del venerdì santo, è a vedersi
Gio. Battista Castiglione, Disseria-
zione sopra il rito di pregare per
l'imperatore usato nella chiesa ani'
hrosiana ec, Milano i'j'jj' Ales-
sandro Pelliccia, De. Christ. eccl.
Clini pubblica, tuni privata prece
prò principibus, Neapoli 1778. Nel
i5i9, sotto Leone X, pei- la mor-
te dell'imperatore Massimiliano I;
nel 1612, sotto Paolo V, per la
morte dell'imperatore Ridolfo II;
e nel i655, per la morte di Fer-
dinando III, essendo vacante l'im-
IMP
péro, la sacra congregazione dei ri-
ti, t. II, p. 88, n. 1737, decretò
che nell'orazione del venerdì santo
si dovesse dire: Oremus et prò Ro-
mano Imperio, ut DeuSy ac D. N.
subditas UH faciat omnes harbaras
nationes ad nostram perpetuam-
pacem etc. Omnipotens etc. respì-
ce ad Romanum henignus Lìi'
perìum^ ut getites, quae in suae fé-
rilate confidunt^ potentiae tuae de-
xtera compri m antur j e nel Preco-
nio del sabbato santo, Respice etiani
ad Romanus benignus Imperium,
cujus tu Deus, fldeliuni vota prae-
noscens etc. Lo stesso fu stabilito
nel 1790 e nel 179*2. In un tem-
po gì' imperatori pretesero di es-
sere chiamati orbis terrarum Do-
mini. Su questo punto si possono
vedere il Sarnelli t. VII, p. 27,
nelle Lett. eccl.; il Cancellieri p. 4^
della Lettera sul titolo di Domi-
nus; Quir. Cubachii, Dissertatio,
an imperator recte dicalur Domi-
nus totius mundi? Est. in Dom.
Arumaci, Disc. acad. p. IV, n.
1 2 ; e Justi Meyeri , Dissertatio
(juomodo imperator sii mundi Do-
minus ? ex L. 3, D. ad L. Rho-
diam, Argentorati 1620.
Sul famoso bando imperiale dire-
mo che era una censura giudiziale
dell'impero, con la quale si esclude-
vano i delinquenti e violatori della
pace, dal corpo e comunità del me-
desimo impero, esponendoli alle of-
fese d' ognuno, si nelle persone
come ne'beni. Solevasi fulminare il
bando imperiale anche contro i
contumaci nelle materie civili, quan-
do legittimamente citati non com-
parivano ; ovvero condannati non
eseguivano la sentenza , ne obbe-
divano a' mandati esecutoriali, nei
quali casi il giudice della camera
imperiale, pel mantenimento del-
IMP 147
rautorìta e giurisdizione dell'impe-
ro, fulminava il bando a terrore
degli altri. Va avvertito di far di-
stinzione tra il bando generale, e
il bando speciale. 11 bando gene-
rale fulminavasi dall' imperatore o
dalla sua camera, l' altro dai tri-
bunali che avevano giurisdizione
limitata,© dagli stati dell'impero.
Eravi differenza anche tra il ban-
do alto e il bando basso \ il pri-
mo era un decreto imperiale che
imponeva obbedienza sotto la co-
minatoria del bando ; 1* altro era
quando si dichiarava il contumace
subito incorso nel bando, nel qual
caso era lecito a qualunque indi-
viduo d' invaderlo sì nella persona
che ne'beni. Il Borgia nella Breve
istoria del dominio temporale della
Sede apostolica, scrisse molte cose
importanti sugl'imperatori, i Papi,
Roma ed i romani, e spiega vari
punti da altri male interpretali ,
come dell'esercizio del dominio che
gì' imperatori come re d'Italia eb-
bero im tempo sopra i ducali di
Benevento, di Spoleto , e di altre
terre; in che consisteva il giura-
mento di difendere e proteggere
la Chiesa romana ; quale sorta di
giuramento ricevevano dai romani,
giacche né questi né Roma mai
furono soggetti agl'imperatori, tran-
ne l'avvocazia di cui parlammo di
sopra, per la quale soltanto Roma
fu detta città dell'impero ; e final-
mente cosa importasse il confer-
mar che facevano gl'imperatori al-
la Chiesa romana signora indipen-
dente il possesso de' suoi dominii.
Di alcune erudizioni sull'imperato-
re della dottrina cristiana se ne
tratta al voi. XX, p. ^43, 25r,
252, 2 53 e 254 del Dizionario.
11 medesimo Borgia nelle Memorie,
storiche t. II, p. i63 e seg. spie-
i48 IMP
g?» il mero e misto impero y il me-
i*o impero pel gius della vita e
(Iella morte, pel misto impero la
facoltà eli conoscere delle cause ci-
vili con potestà di punire casi leg-
gieri, e con leggiere pene, citando
Ulpiano, Brunemanno e Bartolo.
IMPERIALI Lorenzo, Cardina-
le. Lorenzo Imperiali nato in Ge-
nova da senatoria famiglia, fornito
di egregi talenti, si recò in Roma
dove da Urbano Vili fu destinato
a vice legalo di Bologna, indi al
governo della città di Fano e di
Ascoli, ed in assenza del cardinal
Antonio Barberini lo surrogò nella
legazione di Ferrara. Annoveralo
in seguito tra i chierici di came-
ra, venne destinato al governo del-
la provincia del Patrimonio, e del-
lo stato di Castro col carattere di
commissario generale delle armi,
dove con immorlal gloria del suo
nome condii use co'nemici una glo-
riosa pace, dopo di che fu spedito
da Innocenzo X nei 1648 con
amplissime facoltà, e colla scorta
di mille duecento fanti e trecento
cavalli, sotto la direzione del conte
David Widman alla città di Fer-
mo, ove in una popolare sommos-
sa era stato ucciso il governatore
Visconti ed il suo amico Baratti,
venendo poi il cadavere del primo
trasferito al santuario di Loreto per
disposizione de' suoi parenti. Ese-
gui l'Imperiali l'incarico con giu-
stizia e prudenza, restituendo alla
città il buon ordine, e la tranquil-
lità. Tornato nei primi del i653
in Roma ne fu fatto governatore, e
dopo aver per poco più d'un anno
con universale applauso disimpe-
gnato sì cospicua carica, ai 1 mar-
zo 1654 (^al medesimo Innocenzo
X fu pubblicato cardinale prete
col titolo di s. Grisogono, non che
IMP
dichiaralo legalo di Ferrara e prò-
Icllore dogli ngosliniani e de' mo-
naci di Monte Vergine. Compiuta
la sua legazione, in cui lasciò mo-
numenti di sua abilità e giustizia,
fu di nuovo destinalo da Alessan-
dro VII al governo di Roma, do-
ve a motivo del tumulto eccitato-
si tra il duca di Crequy ambascia-
tore di Francia, e la truppa de'sol-
dati corsi, di cui venne il cardina-
le a torlo accagionato, si tirò ad-
dosso contro ogni ragione lo sde-
gno di Luigi XIV male informato,
onde fu dal Papa allontanato da
Roma in quella critica circostanza,
alìldandogli il governo della Mar-
ca d'Ancona col carattere di legato.
Indi il cardinale rinunziala la le-
gazionCj prontamente si condusse
alla corte di Parigi per giustidcar-
si col re e fargli constare la retti-
tudine di sua condotta, e la vene-
razione mostrala in quell'emergen-
te verso la sua real persona. Non
potè ottenere però l'udienza finché
le controversie non si accomodaro-
no con Roma, indi fu accolto con
sommo onore da Luigi XIV, il
quale protestò alla repubblica di
Genova essere prima stato mala-
mente informato sul cardinale, ri-
conoscendolo per uomo di spirito
retto, costante nel sostenere la ra-
gione, ed onesto, chiamandosi ben
contento d'averlo riconosciuto. Re-
stituitosi in Roma, si mostrò inde-
fesso nelle applicazioni che gli fu-
rono appoggiate in parecchie con-
gregazioni alle quali era ascritto,
e particolarmente a quelle della
consulta e del s. offizio. Intervenne
a tre conclavi, e morì nel 1673 di
anni sessantadue. Fu sepolto nella
chiesa di s. Agostino, ove al destro
lato della magnifica cappella di san
Tommaso di Villanova venne eretto
IMP IMP f49
alla sua memoria un decoroso man- ligenza, a vantaggio delle città e
soleo adorno di belle statue, con tene pontifìcie. Ogn'anno in lem-
urna di marmo nero, sulla quale fu pò delle vacanze a proprie spese
posta la di lui statua in alto di visitava una provincia^ mentre in-
orare genuflesso, nella cui base si \iava i prelati della medesima con-
legge elegante iscrizione, gregazione a visitare le altre, ancor
iML^ElllALI Giuseppe Renato, essi a sue spese, con immenso uti-
CardiuaUì. Giuseppe Renato Im- le delle comunità visitate, di cui
periali nobile genovese, nacque in rivedevano i conti obbligando i de-
Oria nel regno di Napoli, presso bitori a pagare, e provvedevano
Francavilla feudo di sua casa, prò- alle miserie de' poveri ; ritornati a
nipote del cardinal Lorenzo, e sino Roma riferivano tutto alla congre-
dalladoloscenza diede manifesti se- gazione per le opportune prov vi-
gni di sublimi talenti e buon sen- denze. Oltre a ciò il cardinale
so. Distintosi negli studi ottenne la pubblicò un codice diviso in quat-
Jaurea dottorale, e da Clemente X tro volumi, contenenti le leggi pel
le insegne prelatizie. Innocenzo XI buon governo dello stato ecclesia-
Io fece chierico di camera, indi teso- stico. Fu ascritto quasi a tutte le
riere^eda'iS febbraio 1690 A les- congregazioni, e fu prefetto anche
Sandro Vili lo creò cardinale dia- di quella della disciplina regolare;
cono colla diaconia di s. Giorgio e come lo zio fu protettore dei
ìnVelabro, a cui nell'anno seguen- romitani di s. Agostino e de' mo-
te venne aggiunta la legazione di naci di Montevergine. Amante del
Ferrara, e X amministrazione di giusto e della rettitudine, operava
quella chiesa per volere d'Innocen- con franchezza esponendo all'occor-
zo XII. Beneficò i ferraresi e la- renza con rispettosa libertà ai Pon-
sciò loro di sé perenne rinomanza; tefìci i propri sentimenti. Prende-
indi fu fatto protettore d'Irlanda, va cura de'poveri, favoriva le per-
Considerando il cardinale che la sone dabbene di cui avea piena la
sua diaconia per l'antichità era ab- casa, e le molestie anziché affati-
bandonata e deforme, con eccle- cario lo rendevano più energico,
siaslica munificenza vi ripristinò il Ebbe per uditori distinti perso-
culto divino; liberò il pavimento naggi> due divennero vescovi di
e le pareti dall' umidità, rinnovò Adria e Ripatransone, e due car-
il tetto, l'abbelPi con nuovo ed or- dinali , cioè Girolami e Laudi,
nato soffitto, e chiuse 1' atrio con Intento costantemente a promove-
cancelli di ferro. Gli agostiniani re il bene comune, lasciò un' insi-
scalzi, che allora aveano in cura la gne biblioteca a comodo del pub-
chiesa, sopra la pila dell'acqua be- blico, quale però più non sussiste,
nedetta gli eressero onorevole lapi- sebbene Pio VI l'avea acquistata
de. Prese particolar cura e prote- per la suddetta accademia eccle-
zione dell' accademia ecclesiastica , siastica : di tale biblioteca parla
cui comparti segnalati benefizi. Com- con lode il dotto padre Montfau-
piuta gloriosamente la legazione di con, che grandi encomi rese al car-
Ferrara, fu fatto prelato del buon dinaie come munifico co' lettera-
governo, ove molto si adoperò pel ti ed eruditi ; ed oltre quanto ne
pubblico bene con industria e di- disse il Piazza trat. XllI, e. XXIX
i5o IMP
dell* EusevologìOf il pelebre Giusto
Fontanini ce ne lasciò l'indice stam-
palo. Nel 1711 il cardinale fu da
Clemente XI spedito in Milano col
carattere di legato a latere per
complimentare l'arciduca Carlo ri-
conosciuto ia parte per re di Spa-
gna e poi imperatore, da cui oltre
la slima che si guadagnò ottenne
quanto seppe domandare a van-
taggio della santa Sede. Da Giu-
stiniano Chiapponi fu pubblicata
la Legazione del cardinal Impe-
riali a Carlo III re di Spagna
Vanno 171 1, Roma per Gonzaga
17 12. Dimessa la diaconia, passò
air ordine presbiterale , ed ottenne
«uccessivamente il titolo di s. Lo-
renzo in Lucina ; e dopo essersi
trovato air elezione di cinque Pon-
tefici, fra cui in quella di Clemente
XII gli mancò un sol voto pel pon-
tificato, pieno di meriti morì in Ro-
ma a'25 gennaio 1737, d'anni ot-
tanlasei. Fu sepolto nella chiesa
di s. Agostino, al destro lato del-
la cappella dedicata al santo dot-
tore, con sontuoso mausoleo orna-
to di preziosi marmi ed eccellertti
statue, col ritratto del cardinale
espresso al vivo in pittura, soste-
nuto dalla fama, nella cui base si
legge un magnifico e ben merita-
to elogio.
IMPERIALI Cosimo, Cardinale.
Cosimo Imperiali nobile genovese
nacque a' 24 aprile i685 in Ge-
nova da illustre famiglia. Compiti
con successo gli studi nell' archi-
ginnasio romano , venne ammesso
da Clemente XI tra i prelati, ed
occupato nel governo delle città
pontificie, dov'essendo affabile con
ogni qualità di persone seppe con-
giungere la giustizia colla piace-
volezza, e r integrità col disinteres-
se. Chiamato a Roma da Bcnc-
IMP
dello XIV nel 174^ ebbe luogo
tra i chierici di camera colla pre-
sidenza degli archivi , e dell' anno-
na ; e nel 174? fi» promosso alla
carica di governatore di Roma.
Benedetto XIV a* 26 novembre
1753 lo creò cardinale prete di s.
Clemente, e venne ascritto alle
congregazioni della consulla , del
buon governo, della disciplina, ed
«il tre. Largo e munifico verso i
miserabili, non lasciò giammai di
sovvenire chiunque ebbe a lui ri-
corso. Fondò sei cappellanie nella
chiesa di s. Giovanni de'genovesi in
Roma, della quale parlammo al
voi. XXV III, p. 274 del Diziona-
riOf coir obbligo d'istruire i fedeli
nelle feste nei misteri della catto-
lica religione e nei cristiani dove-
ri. Finalmente dopo essersi trovato
ai comizi per Clemente XIII, con
quella pietà come visse pervenne
alla meta de'suoi giorni in Roma
a' i3 ottobre i7(>4> *" ^^^"^ d'anni
ottanta circa, e fu sepolto nel suo
titolo di s. Cecilia a cui era passato,
sotto una lapide adorna , in cui
vedesi scolpito distinto elogio, fatto
per ordine di sua nipote Marzia
Imperiali Centurioni.
IMPERIO o IMPERO. K Im-
peratore.
IMPROPERI. Versetti che sì
cantano dalla Chiesa nella mattina
del venerdì santo, mentre si fa la
solenne adorazione della croce. Si
sogliono cantare con voce sommes-
sa e flebile, e tenerissimo commo-
vente canto , siccome rimproveri
paterni ed affettuosi, che fece Dio
agli ebrei per l'enorme sconoscen-
za con cui corrisposero ai sommi
benefizi da lui loro comparliti ;
essi però convengono anche a quei
cristiani, che rinnovando nelle pre-
varicazioni le ingialitudini d'israe»
IMP
le, mal corrisposero alle divine be-
neficenze. Il (lotto d. Alessandro
Mazzinelli nell' Uffizio della setti'
mana santa, parlando dell'adora-
zione delia croce nel venerdì san-
to, dice che in tempo che si fa la
medesima si cantano gT improperi,
con queste belle riflessioni. JNfon si
videro giammai dalla parte di Dio
benefizi più. eccelsi e miracoli più
segnalati ; e dalla parte degli uo-
mini ingratitudine più iniqua, pre-
varicazioni più enormi, che nel po-
polo d' Israele ; sicché potè loro a
giusta ragione rimproverarsi, che
gente di dura cervice e di cuore
protervo aveva sempre resistito al-
lo Spirito Santo. Ma il sommo del-
la loro ingratitudine e della loro
iniquità comparve nella morte da-
ta a Gesù Cristo. Venne il tanta
da loro aspettato Messia; ma la
perfìdia giunse a tanto, che i figli
micidiali ed ingrati, invece di lie-
tamente accoglierlo, recarono a mor-
te quello, che dai loro padri era
slato chiesto con tante istanze, a-
spettato con tanto desiderio. Nel
giorno in cui commisero sì orrido
sacrilego deicidio se ne fa loro allo
rimprovero; e con modi tanto te-
neri ed affettuosi si fa un bel con-
fronto de' benefizi che hanno ri-
cevuti , e dell' ingratitudine colla
quale hanno corrisposto. Ciò che
l'Altissimo ha fatto per Israele non
è stato che un'immagine ed un'om-
bra di ciò che ha fatto per noi ;
ed Israele non solo ne' suoi privi-
legi e favori, ma ancora nelle sue
prevaricazioni, ci rappresenta le in-
gratitudini nostre; onde que' rim-
proveri a noii come ad essi con-
vengono. E qualche cosa di più
orribile il peccato, che non sono le
spine, i chiodi, il fiele e l'aceto;
e dopo aver conosciuto ed adora-
ING i5i
to il Cristo del Signore, dopo a-
verne confessato la gloria del suo
nome, dopo eh' ei vive e regna, è
più orribile affliggere il suo cuore,
insultare alla sua potenza : chi pec-
ca crocifigge di nuovo Gesù Cristo.
Nel medesimo tempo dell'adorazio-
ne della croce, ed al fine di cia-
scun improperio si canta in greco
e in latino il Trisagro angelico
(F'edi). Fu esso dapprima inserito
nella liturgia per essere cantato in
onore della ss. Trinità, ed oggi
cantandosi alternativamente cogli
improperi in tempo che si adora
la croce con Gesù crocefisso, si ve-
de che in esso la Chiesa ha la mi-
ra al Redentore, ed a lui si rife-
risce, quanto è uno nella Trinità,
che vestito di nostra carne fu po-
sto in croce, e ad esso ricorriamo
per implorare misericordia. Nel
Menologio romano del Piazza a p.
i85 della parte seconda si legge,
che nella imperiai città di Costan-
tinopoli, nel giorno di venerdì san-
to si predicava fuori della città
nella campagna, in memoria della
passione di Cristo , che sostenne
gl'improperi della città di Geru-
salenime [Vedi). A quest' artico-
lo ^abbiamo descritto la stanza o
cappella chiamata degl' Imprope-
ri , e posta nella basilica del
santo Sepolcro, poco distante dal
luogo ove fu trovata la croce
del Redentore al tempo di Costan-
tino.
INCAPPUCCIATI. Eretici del
secolo XIV, discepoli di Wiclefo,
cosi chiamati perchè non si sco-
privano mai davanti al santissi-
mo Sagramento, ma tenevano sem-
pre coperta la testa col berretto
o cappuccio che usavasi allora.
Quanto a quest' abito o coper-
tura del capo sobo a vedersi gli
ìS-à INC INC
articoli Cappuccio, e Francescano rantichità di tal voce, Navicella
OBDitE. (yedi) o navetta chiamasi poi il
INCARICATO DI AFFARI, Cura piccolo vaso d'argento od altro me-
Cgens. Ministro diplomatico incom-. tallo, fatto a foggia di nave, nel
benzato di rappresentare il suo so- quale si tiene 1* incenso, con Cuc-
Viano presso una corte sovrana, e chiaro (Fedi) per pone l'incenso
trattarne gli affari. ^e\V Excerpta nel turibolo per l' Incensazione
ti Lexico epigraphico Morcelliano, (Vedi). Aggiunge il Maci i, che l'iu-
incaricalo degli affari del re presso censiere o turibolo viene anche
la santa Sede, si dice in latino : chiamato Pyxis dall' Ordine roma-
Cura agens ad negolia urbis re- no, il quale prescrive : Pyxidem ,
già. Al presente in Roma sono qua thus habetur in manu ferens,
incaricati di affari presso la santa dove viene denominato custos o
3ede e fanno parte del corpo di- princeps ecclesiae chi porgeva la
plomatico, l'incaricato d'affari del- navetta al Papa, perchè questo mi-
la repubblica del Messico, V incari- nistero toccava al titolare di quel-
cato di affari dell'arciduca duca di la chiesa ove celebrava il Papa,
Modena, V incaricato d'affari della ciò che fu poi attribuito al cardi-
riuova Granata nell'America me- «al decano o a quel cardinal ve-
ridionale, l'incaricato d'affari in- scovo suburbicario , che ne fa le
leriuo del re di Prussia, e l' inca- veci quando il Pontefice celebra
ricalo di affari del re diWiirtem- solennemente, e quando non cele-
berg che per sua assenza ha un bra lo fa il cardinal primo prete,
incaricato d'affari Interino. La san- Al vocabolo Incensoriuni osserva il
ta Sede poi attualmente ha tre Macri che il medesimo nella ero-
prelati incaricati di affari, uno al- naca Cassinese non può significare
1 Aja , l'altro a Firenze, il terzo il turibolo, dal quale si distingue,
nella Nuova Granata nell'America perchè facendosi ivi menzione di
meridionale. /^.Diplomazia o Di- alcuni donativi fatti al monistero ,
PLOMATicr, e Nunzi apostolici. dopo di aver nominali due turi-
INCENDIARIO ed INCENDIO, boli, si legge Incensoriuni de ar-
V. Pompieri pontificii, corpo del- genluni unum _, sicché significherà
\e guardie per gì' incendii. la navicella nella quale si ripone
INCENSAZIONE. F. Incenso. V incenso. Gli incensieri sono di ar-
INCENSIERE, Tubibile o Tu- gento semplice o dorato, di rame
BiBOLo, T/mribulum, Acerra. Vaso od altro metallo inargentato o do-
o stromento di cui si fa uso nelle rato, rari essendo quelli d'oro, la-
chiese per abbruciare l'/«cc«,yo (A^e- vorati e cesellati con maggiore o
di)j diffonderne l'odoroso e grato minore arte e maestria. Le tre ca-
fumo, ed incensare nelle sacre ce- tenelle ordinariamente ognuna lun-
rimonie e divini uffìzi. Dice il Ma- ga quattro palmi romani, sono fer-
cri nella Notizia de' vocaboli eccl. mate ad una piastra rotonda la
chiamarsi acerra la navetta da quale ha un anello , e sostengono
porvi l'incenso sul fuoco che con- propriamente il vaso dell' incensie-
tiene, e riporta le testimonianze di re passando per tre fori o altac-
Tertulliano advers. gentil, cap. 9, caglie praticate in tre angoli del
e dello storico Agati^ lib. 3, suU coperchio, il quale a mezzo d'una
i
INC
quarta catenella parimente pen-
dente dalla piastra con suo anello,
si alza per porre nella padellina
di ferro del vaso il fuoco, e su
questo r incenso : il coperchio ha
diversi trafori a disegno donde esce
fuori il fumo dell' incenso, ed or-
dinariamente è in forma di cono,
avendo il vaso quella di tazza o
C(fppa con base o piede. Gl'incen-
sieri degli ebrei non erano pendenti
da lunghe catene, dappoiché erano
una specie di bracieri con manico
o senza, che il sommo sacerdote
poneva sull'altare de' profumi, o
che portava nel santuario. L'apo-
stolo ed evangelista s. Giovanni
parlando nell'Apocalisse degl'incen-
sieri che tenevano i quattro ani-
mali ed i ventiquattro vecchi, li
chiama semplicemente pialli o cop-
pe d'oro ripieni di prolumi. Sulle
medaglie di Simone Maccabeo si
vedono incensieri fumanti simili ad
una coppa, o ad un calice col suo
piede.
Gì' incensieri di cui servivansi i
primitivi cristiani erano anche bra-
cieri senza catene , ed in vece di
gittarli in alto come si fa presen-
temente neir incensazione o turifi-
cazione, si avvicinavano fumanti al
naso, e ciascuno ne raccoglieva il
vapore colla mano dicendo queste
parole : accendat in nobis Domi-
ìiiis ìgneni sui amorisy et flaniniain
aeiernae charitatis. Du Vert, Ceri-
monie della Chiesa t. IV , p. 5i.
L' Ordine romano dice, che dopo
recitato il simbolo, i turiboli por-
tavansi in mezzo agli altari, e po-
scia accostavansi alle narici, e per
mezzo delle mani il fumo nella
bocca trae vasi. Post Credo , tliurihu-
In per altana portanlur^ et poslea
ad nares hominiwi ferimtur, et per
manus fuinus ad os Irahitur. Au-
INC i53
che il Garampi neW Illustr. del si-
gillo della Garfagnana a p. ii6
fa menzione dell' incenso dato ad
odorarsi al sacerdote, riportando
un brano dell'antico ordine clau-
strale della insigne canonica di s.
Giovanni in Monte di Bologna, sui
riti e costumi di quella religiosa co-
munità nel principio del secolo Xlf,
in cui si prescriveva che il sacerdote
celebrante dopo di avere incensato
l'altare reddat thuribuluin diacono.
Jlle recipiens , osculala nianu sa-
cerdolisj del et incensum odorare,
et humiliter planctam in anteriori
parte deorsuni trahat^ perchè neU
l'incensazione dell'altare doveva es-
sersi troppo aggruppata al petto.
Cosi pure dopo un'altra incensa-
zione si prescrive , che diaconus
praebeat sacerdoti incensum odorati-^
duni, et extendat solito more pla^
netani deorsuni. Il Pouyard nella
Dissertazione sul bacio de piedi ^ a
p. Ili parla di un monumento
del 547, in cui un suddiacono tie-
ne colla destra un incensiere di
argento di forma rotonda senza co-
perchio, ornato con tre piedi per
poterlo posare in terra, e con sue
caten uccie.
11 Severano nelle Memorie sa-
cre pag. 49^) narrando gli splen^
didi ornamenti fatti dall' impe-
ratore Costantino il Grande nel
battisteri o lateranense, dice che in
mezzo al fonte fece porre una co-
lonna di porfido con un vaso o
lampada d'oro di cinquanta libbre,
dove ardevano i giorni della Pa^
squa duecento libbre di balsamo.
Tra i doni poi che l'augusto fece
al medesimo battisterio, si novera
un profumiero o incensiere d'oro
di dieci libbre, ornato con venti-^
quattro gemme preziose. 11 Torri-
gio injlie Sacre grotte mùcane, p.
i54 INC
469 e seg., raccoula die antica-
mente si solevano appendere sopra
il corpo di s. Pietro alcuni incen-
sieri detti lurìbula apostolica, che
però Anastasio Bibliotecario, par-
lando di s. Leone III scrive: unum
thurìhulum ex auro purissimo misit
super corpus e/us (s. Petri) quod
pensai lib. 1. Onde Cencio Came-
rario che fu poi Onorio III ci di-
ce nel suo inss. : Hoc auleni est
praentittenduniy quod D. PP. post
quarlam lectionem vigiliae^ descen-
dil ad arcani altaris b. Petri, et
inde extrahit ihurìbuluni cuni can-
dela, quac alia festivitate a D.
Papa fuit reposi ta , e uni carboni-
bus et incenso, et poslmoduni ihuri-
buluni cuni candela ibidem remit-
lit. Più a lungo ne scrisse Bene-
detto canonico di s. Pietro nel mss.
dedicato al cardinale Guidone da
Castello, poi Celestino lì, mentre
parla di tal cerimonia solita a farsi
all'altare di s. Paolo nella sua ba-
silica, e descritta al voi. IX, p. 78
del Dizionario: la medesima ceri-
monia si usava in s. Pietro. Nella
Descrizione della sacrosanta basi-
lica vaticana, Roma 1828, pag.
95, parlandosi del forame o Fé-
neslrella [Fedi) dell'altare del san-
to apostolo, ove si calavano i bran-
dei e le chiavi benedette che si
dispensavano a'fedeli, si dice che vi
si sospendeva egualmente un incen-
siere con tubo di vetro , i cui a-
vanzi tanto del carbone che del-
l'incenso, ogni anno distribuivansi
ai pellegrini nel giorno di s. Pie-
tro, in cui quello si rinnovava. Il Se-
verano a p. io5 descrive la pro-
cessione e le incensazioni che so-
leva fare il Papa in diversi altari,
quando interveniva nella notte pre-
cedente la festa di s. Pietro nella
sua basilica al mattutino. Quindi
INC
il Severano a p. 5i4 nel descrive-
re i doni fatti da Sergio IH alla
basilica lateranense vi novera quat-
tro turiboli d'argento; e tra quelli
d'Innocenzo II vi comprende uà
turibolo di argento di libbre un-
dici.
Negli antichi riti dei solenni pos-
sessi de' Pontefici eravi l' incontro
del clero romano, massime delle
scuole palatine de' chierici romani,
colle croci e coi turiboli fumanti
d'incenso; inoltre i turiboli veni-
vano collocati sugli altari che ric-
chi d'argenterie si erigevano fuori
di tutte le chiese per dove passa-
va la processione e solenne pom-
pa della cavalcata; co'quali turiboli
degli altari eziandio s'incontravano i
Pontefici, per cui avevano tali chie-
se la distribuzione del presbiterio,
e neir Ordine romano XII si legge
al § XVIII de Presbiterio prò ihu'
ribulo dato quibus, et quoniodo de-
tur? Nel cerimoniale di Gregorio
X, in Ordine XIII, n. i i, p. 23 1,
dicendosi dell'incontro che facevasi
al Papa eletto fuori di Roma, si
legge. »3 Si D. Papa consecratur,
vel eligi tur extra urbem , quum
venerit ad Romani ad capellam s.
M. Magdalenae ad radicem Montis
Mali ( o Mario ) , descendit, et in-
trat cum cardinalibus ipsam capel-
lam, et ibi recej)it pluviale, et mi-
tram, et postea equitat, et proce-
di!; et judaei sibi occorrunt cum
lege, et laudibus, et omnes eccle-
siae urbis ei obvians honorifice
cum processione, et vetiiunt omnes
clerici induti cum crucibus, et ve-
xillis, et thuribulario, et capsa cum
thure, et quaelibet ecclesiam occur-
rit ipsi Papae cum thuribulo , et
ipsa capsa ; et ipse D. Papa de
thure cum cochleare in thuribulo
ponit, et illi Papam cuna eo in-
INC
censant; et faciunt ita omnes ec-
clesiae, et sic ducitur per porticum
usque ad gradus s. Pelli ubi est
processìo parata ". Lo stesso si
conferma nell'Ordine XIV, n. 22,
pag. 261. » Clerici rem. occorrunt
eidem induti in via sacra, ubicum-
qiie possunt, cum thuribulis et in-
censo, et dantur prò thuribulis i3
librae et dimidia ". Lo stesso vie-
ne detto nel n. 4ij pag- 269. Il
Catalani ne tratta in Caerem. epis.
toni. I, pag. 4^- Questi riti dell'in-
contro degl' incensieri, dopo il pos-
sesso preso da Leone X nel i5i3,
non ebbero più luogo.
Il Macri iìi iliuribuloriim festi-
vi tas dice eli' era una certa solen-
nità celebrata dal clero di qualche
chiesa quando riceveva dal Papa
il Presbiterio [Vedi) dopo di aver-
lo incensato, il quale presbiterio
consisteva in alcune monete. Si fa
menzione di questa cerimonia in
certe scritture conservate nell' ar-
chivio di s. Angelo in Pescheria,
chiesa collegiata di Roma , nelle
quali si parla del clero della chie-
sa parrocchiale di s. Patermuzio, il
quale riceveva il presbiterio di sei
denari dal Papa, in thurib ilio rum
ftHivitate. Della chiesa de' ss. Pa-
termuzio e Caprete ne parlammo
al voi. XXI, pag. 38 del Diziona-
rio. Il medesimo Macri dice che
col vocabolo Canstrisiiis fu chia-
mato un ofiìciale della chiesa co-
stantinopolitana, il quale custodiva
i paramenti sacri del patriarca, e
l'aiutava nel vestirsi , portava l'in-
censiere ed aspergeva il popolo con
l'acqua benedetta. Alcuni pensano
che tal nome derivi da voce greca
che significa la navetta dell'incenso,
o da voce che significhi il canestro
dentro il quale si portavano le ve-
sti del patriarca. Questa dignità
INC 155
era pure nella chiesa romana , e
chi r esercitava veniva chiamato
Vesiarìus, Ministro ecclesiastico del-
l' incensiere e della navicella è l'ac-
colito, il quale deve portarlo nelle
sacre funzioni, e custodire tali sa-
cri arredi, vegliando che i carbo-
ni siano accesi. Nella cappella pon-
tificia sono accoliti i cappellani co-
muni, e per l'assistenza del Papa,
quando celebra alcuna funzione, i
prelati votanti di segnatura di giu-
stizia, cui incombe portare la na-
vicella e r incensiere, e per le a-
naloghe notizie sull'uso dell'incen-
siere è a vedersi T articolo Cap-
pelle Pox\TiFiciE e quelli delle sa-
cre funzioni. Eugenio de Levis fe-
ce una Dissertazione degli antichi
turiboli^ della forma de* turiboli^
ed a quale uso si fossero destinali
questi vasi e V incenso ? Il Macri
dice che il turibolo significa il
corpo di Cristo, l'incenso la di lui
divinità, ed il fuoco lo Spirito San-
to, citando Gem. lib. I, cap. 12;
ed al vocabolo Thuribuluni ag-
giunge che r incensiere si chiamò
ancora Thyniiamateriwn et Sufflto-
riunii significando il verbo thurifi,'
co incensare o dar l' incenso.
Rimarchevole è il modo singolare
di profi^ nare con incenso il celebre
santuario della chiesa cattedrale di
Compostella [Fedi) durante il giu-
bileo dell'anno santo, ed anche nel-
le festività più solenni che in essa
si celebrano. In tale chiesa vi è
un incensiere di smisurata gran-
dezza, nel quale si pone una gran
quantità di carbone acceso, con cir-
ca ottanta libbre d' incenso ed al-
tri aromi per volta. Questo incen-
siere viene attaccato ad una gran
corda di canape nella sommità del-
la cupola, ed in modo che l'in-
censiere resta distante dalla terra
i56 INC
palmi ilìeci. Due uomini inservien-
ti della chiesa danno con forza
movinienlo all'incensiere, giungen-
do l'ondulazione del medesimo dal-
l'uno all'altro muro, innalzandosi
(ino alla volta della chiesa, restan-
do essa in breve tempo profuma-
ta. Si assicura da quelli del luo-
go che da tempo remotissimo fu
introdotto questo modo di profu-
mare la cattedrale, col fine e sco-
po d'impedire l'infezione dell'atmo-
sfera, che per l'innumerahile con-
corso continuo di forestieri e di-
voti pellegrini a quel giubileo, ren-
devasi assai pregiudizievole alla sa-
nità. Forse s\ grande incensiere
non havyi in tutta la cristianità ,
come il modo di usarlo non de-
v'essere in altro luogo praticato.
INCENSO ed INCliNSAZlONE.
Tlms, inccnsum^ thiirificatio. L'in-
censo è una specie di gomma o
di resina aromatica e odorosa che
stilla dall'albero detto dai botanici
Jiinipcrus Lycia, e forse da qual-
che altra pianta dei lidi meridio-
nali del mare rosso. Si abbrucia-
va ne' sagrifizi , e tuttora si ado-
pera nelle cerimonie religiose. Gli
antichi chiamarono la pianta che
produce l'incenso thurifera y le di
cui foglie sono simili a quelle del
pero. Vi si tanno delle incisioni
nei giorni canicolari per farne sor-
lire la resina e la lagrima. L'in-
censo maschio è il più stimato;
egli è rotondo , bianco , grasso in-
ternamente , e si accende appena
posto sul fuoco: la distinzione del-
l' incenso maschio viene derisa da
Virey. Si chiamò anche olibano
nella bassa latinità, per cui quelle
terre la cui rendita era assegnata
al consumo dell'iticenso che serviva
alle chiese dalle quali queste ter-
re dipendevano, presero il nome
INC
di Olihanurn, Olf-vano, come si dis-
se nel voi. XXVlll, p. 200 del
Dizionario. L'erudito p. Menochio
nel tom. I , p. 2 5o delle Slnorcy
tratta al cap. XLVIll : Che cosa
nella SrriUiira sacra significhi que-
sta parola incenso, e che cosa sia, e
dove nasca, come si coltura la pianta
che la produce ec. Vuoisi che nasca
l'incenso principalmente nell'Egitto e
nell'Arabia, e chequellodi Saba fos-
se il migliore. Nel salmo 71 leggia-
mo : Reges arahuni, et Saba dona
adducent, ec, colle quali parole pro-
feticamente si predisse la venuta dei
mogi ad adorare Cristo, e i doni
che offrirono come si ha dal van-
gelo, furono oro, incenso e mirra,
e r incenso come frutto del paese
loro dal quale erano venuti. Fe-
di Epifania. Anticamente era me-
no comune perchè costosissimo, ed
in singoiar pregio : quindi si fal-
sificò, mescolandosi il vero Oliba-
no col mastice e col galipot, spe-
cie di resina eh' esce spontanea-
mente dai vecchi pini massime
marittimi, e si forma in lagrime
al pari del vero incenso. In Ger-
mania si fa gran uso di tal resi-
na, ed è chiamata incenso di Tu-
ringia, perchè si trae dai pini di
quella provincia. Si è anche fatta
distinzione dell* incenso prodotto
neir Africa , da quello delle Indie
che si ricava da piante teribinta-
cee.
La parola incenso deriva dal-
l'esalarne che fa il vapore, innal-
zandosi al cielo, come quello ch'e-
salava dalle carni della vittima ab-
bruciata, nominata da ciò incenso,
cosa abbruciata, per una figura
rettorica che fa prendere l'effetto
per la causa , il fumo che sorte
dalla carne abbruciata per la me-
desima carne abbruciata. Dice il p.
INC
Menocliio : la parola incenso non
sempre significa quel sugo o lagri-
ma condensata ed odorala clie
particolarmente si abbrucia nelle
chiese in onore di Dio, ma s'in-
tende anco a significare il sagrifi-
zio dell'olocausto che si faceva da-
gli ebrei secondo la legge di Mosè,
il cui rito consisteva che l'anima-
le sacrificato ed imposto sopra del-
l'altare con il fuoco si consumas-
se, laonde gli sconvenisse il nome
d'incenso c\oè abbruciato. Così nel
cap. XXIX dell'Esodo si legge:
Offtrens totani arietem in incensi/ ni
super altare; e nel salmo LXV:
Holocausta niedullata afferam tibij
cum incenso arietem. Anzi non so-
lo l'olocausto, ma qualsivoglia al-
tro sacrificio ed ogni oblazione, che
secondo la legge antica passava per
il fuoco, si chiamava incenso j così
nel libro de'JNumeri cap. XXVIII
comandò Dio, che oblationes et pa-
nes , et incenswn odoris suavi^sinii
afferatur per tempora sua. Laonde
incensuni non sempre significa thus,
e la parola incensa ni di cesi in e-
braico ische che sonat ignilioneni^
come nota il Bon fieri o. Nell'Esodo
cap. XXX, V. 34 e 87, Dio pre-
scrisse a Mosè il modo di compor-
re il profumo che doveva essere
bruciato nel tabernacolo, proiben-
do però agi' israeliti di farne di
simili per loro uso. Quindi le un-
zioni fatte cogli olii profumati di-
vennero il simbolo di consacrazio-
ne : le parole Unto^ Cristo, Mes-
sia, che hanno lo stesso senso, in-
dicarono una persona reverenda
consacrata e cara al Signore. Non
si offrivano incensi sugli altari de-
gli olocausti, ma vi si abbrucia-
vano delle vittime, come un odo-
re gradito al Signore. Nel salmo
CXL si dice : Dirìgalur oratio incu
INC i57
sicut incenswn in conspectu tao; e
nel capo I di s. Luca, dove si parla
di s. Zaccaria padre di s. Giovan-
ni Battista, Sorte exìit ut poneret
incensum ingressas in lemplwn Do-
mini. V. Incensiere. Il Ptinaldi nel-
r Apparato agli annali num. 74»
osserva che nel tempio si trovava-
no pili turiboli o sia incensieri d'o-
ro, e che l'altare posto nel primo
tabernacolo dentro del primo velo
detto altare thyniiamatis , da s.
Luca si chiamò altare incensi. Tra
gli ebrei essendo l'incenso in mo-
do particolare consacrato al Signo-
re , il presentarlo era funzione
propria de' sacerdoti, i quali due
volte al giorno, la mattina e la se-
ra, entravano nel santuario per ab-
bruciarvi r incenso.
I gentili oiFrivano incenso ai lo-
ro idoli per onorarli , e tra loro
l'offrire l'incenso agl'idoli era lo
stesso che sacrificare. Arnobio pe-
rò nega che l'incenso fosse adope-
rato dagli antichissimi pagani nei
sagrifizi, massime quelli lontani dal-
l'Arabia Felice, luogo principale ove
nasce questo aroma. Per cui il Sar-
nelli dice che l'invenzione dell'of-
ferta dell' incenso a Dio devesi a
Mosè ch'avea praticato nell'Arabia,
o allo stesso comando di Dio, on-
de al dire del Sarnelli fu senti-
mento comune di tutte le genti
che a Dio solo l' incenso si offeris-
se, quindi disse Ovidio nelle Me-
tamorph. lib. 1 4"' Tempia libi sta-
taani, solvam tibi ihuris honores.
Che l'incenso poi ancora presso gli
antichi gentili fu adoperato nell'e-
sequie de' defunti, lo accenna Vir-
gilio nel lib. VI MV Eneide: A-
versi tenuereni facem, congesta ere-
mantur Thurea dona. I greci pe-
rò e gli arabi, e quasi tutti gli
antichi popoli conobbero l'incenso,
i58 INC
e ne fecero uso nei loro sngrlfìzl, e
ne profumarono sovente i loro tem-
pli. Narra Giovanni Villani che
anticamente si sacrificava agli dei
un fumo d'incenso, che si appelha-
"va tiiscio, forse perchè adoperato
ne* tempi più antichi dagli etru-
schi. Dunque sembra vero che l'in-
censo ha goduto in tutte l' età il
privilegio di servire al culto della
divinità. Tuttavolta s'introdusse il
costume di offrire incenso anche
ai principi della terra, ai ministri
di Dio, ed ai grandi dignitari, per
cerimonia collegata col culto divino;
e vuoisi ch'abbia avuto incomincia-
mento cogli imperatori di Costan-
tinopoli. Dell'uso superstizioso del-
l'incenso, adoperato per indovina-
re, veggasi Martino del Rio, Disquis.
magic, lib. 4> e. 2, quaest. 2, sect.
I, dove parla della thurifumia,
cioè dell' indovinare per via del fu-
mo dell'incenso, e della libanoman-
zia, citando Dione Cassio 1 4^> Hi-
storia Augustae. L'uso dell' incen-
so è antichissimo anche fra i cri-
stiani, sebbene alcuni dicono non
potersi provare con valide testimo-
nianze ch'essi lo abbiano adopera-
to nei tre primi secoli. Tertullia-
no nel cap. ^1 del suo Apologeti'
co assicura che non se ne faceva
«so al suo tempo nella Chiesa ,
dappoiché rispondendo al rimpro-
vero che gl'idolatri facevano a' cri-
stiani di essere inutili al commer-
cio della vita, scrisse. '» Veramen-
te noi non facciamo acquisto d'in-
censo. Se i mercanti d' Arabia se
ne lagnano, i sabei sapranno che
noi impieghiamo una maggior quan-
tità dei loro aromati nel seppelli-
re i cristiani, che voi nel profuma-
re i vostri Dei '*. Però si dice nel-
la vita di s. Solerò Papa del lyS,
che vietò alle sacre vergini d' in-
ING
censare nelle chiese, decreto che
vuoisi rinnovalo dal Pontefice s.
Conificio I eletto nel 4'^J "^^ ^
critici dubitano di tali decreti. ^.
il Rinaldi all'anno 179, num. 49-
Tuttavolta non si deve tacere che
nel libro, De consummatione mun-
di di s. Ippolito vescovo di Porto,
che viveva nei primi anni del ter-
zo secolo, pare che gli odorosi pro-
fumi avessero luogo ne' sacri tem-
pli. Oltre a ciò abbiamo che s.
Efrem, fiorito nel IV secolo, parla
dell'incenso come di un rito usa-
to dai cristiani, nel suo testamento
riportato dall'Assemanni. Forse Ter-
tulliano, nell'escludere l'uso del-
l'incenso presso i cristiani, fu mos-
so da falsa opinione, perchè non
diffuso a suo tempo universalmente.
Altri stranamente con De Vert cre-
dono che r incenso non sia stato
dapprima introdotto nella Chiesa
che per purificare e profumare i
luoghi ove si celebrava l'uffizio, e
le cose che servivano ad esso: que-
sta fumicazione o suffumicazione
degli antichi era necessaria nelle
chiese a motivo del cattivo odore
inevitabile dalla gran moltitudine
del popolo che vi si radunava , e
più ancora nei sotterranei e cata-
combe dove i primi fedeli teneva-
no le loro riunioni, e celebravano
i santi misteri. A tali congetture
si oppose fortemente il p. Le-Brun
nel tom. I, pag. i47, Spiegazione
della messa, in cui dimostra che
i cattivi odori non erano affitto
da temersi nelle riunioni de* fedeli
del IV secolo, nel quale si vnde
già l'uso dell' incenso stabilito dai
canoni apostolici, e dai ss. Efrem,
Ambrogio e Giovanni Crisostomo,
e dalle liturgie di s. Giacomo e
di s. Basilio. Le chiese di que' tem-
pi erano spaziose e molto ariose,
INC
ed in molte la soffitta essendo di
legno di cedro esso spandeva gra-
to odore. D'altronde per espellere
i cattivi odori non sarebbe stato
necessario che il Pontefice stesso
mettesse V incenso , lo benedicesse
e facesse tutta la cerimonia del-
l' incensare. L' incenso sarebbe pure
stato inutile nella cerimonia solen-
ne della consacrazione del santo
crisma, a cui i greci aggiunsero da
tempo immemorabile gli odori i
più squisiti ch'essi preparavano sul
fuoco nella chiesa durante i tre
giorni che precedevano quella ce-
rimonia, ciò che non toglieva che
il Pontefice non incensasse intorno
all'aliare. Sembra quindi che l'in-
censo non sia stato introdotto nel-
la Chiesa per ragioni fisiche, o al-
meno che se queste ragioni hanno
cagionato quest'uso in alcuni luo-
ghi, ciò non fu con esclusione del-
le ragioni mistiche ; ma che all'op-
posto queste ultime ragioni hanno
acxjompagnato le prime, ch'esse sus-
sistettero dopo di quelle, ch'esse
furono più universali, ed anco u-
niche in molli luoghi.
Le ragioni misteriose e spirituali
sono queste. Si offre l' incenso a
Dio per rendergli omaggio come a
nostro supremo Signore, per atte-
stargli che siamo sempre pronti a
consumare noi stessi per la sua glo-
ria, e per palesargli la brama che
nutriamo che le nostre preghiere
s'innalzino sino all'eterno suo tro-
no, come un dolce profumo ed un
incenso di grato o<lore. Altresì l'in-
censo denota le preghiere de' santi
che la Scrittura ci rappresenta co-
me profumi offerti a Dio. S'incen-
sa l'altare per pregare Gesù Cri-
sto, figurato nell'Apocalisse coU'al-
tare, di accogliere le nostre pre-
ghiere figurate dall' incenso. Nella
INC 15:9
chiesa greca essendo sempre pre-
sente il diacono, esso sempre in-
censa l'altare ; ma nella chiesa la-
tina il sacerdote. Inoltre i greci
neir incensare sempre formano col
toribolo la croce. Anticamente però
una volta l'anno il diacono soleva
nella quarta feria della terza set-
timana dell'avvento incensare l'al-
tare nel tempo del mattutino, quan-
do il diacono accompagnato dal sud-
diacono ed altri accoliti ascendeva
processionalmente in pulpito ossia
ambone, ove cantava il vangelo cor-
rente: Missus est Angelus Gabriel,
con r omelia seguente, la quale fi-
nita incensava l'altare. Questa ceri-
monia significava l'annuncio fatto
alla Vergine dall'Angelo il cui officio
fa il diacono; l'incensazione poi
dell'altare denotava la venuta dello
Spirito Santo sopra la Vergine, come
spiega il Durando. Nei primi secoli
precedeva l'incenso quando il diacono
dall' altare si portava al detto am-
bone^ e quando da questo ritorna-
va all'altare. L'incenso dovea pur
precedere l'entrata solenne del sa-
cerdote nel tempio, per la celebra-
zione del sacrifizio. Si bruciava in-
oltre l'incenso avanti l'altare, oon
cui profumasi tutto all'intorno, pri-
ma che avesse principio la sacra
liturgia, dappoiché l'incensazione
dell'oblata, come quella del clero
e del popolo si devono ritenere
posteriori ai primi tempi. Però già
nel IX secolo si parla dai liturgici
dell'incensazione dell'oblata come
d'un rito introdotto in diversi luo-
S'incensano le croci e le immagi-
ni, e gl'incensamenti si riferiscono
agli originali, cioè a Gesù Cristo
ed ai santi, ai quali noi dirigiamo
l'incenso delle nostre preghiere. S'in-
censano i libri degli evangeli per
i6o INC
attestare con tale cerimonia ester-
na il rispello clic abbinino per la
parola di Dio, e il buon odore che
ne viene sparso, come disse s. Pao-
lo, da tutti coloro che mettono in
pratica la parola stessa. Si porla
l' incenso avanti al vangelo per de-
notare la soavità dell' odore nato
dalla passione di Cristo predicato
nel vangelo. S'incensano le offer-
te che si fanno a Dio per suppli-
carlo di riceverle come un incenso
di grato odore. S'incensano le obla-
te per significare l'unzione fatta al
capo di Cristo prima della sua pas-
sione dalla Maddalena, come notò
Innocenzo III. S'incensano i fedeli
per avvertirli di elevarsi a Dio col
fervore delle loro preghiere, di cpn-
sumarsi pel suo servigio come l'in-
censo, e di spandere dovunque il
buon odore di Gesù Cristo. Tali
incensazioni si fanno anche per di-
mostrare l'unione ch'esiste fra Ge-
sù Cristo e i fedeli, ed è perciò
che s'incensa prima l'altare che
rappresenta Cristo e poi i fedeli
che sono i suoi membri, e che de-
vono pregare in Gesù Cristo, per
lui, e con lui. S'incensano parti-
colarmente i vescovi, i preti, i re,
i principi, le principesse e le altre
persone di distinzione per rendere
onore al loro carattere e alla loro
dignità. S' incensano le reliquie dei
santi per attestare che il buon odo-
re di Gesù Cristo è sparso da essi
in vita, e si sparge anche dopo la
loro morte. Il Sarnelli nelle Lett,
eccl. tom. Vili, lett. XXVI, Che
il celebrante il quale incensa il ss.
Sagraniento esposto, deve genujlet-
tere sopra il primo gradino delfal-
tare, è di parere che nella celebra-
zione il celebrante debba genuflet-
tere al primo e sùperior gradi-
no dell' altare , perchè più spedi-
INC
tamenle possa fare le sue funzioni;
negli altri casi debba genuQettere
ncll' inlìmo gradino. Nelle messe
de' morti, e quando è esposto il ss.
Sagramento non si bacia l' incen-
siere uè la mano del sacerdote nel
ministrar l' incensiere , come dice
il Macri. Anzi avanti il ss. Sagra-
mento esposto non si benedice l'in-
censo né si bacia il cucchiaio né
l'anello dell'incensiere ossia som-
mità dell'incensiere. Nelle messe
de' morti all'elevazione il suddiaco-
no incensa l' ostia e il calice ; in
quelle de' vivi ciò fti il cerimonie-
re. Ponendosi poi l'incenso nel to-
ribolo per incensare solamente il
ss, Sagramento, egualmente non si
benedice; ma dovendosi incensare
anche l'altare con occasione di mes-
sa o vespero si benedirà l' incenso
conforme al solito, ancorché sia
esposto il Santissimo.
S' incensano i corpi dei morti e
le tombe dei fedeli per indicare
che la memoria dei fedeli che muo-
iono nel seno della Chiesa è in
buon odore, e che la Chiesa offre
per essi ed anche per quelli che
vivono l'incenso delle sue preghie-
re. Nel secolo V la dama Periste-
ria lasciò la propria eredità alla
Chiesa, ut prò ejus anima incen-
swn obluleritj costume sin d'allora
praticato ne'funerali de' defunti, e
solo poi censurato dagli eretici. Il
Rinaldi all'an. 34, num. 3o8, dice
che ne'primi tempi del cristianesi-
mo solevansi onorare i corpi dei
defunti con incenso acceso, ed il
tralasciar questa pratica era stima-
to delitto grande. Il Sarnelli nel
tom. V delle Lett. ecc/., lett. XLVI,
Perche si dia Vincenso a' morti nel'
le loro esequie^ primieramente os-
serva che il Durando slimò che le
incensazioni ai defunti tolga alle
INC
loro anime dei peccati veniali. Che
sì legge nel Numeri cap. XVI,
Ter. 4^» ^^^ Aronne postosi in
mezzo tra i vivi e i morti offrì a
Dio l'incenso per comando di Mo-
sé ispirato da Dio, benché solo era
lecito offrirlo nell'altare detto iby-
miama. Ora essendo verissimo quan-
to dice s. Tommaso, che noi non
facciamo l'incensazione come ceri-
monia della legge antica, ma per-
chè così ha stabilito la Chiesa, on-
de non l'adopriamo nello stesso
modo che si adoperava allora. In-
censiamo, die* egli, il Sagramento
per due motivi: uno, ut scilicet
per bomim odoretn depellatur si
quid corporaliler pravi odoris in
loco fuerit; il secondo è per rap-
presentare l'effetto della grazia,
della quale Cristo fu ripieno, co-
me di buon odore, secondo la Ge-
nesi 27: Ecce odor fila y sicut odor
agri pieni j e perchè da Cristo si
deriva a' fedeli questo buon odore
per mezzo dell'ufficio de'ministri ,
giusta quello eh' è scritto ad Co-
rinth. 2 : Odorem notitiae suae
spargit per nos in omni loco j e
perciò incensato per ogni parte
l'altare, s'incensano tutti gli assi-
stenti al sacrifizio per ordine. On-
de Isichio, Beda, Radulfo ed altri
dicono: Thus significat virtutern re-
ligionis ed oralionisy psalm. CXL, 2:
Dirigaiur oratìo mea sicut incensum
in cospectu tuo. linde in sacris
adhibetur thurificatio , ut praesen-
tes moneantur devotionis, et ora'
tìonis internae. S' incensa adunque
il morto per denotare che il de-
funto fedele si offrì a Dio in odo-
re delle buone opere, perchè l'in-
censazione significa: opera sancta
fervore charilatis quasi liquefactay
et fra granii a, quae in ignem ejus-
dem charitatis adolentur Beo, ideO'
VOL. XXXIV.
INC
161
que odorem emittunt sunvissimum,
Deoque gratissimum. Oltre all'in-
censazione si aspergono i cadaveri
coH'acqua benedetta, in segno del-
la società e comunione de* sacra-
menti che i defunti ebbero con noi
mentre vissero ; onde Dionisio por-
ta per tradizione, che anticamente
i vivi baciavano i morti in segno
dell'unità ch'ebbero con essi. E
Durando dice, che si ponno pren-
dere anche in ordine a Dio, per
haec tali a Deo in defunctis revc'
rentiani exhibemus, quorum mem-
bra credimus fuisse tempia Spiri-
tus Sancii. Scioglie qui il Gavanto
un dubbio, ed è se si debba be-
nedire l'incenso, col quale s'incen-
sano i morti? E la ragione di du-
bitare è che di questa benedizione
non si parla ne'messali antichi, né
ne' moderni cerimoniali de' vesco-
vi, e rituale de'parrochi de' suoi
tempi; ma solo nel messale rico-
nosciuto apertamente si comanda
in questo luogo e con queste pa-
role: benedicens illud more solito.
Risponde adunque doversi ciò fare
per tre ragioni: i." per l'autorità
del cerimoniale del Papa, lib. I,
sect. i5, cap. I, dove espressamen-
te si comanda che si benedica
l'incenso per incensare i defunti j
con aggiungere le parole: Ab ilio
benedicaris ', 2." perchè al dire di
Innocenzo III, De myst. missae^
lib. 2, cap. 17, l'incensazione si
fa precisamente per scacciare i de-
monii, qual ragione porta insieme
la benedizione dell'incenso; 3." si
aspergono i defunti non coU'acqua
semplice, ma coH'acqua benedetta,
dunque debbonsi incensare coli' in-
censo benedetto. Oltre a ciò si
prescrive la benedizione dell' incen-
so nelle messe da morto, e nell'as-
soluzione del tumulo, tanto nel Cc'
1 1
t€^ INC
rimontale de* vescovi fatto slampa-
i-e da Clemente XI, al lib. Il, cap.
XI, come nel medesimo Cerimo-
niale corretto da Benedetto XIV,
al lib. II, cap. XI, § 6 e la.
Del significato de' cinque gra-
ni d' incenso che s' infìggono nel
Cereo pasquale (Fedi), è detto
a queir artìcolo. Nei primi secoli
della Chiesa fu chiamato thurifica-
tus quel cristiano il quale per ti-
more della persecuzione offriva l'in-
censo agli idoli; essi erano anche
chiamati thurificuli, e da Tertullia-
no sono nominati thurarii. Molti
furono poi i gloriosi confessori di
Cristo, che ricusando offrire incen-
so agli idoli ricevettero la palma
del martirio : uno di questi fu s.
Giovanni prete, decollato nella via
Salaria vecchia avanti la statua del
Sole, a cui con generoso rifiuto ne-
gò offrire l'incenso, detestando pub-
blicamente tale sacrilego culto. Qua-
lora un cristiano gettava de' grani
d'incenso sul focolare in onore degli
dei, era ritenuto per apostata di
sua religione. Il vescovo s. Ghe-
rardo ordinò che nella sua chiesa
\\ fosse un vaso col fuoco, e che
sempre giorno e notte si ponesse
sopra incenso, o altra materia odo-
rosa, in onore della Beata Vergine;
e il Papa s. Gregorio I mandò
alPabbate Secondino aloe, timiama,
storace e balsamo da consumarsi
in onore de' ss. martiri. Simili o-
dori volle il Pontefice s. Sergio I
che si bruciassero avanti il sepoN
ero de'ss. apostoli, in un vaso d'o-
ro che destinò a quest'uso. Avver-
te il Macri che ponendosi nell'in-
censiere altra sorte di aromati o-
doriferi , sempre si deve mesco-
lare r incenso, il quale dev'essere
nella maggior parte, citando il ce-
lemoniale de' vescovi lib. I, cap.
INC
23. Aggiunge che in ciò si manca
notabilmente in alcune chiese, po-
nendo nell'incensiere storace, o al-
tra sorte d'odori, non consideran-
do i misteri nascosti sotto l'incen-
so, e le parole pronunziate dal sa-
certlote nel benedire quanto nel-
r incensare, le quali noti si posso-
no applicare ad altri aromi. Le
cerimonie e le preci che si usano
presentemente nel benedire l'incen-
so nella chiesa ambrosiana, e nel
farsi l'incensazione durante la mes-
sa, sono quelle che praticare si so-
gliono secondo il rito romano, l'ul-
tima oraziione eccettuata; ma duran-
te l'incensazione della croce dell'al-
tare , l* ostia si tiene coperta colla
patena, uffizio essendo del diacono
il coprirla e lo scoprirla. E altre-
sì antica cerimonia della chiesa am-
brosiana, che il diacono dopo di
avere incensato il sacerdote, giri
dietro ballare preceduto dagli ac-
coliti, profumandolo con l'incenso ;
ed arrivato al corno del vangelo
col turibolo, faccia sulla mensa uu
segno di croce, da lui poscia ba-
ciala. Ritiene pure la chiesa am-
brosiana l'altra cerimonia, che ter-
minata dal diacono 1* incensazione
nel coro, un accolito ai cancelli del
presbiterio dia l'incenso al popolo.
Altro rito della chiesa milanese è
quello d'incensarsi l'arcivescovo sia
nella messa che ne' vesperi dalla
prima dignità glnocchione: se pe-
rò ne' vesperi cade l' incensazione
durante il Magnificat ^ gli si dà
l'incenso dal ministro in piedi. An-
che il sommo Pontefice quando
si trova a sedere nella cattedra
viene incensato dal cardinale assi-
stente inginocchiato, per denotare
la riverenza verso la prima sede,
ma quando si trova in piedi viene
incensato dal medesimo cardinale
INC
in piedi, come si legge nel Macri
polizia dtvocah. eccl. Altre spie-
gazioni suir incensazione che sì fa
in ginocchio al Papa, ed all'arci-
vescovo di Milano, le riportammo
al voi. Vili, pagina 249 del Di-
zionario.
Il medesimo Macri dice che do-
po il vangelo non s'incensa il su-
periore, ancorché baci il libro, men-
tre non è vestito con paramenti
sacri. Che il cardinal titolare nel-
la propria chiesa mentre assiste al-
la messa cantata bacia il libro del
vangelo, ma nel medesimo tempo
è incensato il vescovo celebrante.
Perciò soggiunge, che la regola ge-
nerale si è, che dopo il vangelo,
ed al principio della messa mai si
incensa il superiore, se non è ve-
stito in abiti sacri, ma solamente
nell'offertorio, e questo si osserva
in cappella pontificia con il Papa,
il quale sempre assiste paralo con
piviale e mitra. Nel cerimoniale
corretto sotto Innocenzo X, lib. T,
cap. 23 , si dichiara assai manife-
stamente la pratica di questo rito
colle parole . Nullus vero ncque
legatiis, neqiie cardinalìs^ ncque e-
piscopus, si non sint mitrati, in-
censantur in missae, nisì semel, sci-
liret post ohlatae. Noteremo che
ciò ha luogo se il cardinale nel suo
titolo, ed il vescovo nella sua dio-
cesi assistono colla cappa, non pe-
rò se assistono con mitra o pivia-
le. Nelle cappelle pontifìcie i car-
dinali sono incensati con due tiri
presente o assente il Papa ; i ve-
scovi e gli altri prelati e i laici
nobili che hanno luogo in cappel-
la, con un solo tiro. Sulle incensa-
zioni che si fanno nelle Cappelle
pontijìcie se ne tratta ai rispettivi
luoghi di quell'articolo, massime
per le messe c.vesperi al voi. VIIT,
INC i63
p. 249 e 2^5, e nel pontificali
al voi. IX, p. 24 e 74 del Diziona-
rio. Fu proposto il dubbio, perchè
i cardinali assente il Papa nelle
cappelle papali s' incensino duplici
ductUj e nelle cardinalizie triplici ?
Risposta. Per uno stabilimento fatto
con decreto, e riferito da monsi-
gnor Febei maestro delle cerimo-
nie pontificie nell'anno 1699, col
quale si prescrive, che nelle fun-
zioni, nelle quali vi è il trono del
Papa, i cardmali s'incensino dupli-
ci ductu, e triplici quando non vi
è il trono. Monsignor Dini, altro
maestro delle cerimonie pontificie,
riporta questo istesso nel suo Ce-
rimoniale pratico, che mss. si conser-
va nell'archivio de'cerimonieri pon-
tificii, nel t. I, per la cappella semi*
papale di s. Tommaso d' Aquino.
L'uso de'profumi è antico come il
mondo, ed era specialmente neces-
sario nelle prime età nei paesi cal-
di, e presso tutti i popoli che non
conobbero l'uso de'pannilini, di che
parlammo pure all'articolo Bagni
(Fedi). Per onorare una persona
profumavasi la camera dove si rice-
veva , si spandeva olio odorifero
sulla sua testa, si profumavano gli
abiti di festa. L' astenersi dagl' in-
censi e dagli olii odoriferi era un
segno di penitenza. Tosto che i
grati odori furono un segno di ri-
spetto e di affezione verso gli uo-
mini^ si conchiuse che si doveano
anco adoperare nel culto della di-
vinità. Giuseppe Maria Querci nel
1764 stampò in Róma un opusco-
lo Sul gusto degli antichi romani
per gli odori.
Quanto all'incenso ed all'incensa-
zione, oltre gli articoli Messa so-
lenne, Vesperi ed altri , si pos-
sono consultare i seguenti auto-
ri. Chr. Henr. Rroemelnj De fhu-
i64 INC
m usu in fimerihuSy et sacrìs rc-
liquìs vetenim chrìstianoruni^ 1687,
Georpf. Henr. MartiDÌ, Dissertaiìo
tic thurÌ9 in veterum christìano-
ntm sacris usUj Lipsìae 17 52. Let-
tre de 31. Dodwel à un ami^ toii-
chant Vusage de Vencens dans le
service public de l'eglise, nella BibL
anglaise tom. II, part. I, art. i.
Ang. Mar. Feltri, De thuris in
veterum christianorum sacris usu
adversus G. Henr, Martini, Romae
1765. Essere antico il rito dell'in-
censazione ne' sacri ministeri lo
prova il cardinal Bona, Rer. liturg.
lib. I, e. 25, n. 9, con questo passo
di s. Ambrogio, in Exposit. in Lue.
lib. I, n. 28 : Atque ulinani nobis
quoque adolendbus aitarla ac sa-
crificìum ferentibus adsistat Ange-
lus! Dal qual luogo i detti edito-
ri raccolgono, che hanno ricono-
sciuto gli antichi padri nella Chie-
sa esservi un vero sacrifizio. V. il
Barbosa, Tractatus, ec. in signifi-
cata ihurificationis in missa sole-
mnis ex tempore; ed in Thurìfica-
tionis. Il p. Menochio nelle Stuore
tom. II, p. 212, cap. XXVIII, Che
le donne sono escluse dai sacri mi-
nisteri delCaltare; e se si spiega
un luogo di Pietro Damiani d'u-
na donna che incensava. Giovanni
Dalleo che negò l'antichi tà presso
ì cristiani del rito dell' incensazio-
ne, e lo fece derivare da gentile-
sca superstizione, fu egregiamente
confutato da diversi liturgici.
INCESTUOSI, r. Matrimonio.
INCHINO o INCHINAZIONE.
Segno di riverenza, che gli uomi-
ni fanno piegando solo il capo o
la persona, e le donne piegando
alcun poco le ginocchia, genuflcxio^
salutatio. Inchinazione, umiliazio-
ne, inchinamento, demissio. Così
ì\ Dizionario della lingua italiana.
INC
Le rubriche prescrivono differenti
sorta d'inchini e di genuflessioni
durante la messa ed il servigio
divino. F'edi Genuflessione ed i
rispettivi analoghi articoli. Il Du-
rando nel lib. 4, cap. 7, n. 6 e
7, adduce la ragione mistica per
cui si fanno le inchinazioni dal
sacerdote tanto nella messa quan-
to nell'uffìzio. M Inclinationes variae
sunt, nec sine mysterio: vel enim
fiunt in gratiai-um actionem eorum,
quae Christus fecit ante sui immo-
lationem, vel in memoriam quod
Christus se inclinavit ad pedes a-
postolorum, dura eos lavit, vel quia
inclinato capite espiravi t in cruce,
ubi secundum Ambrosiura auctor
gratiae in cruce penderis, officia
dividebat : persecutionem apostolis,
pacem discipulis, corpus judaeis,
spiritum Patri, paranymphum Vir-
ginis, paradisum latroni, infernum
peccaloris ". L' inchinazione è di
tre sorta, cioè profonda, media ed
infima. La profonda si fa col pie-
gare profondamente il capo e gli
omeri, e si fa dal sacerdote tulle
le volte, nelle quali viene prescrit-
to dalle rubriche d'inchinarsi pro-
fondamente, come sarebbe, giunto
che sia innanzi Tal tare ove dovrà
celebrar la messa (purché non si
conservi in esso il ss. Sacramento),
e mentre dice il Confiteor, il Mun-
da cor meum, il Te igitur eie-
mentissime Pater^ il Supplices te
rogamus, ec. La media si dice
quella che si fa con una pìccola
inchinazione del capo e degli ome-
ri^ e si fa pure anch'essa tutte le
volte che nelle rubriche si trova
ordinato d'inchinarsi assolutamen-
te, come sarebbe al versetto : Deu,v
tu conversus, fino all' Aufer a no-
bis esclusivamente. Del pari quan-
do il sacerdote dice; Oramus te
INC
Domine — In spiritus hiimilitatis —
Suscìpe sancta Trinitas — • San^
ctiis ' — Agnus Deiy e le tre ora-
zioni che si dicono prima della
comunione; al Domine non sitm
dignusy e finalmente al Placeat
libi sancta Trinitas. L* inchìnazione
poi infima è quella che si fa col
piegare il capo, e questa si suol
suddividere in tre classi : in ma*
xima minimarum^ in media mini-
marum, e in minima minimarum.
La prima consiste in una profonda
ìnchinazione del capo, la quale at-
trae seco anche una piccola incur-
vazione degli omeri; la seconda si
fa con una notabile ìnchinazione
del capo soltanto; la terza poi è
una lieve ìnchinazione di capo.
La prima sì fa quando sì pronun-
zia il nome di Gesù, e a tutte
quelle parole alle quali viene pre-
scritto dalle rubriche d'inchinarsi,
come sarebbe al Gloria Patri, e
nell'inno angelico all' Adoramus
te, al Gratias agimus tibi, ec; e
nel simbolo alle parole Jesuni
Chrislum, e Simul adoratur. Più:
si fa tale ìnchinazione quando si
passa innanzi alla croce dell'altare,
e nell'accostarsi e retrocedere da
essa. La seconda poi si fa quando
proferiamo il nome di Maria. La
terza finalmente quando pronun-
ziamo i nomi dei santi e del Pa-
pa vivente. Cosi il Bauidry par. 3,
cap. 5, n. 4^ ed altri riferiti dal
Colti nel suo Dizionario par. I,
tit. Inclinatio.
INCM ARO, arcivescovo di Reims.
Nacque da famiglia illustre di Fran-
cia ; fu lungo tempo alla corte
dell'imperatore Lodovico I, e gli
restò sempre fedele. Abbracciò la
riforma che Ilduìno stabiTi nel mo-
nistero di s. Dionigi l'anno 829;
fu eletto vescovo di Reims nei*
INC i65
1* 845^, governò la chiesa circa
trent'anni, e mori neir882. Ebbe
gran parte in tutti gli affari che
si trattai'ono in quel tempo nella
Chiesa gallicana, fra i quali ve ne
furono importantissimi, ed in essi
palesò molto spirito, somma vigi-
lanza e fermezza. Venne accusato
di essersi lasciato trasportar trop-
po neifalfare di Gotescalco ed io^
quello dì suo nipote Incmaro ve-
scovo di Laon, il quale fu deposto
ed accecato, e le sue opere trovan-
si nelle edizioni di quelle dello zìo.
Incmaro dì Reims lasciò moltissi-
me opere su diverse materie di
domma e di disciplina, che furo-
no pubblicate dal p. Sirmond a
Parigi nel i645 in due volumi;
il p. Cellot ne diede un terzo vo-
lume nel 1 658, col compendio del-
la vita dello zio e del nipote, ed
un epilogo delle loro contestazioni.
Questo prelato aveva lo spirito vì-
vo, sottile, penetrante, vasto e ca-
pace dì maneggiare gli affari i piì^
difficili. Fu l'anima di quasi tutti
i concilii ai quali assistette, e pochi
furono gli affari dello stato e della
Chiesa in cui non fu consultato.
A lui si ricorse quando sì volle ri-
formare un giovine principe per
renderlo degno del trono; ed i ve-
scovi non conobbero persona più
degna per capacità di lui, per in-
segnar loro i doveri del vescovato.
Fu dotto teologo ed abile cano-
nista ; il suo stile viene qualifica-
to per prolisso ed oscuro nelle
opere dommatiche, più chiaro e
più conciso nelle sue lettere. Si
aggiunge che la maggior parte dei
suoi scritti avevano molta autorità,
ed è notabile in essi la maniera
con cui Incmaro seppe citare a
suo vantaggio la Scrittura, i conci-
lii, ed i padri, quantunque noa bq
i66 IWD
colpisse sempre bene il vero sigoi-
ficato.
INCORRUTTIBIU o INCOR-
RUFTICOLI. Setta derivata dagli
lìretici eutichiani, i quali sosteoe-
\ano che iielia incarnazione la
natura utnaaa di Gesù Cristo er^
iitata assorbita dalla natura divina,
e che per conseguenia queste due
nature eraqo confuse io una sola.
Comparvero questi settari nell'anno
535, e furono chiamati dai greci
Jfiardoccti , dalla parola aphta-
ros incorruttibile, e da dokeo io
credo, io immagino. Dicendo che
^1 corpo di Gesù Cristo era incor-
Vultibile, essi intendevano che dal
inoment-o in cui fu formato nel
seno materno, egli non fu suscet-
tibile d'alcun cambiamento, ne di
alcuna alterazione , e neppure di
passioni naturali ed innocenti, co-
me la fame, la sete; di modo che,
al dir di loro , dopo la sua
morte egli mangiava senza aN
cun bisogno , come dopo la sua
risurreziope. Ne seguiva dal loro
prrore che il corpo di Gesii Cri-
pto fpsse impassibile od incapa-
ce di dolore, e che questo Salva-
tore divino non avesse realmente
patito per noi. Siccome questa con-
seguenza derivavÉ^ assai natural-
mente dall'opinione degli eutichia-
pi, con ragione fu condannata nel
45 1 dal concilio generale di Cal-
cedonia.
IJXDEMOiNlATI , F, EifEBcu-
MENI.
INDICE, Index. Era una tavQ-
letta, con la quale in vece di cam-
pana si davano 1 segni nei moni-
steri, per chiamare i monaci alle
orazioni o ad altro esercizio mo-
nastico, y. Macri, Notizia de v.o-
cab, tccL^ verbo Index. Si. dice
endice quella tavola che si mette io
INO
fine d'un libro. Il Dizionario della
lìngua italiana dice che Indice si
dice anche al repertorio de* libri ,
detto altrimenti tavola, registro,
sommario; index, elenclius, sylla*
bus. Il ^Io^eta nella sua 3Ienagìa-
na tom. IV, pag. 276, è vero chis
riferisce il famoso delto del Cuja-
cio, cjui libris sine repertorio nescit
uti, nescit nti; ma siccome tutti
non sono paragonabili alia prodi-
giosa memoria e gran dottrina dei
Cujacio ( che molti andarono ap«
positamente a Bourges per cono-
scerlo, come si veniva a Roma per
vedere Tito Livio), cosi, è sempre
desiderabile che ogni libro sia prov-
visto dell' indice, pel sommo van-
taggio che se ne ricava , facilitan-
do le ricerche e dimostrando a col-
po d* occhio le cose p'iìi degne di
osservazione. F. Letterato e Libro-
INDICE de' libri proibiti. Cata-
logo o registro de' libri proibiti.
Gii antichi, massime i greci ed i
romani, proibirono la lettura dei
libri, e talvolta li fecero bruciare ;
anche i primi imperatori cristiani
dannarono alle fiamme i cattivi li-
bri, come dicemmo all'articolo Li-
bro, con altre analoghe erudizioni.
Per negare alla Chiesa l'autorità di
proibire l'uso di certi libri, bisogna
poter asserire che un pastore uqo
ha diritto di allontanare dai p£^scoli
velenosi la greggia che gli è slat^
affidata. Dalle parole dette da Gesì^
Cristo a s. Pietro : Pasci i miei a-
gnelli e le mie pecore; conferma i
tuoi fratelli; dalle altre dette agU
apostoli uniti al loro capo: Ammae-
strate tutte le genti; e da quelle che
si leggono negli Alti apostolici : Loi
Spirito Santo ha posto i vescoi^i a
reggere la chiesa di DiOy siccome
in ogni tempo, e da tutti i catto-
lici si è dedotta l'autorità che I4
IND
Chiesa rappresentante ha ricevuto
da Dio di giudicare delle cose ap«
parteueuti alla fede e alia morale,
così in lei si è riconosciuta quella
ancora di condannare e proibire
que' libri che tendono ad offendere
e depravare l'una e Taltra. La Chie-
*a ha esercitata questa autorità fin
dalla sua nascita. 1 fedeli di Efeso
mossi dalla predicazione di s. Pao-
lo, abbruciarono pubblicamente lutti
i libri reputali cattivi, Alti apost.
XIX, 19. Nei canoni apostolici, can.
59, si trova una deliberazione cir-
ca la proibizione di certi libri. Poi
percorrendo le storie ecclesiastiche,
dal concilio Niceno sino a' nostri
giorni si vede continuato l'esercizio
di tale autorità, come si nolo ai
rispettivi luoghi. Sarebbe poi cosa
stranissima l'ammettere che qualun-
que laica potestà possa e debba ,
come può e deve di fatto, proibire
nei suoi stati i libri che disturba-
no la pace, che corrompono la mo-
rale de' cittadini, che insegnano ed
eccilaiio il disprezzo della legittima
autorità, e negar poi alla Chiesa
questo stesso potere riguardo a tutta
la cristianità in tutlociò che concer-
ne la fede, la morale, ed il buon
ordine nel corpo de' fedeli, de' quali
è costituita da Dio madre e mae-
stra. E un fatto incontrastabile che
la Chiesa non pronunzia la condan-
na de' libri per timore che possino
essi procurare la sua distruzione.
Tutti i libri che sono venuti alla
luce contro di lei dal primo suo
nascere fino ai nostri giorni, lungi
dalfalterare od abbattere le sue dot-
trine, non hanno fallo che rendere
piii luminosa e più palese la veri-
tà. Sicura che le podestà delle te-
nebre non prevarranno mai contro
di lei , sfida coraggiosa i suoi ne-
mici, e resta sempre vincitrice dei
IND 167
loro fierissìmi attacchi. La proibi-
zione adunque dei libri si fa dalla
Chiesa per impedire il gran male
che potrebbero recare a coloro che
li leggessero. Quelli che sono, o una
\olta furono miscredenti e scostu-
mati, quasi tutti bisogna che per
la verità confessino, che la incre-
dulità e la scostumatezza, come l'ec-
citamento a seguirla liberamente,
ebbe principio o incremento o dalla
lettura di perversi libri, o dal col-
loquio con quelli che già gli ave-
vano letti ; la storia n' è piena di
tali esempi. È falso che la proibi-
zione de' libri tolga agli studiosi la
comodità d' istruirsi; primo, perchè
non vi è opera proibita, così su-
blime per erudizione, per stile, per
pensieri, di cui dello stesso genere
altra non trovisi o eguale di me-
rito o forse anche maggiore; secon-
do, perchè pel vero fine d'istruirsi,
con certe condizioni in niente gra-
vose, la santa Sede accorda licenza
di leggere i libri proibiti; onde gli
uomini dediti alla scienza non han-
no che da mostrare il rispetto loro
all'autorità, col domandarla, espo-
nendo i motivi ragionevoh per cui
la desiderano.
Avvi in Roma la Congregazio'
ne dell' Indice [Fedi), la quale ac-
curatamente esamina i libri , e
mette in un indice o catalogo tutti
quelli di cui ne proibisce la riten-
zione e lettura, o li condanna se-
condo gli errori che contengono,
con maggiore o minore rigore, spet-
tando anco alla Congregazione del
santo qffìzio ossia delt Inquisizione
(Fedi) la proibizione de' libri e lo-
ro condanna, approvandone i de-
creti lo stesso sommo Pontefice. Il
dottissimo monsignor Pier Luigi
Galletti, come deputato dal p. mae-
stro dei sacro palazzo (del quale
/
i6d IND
è principale prerogativa la censu-
ra e revisione d' ogni stampa in
Koma, e perciò ha sempre luogo
tra i consultori delle due nomi-
Date congregazioni) alla revisio-
ne della celebre Storia polemica
^lle proibizioni de* libri, di Fran-
cesco Antonio Zaccaria, stampata
in Roma nel 1777, e dedicata a
Pio VI, dichiara nel suo voto: Non
esservi nessuno che sappia negare
alla Chiesa la podestà di vietare
ai fedeli la lettura de' libri con*
trari alla religione ed alla morale
cristiana, altrimenti sarebbe lo stes-
so che negarle quella divina pode-
stà, che Dio ha conceduto ai pa-
stori della medesima, e specialmen-
te al romano Pontefice capo di
tutti i pastori, di guardare il greg-
ge loro commesso, da' lupi rapaci
^ dalle insidie de' ladroni, che non
entrando per la porta , s' introdu-
cono e si nascondono neli^ovile pey
perdere ed uccidere le pecorelle.
Quanto poi la santa Sede vada
circospetta prima di pronunziare il
suo giudizio sulle opere che chia-
marono la sua vigilante e provvi-
da attenzione, non solo il Zaccaria
lo dimostrò nell'opera citata, ma
eziandio nell'altra non meno cele-
bre intitolata AntiFebronio a pag.
XXXVII e in altri luoghi; cosi
può consultarsi sulla diligenza che
yi pone la congregazione dell' in-
dice per implorarne il giudizio pon-
tificio il Giornale ecclesiastico di
Roma, novembre e dicembre 1787,
ed il Supplemento del 1790, p. 4^5
e seg.
E già noto, e l'indicammo, quanto
la Chiesa fino dal tempo degli aposto-
li sia stata sempre cautelata in mate-
|"ia di libri; quanto in tutti i secoli
susseguenti abbiano operato i concilii
generali e particolari, secondo le
IND
diveise emergenze, per le nuove e-
resie, e per i libri perniciosi che
si divulgavano di tempo in tempo;
e finalmente quanto 1' ultimo con-
cilio di Trento tra i più grandi
affari della religione , inerendo al
concilio lateranense V, si occupò
dell'indice de' libri degni di proi-
bizione, vietandone la lettura per i
molti esempi che si avevano della
prevaricazione di uomini anche dot-
ti, che rimanevano afiascinati dal
bagliore delle false dottrine, e se-
dotti dal trovare nelle medesime
un appoggio alle loro passioni. Ed
affinchè il provvedimento fosse sta-
bile fissò ancora le massime da ser-
vire di norma nel tratto successi-
vo su quest'importantissimo og-
getto, pome si vede nelle regole
premesse all' indice per comando
dello stesso sagrosanto concilio, sia
per il divieto de* libri perniciosi,
sia per la permissione di legger-
li. Quindi è che la santa Sede ha
sempre insistito ed insiste per la
esatta osservanza di queste regole;
e perciò che riguarda le permissio-
ni da concedersi in proposito Cle-
mente XI comandò alle due con-
gregazioni del santo offizio e dell'in-
dice quanto segue:
I.** Licentìae legendi ac retinen-
di omnes et quoscumque libros nul-
latenus concedantur.
2." Ut cum debita cìrcumspectio-
ne et cautela, ut par est, in re adeo
gravi procedatur licentiae, non con-
cedantur nisi praevia attestatione
in scriptis exhibenda super matu-
ra aetate, doctrina, et probitate
oratorum, nec non super verità te
expositorum in preci bus, quodque il-
lis librorum prohibitorum lectio nul-
lum fidei pietatis sanaeque doclrinae
damnum attestantis judicio allatura
sii. Quae quidem attestatio quoad
IND
religiosos fieri debeat a generali ,
aut procuratore generali suorutn
ordinum respective, quoad saecula-
res vero ab episcopo, aut vicario
generali.
3.** Actu studenlibus, seu qui
nondum suorum studiorum cursum
expleverint, lectio librorum prohi-
bitorum numquam permitlaturj nec
juvenibus, praesertim eoruni libro-
rum, qui immunda seu obscoena ex
professo tractant, narrant, aut do-
cent.
4-" Exprimere debeant oratores
in precibus quod lectione librorura
prohibitoruin quos petunt indi-
geant, causamque indigentiae ad
dignoscendum an sufficiens ea cau-
sa censenda sit. Pro causa vero
sufficienti minime habeatur, quod
ea indigent ad majorera sui eru-
ditionem, sed indigentiae causa es-
se debet , vei ad effectum confu-
tandi, vel quod munere aliquo fun-
guntur ratione cujus vere petitis li-
bris opus habent. Nec lune licen-
tia conceda tur nisi prò fibris ad
idem munus spectantibus , praevia
attestatione de qua superius dictum
est.
In questi ordini il prelodato
Pontefice richiama i decreti di Ur-
bano Vili, il quale sull'esempio
dei Pontefici predecessori Paolo IV,
Pio IV, s. Pio V, Sisto V, Clemen-
te VIII, e Gregorio XV, seriamen-
te si occupò di questa materia.
Tra i nominati Pontefici in modo
speciale Paolo IV, Pio IV, e Gre-
gorio XV rivocarono espressa-
mente le licenze fino allora con-
cesse. Il primo colle costituzioni
Quia in funerum^ e l'altra Apo-
stolicae Sedis provideiitia ; il se-
condo con suo breve Cum prò mu-
nere, ed il terzo parimenti con suo
breve AposLolatui officiuni, Que-
IND 169
st* ultimo poi revoca ancora le fa-
coltà che fossero state concesse ad
altri tribunali di accordare queste
licenze, riservandole a se medesimo
e suoi successori per mezzo della
sagra congregazione del santo of-
ficio, adducendo per ragione: Cuni
librorum prohibitorum lectio ma-
gno esse sincerae fidei cultoribus
detrimento noscalur. Questa facol-
tà poi fu restituita alla sacra con-
gregazione dell' indice.
La Chiesa dunque fino dai prin-
cipii del secolo XVI, cioè dall'e-
poca in cui per mezzo della stam-
pa venne facilitata la moltiplica-
zione de' libri, ed in cui si spiegò
la sfrenatezza di pensare e di scri-
vere , si vide nella necessità di
raddoppiare sia per mezzo de' con-
cilii, o per la suprema autorità
de' sommi Pontefici le sue più ac-
curate diligenze, onde mantenere
intatta la purità della fede e del-
le massime morali, ed ovviare a
quella depravazione che andava
prendendo il più gran piede. Que-
sta sfrenatezza manifestatasi poi
in maggiore estensione nel seco-
lo decorso, eccitò lo zelo de' som-
mi Pontefici Benedetto XIV, Cle-
mente XIII, e Pio VI, ad incul-
care con ripetute encicliche esor-
tatorie a' supremi pastori delle
chiese, la più esatta vigilanza so-
pra i libri. Il Pontefice Pio VII
poi, oltre avere imitato lo zelo dei
suoi predecessori, nell'anno 1819
rivocare voleva tutte le licenze fi-
no allora concesse, e non si arre-
stò dal prendere questa misura che
sul riflesso della gran perturbazio-
ne che avrebbe prodotto. Lo stes-
so forse avrebbe fatto il regnante
Pontefice se non fosse stato ritenuto
dal medesimo riflesso. Ma già le
sue lelaati brame soqo state più
17© IND
"Volte bastantemente notificate a
tutto r orbe ciistiaao<
E veramente è troppo manifesto
che la sfrenatezza in questo gene-
re, che nei passali secoli poteva
dirsi incipiente, ora sia giunta al-
l'ultimo eccesso, vedendosi che la
bibliomania sia di stampare o di
leggere ha invaso furiosamente ogni
genere di persone, che senza capi-
tali scienlilìci, senza cognizioni e
senza talenti, e quello che è peg-
gio animate in gran parte da fal-
si principii, e da uno spirito d'or-
goglio e di rivolta contro ogni
autorità ecclesiastica e civile , scri-
vono e leggono sopra ogni sorte
di materie le più venerande e in-
teressanti la spirituale salvezza del-
le anime, il buon ordine e la quiete
de popoli. A qual grado giunga que-
sta mania di leggere si vede nella
segreteria dell'indice, alla quale di-
luviano per cosi dire le petizioni,
quantunque probabilmente il nu-
mero de' petizionari non formi la
centesima parte di quelli che leg-
gono senza alcuna licenza. Sì dice
che chi chiede ha coscienza. Sia
■vero. Ma poiché queste licenze per
la massima parte vengono ricerca-
te non per vero bisogno, non per
utile studio, non per libri scienti-
fici, ma per leggerezza, curiosità, e
per leggere i libri inetti e perni-
ciosi del giorno , non si sa se la
buona coscienza si manterrà; sep-
pure non si corre anzi il pericolo
del contrario. Oltre di che colle
licenze viene ampliato lo smercio
di questa sorte dei libri. Infatti gli
stampatori e i librari non voglio-
no quasi altro che di questi , per-
chè l'avidità comune dei medesi-
mi li tiene in caro prezzo, e for-
ma il loro maggiore interesse. Fi-
ualmente^ ciò posto da parte, e
IND
dato ancora che i muniti della li-
cenza non riportassero alcun dan-
no dulia lettura di questi libri ,
rimangono però alla loro morte a
discrezione degli eredi, o chi sa di
quali persone. La Chiesa ha prov-
veduto a questo caso disponendo
nella Regola X dell* Indice che
gli credi dì libri , o gli esecu-
tori testante/ilari ne presentino la
nota all' autorità ecclesiastica^ e
non ne dispongano per alcun tito-
lo senza la dovuta permissione.
L' osservanza di questa regola sce-
merebbe una difficoltà per la con-
cessione di queste licenze. Ma dov'è
che si osservi? Tali riflessi producono
una perplessità angustiosa in queste
concessioni. E se malgrado una pra-
tica mitigazione degli ordini di
Clemente XI di sopra riferiti , e
malgrado l' imponenza di un tri-
bunale pontificio conviene alla con-
gregazione dell' indice sempre lot-
tare colle insistenze indiscrete, col-
le pretensioni irragionevoli , e con
impegni potenti , allorquando la
coscienza non permette di conce-
dercj quanto più ciò seguirebbe nei
tribunali minori, se avessero sopra
di ciò una libera facoltà? Dal che
ne segue, che questa riserva radi-
cata nelle disposizioni del concilio
di Trento, serva non solo a mi-
norare per le persone immeritevoli
la facilità di ottenere la licenza ,
ma giovi ancora alla quiete e tran-
quillità dei vescovi e loro curie.
Neil' adunanza generale della sa-
cra congregazione dell' indice, te-
nuta il d'i 12 giugno 1827, furo-
no prese in considerazione dai car-
dinali che la componevano le pe-
tizioni di diversi ordinari, i quali
imploravano dalla santa Sede la
facoltà di poter concedere ai loro
diocesani la licenza di leggere i
IND
libri di vietala lezione che nella
loro saviezza giudicassero necessa-
Via ed opportuna a vantaggio dei
postulanti senza pericolo di loro
spirituale detrimento. La sacra con-
gregazione avendo maturamente con-
sidera te le circostanze de' tempi im-
pose al segretario di esporre al Pon-
tefice il voto favorevole per qualche
sorta di concessione su questo pro-
posito. Avendo qqindi il segretario
medesimo fatta una espressa e mi-
nuta relazione a sua Santità, e
venendo benignamente accettalo il
voto favorevole della sacra congre-
gazione, derogando in questa par-
te la Santità sua colla pienezza
della suprema sua autorità alle co-
stituzioni apostoliche, e specialmen-
te al breve Apostolatus qffìciuni, si
degnò concedere le seguenti facoltà.
I.** Di permettere agli ecclesia-
stici suoi diocesani, o esteri anco-
ra, dimoranti nella sua diocesi per
ragione di studi, la lettura de' li-
bri appartenenti alla teologia dom-
matica, morale, scolastica, all'eru-
dizione della sacra Scrittura e della
storia ecclesiastica, ed al gius ca-
nonico, non però in genere, ma
con individuazione ed espressa nu-
merazione de' libri permessi, esclu-
si quelli che eoo professo trattano
contro qualche domma cattolico.
2.° Di permettere ai legali in-
dividualmente come sopra, la let-
tura de' libri appartenenti a que-
sta facoltà.
3." Di permettere nell' istesso
modo ai medici, chirurgi, farma-
cisti e altri professori dell'arte sa-
lutare la lettura de* libri, de re
medica, physica, chirurgica, aiia-
tomica et chymica.
4.° Di permettere agli studenti
di lingue orieatali V uso de' lessici
proibiti.
IND 171
Queste facoltà che il Papa nella
maggior fiducia della dottrina, pietà
e saviezza degli ordinari, si degna
graziosamente concedere esclusiva-
mente ad altri libri di qualunque
sorta e materia, è accordala colle
seguenti condizioni.
i." Che durino ad triennium.
1° Che sieno sempre concesse
con espressa menzione dell'autori-
tà apostolica.
3." Che sieno concesse gratuita-
mente, onde i postulanti a occa-
sione di queste licenze non paghi-
no, e non sia ricevuta cosa alcuna
ancorché spontaneamente offerita
per qualunque titolo sia alla can-
celleria, sia per la scrittura, sia per
il sigillo, sia per gli attestati, o
sia per la ricognizione dei requi-
siti e degli attestati medesimi, e
ciò sotto pena della nullità della
licenza, che come tale espressamente
la dichiarò il Pontefice, onde si ve-
rifichi in tutto il rigore del ter-
mine che la licenza è concessa gr^t/w.
Tale è la pratica delle congre*
gazioni del santo ofiBzio e dell'in'
dice, quantunque alcuni per tirare
di più dai loro corrispondenti fac-
ciano calunniosamente credere di
avere pagato, o di doversi pagare
alla segreteria dell'indice. Per le
dette concessioni poi si trova la
norma facile e sicura nelle re-
gole compilate per ordine del
sacro concilio di Trento, e pre-
messe per ordine del medesimo
concilio all'Indice de' libri proibiti,
come ancora nelle osservazioni e
istruzioni dei Pontefici Clemente
Vili e Alessandro VII. Da queste
si vede quali libri possano permet-
tersi o vietarsi quando ancora noa
sieno stati riportati individualmen-
te nell'indice stesso, e quindi il
medesimo Papa che regna col ci«
«7» INO
tato breve desidera che sìeno ben
ponderate queste regole, e che se-
condo esse i vescovi procedano nel
governo delle loro diocesi. Sopra
di ciò merita specialmente di es-
sere osservato ciò eh* è prescrit-
to nella Regola X : Libertini sit
tpiscopis aut inquisìloribus gene-
ralibus, secunduni facullatem^ guani
habentj eos etiani libros, qui his
regulis perniitti videntur, prohibe-
/Te, sì hoc ìa suis regnis, aut prò-
vinciiSy vel dioecesibus expedire JU"
dica verini.
Oltre quanto su quest'argomen-
to dicemmo ai citati articoli delle
Congregazioni dell' Indice^ e dell'In-
quisizione, daremo un cenno della
lodata opera del Zaccaria, il quale
si può dire ha esaurito il gravissimo
argomento. Egli lo divide in due
Jibri. H primo libro in sette epo-
che: tratta nella prima quanto av-
Tenne dall'anno 5i di Cristo all'aa-
no 496, e dell' abbruciamento di li-
bri vani e superstiziosi fatto in
Efeso alla predicazione e miracoli
di s. Paolo ; nella seconda dal 49^
all' 866, parla del decreto del Papa
s. Gelasio I ; nella terza dall' 866 al
1827, producete risposte del Pon-
tefice s. Nicolò I ai bulgari; nella
quarta dal 1 82731 i5oi, discorre del-
la decretale di Papa Giovanni XXII
contro i libri e gli errori di Mar-
sigli padovano e di Giovanni Gian-
duno; nella quinta dal i5oi al i562,
riporta i decreti di Alessandro VI
intorno le stampe; nella sesta dal
1 562 al 1 664, dice quanto accadde e
dell'indice del concilio di Trento ; nel-
la settima discorre dell'indice di Ales-
sandro VII. Il secondo libro contiene
tre dissertazioni e l'appendice. Gli
argomenti della prima dissertazione
sono sulla necessità di proibire i
libri cullivi. Si espongono vaile
IND
sorta di libri, sui quali cadono prin-
cipalmente le proibizioni. Da tre
diritti inviolabili della religione si
prova la necessità di proibire i li-
bri cattivi. Nuovo argomento della
necessità di proibire i libri cattivi,
il danno spirituale che recano ai
leggitori. Alcuni esempi che con-
fermano il danno de'libri cattivi, e
quindi la necessità di proibirli. Nuo-
va prova de 'danni che vengono dai
libri cattivi presa dal comune sen-
timento de'padri e dalla pratica dei
novelli convertiti lodata da' medesi-
mi padri. La necessità di proibire
i libri cattivi giustificata dalla pra-
tica degli ebrei, e delle stesse na-
zioni idolatre. Le nostre proibizio-
ni de' libri sono autorizzate dalla
pratica degli eretici antichi e mo-
derni. Si risponde alle ragioni che
i protestanti e i moderni filosofi
oppongono alle proibizioni de'libri.
Gli argomenti della seconda disser-
tazione sono. Della podestà a cui
appartiene la proibizione de'libri.
Mostrasi che all' utile e necessaria
proibizione de'libri si domanda una
podestà di costringimento anche in
coscienza, checché in contrario i pro-
testanti si dicano. La censura dottri-
nale de'libri può appartenere a mol-
ti; ma la condanna con podestà di ve-
ro costringimento, almeno per quel-
li che alla religione hanno riguardo,
è privativa della sola Chiesa. Si re-
cano le ragioni de'moderni politi-
ci contro la podestà ecclesiastica
delle proibizioni, e con rifiutarle
si mostra anche più l'insussistenza
del loro sistema. La podestà che
ha la Chiesa di proibire i libri al-
la religion,e dannosi, benché sia in
qualche modo comune a tutti i
vescovi, ed ai conci lii anche non
generali, tuttavia principalmente ri-
siede nel romano Poatefice. Vari
IND
atti della ecclesiastica podestà in
materia di libri, e diversa discipli-
na Dell'esercitarli. Gli argomenti
della terza disertazione sono. Dei
pretesi abusi delle proibizioni ro-
mane. Degli abusi generali che si
rimproverano alle proibizioni ro-
mane. Se le massime regolatrici
delle proibizioni romane sieno ri-
prensibili ? La qualità de' censori
romani rend'ella le proibizioni dei
libri meno rispettabili ? Altro pre-
teso abuso delle proibizioni roma-
ne, farne autori i Papi, quando
sono di tult* altri. Del preteso di-
spotismo dì Roma nelle condanne
de'libri. Esami di certi abusi spe-
ciali che si attribuiscono alle proi-
bizioni romane. Primo abuso, la
lezione delle Bibbie volgari proibi-
ta. Altro preteso abuso, torre ai
fedeli i messali, uffizi, rituali, ed
altri tali libri volgari. Terzo preteso
abuso di Roma , proibire i libri
contro l'ecclesiastica libertà per in-
vadere i diritti de* sovrani e dei
vescovi. Neil* Appendice poi sono
discussi questi argomenti. Si ri-
sponde a cinque questioni da Ar-
naldo proposte al signor Steyaert
sulle proibizioni romane de* libri.
Si premette la notizia del libro in
cui si propongono tali questioni.
Si risponde alle questioni.
Si legge nella vita di Giulio IH
del Novaes, che quel Pontefice ai
22 aprile i55o pubblicò una co-
stituzione riportata da Alfonso de
CastrOj De just, haeres. punit. lib.
YIII, cap. 17, colla quale rivocò
a tutte le persone, tranne gl'inqui-
sitori della fede, la facoltà che po-
tessero avere ottenuta dai Papi suoi
predecessori, per leggere o ritenere
libri de'Iuterani, o di qualsivoglia
altri eretici, essendo egli perciò il
primo romano Pontefice che abbia
IND 173
fatta la prima generale proibizione
de'libri eretici, poiché prima di lui
nessuna pontificia legge si trova,
la quale generalmente proibisca la
lettura di libri simili, sebbene spes-
so ritrovansi i particolari libri de-
gli eretici o di particolari eresie.
Di ciò e del diritto e modo di
proibire i libri cattivi scrisse an-
cora accuratamente il p. Jacopo
Gretsero gesuita. Opere t. Ili, p.
17. Della congregazione cardinali-
zia dell' indice ne tratta ancora il
p. Hunoldo Plettemberg, Notida
congrega tionuni cap. XXII. Il p.
Giuseppe Catalani nel 1751 pub-
blicò in Roma : De secretano sa-
crae congregati onis indicis libri
duo, in quorum primo de ejusdent
originem, praerogativis^ ac muniis
agilur ; in altero eorum series
continetur, qui eo munere ad hanc
usque diem donati fuere. Nei Dia-
ri di Roma del secolo decorso si
leggono diversi esempli di libri con-
dannati alle fiamme, e bruciati
per mano del boia sopra un palco
eretto sulla piazza della Minerva,
come nel numero 2197 dell'an-
no 1731.
INDICOLO, Jndiculus. Biglietto
o viglietto , notificazione, con cui
sì citavano alcuni alla corte. Indi-
culus regis ad episcopuniy Marculf.
Yìh. Formular, cap. 6. Sì raccoglie
più chiaramente il significato dal-
le seguenti parole, che il medesi-
mo autore riporta nel lib. 3, cap.
38 : Si consacramenta les homines
cum ipso venire renuerinty jussio-
ne dominica, aut indiculo, aut si-
gillo ad palatiuni venire cogantur.
Fu così denominato per essere un
contrassegno della volontà del pa-
drone, al dire del Macri, Notizia
de'voc. eccl. Gì' indicoli, secondo il
Durando nel suo Glossario, erano
174 IND
una nollficniìone in forma di let-
tere di comando, dn coi non dif-
ferivano i preceUi se non perchè
erano questi sigillati, e gì' indicoli
soltanto sottoscritti. Il Mabillon,
De re lìiplom.^ un'altra distinzio-
ne tra ambedue assegna, avendo
secondo lui il precello riguardato
l'avvenire, e l'indicolo il presente;
ed osserva pure col Baluzio essere
sialo qualche volta preso l'indico*
lo per editto o per dichiarazione
di un principe. Tuttavolla non una
specie di lettere, ma più propria-
mente negl' indicoli si dovrebbe
riconoscere come un genere che di-
verse specie ne compiese. E in fat-
ti sotto il nome d'indicoli nel Diur-
no de roninni Pontefici (f'edì)^ è
registrata la professione di fede che
i Papi dopo la loro elezione al
pontilicato indirizzavano a s. Pie-
tro, al clero ed al popolo romano,
come quella pure che gli eletti ve-
scovi mandavano al Papa accom-
pagnala da promesse, e conferma-
ta con giuramento e con impre-
cazioni contro loro slessi se tenta-
to avessero di violarle. Tale è V in-
diculnm episcopi de Longobardin.
Questa specie d'indicoli fu della
qualche volta cauzione che i Pon-
tefici ed i metropolitani esiger do-
vevano da quelli ch'essere doveva-
no da loro consacrati vescovi, nel-
l'occasione specialmente di nuove
controversie dommatiche nella Chie-
sa insorte. Non solo indicolo si
dissero le lettere di avviso, ma le
citazioni intimate dai principi, i lo-
ro precetti^ i loro commonitorii,
come anche le loro patenti. Indi-
coli furono egualmente chiamate
le semplici lettere di complimento
che l'uno all'altro si mandavano
1 principi, od anche le credenziali
che consegnavano ai loro amba-
IND
sciatori. La stessa denominazione
sortirono qualche volta le preci per
qualsivoglia titolo al soviano pre-
sentate , le lettere di felicitazione
che tra loro mandavansi i vescovi,
i ricorsi indirizzati ai magistrali o
ad altri superiori, le relazioni di
qualche fallo, ed altro simile let-
tere delle qtiali si leggono le for-
mole presso il citato Marculfo. In-
dicoli pur si dissero certi registri
necrologici ch'erano nelle chiese.
INDlli OCCIDENTALI, India-
rum occi denta lium patrìarchaliis.
Titolo del prelato o cardinale pa-
triarca delle Indie occidentali, di-
gnità onorificenlissima sebbene me-
ra e semplice in se stessa, ma tale
siccome unita alle cospicue quali-
fiche ed ufiizi di cappellano mag-
giore della regia cappella del re
di Spagna, suo vicario generale dei
regi eserciti, non che elemosiniere,
con privilegi e prerogative. Que-
sto titolo fu stal3Ìlilo dalla santa
Seàe ad istanza de* re di Spagna
come sovrani delle Indie occiden-
tali [f^edi); e ad essi ne concesse
la nomina e presentazione, per cui
deve il nominato, prima di essere
approvato dal Papa , soggiacere al
processo, ad onta che l'avesse già
esaurito se vescovo di qualche chiesa.
Il processo si fa dal prelato nimzio
di Spagna sulle qiralità del sogget-
to prescelto e sopra i privilegi e
prerogative del patriarcato titolare.
Deve inoltre l'eletto patriarca e-
mettere il giuramento prescritto ai
vescovi da Sisto V e Benedetto
XIV, quindi ha luogo la preconiz-
zazione, che ne fa il Pontefice in
concistoro al sacro collegio, prece-
duta dalla dispensa della Propositio
stampala. Suole il re di Spagna
nominare patriarca un vescovo, un
cardinale, od anche un prete. Tal-
IND
Tolta il cardinale o il vescovo pa-
triarca ritiene con indulto aposto-
lico la chiesa arcivescovile o ve-
scovile di giurisdizione o iti parti'
biiSj tale alila da queste si dimet-
te, non essendone necessaria la ri-
tenzione ; si suole bensì promovere
ad una chiesa arcivescovile in par-
tìbus quello che non era fregiato
dei carattere episcopale. L' unica
e giusta ragione per la quale il
patriarca delle Indie occidentali de-
v' essere promosso ad una chiesa
arcivescovile titolare, si è perchè ta-
le patriarca è un mero titolo infe-
riore air arcivescovo e vescovo ti-
tolare ; giacché gli arcivescovi e
vescovi litolari sono veri arcivesco-
vi e vescovi delle chiese esistenti
nelle parti degl' infedeli , e come
tali devono essere consacrati e por-
tarsi alle loro chiese , se non che
vengono esentati dall'indulto che
concede ad essi il sommo Pontefice
neir atto della loro promozione.
Questo patriarca però in vigore del
patriarcato delie Indie occidentali
non può prenderne la consacra-
zione, ne domandare il pallio, ne
esercitare atto alcuno pontificale,
ne giurisdizionale spirituale o tem-
porale, e neppure portarsi nelle
parli delle Indie occidentali, senza
espressa licenza della santa Sede ,
come il tutto chiaramente risulla
dall'atto concistoriale della prov-
vista di tal patriarcato. Ciò pre-
messo, questo patriarcato delle In-
die occidentali non è dignità né
arcivescovile ne vescovile , essendo
isenza residenza, senza chiesa, sen-
za suffraganei , senza clero , senza
popolo, e senza giurisdizione, rna
solamente una dignità , la quale
gode soltanto V onore e preceden-
za di dignità, conforme si espriVne
neirallo concistoriale, e nella Pro-
IISD 175
positìo stampala, in cui è pur det-
to friicliis minime repcriuntur trt-
xati in libris camerae , quia nul-
li sunt.
Dal narrato resta provato che
il patriarca delle Indie occidentali
come tale non può essere con-
sacralo né esercitare atto alcuno
pontificale né giurisdizionale, e pe-
rò quando a tal patriarcato deve
promoversi un semplice sacerdote
é necessario che il medesimo ven-
ga provveduto di una chiesa arci-
vescovile inpartìbus infìdelìiim^ ac-
ciocché possa essere consacrato per
esercitare i pontificali non come
patriarca, ma come pro-cappellano
maggiore della regia cappella del
re di Spagna , in que' luoghi e
sudditi destinatigli ed assegnatigli
dal re e dai Pontefici. Il promosso
poi a questo patriarcato, se vescovo
di qualche chiesa, non ha bisogno
di esser né traslatato né promosso
ad una chiesa arcivescovile in par-
tibus per essere consacrato e per
avere l'autorità di esercitare gli
atti de' pontificali ne' luoghi asse-
gnati alla giurisdizione del cappel-
lano maggiore, avendo egli di già
ricevuto l' episcopale consacrazione,
dacché con essa viene ad avere
tutta r autorità e facoltà di eser-
citare gli alti tutti pastorali e pon-
tificali in ogni città e luogo, sem-
pre de licentìa proprii ordinarli^ e
molto più in que' luoghi e sudditi
a lui soggetti come pro-cappellano
maggiore. Questo patriarca, benché
decorato di altro titolo vescovile, si
sottoscrive negli atti : Patriarcha
Indìaram Occidentalium, come che
titolo più specioso e superiore a
quello di arcivescovo e di vesco-
vo , e come patriarca precede ai
medesimi, e come patriarca ha il
primo luogo nella creazione dei
176 IND
novelli cardinali se egli viene esal-
tato alla sacra porpora. Il patriar-
ca delle Indie occidentali fa sem-
pre la sua residenza in Madrid
capitale della Spagna, presso la fa-
miglia reale, e funge 1* esercizio di
parroco del regio palazzo, e della
famiglia reale e di tutte le cure
del patrimonio regio, eccettuate
come sono dalla giurisdizione or-
dinarla del diocesano; di detti luo-
ghi è pure giudice ecclesiastico. Per
le parrocchie situate nel patrimo-
nio del re, il patriarca sostituisce
altrettanti sottocurati, per l'assi-
stenza de' fedeli ; ha il suo sinodo
per l'esame de' ministri necessari,
ed esercita giurisdizione esclusiva
e indipendente in forza di conces-
sioni della Sede apostolica. Come
vicario generale castrense di lutto
l'esercito che milita sotto le ban-
diere del re, il patriarca egual-
mente gode particolare giurisdizio-
ne indipendente affatto da quella
de' vescovi , in tutti i dominii del
re di Spagna, dentro e fuori della
penisola. 11 patriarca delle Indie
occidentali in Maris Oceani non
ha veruna giurisdizione sopra le
chiese e diocesi del di lui titolo.
Le sue rendile consistevano nelle
pensioni colle quali erano gravate
le sedi vescovili dell* America, pel
quale motivo dopo la proclamata
indipendenza delle repubbliche a-
mericane mancarono le pensioni,
laonde per dotare questo patriarca
ì re di Spagna lo nominano a
qualche provvista ecclesiastica nel-
le cattedrali spagnuole.
Dal documento tratto dall'ar-
chivio Vaticano ex minut. Brevium
Clem. PP. FU, lib. 28, n. 182,
e che qui appresso riportiamo, si
rileva che Leone X conferì il ti-
tolo di patriarca dell' Indie occiden-
IND
tali , vacato dalla sua primiera e-
rezione, ad Antonio di Roxas già
arcivescovo di Granata, ed allora
vescovo di Palencia, e che Cle-
mente VII lo conferì a Stefano
Gabrieli vescovo di Jaen. >• Cle-
mens PP. VII Steflìno Gabrieli
episcopo Giennen. Licet alias fel.
re. Leo PP. X predecessor noster
b. m. Antonium archiepiscopum
Granatensem a vinculo, quo eccle-
siae Granatensi tenebatur, absol-
verit , seu nos absolverimus, eum-
que ad ecclesiam Palenlin tunc cer-
to modo vacantem transtulerit, seu
transtulerimus et ne ipse
Antonìus ad ecclesiam cathedralem
translatus digniori titulo carerei,
ad supplicationem regis calholici
in insulis Indiarum patriarchalem
ecclesiam erexeril, seu erexerimus,
et illi, ab illius primaeva erectione
vacanti, de persona dicli Antonii
providerit, seu nos providerimus :
lamen nec Antonius ipse literas
super erectione et provisione pa-
triarchalis ecclesiae expedivit, nec
ipsa ecclesia hactenus constructa et
dotata fuil . . . sicut praefatus An-
tonìus sine literaruoi expeditione
patriarcham Indiarum se denomina-
vit, et patriarchae nomen habuit ...
ita et tu . . " Il qui nominato Ste-
fano Gabriele Merini Clemente
VII stesso nel i533 lo creò car-
dinale. Nel 1^72 s. Pio V unì
la dignità di patriarca dell' Indie
occidentali al cappellanato mag-
giore della reale corte di Spagna,
ma senza giurisdizione alcuna sul-
le chiese dell' Indie. Il cappella-
no maggiore aveva una pensio-
ne di ottomila ducati sugli spo-
gli delle chiese del Messico e del
Perù, come consta dalle analo-
ghe patenti dall'anno i6o3 all'anno
1617.'
IND
Il primo Pontefice che accor-
dò facoltà e giurisdizioni al pa-
triarca delle Indie pei suoi ufii-
zi, fu Innocenzo X a' 26 settem-
bre del i644> p6i' supplica fatta
da Filippo IV re di Spagna. Cle-
mente Xil con breve de' 4 f<^t)*
braio 17 36 concesse al patriarca
prò tempore et ad septennium, co-
me vicario generale de' reali eser-
citi, le facoltà che prima godeva
il cappellano maggiore arcivescovo
di Compostella, già vicario gene-
rale de'medesimi eserciti. Altrettan-
to concesse e confermò Benedetto
XIV a' "i giugno 1741 colla qua-
lifica di cappellano maggiore. Cle-
mente XIII col breve Quoniam in
exercitibus, de' io marzo 1762, pro-
rogò ad altro septennìiim le fa-
coltà e privilegi che pure ampliò.
Lo stesso Clemente XIII spedì un
altro breve a' i4 u)arzo 1764, nel
quale dichiarò e spiegò diversi dub-
bi sulle facoltà in questione. Pio
VI agli 8 aprile 1777 emanò il
breve : Charissime in Christo fili ,
colla decla ratio prò rege catholico,
quoad loca et personas comprelien-
sas in territorio parochiatis ejus
regiae cappellae. In tal modo a
questo patriarca cappellano o pro-
cappellano regio ad istanza del re
Carlo III concesse e distintamente
assegnò territorio, giurisdizione, li-
bero esercizio di cura d'anime,
l'uso de'ponlificali, e di tutti gli
altri pastorali uffizii indipendente-
mente da qualunque ordinario, in
tutti i luoghi descritti ne' brevi a-
postolici , con facoltà vescovile o
quasi vescovile e giurisdizione. Que-
ste facoltà i successori Pontefici
le prorogarono e confermarono ad
septenniiini al patriarca delle Indie,
come vicario generale de' regi eser-
citi, e sono: i. Esercitare tutti
YOL. XXXIV.
IND 177
gli uffizi parrocchiali , per sé o
per i suoi curati, che pi il propria-
mente sono economi o delegali del
patriarca; e conferire la cresima
e le sacre ordinazioni a tutti i suoi
sudditi, allorché sia fregiato del
carattere vescovile. 1. L'assolvere
i medesimi dall'eresia, apostasia e
scisma, non che da qualunque sia-
si altro crimine, per quanto grave
fosse, ed alla santa Sede riservato.
3. Ritenere e leggere fuori d'Ita-
lia i libri proibiti di qualunque
specie, non però di concedere ad
altri questa facoltà, ed eccettuate
le opere di Carlo de Moulin , Ni-
colò Macchiavelli , ed i libri sul-
l'astrologia giudiziaria. 4- ^^'^'^ '^
messa un'ora prima dell'aurora e
dopo il mezzogiorno, ed in caso
necessario celebrare due volte al
giorno, o in luoghi sotterranei, o
in mezzo alle campagne; l'uso del-
l'altare portatile, ancorché la pietra
della mensa non cuopra le reliquie
de' santi; e senza pericolo di scan-
dalo od irriverenza celebrare ia
presenza di eretici e scomunicati,
i quali sono esclusi dal servire la
messa. 5. Concedere T indulgenza
plenaria a tutti i suoi sudditi nel
punto di morte; lo stesso ai con-
vertiti dall'eresia; e nelle feste di
Natale, Pasqua, ed Assunzione della
Beata Vergine. A quelli poi che
nelle domeniche assisteranno alla
spiegazione del vangelo, dieci anni
ed altrettante quarantene d'indul-
genza. 6. Dire la messa di requiem
tutti i lunedì non occupati coll'of-
fìzio di nove lezioni, che in tal ca-
so dovrà rimettersi ad altro gior-
no della settimana, e la messa ap-
plicata per l'anima di alcuno dei
suoi sudditi, come fosse detta ia
altare privilegiato. 7. Di portare
la comunione agi' infermi occulta-
12
178 IND
mente e senza lumi, allorché vi
fosse pericolo d'irriverenza, e cu-
stodir nello stesso modo il ss. Sa-
gramento. 8. Permettere l'uso di
vesti ed abiti secolari a tutti i suoi
sacerdoti ancorché regolari, allor-
ché vi sia qualche pericolo dimo-
rando tra nemici della religione
cattolica. 9. Benedire i paramenti
e vasi sacri, necessari soltanto al-
l'uso delle sue chiese, io. Ricon-
ciliare le chiese, cappelle, oratorii,
cimiteri, ne'paesi ove dimora l'e-
sercito, allorché non sia facile
l'accesso o ricorso al proprio ve-
scovo. II. Esercitare gli atti di
giurisdizione ecclesiastica nel foro
esterno con tutti i suoi sudditi
ed impiegati nell'esercito, come
vero ordinario e giudice di essi.
12. Concedere agli stessi l'uso del-
la carne e latticini ne' giorni di
quaresima, eccettuati i venerdì e
sabbati e la settimana santa, allor-
ché non si trovino nelle attuali
fatiche di campagne militari^ e di-
spensarli dal digiuno. i3. Dispen-
sare, commutare ed assolvere dal-
le censure, irregolarità, voti e giu-
ramenti nel modo che fanno i ve-
scovi, secondo le concessioni dei
sacri canoni, e del concilio di
Trento. Deve poi avvertirsi che
questo patriarca non ha l'uso del-
le insegue e vesti proprie dei pa-
triarchi, ma bensì quello come i
"Vescovi. Riporteremo qui appresso,
oltre i nominati da Leone X e
Clemente VH, il novero di alcuni
patriarchi delle Indie occidentali,
che nelle annuali iS'oLìzìe di Roma
per ordine di gerarchia de'patriar-
chi sono registrati nel sesto pa-
triarcato, cioè dopo quello di Ve-
nezia, e prima di quello di Lis-
bona.
Antonio Manriquez Gusman da
IND
Clemente X fatto arcivescovo di Ti-
ro in partibus nel 1670 a* i5 di-
cembre, ed a* 22 patriarca.
Antonio de Benavides Bazon da
Innocenzo XI fatto arcivescovo di
Tiro nel 1679 a' io aprile, ed agli
8 maggio patriarca.
Pietro Portocarrero y Gusman
da Innocenzo XII fatto arcivesco-
vo di Tiro nel 1691 a' 27 agosto,
ed a* 2 o novembre patriarca , e
per ambedue le provviste furono
fatti due processi.
Carlo Borgia y Centellas da Cle-
mente XI a' 20 luglio 1705 nomi-
nato arcivescovo di Trebi sonda in
partibus^ a'3 ottobre 1708 patriar-
ca, e cardinale nel 1720: per le
due prime promozioni si fecero due
processi.
Alvaro de Mendoza da Clemen-
te XII a' 20 gennaio 1784 sub
unica propositione fatto arcivesco-
vo di Farsaglia in partibus, e pa-
triarca, creato cardinale da Bene-
detto XIV nel 1747.
Bonaventura de Cordova Spino-
la de la Cerda da Clemente XIII
fatto patriarca nel 1761 a' 6 apri-
le, e cardinale a* 23 novembre.
Francesco Saverio Delgado arci-
vescovo di Siviglia, da Pio VI nel
1778 a' 3o marzo fatto patriarca,
e cardinale il primo giugno.
Antonio de Sentmanat y Cartel-
la, già vescovo d'Avila, da Pio VI
fatto patriarca a' 25 giugno 1784,
e cardinale nel 1789.
Giuseppe de Arce arcivescovo di
Saragozza ed inquisitore generale,
da Pio VII a' 26 agosto 1806 fu
fatto patriarca.
Francesco Antonio Cebrian y-Val-
da, traslato dal vescovato di Ori-
huela da Pio VII, che a' io lu-
glio 18 15 lo fece patriarca, indi
a' 23 settembre 18 16 cardinale.
IJND
Antonio Alluè, già vescovo di
Girona, fatto patriarca da Pio VII
agli 8 gennaio 1821. Ancora non
gli fu dato successore.
INDIE OCCIDENTALI. Vasto
arcipelago dell' America settentrio-
nale, fra il golfo del Messico ed il
mare dei Caraibi, diviso in grandi
e piccole, Antille, che si estende
dalla costa della Florida fino a
quella di Terra Ferma. Allorché i
portoghesi riuscirono a penetrare
nell'India dall'oriente, gli spagnuoli
guidati da Cristoforo Colombo, in-
trapresero pure di penetrarvi dal-
l'occidente. Nel 1492 essi appro-
darono ad una di quelle isole che
si trovano nel golfo del Messico ,
allora chiamate Indie occidentali
per distinguerle dall'Indie propria-
mente dette, e che si chiamarono
Indie orientali (T^edi). Col nome
d'Indie orientali si comprende d'or-
dinario quella vasta regione asiati-
ca che si divide in due parti, al
di qua e al di là del Gange, e cia-
scuna termina con una grande pe-
nisola, cioè le due grandi contrade
dell' Indostan e dell' Indo - China ,
i cui abitanti sono detti indostani
ed indiani , nel sud dell' Asia ; ed
una gran parte delle isole del nord-
est dell' Oceanica, come Sumatra,
Java, Borneo, Celebe, le Molucche
e le Filippine. L' arcipelago delle
Antille, chiamato pure delle Indie
occidentali, il più considerabile dell'o-
ceano Atlantico, è situato fra i due
continenti dell' America. Le Antil-
le formano una catena semicirco-
lare che partendo dalla riva della
Florida, nell' America settentriona-
le, va a terminare al golfo del
Messico nell'America meridionale.
Si può attribuire , come lo fece
qualche scrittore, l'origine del no-
me di Antille alla posizione dì
IND 179
queste isole innanzi al nuovo
continente, pei navigatori che ven-
gono dall'Europa. Si chiamò que-
sto arcipelago Indie occidentali,
perchè all'epoca della sua scoperta
fu preso per una prolungazione
delle isole indiane orientali le più
avanzate. Gì' inglesi conservarono
una tal denominazione, chiamando-
lo PVest ladies. Gli spagnuoli le
divisero in isole del Vento, e isole
sotto Vento; ed i francesi e gl'in-
glesi adottarono una tal divisione,
con differenti modifica/ioni. Alcuni
comprendono l'arcipelago delle Lu-
cale nel numero delle Antille. Le
Antille appartengono a diverse po-
tenze europee, come la Francia,
r Inghilterra, la Spagna, l'Olanda,
la Danimarca e la Svezia , oltre
gli stati indipendenti. Chiamasi In-
diana uno degli Stati Uniti dell'A-
merica settentrionale presso l'Ohio,
ov'è la sede vescovile di Vincen-
nes. Sotto poi il nome d' indiani
si conoscono gli aborigeni o primi
abitatori dell'America. Questa par-
te del mondo essendo da principio
considerata come le Indie asiati-
che o orientali, fu poscia, ricono-
sciuto r errore , disegnata sotto il
nome d* Indie occidentali, ed i suoi
abitanti sotto quello d'indiani. So-
no essi sparsi tra 1' una estremità
e l'altra dell'America, e si divi-
dono in molte nazioni , suddivise
in popolazioni, tribù, ec.
Al precedente articolo abbiamo
parlalo del patriarca delle Indie
occidentali , Indiariuni occidenla-
liuni palriarchatus in maris Ocea»
ni, semplice titolo di dignità senza
chiesa e suffraganei in queste re-
gioni, ove sono diversi arcivesco-
vati e vescovati, alcuni detti nelle
Indie occidentali, altri nelle Indie
occidentali di Portogallo perchè nei
i8o IND
.dominii dell'imperatore de! Brasi-
le, impero prima unito al Porto-
gallo, e governato da un principe
di quella stirpe reale. Sì conserva
ancora nella Spagna il titolo di
patriarca delle Indie occidentali per-
chè il re conserva diverse provin-
cia neir Asia, nell' Africa e nell* A-
merica che tra noi si chiamano col
nome d'Indie; ed altresì perchè il
re di Spagna non ha finora rico-
nosciuta come legittima la separa-
zione dei diversi governi di Ame-
rica. Le chiese dell' Indie occiden-
tali arcivescovili e vescovili in Iii-
diisy in Indiis occidenlalibus, sono
Antequara, Antiochia, Aret{uipa, A-
"Vana o s. Cristoforo, Releui de Para,
Benezuela o Garaccas, Caceres, Carta-
gine, Cumayagua, Cuenca, Ciisco, s.
Domingo, s. Giacomo del Chili, s.
Giaconio de Cuba , Guadalaxara ,
Guamagna o Ayacucho, Guatimala,
Jucatan o Merida, Linares, s. Lo-
dovico di Maragnano, Maynas, Me-
choacan, Merida , Messico , Nica-
rauga , Olinda e Fernambuco, s.
Paolo, Paraguai, Popayan , Por-
torico, Quito , Sonora, Tlascala,
ec. ec. Alcune delle nominate se-
di non portano più la qualifica, nelle
Indie occidentali. I sovrani di Spa-
gna tuttora portano il titolo di re
delle Indie, Indiaruni rex , come
già sovrani di gran parte dell' A-
merica, che non solo si chiamò nuo-
vo mondo, ma rispetto a noi Indie
occidentali. Isabella 1 la cattolica
regina di Castiglia e di Leone, fu
la prima ad assumere il titolo di
regina delle Indie occidentali, per-
chè forni a Cristoforo Colombo la
flottiglia per scuoprire l'America o
Nuovo Mondo, e perchè le conqui-
ste si fecero a vantaggio del suo
regno, sebbene maritata a Ferdi-
nando V re d'Aragona o di Spa-
IND
gna. II p. Menochio tratta nelle
sue Stuore tom. I, pag. ^5i^ cap.
XXV, Se neW Indie occidentali^
avanti che dal Colombo fossero
scoperte, sia stato predicato Ve-
vangelo di Cristo. Argomento che
toccamo all'articolo America ed al-
trove.
INDIE ORTENTALL Sotto que-
sta denominazione viene significato
il vasto e ricco paese dell'Asia meri-
dionale, che ha per confine al nord
le montagne di Himalaya, le qua-
li lo separano dal Thibet e dalla
Bucarla, avente all'est l'impero ci-
nese, all'ovest l'impero persiano,
ed al sud il mare. Altri definiscono
le Indie orientali quelle due vaste
contrade, che tanto si estendono al
sud dell'Asia, alla dritta e sinistra
del Gange, e che terminano in due
grdndi penisole ; l' orientale prese
il nome d' Indo-Cina, l^occidentale
Indostan. Siccome il celebre navi-
gatore e scuopritore dell'America
Cristoforo Colombo, nel giungere
per la prima volta alle isole Lu-
cale ed Antille di detta nuova re-
gione, credette aver trovato un nuo-
vo passaggio per giungere alle In-
die, quella regione adottò allora
questo medesimo nome, e gli abi-
tanti si dissero indiani, dovendo
quindi le antiche Indie chiamarsi
orientali^ mentre occidentali si dis-
sero le americane, secondo la loro
naturale posizione. Cinque ampie
contrade si comprendono nell' In-
dostan , o paese degl'Indii o In-
dous, secondo la divisione del mag-
giore Rennel generalmente ricevu-
ta. I. La regione del Gange o
r Indostan gangetico. 2. La regio-
ne dell'Indo o Indostan sindetico.
3. L' Indostan centrale. 4- L'Iq-
dostati meridionale. 5. L' India e-
steriore o la Indo-China. Sembra
IND
die al fiume Indo, e gli abitanti
cliiamati Indù, e la regione deb-
bano il loro nome. Fu detta an-
ticamente Bharatkand, cioè regno
della dinastia di Bharata; Med-
hiania o Paese del rnezzoj Diam-
biiDuyp o Penìsola dell' albero
della {'ila, e ne' posteriori tempi
Mogol da' principi discendenti di
Gengis che vi dominarono. La
grande catena montuosa dell* alti-
piano centrale d'Asia forma le
graudi diramazioni delle montagne
in questo suolo. Gli indiani nella
loro storia e mitologia le com-
prendono tutte sotto il nome ge-
nerico di MeiUj o Siimeru, o Kai-
lassaen, che può riguardarsi quale
indico Olimpo patria d'uomini e
di numi. La diramazione di Hiuia-
laya si estende fra V Indostan sin-
detico ed il Thibet occidentale, e
separa il bacino dell'Indo da quel-
lo del Gange. L'altra diramazione
di Kantal o Sevolick dal sud vol-
ge all'est, ed altra staccandosi dal
Kantal separa il Gange dal Bra-
Djaputre , si denomina Rentaissè
dai tibetani, e fu dagli antichi co-
nosciuta come una delle tre più
elevate sommità del Meru. All'o-
vest cinge ie Indie la diramazione
del Belui-, che segue il corso del-
l'Indo nascente, e .si congiunge coi
monti Rindukos, che sono al nord-
est la barriera naturale delle In-
die. In fine la lunga catena delle
Gatte giunge fino all' estremità del
capo Comorin nell' Indostan meri-
dionale, e di là continua il suo
sistema nella vasta Oceanica. Quat-
tro montuose diramazioni inoltre
intersecano le contrade dell'Indo-
China fino all'estremità meridiona-
le asiatica. Non può preteimettersi
la misteriosa montagna di Nysa, il
di cui nome va congiunto a quel-
IND i8i
lo di Meru in Plinio e Strabone.
Questo nome appropriato a tutte
le città e monti consacrati a Bacco
in tutto il resto dell'Asia e nella
Grecia, potrebbe riconoscere nella
Nysa indiana un tipo primitivo, e
v'ha qualche accreditato scrittore
che ne ha fatto la congettura.
I maestosi fiumi che percorro-
no le terre indiane sono l'Indo, il
Gange, il Bramaputre, il Nerbud-
dah, e l' Irraouaddy. Il clima è
notabilmente vario, dacché il pae-
se è per la maggior parte sotto la
zona torrida, ma limitrofo alle più
elevate cime coronate di ghiacci ;
lo stesso accade nelle sue produ*
zioui naturali. Rupi di sabbia, mon-
ti di duro macigno, deserti are-
nosi da un lato, e dall'altro bellis-
sime praterie, ricche messi ripro-
dotte due volte ogni anno, fiori
olezzanti, e copiose frutta danno
all'India talora il più orrido e talo-
ra il più giocondo aspetto. Quindi
tutti i cereali, specialmente il riso,
cibo ordinario del frugale abitato-
re , droghe d'ogni specie, legni me-
dicinali, il betel gradito a quei po-
poli, cannamele, boschi di bambù,
indaco che cresce spontaneo nelle
campagne, tutte le utilissime spe-
cie di palme oltre il cocco , sono
i principali prodotti delle Indie.
Non minore è la dovizia del regimo
minerale. I fiuuìi auriferi indicaiio
l'abbondanza dell'oro che nelle sue
viscere la terra nasconde. Miniere
di rame, di ferro, di piombo, di
slagno, di zinco, di mercurio, di
antimonio si trovano in diverse
parti. Ivi pure sono i più perfetti
e più grandi diamanti che si co-
noscano, le più nitide perle, e tut-
te le altre gemme di cui ve n' è
dovizia. Oltre altri naturali pro-
dotti vi sono quelli dell'industria,
i8i IND
massime in ottimi tessuti di coto*
ne, ed in copiosi lavori di metallo
e di avorio. Gli animali forse non
sono in altra parte del globo sì nu-
merosi e sì vari. Gl'inglesi occupano
il primo posto nel novero dei domi-
natori di questa regione; essi si-
gnoreggiano in tutto r Indostan sia
col nerbo delle armi, sia colle ar-
ti della politica. Alcuni calcolano
a più di cinquanta milioni d' abi-
tanti la popolazione degli stati ad
essi direttamente sommessi, altri a
settantadue milioni; e se si uni-
scono a quel numero i paesi tri-
butari, vi rimane appena il quar-
to in tutta la regione nell'indipen-
denza, ed anche meno se merita-
no credenza quelli che dicono a-
scendere a centoventitre milioni gli
individui soggetti agi' inglesi com-
presi i tributari; questa porzione
libera dell' Indoslan è abitala dai
seik o seichi, e dai maratti. La
Francia e il Portogallo hanno pu-
re neirindostan dei possedimenti.
Sì dice Indostan inglese l' immen-
sa estensione di paese di cui gli
inglesi si sono successivamente im-
padroniti neirit)dia, così Indostan
francese, Indostan danese, Indostan
portoghese, ec, si denominò il ter-
ritorio e possedimenti appartenenti
a ciascuna nazione. Sì disse Indo-
stan danese il territorio che yi
possedeva la Danimarca, come la
pitta e dipendenza di Tranquebar
(B Serampour, che la stessa Dani-
marca cedette all'Inghilterra per
trattato seguito nel i844- Anche
i Paesi-Bassi possedettero un ter-
vitorio nell' Indie, ma al presente
non vi hanno più alcun dominio.
Quanto all'Indostan inglese, ed alla
sovranità dei paesi conquistati da-
gl'inglesi, o che furono loro ceduti,
non appartiene affatto, propriamen-
IND
te parlando, al governo inglese, ma
bensì ad una società di commer-
cianti conosciuta sotto il nome di
Compagnia delle Indie orientali^
che fu fondata con una carta del-
la regina Elisabetta nel iSgi, car-
ta che fu rinnovata circa sedici
volte da una tale epoca : la penul-
tima volta fu nel i8i3 per venti-
nove anni, e l'ultima fu nel 1842
per nove anni, per cui termina nel
i85i. Il privilegio della compagnia
non fu sempre esclusivo: nel 1784
essa fece creare dal parlamento il
banco dell'Indie; un governatore
generale dei possedimenti inglesi
nell'Indie fu nominato nel i8o4, e
nel 18 13 la compagnia restò socie-
tà incorporata per l' India di cui
amministra la sovranità. Londra è
la sede della compagnia, donde si
spediscono per l'Indostan gli ordini
superiori. Non si può esattamente
determinare la popolazione dell'in-
tera India, e per approssimazione
forse saranno centoventi o cento-
trentadue milioni di abitanti, com-
presa l'isola di Ceylan, e lo stabi-
limento inglese di Bencuien nell'i-
sola di Sumatra. La popolazione
cattolica poi dell' Indostan non su-
pera ottocentomila individui, com-
presa quella dell'isola di Ceylan,
della quale come delle isole prin-
cipali del mare dell'Indie o oceano
indiano pure parleremo. Va avver-
tito che l'isola di Ceylan appartie-
ne propriamente al governo inglese,
non alla compagnia.
Gl'indiani riconoscono un Essere
supremo fornito di tutti i divini at-
tributi sotto il nome di Parabrahma ;
ma yi aggiungono un novero infini-
to di differenti dei e dee, i quali pe-
rò non sono che ministri subalter-
ni del primo, o emanazioni e por-
zioni della divinità che sotto varie
IND
forme si riprodussero. I tre princi-
pali sono Brahma o Brama, Vislma o
Vishnu, e Sciva o Schiva. Al primo
dicesi delegata la facoltà di creare,
al secondo quella di conservare,
al terzo quella di distruggere o
"variare le forme. Inoltre significa-
no il primo la terra, il secondo
l'acqua , il terzo il sole o fuoco,
come dicemmo all'articolo Bramini.
Sono poi insieme compresi sotto il
nome di Trimurti. Il culto di Brah-
ma è la base dell'indiana mitolo-
gia, feconda di vive e bizzarre im-
maginazioni. Comunque le stranis-
sime metamorfosi di che è ripiena
vogliano intendersi allegoricamente,
giusta il parere de^più sensati, pu-
re nulla può immaginarsi di più
goffo, ridicolo ed indecente. Vedam
o Veda si chiama il loro libro sa-
cro, ed Exur Vedam il suo com-
mentario, ambedue compilati in
lingua sanscritta, e posseduti dai
bramini, specie di sacerdoti deri-
vati dagli antichi bracmani e gi-
mnosofisti dell' India. Devesi nota-
re che vi sono quattro Vedam o
libri sacri degl'indiani: i. Rey o
Risch-Veda; 2. Jagiur-Veda ; 3.
Sciama o Sama-Veda ; 4* Atarva-
na-Veda. II libro detto Exur non
è antico. Ai superstiziosi dommi
sono collegate le istituzioni civili,
che dalle religiose in tutto dipen-
dono; quindi superstiziosi sono i
riti de' matrimoni , dei conviti e
dei funerali. L'eccesso a cui porta-
no le loro fanatiche mortifica-
zioni, i suicidii, i magici presti-
gi non sono paragonabili ad al-
cun altro mostruoso parto dell' u-
mana fantasia delirante. La col-
tura inglese non giunge ancora ad
estirpare il barbaro costume delle
spose di correre liete a bruciarsi
nel rogo dell'estinto consorte. Del
IND i83
resto è commendevole la sobrietà de-
gl'indiani che pervenne ad astener-
si da ogni cibo animale e da ogni
bevanda spiritosa. Non si deve pe-
rò tacere, che l'uso di bere il vi-
no, anche con eccesso, benché in
segreto, comincia ora ad introdur-
si fra gl'indiani, ed anche tra le
caste più nobili. La poligamia è
fra loro permessa, sebbene rara-
mente seguita, e quelli che ne fan-
no uso, fra le spose distinguono la
principale. Fra i maomettani poi
la poligamia è più comune. Sono di-
visi in caste, vale a dire ordini o
ceti di più ranghi, ne i men puri
ai più distinti si mescono. L' edu-
cazione de'fanciulli è affidata ai
bramini; rau le donzelle rimango-
no presso i loro parenti fino all'età
d'anni dodici, ch'è quella del loro
sollecito sviluppamento e fecondità.
I lineamenti non differiscono gran
fatta da quelli degli europei, né
meno belle sono le loro donne.
L'avarizia, il mancar alle promes-
se, la lentezza nel risolvere, ed una
raffinata lussuria sono i vizi pre-
dominanti delle popolazioni india-
ne. L'astronomia, la medicina, l'ar-
chitettura sono le scienze predilet-
te, come mirabile é la loro pron-
tezza nella scienza del calcolo che
eseguiscono sempre a memoria senza
l'aiuto dello scritto. Gl'indiani furo-
no gl'ingegnosi inventori delle cifre
numeriche, passate quindi agli a-
rabi, e da questi in tutto il mondo
con tanta utilità propagate. Sono
gl'indiani monotoni e freddi nella
musica, agili nella danza, ed arti-
ficiosissimi nella mimica. La musi-
ca degl'indiani assomiglia moltissi-
mo a quella delle nazioni del le-
vante, ed anche a quella dei con-
tadini italiani, in sostanza sembra
essere la musica antica de' primi pò-
i84 IND
poli. Parlano differenti idiomi, che
hanno però pih o meno relazione
col sanscritto, l'antica lingua di que-
sta regione nella quale sono com-
posti i suddetti libri Vedam , e
colle lingue delle circostanti popo-
lazioni. I monumenti e i libri del
paese attestano che V inciviliuiento
e la letteratura eransi in altri tem-
pi innalzati a sommo splendore. Il
dotto monsignor Nicola Wiseman,
ora vescovo Mellipotamo, nella con-
ferenza settima sulla storia primi-
tiva, quanto alla connessione che
lianiio le scienze colla religione ri-
velata, pubblicata nel tom. VI, p.
3 degli Annali delle scienze reli-
giose ^ trattò delle idee esagerate
dall'antichità degli indiani; della
loro astronomia; del tentativo di
Bailly per provarne la straordina-
ria antichità; della confutazione
fattane da Delambre e Montucla ;
delle ricerche di Davis e Bentley;
delle opinioni di Schaubach, La-
place, ed altri; della cronologia in-
diana e delle investigazioni di sir
G.Jones, Wilfort, ed Hamilton; e
dei tentativi di Heeren per fissare
il principio della storia indiana, co-
me pure, delle scopeite del colon-
nello Tod sull'origine degl'indiani
primitivi.
Gli indostani o indiani si dico-
no figli di Brama, loro primo le-
gislatore, e da esso vogliono trarre
la loro origine. Esso fu il loro pri-
mo uomo, li civilizzò, diede loro
una religione e delle leggi, e li di-
vise in caste alle quali assegnò di-
verse occupazioni che tutte si ri-
feriscono a principii di religione. So-
no tante le differenti caste, tribti,
ordini o ceti ne' quali trovansi di-
visi gl'indiani, che sembra indispen-
sabile darne almeno qui un cenno
sulle principali, onde dare un' idea
IND
del sistema civile con che questi po-
poli sono organizzati. Queste caste
sono in numero di quattro prin-
cipali, che si suddividono in ottan-
taquattro classi , al dire di molti ;
siccome è diUlcile fissare precisa-
mente il numero delle suddivisio-
ni delle caste, non si può stabilir-
ne il novero, ed è meglio ritenere
ch'esse sono in gran numero. La
prima casta è la sacerdotale che
componesi di tutti bramini, ammi-
nistratori di tutti gli oggetti del
culto, e depositari dei libri sa-
cri, e perciò letterati. Sono suddi-
visi in ordine gerarchico di mag-
gior o minor dignità, né giammai
né col convitto, né coi matrimoni
fra loro si confondono. Il ministe-
ro spirituale poi non li esclude dal-
le cariche diplomatiche; anzi at-
tendono, ove lor piaccia, alle armi,
al commercio, all' agricoltura. Li
distingue dalle altre tribù un pic-
colo cordone, composto di venti-
sette piccoli fili di cotone, che scen-
de dalla spalla sinistra al petto ed
al dorso, e chiamasi nella lingua
sanscritta Jahgniapavitra. Non pon-
no mai starne senza, e se il perdono
o rompono si astengono da ogni
sorta di cibo, finché altro non ne
abbiano surrogato. I biragi o mo-
naci di Matra nella provincia di
Agra, abbandonati ad ogni sorta
di folli stravaganze , e gli austeri
eremiti di AUahabad sono compresi
in questa classe. Va avvertito che
tutti i sacerdoti indkml non sono
bramini, essendo la casta di que-
sti altrettanto civile che religiosa,
La seconda casta è la militare, e
dicesi gsiattria o rajapiUra, quasi
regia progenie. Dividesi in due or-
dini che dal sole e dalla luna si
fanno discendere, e ad essa è or-
dinariamente affidato il comando
IND
ed il governo. I rajapnti sono fieri
e bellicosi, ma rare volte disgiun-
gono il valore da una barbara am-
bizione. Poco successo hanno in es-
si prodotto le istanze degl' ingle-
si per far loro abbandonare la
crudele costumanza di uccider le
figliuole, quando temono di non
poter procurare ad esse convenevo-
le accasamento. Le donne sono
gelosamente custodite dall'età di sei
anni fino al matrimonio, e le noz-
ze con persone di bassa sfera pri-
vano i figli delle qualità eredita-
rie. Nell'Adjemir o Agemira com-
prendonsi i loro stati ereditari. La
terza casta è dei vaisela, e contie-
ne gli agricoltori e pastori possi-
denti, i banchieri, mercanti, ed al-
tre persone addette alla negoziazio-
ne. La quarta casta dei isciulri, o
meglio sudras o choiilres, racchiu-
de tutti gli artefici, è suddividesi
in moltissime altre, giusta i diver-
si mestieri. Fra i più vili ordini
eziandio di questa classe è tolta o-
gni comunicazione per disuguaglian-
za di merito, a ciascuno è insiut»-
to di esercitare l'arte fissata per la
sua casta, e quella passa dall' una
in altra generazione con rare e li-
mitate eccezioni, ciò che nelle gior-
naliere faccende produce incomo-
dissimo inceppamento.
Fra i popoli malabarici havvi
la casta de' nairìy con cui è distin-
ta la nobiltà ereditaria, che pro-
viene dai tscìiUri o artigiani, po-
chi trovandosi fra que' principi che
possano vantare la discendenza dei
rajaputi o guerrieri. Il loro carat-
tere è freddo al pari di quello de-
gli altri indiani, ma non vi è clas-
se in cui più si dispieghi l' orgo-
glio, la vendetta, ed il dispotismo
colle caste inferiori. Le donne, che
sono dotate di una speciale avve-
IND i85
nenza, hanno ciascuna il suo spo-^
so, ma sono impunemente scevre
da ogni riservatezza cogli individui
di casta eguale. Con altrettanto fu-
rore però la gelosia si manifesta,
ove discopransi illecite tresche co-
gli europei , o cogli individui di
caste inferiori , tranne quella dei
bramini che ai nairi sola sovrasta,
e cui tutto è concesso. Sì distingue
la stretta loro unione per riparare
le comuni offese, e forma essa lo
spirito della casta. Le donne sono,
come si vede da per tutto dove il
cristianesimo non è la religione do-
minante, pressoché in uno stato di
disprezzo civile. In certe parti del-
l' Indostan quelle delle caste più
nobili tengono a glande onore di
quasi mai uscire dalla casa loro.
Le mogli dei bramini più facil-
mente sono in illecito commercio,
che quelle delle altre caste nobili.
Sì dice che i mariti se ne appro-
fittano molto per ottenere dagl'in-
glesi gl'impieghi del governo. Ma
il matrimonio fra queste donne e
gli europei è affatto inusitato. Il
rajah appartiene alla classe mede-
sima dei nairi, ma d'uopo ha di
essere investito del favore dei bra-
mini. Per una conseguenza del li-
bertinaggio la successione al regno
appartiene al nipote primogenito
della sorella del regnante, la quale,
dev' essere maritata alla speciale
tribù dei calarei. I propri figli si
chiamano tarnbi^ sono trattati con
distinzione , ma raramente è dato
loro di aspirare a posti importan-
ti. La casta malabarica àe cegoi,
detti anche lìar , è annoverata fra
le basse ed impure, se si confronti
coi bramini e nairi; si riconosce
però superiore alle vili e sordide.
La coltura dei boschi di cocco è
specialmente attribuita ai cegoi, ma
i86 IND
non ricusano dì prestarsi ad ogni
altro servigio : leggiadre e civili so-
no le femmine, ed a queste la co-
municazione con gli europei non è
punto interdetta. Vi sono pure i
mapiile^ arabi d* origine, che cer-
carono nei passali secoli di miglio-
rare, emigrando dal paese nativo,
la loro condizione. Nella costa dei
Coromandcl sono chiamati lapì', e
tì si trovano in maggior nnmero.
Antica inimicizia li separa dai nairi,
ed ha sovente scoppiato con devasta-
zioni, stragi ed orrori. Questa divisio-
ne d* animi fra popoli, caste e tii-
bù ha molto contribuito all'ingradi-
mento della potenza inglese nelle
regioni indiane. Tra i mapule tro-
vansi dei cristiani venuti di Soria,
che seguono il rito siriaco, e di-
stinguonsi col nome di mapule na-
zareni. Sono pure cristiani nella
maggior parte i mistizì o topai o
topasy che nati da un'indiana con-
servano con orgoglio il nome del
loro genitore europeo, ma vivono
ordinariamente nell' ozio e nella
mollezza, tranne i pochi addetti
alle arti ed al commercio. I misti-
zi o topas sono sistematicamente
disprezzati dagl'inglesi, i quali te-
mono che più tardi si possano ri-
vollare contro la madre patria; sono
egualmente disprezzati dagl' indiani
perchè per lo più sono nati di donne
della casta dei parias. La casta più
infelice è quella dei paria o pa-
rias, perchè diversi di loro soffro-
no dura schiavitù , e s'impiegano
ne' più abbietti ufiizi : vivono dis-
giunti dalla società tra le risaie,
in piccole e misere capanne. Il
loro disprezzo giunge a tal ripro-
vevole segno, che al passaggio di un
cego, d'un nario, d' un bramino deb-
bono sortire dalla via in cui si tro-
vano, e ritirarsi in proporzionata di-
IND
stanza. Tuttavoltu ì parìa non sono
schiavi, ne miserabili tutti come si
crede generalmente. Bisogna di-
stinguere la maggior parte di loro
con certi schiavi, molto più disprez-
zati ancora, che si trovano in cer-
ta parte dell' hidostan. Tra i paria
vi sono diverse suddivisioni più o
meno disprezzate l' una dall' altra.
I calzolari sono stimati più igno-
bili ancora che i paria ; ma gli
ultimi di tutti sono quelli che si
impiegano nella pulizìa delle latrine.
I ntadi o pdeia sono ancor più
miseri, essendo ad essi barbaramen-
te interdetto l' ingresso nella città,
laonde menano per boschi la loro
vita errante e fuggiasca. I parsi
o guebrì nel numero di circa venti-
mila fuggirono di Persia al furore
di Abubecher primo califfo nd VII
secolo. Da Ormus passarono al Gu-
zurate e furono dagli indiani ac-
colti con benevolenza a sola con-
dizione che non uccidessero ne si
cibassero di animali bovini, ciò che
hanno sempre mantenuto. Hanno
in venerazione il gallo che annun-
zia il giorno , e conservano nei
tempio il fuoco sacro che recaro-
no dalla patria : sono sobri, cari-
tatevoli, attivi , fedeli e rispettosi.
Adottano i costumi europei, pro-
fittano del commercio e frequen-
tano le società inglesi : la loro re-
ligione, al pari di quella di Brahma,
non ammette proseliti. Si trovano
pure in questo paese gli afghani,
che sono dispersi e vivono sotto
un governo feudale, da ultimo in
guerra cogl* inglesi. Vi è pure la
setta indiana debaniani, ì quali si
astengono da ogni cibo animale,
sono dediti al commercio, e per-
corrono tutte le contrade dell'Asia.
Nel regno o provincia di Cochin
vi sono ebrei^ divisi in ebrei bioìi'
IND
clil che vantano remota antlcliltà,
forse dall' Vili secolo, ed ia ebrei
neri che sono schiavi del Malabar
comprali ed associati al giudaismo.
Le due classi vivono sejjarate, e Ta-
-vidità loro pel guadagno le priva
di considerazione. Finalmente è da
notarsi, che la gerarchia delle ca-
ste è collegata alle idee religiose,
essendo punto dell' indiana creden-
za, che dal capo o dal volto di
Brahma abbiano i brami sortita
l'origine, dalle braccia i rajaputi,
dal ventre e dall'anca i vaiscia, e
dal piede i tsciutri. Quindi non è
a meravigliarsi se ostacoli insor-
inontabili si oppongono alla di-
struzione di sì inveterati pregiu-
dizi.
Cenni sforici de^principali avveni-
menti dell' Indie sino alla ca-
duta dell' impero del Gran Mo-
gol, non compreso lo stabilimen-
to degli europei in queste con-
trade.
L' istoria dell' Indie non racchiu-
de nella sua antichità che favole
le pili assurde. Tra le prime im-
prese militari eseguite nell'Indie,
cominciando da Ercole, debbono
annoverarsi quelle che si raccon-
tano di Ercole e di Bacco, il pri-
mo si dice fu costretto levar l'as-
sedio della rocca Aorna su l' In-
do, il secondo che fondò la città
di IVica. In appresso viene la spe-
dizione di Sesostri che con seicen-
tomila uomini , ventiquattromila
cavalieri, e ventisettemila carri tra-
versò l'Asia, e tutta intera la con-
quistò sino alle rive del Gange.
Molti pensano che si deve fissare
l'origine dei bramini nell'Indostan
all'epoca della spedizione di Seso-
stri sino alle rive del Gange,, o
IND 187
come si legge nell'antica storia,
sino al mare orientale. Questi bra-
mini sarebbero, secondo tale senti-
mento, confermato da molte osser-
vazioni locali, gli stessi egiziani
conquistatori e civilizzatori del-
l' Indostan. Più tardi Dario figlio
d' Istaspe re dì Persia con consi-
derabile esercito fece delle conqui-
ste che non si estesero al di là
dell'Indo. Un secolo e mezzo do-
po il tentativo di Dario, Alessan-
dro il Grande con trentamila uo-
mini partì dalla Macedonia, scon-
fisse i persiani al passo del Gra-
nico, percorse vincitore diverse re-
gioni, sconfisse Dario ad Isso e ad
Arbella, e successivamente essendo
entrato in Persia si portò a Susa,
a Persepoli e ad Ecbatana. Indi
inseguendo Bosso uccisore di Da-
rio, varcò l'Osso, s'impadronì di
Maracanda, oggi Samarcanda, fer-
mandosi a Bulca città primaria del-
la Battriana. Indi Alessandro s' in-
noltrò verso r India, superò i mon-
li Paropamiri, prese la città di Ni-
ca ed assaltò la rocca Aorna ;
passò l'Indo, fece costruire sopra
questo fiume delle navi, attaccò e
sconfisse Poro sulle rive dell' Idas-
pe, e fabbricò la città di Bucefa-
lia in memoria del suo cavallo che
avea perduto. Dipoi l'eroe mace-
done traversò il Pojab situato fra
dnque grandi fiumi, ma ripassato
r Idaspe ricevette un rinforzo di
trentaseimila greci, con nuove armi
e una flotta di duemila navi di
varie grandezze. Allora accompa-
gnato da più di centoventimila
combattenti, di cui un terzo era
trasportato dalla flotta, ed il resto
camminava sulle sponde dell' Idas-
pe, entrò nell'Indo, e discesone sot-
tomise tutti que' popoli. Giunto
nove mesi dopo alla città di lala
i88 IND
vi sbarcò la più gran pnrta delle
«Me truppe, e ripresa la strada di
Babilonia rieiUrò in questa città
quando aveva trentadue anni. Se-
leuco Nicatore tino de'suoi duci e
successori, essendosi reso padrone
di tulla l'alta Asia, formò il pro-
getto di portarsi nell'India col dop-
pio scopo di stabilirvi la sua au-
torità, e di sottomettere Sandra-
calo o Sandrocotto sovrano dei
parsis, nazione potente sulle spon-
de del Gnnge; egli penetrò molto
pili lungi dell' intrepido Alessandro
suo signore, ma fu costretto ritor-
nar ne* suoi slati per opporsi ad
Antigono che ne minacciava l'in-
irasione. Antioco il Grande re di
Siria circa centosettantanove anni
dopo la spedizione di Seleuco, en-
trò neir Indie, e conchiuse un trat-
tato di pace con Soppagazeno, so-
prano della regione. Le Indie fu-
rono poco conosciute dagli antichi
prima delle conquiste di Alessan-
dro e di Seleuco, il quale stabili
delle relazioni con Sandrocotto, in-
diano intraprendente che avea se-
guito Alessandro.
Sandrocotto pervenne a render-
si padrone di Palibothra o Patna
di cui fece la sede di uno stato
possente, essendo tal città la ca-
pitale dei parsis o prasii vicini
dei gangaridoe che occupavano le
bocche del Gange. Si apprende da
Plinio che nel paese di Goudjera-
te e nel Conca n vi erano due re
possentissimi, uno de' quali fu po-
scia conosciuto dagli arabi sotto il
nome di Balhara. Inoltre Plinio
al sud del Rrisna situa la Regio
Pandionis, che si estendeva sino al
capo Comorin. Quanto alla costa
orientale, fu essa poco conosciuta
dagli antichi. Dopo il regno di
Sandrocotto quasi non fu fatta più
IND
parola dell* India negli autori gre-
ci e latini; si sa vagamente che
Arsace re dei parti vi penetrò e
divenne possessore di tulli i paesi
in cui Poro avea regnato; che i
battriani dopo aver scosso il giogo
dei Seleucidi, fecero più con([uiste
nelle Indie, che non fece lo slesso
Alessandro. Menandro loro quarto
re portò le sue armi al di là del
monte Imaus ; ed Eucradite, uno
de' successori di Menandro, dicesi
che s' impadronì di mille città nel-
l'India. Circa due secoli prima
dell'era cristiana i parti e gli sci-
ti invasero tutta l'India settentrio-
nale, che Tolomeo indicò sotto il
nome d'Indo-Scizia. Verso il 648
i cinesi portarono la guerra nelle
contrade vicino al Gange. Al prin-
cipio del secolo seguente i setta-
tori di Maometto si aprirono la
strada nell'India, assoggettarono
quasi tutto il Multan, e si stabili-
rono neir India settentrionale. Uno
dei governatori delle provincie con-
qiiistate, Makrand kan, divenuto pa-
drone indipendente di Ghiznih ,
fu il primo conquistatore dell' In-
dia nei tempi moderni, e il fon-
datore della dinastia mussulmana
dei ghiztjevidei, ghazanidi o gha-
zenidi, la quale sussistette dal 797
sino alla metà del secolo XII ; si
narra, che spingesse le sue conqui-
ste sino a Goa. L' ultimo principe
di questa dinastia, che avea regna-
to in un impero di cui Cabul, il
Candahar ed il Korassan forma-
vano il nodo, fu deposto nel i iSz
da Rassim-Gauri , fondatore della
dinastia de'gauridi, che prese il
nome dal paese di Gaur, e risie-
dette a Labore; i gauridi sog-
giogarono il Kanara ed il regno
di Bisnagor, il Multan, il Dehly e
sino a Benares. Verso il 12 15
IND
l'impero tle*gauricli fu diviso, e Kou-
tab, ch'ebbe di sua porzione le
conquiste dell'India, fondò la di-
nastia dei patani o afgani, e fece
Dehiy la sede del suo impero. Il
regno degli imperatori patani fu
turbato dalle successive invasioni
di Genghiz kan e di Tamerlano ;
furono rimpiazzati nel i4i3 dalla
famiglia di Ghizer, e questa lo fu
nel i4^o da Bellali-Lodi. Tamei*-
lano alla testa di un esercito di
tartari era partito dalla Poidiana
verso il i36o, si era impadronito
di Bulca e di Candabar, e dopo
aver soggiogato tutta l'antica Per-
sia si aprì il passaggio delle In-
die, traversando il Pojab s' impa-
dronì di DehIy, e dopo altre con-
quiste neir Asia e nell'Africa, ri-
passato l'Eufrate e il Tigri, si sta-
bili a Samarcanda: egli si dispo-
neva alla conquista della Cina
quando morì.
Il piccolo figlio di Bellali-Lodi,
chiamato Ibraim-Lodi, fu sconfitto
nel 1025 da Baber che divenne il
fondatore della dinastia mogola.
Akbai" suo nipote convalidò ed e-
stese la sua potenza in tutta la
parte settentrionale dell' Indostan ,
ed assoggettò il Bengala ove re-
gnava il radjah Sali Dowes. Que-
sta porzione era stata soggetta a
numerose rivoluzioni, e formò al-
ternativamente un regno e degli
stali separati. La sua storia è fram-
mischiata di favole nei primi tem-
pi, e non incomincia verosimilmen-
te per noi che al XIII secolo. Ver-
so il fine del XIV, Tamerlano,,
come dicemmo, per essersi impa-
dronito di questa contrada, i tor-
bidi che seguirono questa invasio-
ne le procurarono in parte la sua
indipendenza. Spesso fu governata
dai sovrani indiani, ed altre volte
IND 189
dai governatori maomettani sog-
getti all' imperatore di DehIy. Ak-
bar conquistò pure il Cabul , e
s'impadronì del Cachemire, ma
fallì ne' suoi tentativi sul Dekhan.
Divise il suo impero in sedici su-
babis o governi, suddivisi in par-
ganahas o provincie, amministrate
da nabab soggetti ai sidiabi , ma
però dipendenti direttamente dalla
corte. Fu questo il più compito
principe dell' Indostan, e morì nel
i6o5 dopo aver veduto perire per
vita disordinata il suo secondo fi-
glio, che amava molto, ed essere
stato costretto di combattere il ri-
belle suo figlio maggiore. Questi
gli successe sotto il nome di Dje-
hanghir ; indi Sah-Djehan figlio
di quest'ultimo si ribellò pure, e
vide i suoi tre figli agire verso di
esso nel modo istesso. Aureng zeyb,
uno di tali figli, dopo aver fatto
trucidare i due suoi fratelli, ed av-
velenare il padre, montò sul trono
e procacciò all'impero mogolo il
più alto grado di potenza e di ce-
lebrità; pel zelo dell' islamismo per-
seguitò gì' indiani che si ribellaro-
no molte volte, ma furono sempre
vinti. Non fu lo stesso dei marat-
ti che abitavano le montagne del-
le Gatte: questi pòpoli bellicosi si
congiunsero a molti principi in-
diani stanchi del giogo loro im-
posto, diedero il comando al va-
lente Siouadgi, e conquistarono uno
de' più possenti stati dell' India;
essi avrebbero senza dubbio fatto
crollare il tiono di Aurengzeyb,
se la morte non avesse sorpreso il
loro capo nel i68o, in mezzo ai
suoi vasti progetti di vendetta. E-
glino però continuarono la guerra,
e r in^peratore fu forzato trattare
con loro, abbandonando ad essi in
tributo il quarto delle provincie
igo IND
del Deklian che avea conquistale.
I figli di Aureng-zeyb si ribella-
rono altresì contro di lui, ma fu-
rono sempre vinti, e dopo la mor-
te di questo principe V Indoslan
divenne preda dell'anarchia e del-
la rivolta, e l'impero mogolo non
fece che sempre più decadere.
11 maggiore de' suoi figliuoli A-
zem-sah s' impadronì della corona,
ma suo fratello avendogliela dispu-
tata, accadde una sanguinosa bat-
taglia presso di Agrah , in cui A-
zem-sah fu sconfitto ed ucciso ;
suo fratello salì sul trono sotto il
nome di Sah-Allem, e morì nel
17 13 dopo un regno di sei anni.
I suoi figli governatori di provin-
cie, si trovarono ciascuno dopo la
sua morte alla lesta di una pos-
sente armata, e si disputarono quin-
di l'impero; tre perirono a diver-
se epoche, ed il maggiore divenne
imperatore sotto il nome di Dje-
hander-sah. Esso disgustò gli om-
rahi, e due fratelli della tribù dei
Seidi, di cui portavano il nome, si
posero alla testa di una cospirazio-
ne che condusse al trono Ferokhsir,
nipote di Djehandersah, al quale
il nuovo sovrano fece troncare la
testa. Pervenuto all' impero questo
principe risolse di liberarsi dal do-
minio dei Seidi, il cui potere era
divenuto grandissimo; avvedutisene
questi s' impadronirono della sua
persona, gli fecero cavar gli occhi e
Io strozzarono a' 24 febbraio 17 19;
elevaronoquindi alla dignità di gran
mogol Raffoeil-Derdjaat, che fecero
avvelenare tre mesi dopo, e pro-
clamarono in suo luogo il fratello
maggiore, che prese il nome di
Sah-Djehan. I principali omrahi ,
gelosi del potere dei Seidi, si ribel-
larono, ma furono battuti, e Sah-
Djehaa moiì naturalnieote verso il
fine del 17 19. I Seidi ascosero la
sua morte per molti giorni, e pro-
clamarono Mohammed sah , secon-
do figlio di Sah-Allem; questo prin-
cipe, stanco del dominio de* due
fratelli, eccitò egli stesso i princi-
pali omrahi alla sommossa, e sotto
pretesto di marciare contro di essi,
radunò un'armata, fece assassinare
uno de' fratelli, che lo accompa-
gnava per non perderlo di vista,
e marciò contro 1' altro che vinse
e fece prigione. Possessore dell'au-
torità si abbandonò al suo genio
pei piaceri, trascurando il governo
dell' impero ; il disordine e la con-
fusione regnarono; i maratti ven-
nero sino alle porte di Dehly, e
non si potè sbarazzarsene che per
un trattato loro vantaggioso. Nadir-
sah o Thamas-Roulikan re di Per-
sia, profittando dei torbidi dell' ira-
pero, s'avviò alla volta di Ispahan,
alla testa di ottantamila uomini,
sottomise la città e territorio di
Candahar, dopo un assedio di die-
ciotto mesi; traversando in appres-
so l'Indo, dopo aver trattato cogli
afgani, camminò sopra Gabal piazza
frontiera dell' Indostan, si rese pa-
drone di Labore, una delle dieciot-
to città fondate da Alessandro, ri»
portò vittoria completa sopra 1' e-
sercito del gran Mogol, s'impadro-
nì per astuzia della persona del-
l'imperatore, prese e saccheggiò
Dehly , il cui bottino ascese a tre
miliardi ottocento milioni di fran-
chi, il giorno II marzo 1789, e
non si ritirò se non che dopo a-
versi fatto cedere cinque provincie
sul Sind o Indo. Mohammed lan-
guì ancora qualche anno, e perde
successivamente quasi tutte le pro-
vincie del suo impero. Nizam-al-
Mouluck eresse nel Dekhan una
sovranità ereditaria; i maratti di-
IND
vennero sì possenti, che convenne
abbandonar loro in tributo il quar-
to delle rendite delle provincie che
avevano percorse colle armi alla
mano, ed i rohillachi, tribù che a-
bitava le montagne tra 1* India e
la Persia, fondarono uno stato li-
bero sulle rive del Gange a qua-
ranta leghe da Dehiy.
Mohammed-sah mori nel 174?
e lasciò la corona a suo figlio Ah-
med-sah, il quale non la godette
che sei anni, e vide durante questo
tempo l'impero totalmente smem-
brato e disciolto. Due anni dopo
il suo avvenimento al trono i ro-
hillahi sconfissero l'ultima armata
imperiale ; i djati invasero la pro-
vincia d'Agra, e vi si stabilirono ;
Seisdar-Djong s'impadronì di Aou-
de ; il Bengala rimase in potere
del suo viceré Aliverdy; Allah-abad
fu il dominio di Mohammed-kuli,
ed ì maratti, divenuti sempre più
potenti, aggiunsero ai loro possessi
una gran parte del Goudjerate ,
dell' Oiiza e del Berar. La dinastia
di Tamerlano fu ridotta a non
avere più che DehIy ed il suo
territorio, e questa città istessa
decadette successivamente; però la
persona ed il nome deiriniperatore
erano l'oggetto del rispetto e della
deferenza degli usurpatori; essi cer-
cavano di legittimare le loro inva-
sioni con pretese concessioni di que-
sto principe, concessioni ch'estor-
sero impadronendosi della sua per-
sona e facendo passare i loro alti
per suoi. La moneta deli'lndostan
fu sempre battuta col conio- del-
l' imperatore mogolo, quantunque
più non avesse ne impero, ne pro-
vincie, ne potere. Nel lySS l'im-
peratore Ahmed fu deposto dal suo
visir Ghazi, che in apparenza pose
sul trono Alieiugher, nipote di
IND 191
Sah-Allem. Questo nuovo sovrano,
volendo disfarsi del visir che lo
opprimeva, invitò Abdallah , che
regnava sulle provincie indiane ce-
dute a Nadir-sah, per venirlo a
ristabilire nei diritti della sovrani-
tà; questi percorse sei volte l' In-
dostan , saccheggiò e commise in
Dehly i più orribili eccessi. I ma-
ratti risolsero allora di scacciare
Abdallah, e di rendersi padroni
dell' Indoslan; una sanguinosa bat-
taglia avvenne nelle pianure di
Karnal e di Pampos ; sessantamila
uomini rimasero sul campo , ed i
maratti avendo perduto le provin-
cie settentrionali, la loro potenza
incominciò a declinare. Abdallah
godette in Dehly un potere senza
limiti, ed invitato avendo Sah-Al-
lem figlit) di Allemgher, deposto
ed assassinato da Ghazi , a venir
a prender il possesso, pel suo ri-
fiuto proclamò Djehan-Buglat fi-
glio di lui, che teneva già in suo
potere; ma Abdallah essendo stalo
costretto di abbandonar Dehly ai
Seiki, Sah-Allem si pose fra le ma-
ni dei maratti che lo ristabilirono
a Dehly. Infine l'ultimo imperato-
re mogolo fu pensionato dagT in-
glesi che s'impadronirono di Dehly e
di Agra. Nel tracciar la storia del-
l'India sino alla caduta dell'impero
del gran Mogol, non si parlò dello
stabilimento degli europei in queste
contrade , non ostante essi , come
andiamo ad accennare , sino dal
XVI secolo esercitarono la loro
influenza nelle rivoluzioni deli'ln-
dostan , e successivamente fecero
delle conquiste.
Brevi notìzie sulla scoperta fatta
dai portoghesi del passaggio al-
le Indie orientali, e loro con-
quislej suW ifi/luenza esercitata
19^ IISD
ddgU altri europei nelV ìndie, e
delle guerre e conquiste da exsi
fatte in queste regioni, massime
dagV inglesi.
Le ricchezze indiane, giunte in
Eui'opa col mezzo della Persia e
dell'Arabia, avevano impegnato di-
verse nazioni a cercare d'impadro-
nirsi del commercio di questa con-
trada, ch'era tutto intero, verso la
fìWQ del XV secolo, fra le mani
dei veneziani e dei genovesi : Mar-
co Polo, gloria dei primi pel suo
ritorno dalla Cina, visitato avea nel
XI 11 secolo le isole NicobaredAn-
daman, le coste dell'India e della
Persia. Da lungo tempo i porto-
ghesi esploravano le coste d'Africa,
indi sotto la guida del principe
Enrico, figlio primogenito di Gio-
vanni I re di Portogallo, scuopri-
rono nel i4i8 Madera, come pure
parecchie altre isole sulla costa oc-
cidentale d'Africa, e formarono al-
cuni piccoli stabilimenti nella Gui-
nea. Nel regno di Giovanni II e
nel i486 Bartolomeo Diaz giunse
all'estremità sud di questo conti-
nente, la cui punta egli chiamò Ca-
po di Buona Speranza; la costa
orientale dell'Africa fu conosciuta,
divenne palese la comunicazione fra
r Atlantico e l'Oceano indiano;
mentre essendo succeduto sul trono
portoghese a Giovanni II suo pa-
dre, il re Emmanuele il Grande,
commise all'ammiraglio Vasco di
Gama di trovare un passaggio per
mare alle Indie orientali, colle quali
non si aveva commercio che per
l'Egitto o la Persia. Essendosi in-
coraggiata la navigazione, Cristoforo
Colombo era approdato a Guana-
hani, una delle isole Lucaie, in A-
merica, e cinque anni dopo Ame-
lico Vespucci nel i497 scopri il
IND
Brasile in questa stessa parte del
mondo. Vasco di Gama avendo oltre-
passato il Capo di Buona Speran-
za nel «498 scoperse la costa di
Mozambico, e la città di Melindo
sulle coste di Zanguebar in Africa;
indi pel mare delle Indie ossia O-
ceano indiano Vasco di Gama giun-
gendo con una flotta a Calicut ,
sulla costa del Malabar, apri l' In-
dia all' Europa per la strada del-
l' oceano, il quale fu poscia attra-
versato da una quantità di navi-
gatori. A tal epoca Calicut e Cam-
bnja aveano acquistato una grande
importanza per l'abitudine contrat-
ta dai mercanti di Persia e d'Ara-
bia di portarvisi venendo da Ma-
scate e da Ormus. I portoghesi
essendo perciò in possesso di tutto
il commercio degli stati del /amo-
rino o re di Calicut, videro con
pena gli altri europei strappar loro
questo commercio, onde questi ul-
timi ispirarono al monarca indiano dei
timori sui progetti de'portoghesi; tut-
tavia la spedizione di Gama non fu
per vero dire che un riconoscinien-
to. L'ammiraglio portoghese Alvares
Cabrai comparve poscia sulla costa
del Malabar con una flotta nume-
rosa, fu accolto dal re di Cochin,
e ben tosto i portoghesi eressero
dei forti, ed incominciaiono una
guerra attiva contro la maggior
parte dei principi indiani. Almeida
in due battaglie navali rovinò la
marina del zamorino, battè i mus-
sulmani, e costrusse un forte nelle
isole Laquedive, onde intercettare
i navigli mori che vi si radunava-
no affine di evitare le flotte fd i
corsari portoghesi. Nel 1^07 Al-
meida fu il primo viceré di que-
ste contrade; ed ebbe in successore
Alfonso Albuquerque eli' erasi reso
celebre per la sua prudenza e per
IND
le sue imprese, il quale avendo
preso il governo delle conquiste
portoghesi nell'Indie, nel i5io s'im-
padronì di Goa, la fortificò in mo-
do di porla al coperto d' ogni in-
sulto, e ne fece la capitale e la
sede del governo portoghese nel-
l'Indie, per cui divenne una delle
piti floride città della penisola oc-
cidentale dell' India. Albuquerque
s' impadronì pure di Malacca, vi fece
un immenso bottino, vi eresse una
cittadella, e forzò i principi india-
ni a ricercare la sua alleanza; ma
non riputandosi del tutto tranquil-
lo fino a che gli arabi avevano la
città d'Ormus, la prese ed inviò
ostaggi a Goa responsabili di fe-
deltà.
Sotto il governo di Acunha i
portoghesi si resero padroni della
città e fortezza di Diu, e sotto il
comando di don Costantino di Bra-
ganza spinsero al piti alto punto
la loro potenza e prosperità. Pa-
droni di tutta la costa occidentale
della penisola, dalle bocche dell'In-
do sino al capo Comorin, nel i5i8
e dopo aver scoperto l' isola delle
Specierie , edificarono la città di
IVagapatuam, sulla costa di Coro-
mandel ; nel 1 545 fondarono s.
Tommaso , e non ebbero mai se
non che questi due punti sulla co-
sta orientale, ma le loro flotte in-
crociavano di continuo nel golfo
di Bengala. I portoghesi eccitarono
il malcontento dei naturali del pae-
se per la durezza di alcuni gover-
natori, lo stabilimento dell'inquisi-
zione, e l'ostinazione in cui persi-
stettero a voler cacciare dall'India
gli arabi ed i mussulmani loro ri-
vali. La estensione de' loro possessi
nuoceva alla loro sicurezza, e le
ricchezze acquistate gli avevano a.s-
sai ammolliti; ma ciò che portò
voi. xxxiv.
IND 193
a loro un colpo fatale fu la riu-
nione del Portogallo alla Spagna.
Sino allora erano stati i soli pa-
droni dell'oceano indiano ; nessuno
poteva navigarvi senza un passa-
porto portoghese , e gli olandesi
trasportavano da Lisbona in tutto
il restante dell' Europa le merci
tratte dall'Indie; ma questi ultimi
essendosi ribellati contro Filippo
Il re di Spagna, che sino dal i58o
lo era pure del Portogallo, esso
fece chiudere loro i porti del suo
dominio. Gli olandesi risolsero al-
lora d'andare eglino stessi a ricer-
care le preziose merci dell' India ,
e Cornelio Houtmann condusse in
questa contrada una flotta olande-
se che aiutò in molti luoghi i na-
turali a ribellarsi contro i porto-
ghesi. Gli olandesi divisero da prin-
cipio il commercio con quelli , e
finirono poscia col privarneh , ma
si attaccarono principalmente alle
isole che producono le specierie.
Bentosto gl'inglesi vollero pure di-
videre i benefizi che si traevano
dall'Indie, e nel 1577 Drake ebbe
la gloria di dare alla sua nazione
degli schiarimenti certi sulla stra-
da e sul commercio dell'Asia ; nel
i582 il capitano Stephens andò
all'Indie pel Capo di Buona Spe-
ranza, e cinque anni dopo Caven-
dish ed altri navigatori, i più abili
negozianti di Londra formarono una
compagnia, che ottenne dalla re-
gina Elisabetta nel 1591 un pri-
vilegio esclusivo pel commercio del-
l' India sotto il titolo di Compa-
gnia dei mercatanti di Londra com-
mercianti alle Indie orientali. Fu-
rono eretti in corpo, domandaro-
no ventiquattro direttori, e per pri-
mo governatore Tommaso Smith
aldermanno di Londra ; formarono
un fondo di settecentomilà lire stev-
i3
194 IND
line, ed equipaggiarono una flotta
di quattro vascelli che misero {iIIm
\ela il i3 febbraio 1601. L'arma-
mento si ancorò nella rada di A-
chem ; ri re di questo paese accor-
dò agi' inglesi una intera libertà
per le loro persone, beni e com-
mercio, e la flotta ritornò in Eu-
ropa con preziose derrate. Un'al-
tra spedizione ebbe pur luogo , e
questa si conciliò la benevolenza
dei re di Bantam, Tomaie e Ti-
dor, e percorse le Molucche; que-
sta compagnia non ebbe da prin-
cipio che dei sopraincaricati, i quali
qualche anno dopo lasciarono de-
gli agenti onde vendere i carichi e
t'ormare i loro ritorni. Ben presto
si sentì la necessità di avere degli
stabilimenti, e furono formati non
colla forza aperta, ma col consen-
so delle nazioni indigene. Per al-
tro senza forze e senza asilo , non
traendo i loro mezzi che dalla stes-
sa Inghilterra, si avvidero che lo-
ro conveniva, ad esempio dei por-
toghesi ed olandesi, crearsi una po-
tenza navale , e degli stabilimenti
fìssi : ottennero quindi dalla corte
di Dehiy la permissione di stabi-
lire fondachi a Surate, Gamba ja e
Ahemed-abad. Parecchie spedizioni
comparvero nel golfo arabico, a
Java, alle Molucche, al Giappone,
e sulle coste dell' Indostan ; e ben-
ché la compagnia non fosse mini-
mamente protetta dal governo di
Giacomo 1, essa vi supph colla sua
perseveranza ed attività.
Gli olandesi non videro senza
gelosia r andamento che prendeva
il commercio britannico, e l'ocea-
no indiano diveime il teatro dei
più sanguinosi combattimenti tra i
due popoli rivali. I portoghesi vol-
lero pure opporsi all' ingresso di
una flotta inglese a Surate, ma
IND
furono completamente battuti. Sir
Tommaso Roti, inviato in un'am-
basciata solenne a DehIy, guada-
gnò la confidenza di Djehanghyr
figlio di Akbar, ed ottenne molti
privilegi considerabili in favore del-
la compagnia. Nel 161 3 gl'inglesi
aiutarono Sah-Abbas ad impadro-
nirsi di Ormus, che distrussero in-
teramente; vi fondarono la città
di Bender-Abassi, all'ingresso del
golfo Persico , ed ottennero l' e-
senzione dei dazi pei loro navigli,
e la metà delle rendite delle do-
gane, a condizione che avrebbero
nel golfo dei vascelli per difesa del
commercio marittimo della Persia
contro i portoghesi. Gli olandesi
perseguitarono senza riposo gì' in-
glesi in tutti i mercati, e mostran-
dosi accaniti per nuocer loro, pro-
fittarono sì abilmente de' torbidi
che agitavano 1' Inghilterra , che
alla morte di Carlo I nel 1649 il
commercio della compagnia trovossi
intieramente annientato in oriente.
Cromvvel protettore d'Inghilterra
seppe valutare le forze di questo
regao, e dichiarò la guerra all'O-
landa; il trattato del i654 che vi
pose un fine, fu dettato dal pro-
tettore e rese la vita al commer-
cio dell'Indie. Carlo II salito nel
1660 al trono, accordò nuovi pri-
vilegi alla compagnia; essa fu in-
vestita dell'autorità civile e milita-
re, del diritto di far la pace e la
guerra coi principi indiani. Nel
1670 questo sovrano diede alla
compagnia Bombay, dote della sua
sposa Caterina di Portogallo; era
questo per essa un punto importan-
tissimo pel suo porto, che le per-
metteva di racconciare i suoi va-
scelli, ma nel tempo stesso Carlo
II vendette ad alcuni particolari il
diritto di commerciare colle Indie,
I
IND
e permise alla compagnia di attac-
carli. Si videro allora i negozianti
di una nazione slessa farsi una
guerra spieiata, e gli olandesi ap-
profitlandone , scacciare ignominio-
samente gì' inglesi da Bantam. Una
spedizione formata per vendicarsi
di un insulto si grande fu sventata
dalla corruzione della corte di Car-
lo II. Vi ebbe un deficit nella
cassa della compagnia, e il diretto-
re di Bombay Giovanni Child, al
quale serviva ogni mezzo onde riem-
pire un tal vuoto, non temette di
impadronirsi dei vascelli dei sudditi
del Gran Mogol, ed anche di u-
na floUa carica di viveri per una
delle armate di questo principe.
Aureng-zeyb fece assediare Bom-
bay : Cliild tanto vile quanto era
sialo arrogante, chiese grazia, ed i
suoi ambascialori ammessi all' u-
dienza del sultano colie mani lega-
te ed il viso nella polvere, otten-
t»ero non senza pena, dopo di a-
ver promesso una compensazione,
che si degnasse di accordare la
pace agl'inglesi. Inoltre sotto Gia-
como II la compagnia dell' Indie
ottenne nuove concessioni, ma la
rivoluzione politica che sopravven-
ne in Inghilterra, minacciò d'an-
nientarla. All'avvenimento di Gu-
glielmo III di Nassau al trono al-
zossi un grido generale conlro il
monopolio di questa compagnia ,
ed il parlamento accordò ai sud-
diti inglesi il diritto di fare il com-
mercio insienie o separatamente;
formossi una nuova società san-
zionata dal parlamento, e l'antica
compagnia ottenne la permissione
di continuare gli armamenti sino
al termine della sua caria. Queste
due società cercarono reciprocamente
di distruggersi per ogni mezzo ,
ma alfine meglio compiendendo i
IND 195
loro interessi si riunirono nel 1702
sotto il titolo di Compagnia unita
dei mercanli d' Inghilterra^ pel com-
mercio delle Indie orientali. Da ta-
le epoca questa compagnia non ha
fatto che aumentare i suoi posses-
si, ed accrescere il suo commercio.
Nel 1640 gl'inglesi si stabiliro-
no nel Bengala , ma senza potervi
erigere fortezze; nel 1680 il subah
accordò al loro agente una guar-
dia di trenta uomini ; essi furono
cacciati non molto tempo dopo ,
ma vi ritornarono nel 1 698, e fon-
darono il forte Williams a Cal-
cutta. Nel 1717 la compagnia ot-
tenne da Hosan-Alì , imperatore
mogolo, la concessione di tre vil-
laggi presso Madras, la giurisdizio-
ne civile de' suoi fondachi, e la e-
senzione di visita per ogni sorla
delle sue merci ; fu anche dichia-
rata sovrana di trentasette villag-
gi, che aveva acquistati nelle vi-
cinanze di Calcutta, ed ebbe il di-
ritto di esercitarvi la giurisdizione
civile e criminale. Da quest'epoca
incominciarono in questa contrada
le guerre fra gì' inglesi ed i fran-
cesi. Erano di già scorsi quasi due
secoli, che questi ultimi incoraggia-
ti da Francesco I avevano tentato
di commerciare coll'India; ma bat-
tuto da una tempesta il loro de-
bole armamento, non potè oltre-
passare il Capo di Buona Speranza.
La compagnia dell'Indie orientali
stabilita da Enrico IV nel 1601
fu un poco meno disgraziata; que-
sta compagnia però è diversa da
quella che ripete la sua origine
dalla necessità in cui si trovarono
le missioni del secolo XVII di af-
francarsi dalle pretensioni del Por-
togallo. Il gran Colbert fu quello
che la stabifi colTautorità di Lui-
gi XIV, sulle memorie date prima
196 IND
di tutti (Hai benemerito missionario
e vescovo di quell'epoca, monsignor
Francesco Pallu vicario apostolico
e amministratore generale delle
missioni della Cina, primo vescovo
della congregazione delle missioni
estere. Sotto la detta compagnia
però sino alla metà del XVJI se-
colo, epoca della fondazione dello
stabilimento di Pondichery, i di-
versi tentativi dei francesi furono
infruttuosi; spogliati del possesso
di questa piazza nel 1698 la ri-
cuperarono colla pace di Riswick
dagli olandesi, che la restituirono
Joro meglio fortificata. Martin e
Dumas, i due primi governatori
di questa colonia, la fecero fiorire;
dopo di essi Dupleix, il quale fece
pure di Chandernagor uno dei
principali mercati di Bengala. Ver-
-so il 1744 '^ guerra scoppiò fra
Ja Francia e l'Inghilterra, prima
in Europa, e subito dopo nell'In-
dia . La Bourdonnaye fondatore
dell'isola di Francia armò a sue
spese sei vascelli, e prese Madras
nel 1746; Dupleix recò anch' egli
molto danno agl'inglesi, ma questi
due uomini di merito, in luogo di
intendersela contro il nemico co-
mune, si pregiudicarono tacitamen-
te, e gl'inglesi seppero approfitta-
re di tale dissensione. La presa di
Madras, la vittoria navale riportata
da La Bourdonnaye, e la gloriosa
difesa di Pondichery, fatta da Du-
pleix contro gl'inglesi, avevano dato
ai popoli deU'Indostan un'alta idea
del carattere e del valore dei fran-
cesi. Dupleix si affrettò di profittarne
onde dare alla Francia solidi vantag-
gi nell'Asia, e per questo volle dis-
porre della subabia del Duan , va-
cante per la morte di Nizam-el-Mu-
luck, e della nababia del Karnatico,
ov'era situata la città di Pondiche-
IND
ry. La eredità di questi due prin-
cipi cagionò una guerra fra i prin-
cipi indiani; e le compagnie inglese
e francese entrarono come ausilia-
rie in queste contestazioni; allora
comparve nelle armate inglesi quel
Clives, semplice provveditore delle
truppe, che i suoi talenti naturali
per la guerra portarono alla più
elevata fortuna, e che fece pel suo
coraggio e per le sue buone dis-
posizioni pendere la bilancia a
favore degl' inglesi del Karnatico.
Da un altro lato Bussy generale
francese ebbe gran vittoria nel
Dekhan e fece il suo ingresso ad
Aureng-abad. Le relazioni che
giunsero in Europa sulla brillante
situazione degli affari francesi nel-
l'Indie, eccitarono al più alto gra-
do la gelosia del governo inglese
che minacciò la Francia di una
guerra in Europa, se non arrestas-
se di concerto con esso le osti-
lità nell'India. Il trattato fu sotto-
scritto il 2 ottobre 1754, e di-
chiarava che i due governi gode-
rebbero quietamente e senza con-
testazioni i loro possedimenti nel-
l'India, e che in avvenire nessuna
delle due compagnie non s' inter-
porrebbe nelle guerre e nelle dif-
ferenze dei principi del paese. Du-
pleix fu richiamato , e sacrificato
al risentimento degl'inglesi.
Frattanto il subab del Bengala
dichiarò la guerra agi' inglesi, pre-
se Calcutta ed il forte Williams; ed
i francesi di Chandernagor, in for-
za della convenzione, rifiutarono
di assisterlo. Clives, eh' era allora
in Inghilterra, s'imbarcò alla testa
di nuove truppe, arrivò all' Indie,
battè il subab, prese le piazze ap-
partenenti agi' inglesi, e lo sforzò
ad una pace assai vantaggiosa al-
la compagnia inglese. Era già sta-
IND
lo convenuto che anche in caso di
guerra fra la Francia e l' Inghil-
terra le due compagnie conserve-
rebbero la neutralità, ma ad onta
di tale accordo, allorché gringlesi
ebbero sforzato il subab alla pace,
istrutti di una rottura fra la Fran-
cia e r Inghilterra, marciarono so-
pra Chandernagor, se ne impadro-
nirono, e ne distrussero le fortifi-
cazioni. Clives risolse allora di dis-
farsi del subab, e a tale oggetto
s'intese con Myr-Djeffer- Aly-kaa
principale ministro di quel sovrano,
al quale dichiarò la guerra, e che
alfine fu battuto e scannato da
uno de' figli del suo ministro che
montò subito sul trono. Bussy
manteneva la gloria delle armi fran-
cesi nel Dekhan, allorché il gene-
ral Lally fu inviato nell'Indie, ed
appena giuntovi s' impadronì del
forte SanDavid che diede ai fran-
cesi ricche provincie ; ma la sua
gelosia contro Bussy fece richiama-
re questo uffiziale che manteneva
nella alleanza della Francia il su-
bab del Dekhan. Appena ritirato-
si questo principe indiano, perden-
do l'appoggio dei francesi, si get-
tò nelle braccia dei loro nemici.
Lally attaccò Madras, e fu obbli-
gato di levarne V assedio e riti-
rarsi nella città di Pondichery che
fu distrutta ; e ritornato in Fran-
cia venne a perdere la testa sopra
un patibolo. La pace del lyGS
arrestò la effusione del sangue in
questo paese; ma servì pur anco
all'accrescimento in esso della po-
tenza inglese. L'impero del gran
Mogol era allora in decadenza; il
debole sovrano non aveva più al-
cun potere sui suoi sudditi, allor-
ché i principi del nord dell' Indo-
stan si riunirono contro gl'inglesi.
Clives Uasse ancora la coinpaguia
IND 197
inglese dalla sfavorevole posizione
nella quale trovavasi, con due vit-
torie riportale sulle truppe indiane
riunite. L' imperatore Sah - Alleai
scacciato da Dehly sua capitale,
implorò soccorso dagl'inglesi che ve
Io fecero rientrare ottenendo per
tal servigio l'assoluta sovranità del
Bengala. Ben presto un piti terri-
bile nemico sorse nella penisola oc-
cidentale dell' India e minacciò la
potenza inglese. Hayder-Ah, uomo
di bassa origine, s'impadronì della
sovranità, fece alleanza co'maratti,
e marciò contro gì' inglesi. Ebbe
da prima qualche vantaggio , e
quantunque i maratli lo abbando-
nassero, marciò sopra Madras. Il
generale Wood finì col batterlo,
ma per altro era ancora formida-
bile allorché gl'inglesi a forza dì
sacrifizi fecero con esso la pace nel
1769. I maratli sollecitati dagl'in-
glesi saccheggiarono il Misore, ma
furono respinti; il mogol Sah-Al-
lem si mise sotto la loro prote-
zione, e pervenne a rientrare a
Dehly. Gl'inglesi riguardando que-
sto passo come una infrazione del
trattato precedentemente fatto con
essi, s'impadronirono di Allah-abad,
ed acquistarono bentosto Benares.
Allorché nel 1770 una fame or-
ribile, occasionata da una estrema
siccità, venne a desolar il paese, ì
naturali morivano a migliaia , ed
allora si accusò la compagnia in-
glese di aver comprato tutto il ri-
so, e con tal mezzo di aver au-
mentate le sue ricchezze a spese
della vita di quegl' infelici. Lord
Clives accusato, ne fu assolto, ma
divorato dal rammarico si uccise.
Hayder-Aly, i maratli ed il nizam
si riunirono ancora contro gì' in-
glesi, la cui posizione divenne cri-
tica per la rinnovazione della gue^j
1^8 IND
ra colla Francia. Pondichery ed il
Karnatico furono presi e saccheg-
giati dal sovrano del Misoie e da-
gl' inglesi j che si ritirarono dopo
essere slati battuti molte volte; e
Hayder-Aly s'impadronì d'Arcate.
Gì' inglesi marciarono in *)ccorso
di Madras, e si resero padroni dei
possedimenti olandesi, allorché il
baili di SufFren battè più volte le
loro flotte. Fortunatamente per essi
pervennero a staccare i maratti ed
il nizam dalla coalizione , e mol-
to più fortunatamente ancora furo-
no liberali colla morte di Hayder-
Aly. Tippu-Saèb, figlio di Hayder,
fu proclamato sovrano del Misere,
ed il marchese di Bussy, dopo aver
guadagnato la battaglia di Goude-
lour, si appressava a raggiungere
il nuovo sovrano, allorché la pace
del 1783 lo costrinse all'inazione,
e produsse quella che la compa-
gnia fece con Tippu-Saeb. Questa
guerra, che minacciati aveva i pos-
sedimenti inglesi di una generale
e prossima distruzione, rassodò al
contrario più che mai il dominio
dell' Inghilterra nella penisola oc-
cidentale dell' Indie. La compagnia
delle Indie orientali non era stata
mai veramente tanto possente, ma
essa più non era che un istrumento
di grandezza e di prosperità fra le
mani del governo britannico. Ave-
va ottenuto nel 1780 la proroga
della sua carta per dieci anni , a
condizione di pagare al governo una
somma di quatlrocentomila lire ster-
line, ed al pubblico i tre quarti
del soprappiù degli utili netti della
rendita de' suoi doni i ni i, dopo aver
prelevato tutte le sue spese, e ri-
partito l'otto per cento ai suoi azio-
nisti ; erasi impegnata inoltre di
somministrare le spese di vestito e
mantenimento delle truppe britau^
liVD
niohe che sarebbero inviate nell'In-
doslan, contando dal giorno del lo-
ro imbarco per questa contrada si-
no a quello del loro sbarco in In-
ghilterra ; infine erasi incaricata di
tulle le spese e dei viveri necessari
alle forze navali che sarebbero im-
piegate, dietro sua domanda, per
la difesa de' suoi stabilimenti nel-
r India, ad eccezione di un quarto
che sarebbe riguardato come un
debito nazionale verso la compa-
gnia, e bilanciato nel conto dei be-
nefizi di ciascun anno. La pace so-
la poteva rimarginare le piaghe che
una guerra lunga e spesso disastro-
sa fatto aveva alla potenza inglese
tanto in Europa che nell'lndostan.
Questa pace fu fatta , e fu anche
svantaggiosa alla Francia che tras-
curò i suoi stabilimenti nell'India.
Tippu-Saeb però era sempre l'ini-
mico degl' inglesi, e non attendeva
che il momento di piombar sopra
di essi utilmente; inviò degli am-
basciatori al re di Francia, che li
ricevette il 3 agosto 1788; ma tale
ambasciata non ebbe alcun effetto.
La Francia era allora alla vigilia
d'una crisi, che non le permetteva in
alcun modo di occuparsi delle con-
trade d'India. Bentosto scoppiò la
rivoluzione francese, e si evacuò
Pondichery nel 1789; fu questo
un errore che seco trascinò la ro-
vina degli stabilimenti francesi, e di-
venne una delle cause principali
del prodigioso ingrandimento del-
l'Inghilterra. Tippu trovavasi ap-
punto per tal motivo esposto ai
colpi degl' inglesi , che facilmente
potevano entrare nel Misore o
Mayssour.
Nel 1792 la guerra ricominciò
fra il sultano e gl'inglesi. Cornwa-
lis attraversò le Gatte con infiniti
stenti, e venne a piantare l'assedio
I
IND
dinanzi Baiigalore ; questa città fu
presa, e gì' inglesi si avvicinarono
allora a Seringapafam, capitale de!
Misore, ma la stagione delle piog-
gie li sforzò a ritirarsi. L'assedio
fu però ripreso nuovamente; ma
Tippu chiese la pace, e la olten-
ne-col sacrifizio di un terzo de' suoi
dorainii, e di seltantacinque milio-
ni di franchi che fu obbligato a
pagare per le spese della guerra. I
francesi più non avevano nell'India
die un mediocre territorio, senza
mezzi di difesa e senza soldati ;
luilladimeno potevano ancora in-
cutere qualche timore negl'inglesi.
Uno fra quelli nominato Raimondo,
uomo di talento, era pervenuto
alla corte del nizam ad un alto gra-
do di possanza, e comandava un
corpo di venticinque mila uomini
disciplinati all'europea, e comanda-
ti da ufflzlali francesi. Vedendo do-
po la presa di Pondichery, fatta da-
gl'inglesi nel 1793, aumentarsi di
giorno in giorno la loro influenza,
cercò tutti i mezzi possibili di su-
scitar loro de'nemici, e la prepon-
deranza del partito francese alla
corte del nizam divenne per gl'in-
glesi un motivo continuo di gelosia
e d'inquietudine, alloichè la mor-
te venne a liberarli di questo ac-
canito nemico; il suo partito cad-
de con esso, ed il subab fu tutto
ad un tratto nella dipendenza in-
glese, e preparò l' invasione degli
stati di Tippu. Nel 1799 due ar-
mate inglesi sortirono da Madras
e da Bombay onde penetrare nel
Misore. Il sultano si affrettò di a-
dunar delle guarnigioni nelle sue
piazze principali, e si mise alla te-
sta di un'armata di sessanta mi la
uomini ; ma perdute due battaglie
successivamente , venne a rinchiu-
dersi in Seringapatam sua capitale;
IND 199
fu essa assediata e presa a'4 mag-
gio 1799, ed il corpo del sultano
trovossi sotto una catasta di mor-
ti. Gl'inglesi s'impadronirono in ta-
le incontro di somme immense
d'argento, di gioie, e d'artiglieria
in questa città. La rivoluzione del
Dekham, la espulsione dei francesi
dagli stati del subab, la evacuazio-
ne impolitica di Pondichery ed il
tradimento di Myr-Saeid, visir di
Tippu, furono altrettante cagioni
della sconfitta di questo sultano.
Gl'inglesi divennero allora padroni
di quasi tutto l'Indostan, e non
hanno pili a temere che i maratti
nel centro, ed i seiki al nord. Dal-
la loro riunione può dipendere
forse l'annientamento della poten-
za inglese nelle Indie, ed è perciò
che i governatori si danno la cura
di mantenere le discordie fra i
capi di queste due popolazioni.
Quanto a Pondichery, Chanderna-
gor, ed altri possedimenti francesi,
de'quali erasi impadronita la Gran
Bretagna durante le sue guerre
con la repubblica od impero fran-
cese, essi furono restituiti nel 1 8 1 4-
Gli olandesi cedettero nel 1822
agl'inglesi ciò che avevano nell'In-
dostan in cambio di Benculen
nell'isola di Sumatra, e qualche
altro stabilimento britannico nell'i^
sole della Sonda.
Chiamasi finalmente Indoslan
inglese la immensa estensione di
paese, di cui gl'inglesi si sono suc-
cessivamente impadroniti nell'India,
e la popolazione dell' Indostan in-
glese si fa ascendere a settantadue
milioni d'individui, cosi divisi. Quat-
tjo milioni protestanti, trenta mi-
lioni indostani , quattro milioni
maomettani , e trentaquattro mi-
lioni idolatri. Questa popolazione
fti già accresciuta cogli abitanti
aoo IN'D
del paese ceduto alla compagnia
dall'impero Birmano. I sovrani tri-
butari o alleati soggetti alla com-
pagnia, comandano a cinquantotto
milioni d'indiani. Altri fanno ascen-
dere la popolazione di queste con-
trade a centotrenladue milioni, dei
quali centoventitre come sudditi
-o come tributati ubbidiscono alla
compagnia inglese, che ha diviso
tutto il paese nelle tre presidenze
di Calcutta, di Madras, e di Bom-
bay. La lingua inglese ha preso
una grande preponderanza sulle
tante che vi sono in uso, ed è ri-
guardato come un onore ed una
necessità l'apprenderla. L' Indosfan
danese comprendeva le città e di-
pendenze di Serampour nel Ben-
gala, e di Trinquebar sulla costa
del Karnatico: il capoluogo di que-
sti possessi appartenne ai danesi si-
no dal 1616. Dicemmo di sopra
quanto la Danimarca cedette nel
1 844 all' Inghilterra. L* Indostan
francese comprende gli stabilimenti
sulla costa di Coromandel, Pon-
dichery , e i distretti di Ville-
nour e di Bahour ; Karikal ed
i quattro distretti che stanno
in vicinanza ; sulla costa d' Ori-
xa, Yanaon, e le così dette aldée
che ne dipendono, la loggia o fat-
toria di Masulipatam ; sulla costa
di Malabar, Mahè e il suo territo-
rio, e la loggia di Calicut; nel Ben-
gala, Chandernagor e il suo terri-
torio, la residenza di Gorretty e
molte loggie e fattorie, oltre la log-
gia di Surate. Ascendendone gli a-
bitanli, comprese le fattorie di Ma-
scate e di Moka, a circa centono-
vantamila individui governati da un
governatore generale degli stabili-
menti francesi nell' Indie residente
a Pondichery. L* Indostaii porlo-
ghese poi comprende il territorio
IND
di Goa, Daman e Diu, che forma
tultociò che rimane ai portoghesi
dei loro brillanti possessi nell'Indie,
governato da un viceré residente
a Goa, il quale esercita la sua giu-
risdizione su quanto possiede il Por-
togallo in Timor ed in Macao.
Le narrate vicende rendono il pae-
se abitato, oltre gl'indigeni, dai mi-
stizi o meticci che traggono origi-
ne dalle indiane e dagli europei ,
dai mori e dai mussulmani che vi
trasmigrarono, e dai persi che nel-
le guerre civili di Persia vi ebbero
asilo ospitale. Neirultima e recen-
te guerra del Kabul gl'inglesi furo-
no costretti ad abbandonare intie-
ramente la provincia, dove al pre-
sente non si trova più alcun di lo-
ro. Questa disfalla fece molto sen-
so neirindoslan. Molli autori scris-
sero la storia delle Indie orientali,
fra* quali nomineremo ; il gesui-
ta padre Daniele Bartoli, che nella
Istoria della compagnia di Gesti,
descrisse i progressi della medesi-
ma nell'India ed in altre contra-
de dell'Asia, e le notizie di queste
assai interessanti: ci diede pure la
Storia delle missioni del Mogoly
Roma 1662; Lopes, Istoria delle
Indie orientali tradotta da Ullao^
Venezia i568; p. Gio. Pietro Maf-
fei gesuita, Historìariim Indiar uni
libri XVI, Firenze i588: ivi nel
1589 fu pubblicata dal Giunti, tra-
dotta in italiano da F. Serdonati.
Il Gavazzi ci diede: Descrizione
dei tre regni Congo, Matamha ed
Angola y Bologna 1687. Abbia-
mo ancora del padre Maffei, Let-
tere scritte dalle Indie, stampate
ad Anversa. F. Vincenzo da s. Ca-
terina, Fiag^io alle Indie orientali,
Venezia i683. Schouten, Foyage
aux Indes orientales, Amsterdam
1707. Niecamp, Histoire de la niis-
IND
Sion (lanoise dans les Indes orien-
laleSj Genève 174^- f^i^^gìo alle
Indie orientali umiliato alla San-
tità di N. S. Papa Pio FI Pont.
Max. da fr. Paolino da s. Bar-
tolomeo carmelitano scalzo^ Roma
1796. Importante è l'opera di M.r
Penin, missionario della congrega-
zione delle missioni estere, che por-
ta per titolo : P^oyage dans f In-
dostan^ Paris 1807, Le Norma nt.
Si può consultare con moltissimo
vantaggio per la conoscenza dei co-
slumi indiani il libro di M.r l'ab-
bate J. A. Dubois sacerdote della
congregazione delle missioni estere,
missionario per uno spazio di tren-
t'anni e più nell* Indostan e nel
Rfeissour , ed intitolato Moeurs,
inslitutions et cérénwnies des pcu-
ples de tlnde, Paris imprimérie
royale 1825. Abbiamo ancora la
Storia universale dell' Indostan dal
1 5oo fino al 1 8 1 9, di Leopoldo Se-
bastiani, Roma i83i. Ripamonti,
Storia delle Indie orientali^ Roma
1828. Robertson, Ricerche stori-
che sull'India antica coi supplì'
menti di G. D. Romagnosi, Fi-
renze i83d. Degli antichi india-
ni, loro principi , sofisti , gimno-
sofìsti, loro massime, e loro Tria-
de n^ parla ancora il Martinetti
nel tomo I della sua Collezione
classica, ossia tesoro delle antichi-
tà. Della pretesa origine indiana
del cristianesimo, eruditamente se
ne tratta nel voi. II, p. 3o2 ; e
VI, pag. 125 e seg. degli Annali
delle scienze religiose compilati da
monsignor De Luca. Nel voi. VII
poi, p. 117, si discorre dell'origi-
ne giudaica degl' indiani dell'Ame-
rica settentrionale, e si Fa menzio-
ne dei giudei negri del Malabar ,
i quali sono appellati Ben-Israel,
ovvero israeliti e non giudei; ed
IND
20C
a p. 119 del culto protestante al-
l' Indie.
Notizie ecclesiastiche delle Indie
e sue isole , delle sue missioni 3
sedi vescovili e vicariati apo-
stolici.
Il p. Le Quien nelT Oriens chri-
stianus tom. II, p. 1278 e seg.
riporta le seguenti notizie ecclesia-
stiche sull'Indie, che chiama XIV
provincia della diocesi de' Caldei
( J^edi). La tradizione e le testi-
monianze degli antichi scrittori in-
segnano che r apostolo s. Tomma-
so predicò il vangelo nelle Indie
orientali, ed ivi fondò molte chie-
se. Il dottore s. Girolamo lo as-
serisce espressamente nel suo cata-
logo degli scrittori ecclesiastici ; e
Sofronio che tradusse quell' opera
in greco, ne conferma l' opinione.
Dice egli in fatti, che s. Tomma-
so dopo di aver predicato il van-
gelo ai medi , ai persiani , ai car-
mani , agi' ircani , ai battri , ed ai
magi, mori a Calamina nell' India.
Veramente ignorasi quale sia stata
la città di Calamina che i moder-
ni prendono per Meliapor , ma
Gregorio Bar-Ebreo che fece gran-
di ricerche intorno agli affari ec-
clesiastici di oriente , asserì positi-
vamente, che s. Tommaso aposto-
lo fu martirizzato a Calamina. In-
oltre aggiunge s. Giovanni Criso-
stomo, che detto santo andò fino
in Etiopia, che percorse cioè tut-
te le regioni dell' Asia, non molto
lontane dalle Indie, le quali sono
contigue alia Persia. Il suo corpo
fu trasportato dall' India ad Edes-
sa nel IV secolo , e nel seguente
gli venne tributato un culto so-
lenne. I popoli del Malabar soste-
nevano che s. Tommaso li avea
k
90» IND
Ktruiti nel vangelo e che aveva
egli ricevuto la palma del marti-
rio in quella contrada, secondo il
racconto del veneto Marco Polo
Jib. 3, cap. ^4, ed è ciò che tut-
ti i cristiani dell' India credevano,
quando i portoghesi approdarono
alle loro spiagge. Cosma Indico-
Pleusta, che vivea al tempo dell'im-
peratore Giustiniano, nel lib. 3, p.
178, narra che a Calliana, celebre
porto d'India, eravi nella sua epo-
ca la consuetudine di ordinare un
vescovo in Persia, vale a dire che
il metropolitano di Persia od il
cattolico di Seleucia, ne ordinava •
no uno per quella città ; e par-
lando dell'isola Ceylan, creduta
l'antica Taprobana, vicino alla co-
sta del Malabar, dice eh' eravi una
chiesa per quelli i quali venivano
di Persia, più un sacerdote ordi-
nalo in Persia, mandatovi con un
diacono , e con tutto ciò eh' era
necessario pel servizio divino : per
lo che pare, che Mar Tommaso,
com' essi lo chiamano, e che dicono
cananeo, fosse stato in quella regio-
ne avanti la fine del IX secolo, e
che vi avesse fondata la chiesa di
Malabar. Alcuni pretendono che
sieno stati gli eretici Nestoriani
(Fedi) i quali vi abbiano portato
pei primi il nome di Gesù Cristo,
e che quella chiesa sia stata sog-
f;eltata bentosto al cattolico di Se-
leucia. Che è comune opinione dei
cristiani, che l'apostolo s. Tom-
maso predicasse la fede dapprima .
neir India , e che di là si recasse
nella C/'/m, lo dicemmo ancora a
queir articolo.
Il p. Luigi Guzman gesuita, ci
diede un compendio di tutto quel-
lo che raccontarono i portoghesi
intorno al viaggio di Mar Tommaso
nell'India, nella Storia delle spe-
IND
dizioni dell' Indi ay di questo leno^
re. « Vi sono molli cristiani ncl-
r India^ il di cui numero è di cen-
tocinquantamila e più : sono essi
sparsi in diversi regni, ed- obbedi-
scono a diversi re idolatri o mao-
mettani : hanno essi il loro arci-
vescovo , i loro vescovi ed i loro
sacerdoti, che vengono loro man-
dati di Siria, e che vengono desi-
gnati dal patriarca di Babilonia,
ovvero d'Alessandria. Siccome poi
i vescovi non possono sempre vi-
sitare quelle remote contrade, op-
pure vi giungono talvolta troppo
tardi, così perchè non manchino
mai di sacerdoti, vengono loro or-
dinati sacerdoti de' fanciulli , colla
condizione che non assumeranno
le funzioni del loro ministero , se
non quando saranno giunti all'e-
tà competente. 11 motivo per eui i
vescovi ed i sacerdoti di Siria es-
sendo una volta entrati nell'India,
vi furono si stimati e tanto ono-
rati, è che un mercante di Siria,
chiamato Mar Tommaso, uomo ric-
co e potente, e perciò considerato
assaissimo dai re di Carangor e
di Colon, in grazia del nome di
Tommaso eh' egli portava trasse
seco tutti i cristiani del paese, i
quali dicevansi cristiani di s. Tom-
maso. Divenuto in tal maniera lo-
ro capo ne ottenne pure la con-
fidenza, di modo che fu a lui fa-
cilissimo di persuaderli di non ri»
ce vere altri vescovi ed altri sacer-
doti, fuori di quelli che sarebbergli
mandati di Siria. Aggiungasi al-
tresì, eh' egli diceva loro, che par-
lavano essi la medesima lingua di
cui erasi servito Nostro Signore, e
colla quale s. Tommaso li aveva
istruiti nella sua religione. Con
questo mezzo i vescovi di Siria
essendo entrati nel regno di Ca-
IND
ranger, di Colon e di Cocliin, per-
corsero tutti i paesi circonvicini
tino alla China ". Alcune nozioni
sui cristiani di s. Tommaso nel-
r Indie le riportammo al volume
XVIII , pag. 2o5 del Dizionario.
Sulla narrazione del p. Guzman
va osservato che dicendo che il
patriarca d' Alessandria mandava
de' sacerdoti nell'India, sembra che
abbia ignorato che i patriarchi
melchiti o giacobiti abborrivano
i nestoriani, e che i malabaresi ot-
tennero dal patriarca copto d'Ales-
sandria un metropolitano, affinchè
il cristianesimo non si perdesse in-
teramente fra di loro. I regni del-
l'India , ne' quali la religione di
Gesù Cristo vi fu stabilita dopo
l'epoca di Mar Tommaso, furono
Damper , Cortale , Malea distante
venticinque leghe da Madura, Tu-
rubuli, Maota, Batimena, Porca ,
Travancor , Pimenta, Tetan , Para
ed altri. I primi metropolitani del-
l' India dopo che ivi venne pro-
clamata la religione cristiana non
si conoscono ; quelli di cui si han-
no notizie furono due caldei chia-
mati Xabio o Xabro, e Proud, am-
bedue distinti per la loro santità,
e la di cui memoria fu sempre so-
lenne nel Malabar ; fiorirono essi
nel declinar del IX secolo; ven-
nero pur chiamati Mar-Xabio e
Mar-Proud. Gli altri patriarchi ri-
portati dal p. Le Quien, sono: Gio-
vanni I, che sedette in Cranganor,
ed ordinò due vescovi suffraganei,
uno per l'isola Socotra, l'altro per
la Cina o Cataio. Giovanni II che
nel II22 si recò a Costantinopoli
a prendere il pallio, indi coi lega-
ti pontifìcii si recò in Roma da
Calisto II. Nel i5oo viveva Mar
Giacomo metropolita del Malabar;
Giovanni HI gli successe. Giusep-
IND 2o3
pe 1 metropolita del Malabar, ve-
scovo di Cranganor , morì in Co-
chino nel i544- A Junab succes-
sero Giuseppe li metropolita del-
l' India, Giuseppe III, Abramo, Si-
meone, indi nuovamente Giusep-
pe III a' tempi di Sisto V. Verso
il 1600 abbiamo Francesco I, in-
di Girolamo, Stefano, Francesco II,
Aitallaha, Giuseppe amministratore;
sotto Alessandro VII, Alessandro,
poscia Gabriele, e Tommaso del
1714.
Il Rinaldi all'anno i85, num. i,
dice che da Panteno filosofo fu
ritrovato nell' India il vangelo di
s. Matteo, e eh' egli predicò la fe-
de agi' indiani , che 1' aveano ri-
chiesto a mezzo di ambasciatori al
vescovo d' Alessandria. Panteno è
lodato assai da Eusebio, da Cle-
mente Alessandrino e da altri ; ed
essendosi segnalato in dottrina e
in santità se ne fa annua memoria
nel martirologio a' 7 luglio. Al-
l'anno 44) >ium. 33 dice che s.
Tommaso apostolo penetrò nell'In-
dia, per cui Teodoreto, De ver. e-
vang. lib. 9, e. 8, dice che da lui
ricevettero la fede di Cristo i par-
ti, i persi, i medi, i bracmani, gli
indiani ed altri de' paesi circonvi-
cini. Anche l'altro apostolo s. Bar-
tolomeo penetrò nell' India citerio-
re, come si ha da Orig. in Gen.
lib. 3 , ed in Socrate lib. i ,
cap. i5, ed altri, come Pante-
no nominato, il quale trovò nel-
r India ancor viva la memoria del-
la predicazione di s. Bartolomeo ;
anzi tornando in Alessandria , vi
portò r evangelo di s. Matteo, tra-
scritto dallo stesso s. Bartolomeo,
prima che colà ne andasse. 11 me-
desimo Rinaldi all'anno 327, num.
8 e 9, racconta che sotto s. Ata-
nasio vescovo d' Alessandria T e-
ao4 IND
vangelo penetrò nell* India median-
te s. Fnirnenzio di Tiro, il quale
ritornalo in Alessandria ed aven-
do pregato s. Atanasio di mandare
un vescovo a reggere la novella
cristianità, il patriarca lo consacrò
t mandò lui medesimo nelF Indie.
Va però avvertito die avendo s.
Frumenzio sparso il lume del van-
f-elo nell' Abissinia ed in Etiopia,
queste regioni da alcuni furonochia-
mate Indie orientali, per cui la
(Illesa di s. Stefano de Mori ( Fe-
dì) in Roma degli etiopi , abissini
e. copti tu delta degl' indiani , dei
frati indiani come sono anche chia-
mati ne' ruoli del palazzo aposto-
lico, cosi l'ospedale ed ospizio con-
tiguo Tu chiamato degl' indiani : gii
Hntichi indicavano gli orientali col
nome di etiopi e d' indiani, per cui
ì greci moderni presso Niceforo,
Jlist. lib. 2, e. 40) fecero s. Toni-
maso eziandio apostolo degl' india-
ni ed etiopi. Se vogliamo credere
agi' indiani moderni ed ai porto-
ghesi, s. Tommaso annunziò Gesù
Cristo ai bracmani ed agi' indiani
al di là della grand' isola di Ta-
probana, che gli uni prendono per
Ceylan, e gli altri per Sumatra;
ed aggiungono ch'egli sofferse il
martirio a Meliapor o s. Tomma-
so, sulla costa di Coromaodel, nella
penisola di qua dal Gange. Ancor
il JBergier conviene che il cristia-
nesimo di buon'ora sia stato in-
trodotto nell'Indie anche al tempo
degli apostoli , e che i nestoriani
nel V secolo spedirono missionari
nella parte occidentale dell'Indie,
eh' è la più vicina alla Persia, os-
sia alla costa di Malabar , fecero
adottare i loro errori , indi si sta-
bilì il maomettanismo ; ma che i
missionari portoghesi ed altri ot-
teuueix> di ricondurre alici Chiesa
IND
romana la maggior parte de* nesto-
riani del Malabar.
Quanto più le flotte portoghesi
giunte nell'Indie, al mudo detto su-
periormente, formavano colonie ed
innalzavano forti nel secolo XV,
tanto più la pietà de' sovrani del
Portogallo pensava a seminarvi la
fede ed a convertire gli eretici. In
mezzo a popoli idolatri innumera-
bili per la moltitudine, infiniti per
i luoghi, barbari per la crudeltà, si
vide innalzata per adorarsi la cro-
ce, e si formarono quelle cristiani-
tà, che si conservano ancora, ad
aumentar le quali ebbero tanta par-
te i gesuiti, e s. Francesco Save-
rio che ne meritò il titolo di apo-
stolo. I romani Pontefici, che ve-
devano per mezzo delle conqui-
ste portoghesi facile il mezzo di
propagarvi la cattolica religione, non
esitarono di accondiscendere alle
istanze de' re portoghesi di man-
dare missionari nell'Indie, di fon-
darvi vescovati, e di darne ad essi
le nomine. Si distinsero con diver-
se concessioni JNicolò V, Calisto ili,
e Sisto IV, non che Leone X ed
Adriano VI. Fatta alleanza i por-
toghesi col re di Calicut, questi ab-
bracciò poscia il cristianesimo. Il
Rinaldi racconta all'anno i522, n.
89, che mentre nelle Indie si pro-
pagava la purità della legge evan-
gelica , e seguivano conversioni e
fàbbricavansi chiese, si ritrovarono
le reliquie di s. Tommaso in cer-
to tempio con alcune lettere scol-
pite in una lapide di marmo, le
quali testificavano essere stato edi-
ficato il tempio medesimo dal san-
to apostolo, ed avergli il re Saga-
no applicate le decime delle merci.
Il primo vescovato eretto in si re-
motissima parte d'oriente fu quello
di Goa per opera di Paolo IH nei
i534, ^^ cui diocesi cominciava dal
Capo di Buona Speranza fino alle
frontiere della Cina, ed i portoghe-
si, come già dicemmo, ne avevano
fatto la capitale de* loro possedi-
menti nell'Indie. I primi missiona-
ri o cappellani che seguirono i por-
toghesi neir Indie furono minori
francescani, dipendenti da un capo
col carattere di vicario apostolico.
Un officiale dell' armata portoghe-
se Antonio Calvan, siccome pieno
di zelo, fondò un seminario nell'i-
sole Molucche, il quale servì di
modello a quello che poi fu eretto
a Goa nel i54o. In quest'epoca
gli antichi cristiani di s. Tomma-
so o di Maiabar che vivevano nelle
indiane regioni, erano quasi tutti
nestoriani; obbedivano al patriarca
de' caldei ossia di Babilonia, e ce-
lebravano la loro liturgia in siria-
co. I villaggi ch'essi abitavano era-
no circa centoquaranta, con cento-
ventisette chiese. Vincenzo Gouvea
francescano che andò nell'Indie con
Giovanni Albuquerque primo ve-
scovo di Goa, ebbe parecchie con-
ferenze con essi, e ne fece rientra-
re alcuni nella comunione della
Chiesa cattolica; gli altri rimasero
ostinatamente attaccati ai loro er-
rori.
Venuto in cognizione Giovanni
III re di Portogallo dei grandi e-
sempi di virtù e del bene che fa-
cevano in Roma i discepoli di s.
Ignazio, i quali essendo caritatevoli,
zelanti ed avidi di patimenti, per-
chè altro non si proponevano che
la gloria di Dio, li reputò atti a
piantar la fede nelle Indie orien-
tali. Quindi commise al suo am-
basciatore Pietro Mascaregnas di
ottenergli sei di questi uomini apo-
stolici che chiamavansi gesuiti, ma
s. Ignazio non potè accordarne che
INb 2oT
due, Simone Rodriguez portoghe-
se, e Francesco Saverio di Navar-
*ra, i quali partirono il primo da
se , il secondo in compagnia del-
l'ambasciatore, colla benedizione di
Paolo 111. Giunti in Lisbona i due
gesuiti incominciarono ad operare
tanto di bene, che il re voleva ri-
tenerli in vantaggio del suo regno,
per cui il solo Saverio partì per
l' Indie. Prima della partenza il re
gli consegnò quattro brevi di Pao-
lo III ; coi due primi lo fece nun-
zio apostolico, e gli concesse am-
pie facoltà ; nel terzo raccoman-
davalo a David re di Etiopia, e nel
quarto agli altri principi dell'orien-
te. Saverio imbarcossi senza alcun
servo a'7 aprile i54i, in compa-
gnia del p. Paolo da Camerino, del
p. Francesco Mansi Ila portoghese, e
di Martino Alfonso di Susa o Sousa
nominato viceré delle Indie. Dopo
cinque mesi di navigazione la flot-
ta portoghese passò il Capo di Buo-
na Speranza, e approdò circa la
fine di agosto a Mozambico, sulla
costa orientale dell'Africa, dove fu
costretta a passare l' inverno. Nel
marzo 154^ si rientrò in mare, e
la flotta andò a dar fondo all'isola
di Socotora ov'erano alcune tracce
del cristianesimo , ma sfigurato ,
giungendo a Goa a' 6 maggio. Sa-
verio prima di esercitare alcuna
funzione si recò dal vescovo Albu-
querque, gli presentò i brevi pon-
tificii, ed implorò la sua benedizio-
ne. Il prelato maravigliato delia
sua umiltà baciò rispettosamente i
brevi del sommo Pontefice, e gli
promise aiutarlo colla sua autorità
vescovile. Lo stato in cui vide la
religione nel paese dov'era manda-
to gli fece spargere delle lagrime,
e r infiammò di zelo. I porlogliesi
abbandonati alle più ingiuste pas-
aoG IND
sìoni, i sacramenti universalmente
trascurali ; in tutte l' Indie cranvi
quattro predicatori, ne maggior nu-
mero di preti fuori di Goa. Essen-
do la scandalosa vita de' cristiani
assai grande ostacolo alla conver-
sione de' gentili ed infedeli, Save-
rio cominciò la sua missione dai
primi , e gii riuscì riformar la città
di Goa. A forza di fatica recò in
lingua malabarese le principali ora-
zioni, i comandamenti di Dio, e
tutto il catechismo, ed incominciò
col popolo detto paravas le sue a-
postoliclie fatiche, e pel lungo bat-
tezzare non polca quasi più alzar
le braccia, dappoiché i malati che
si facevano battezzare, invocando
con fede il nome di Gesù ricupe-
ravano la salute; lo zelo e la san-
tità di lui lo resero venerabile ai
bracmani medesimi, che però si
opposero ai progressi del vangelo
per interesse.
11 santo per virtù divina risu-
scitò quattro morti, oltre un infinito
numero di altri miracoli, ed aggiun-
geva ad incredibili fatiche le più
grandi austerità della penitenza. Sì
procurò dei cooperatori si europei
che indiani, che distribuì in diver-
si luoghi, altri ne portò seco nel
regno di Travancor, ove colle pro-
prie mani in un mese battezzò die-
cimila idolatri: alcuna volta in un
giorno battezzò gli abitanti di un
intero villaggio, e Dio gli comuni-
cò il dono della cognizione delle
lingue, parlandole senza averle mai
imparate. I lacci che gli furono
tesi per torgli la vita, Dio li rese
inutili, e conservò colui ch'era lo
strumento delle sue misericordie,
e col mezzo del quale- risuscitò al-
tri morti, ed operò prodigiosi por-
tenti. Il regno di Travancor in
pochi mesi divenne cristiano, ed il
INO
re diede al Saverio il nome di
{^ran padre. La riputazione del san-
to si sparse in tulle le Indie, on-
de gli idolatri di tutte le parti lo
pregavano di portarsi ad istruirli
e battezzarli. Saverio fece un viag-
gio a Cochin per conferire col vi-
cario generale delle Indie circa i
mezzi di rimediare ai disordini dei
portoghesi, i quali erano grande
ostacolo alla conversione degl* ido-
latri, e lo indusse a recarsi in Por-
togallo per informarne il re, acciò
impiegasse opportuni mezzi per re-
primere gli scandali. Visitò l'isola
di Manar e Maliapor per venerare
le reliquie di s. Tommaso, indi
passò all' isola di Macassar, a quel-
la d'Amboina, alle Molucche , a
Ternate, all'isola di Mora ed al-
tre. Poscia andò a Malacca ed al-
l' isola di Ceylan dove guadagnò
gran numero d' infedeli, compresi
due re, e più tardi quello di Can-
dè. Fu pure a Cochin , a Mana-
par, e nel i549 ^"^ò con immen-
so frutto a predicar il vangelo nel
Giappone (Predi'), ove di nuovo fu
favorito da Dio del dono delle lin-
gue, ritornando nell'India nel i55i.
Vi trovò che i missionari da lui
mandali aveano portato il lume
della fede fra diversi popoli : il p.
Gasparo Barzea avea convertito l'i-
sola e la città di Ormuz; il cri-
stianesimo era floridissimo sulla co-
sta della Pescaria , ed avea fatto
grandi progressi a Cochin, a Cou-
lan, a Bazain, a Meliapor, alle Mo-
lucche, nelle isole del More, ec. 11
le di Tanor, i cui stati erano sul-
la costa del Malabar, avea ricevu-
to il battesimo, come pure il re di
Trichenamalo, uno de' sovrani di
Ceylan. Indi mandò nuovi predi-
catori in tutte le missioni della pe-
nisola al di qua del Gange, e por-
IND
tatosi a Goa partì per la Cina nel
i552, ciò che impedì Alvarez di
Atayda governatore di Malacca.
Tuttavolla s'imbarcò per l'isola di
Sariciaiio, ma ivi il Signore Io chia-
mò a sé a' 2 dicembre di detto an-
no, nell'età di quarantasei anni,
avendone passati dieci e mezzo nelle
Indie : il suo corpo fu portato a Goa
(Vedi) ed in questa occasione Dio
per glorificare il suo servo operò
moltissime guarigioni miracolose.
Tavernier parlando del santo lo
paragona a s. Paolo, e gli dà il ti-
tolo di vero apostolo delle Indie ;
ed il re Giovanni V di Portogal-
lo ottenne da Benedetto XIV do-
versi onorare come patrono e pro-
tettore di tutte le contrade delle
Indie orientali. Il Gioberti, Del
primato degli italiani t. I, p. 44?
dell' edizione che porta la data di
Brusselles i844» fa il paragone di
Napoleone e di s. Francesco Sa-
verio, nei loro successi e vasti con-
cepimenti, e si dichiara in favore
del secondo, colla forza d'incontra-
stabili argomenti.
Dicemmo che la giurisdizione del-
la diocesi di Goa incominciava dal
Capo di Buona Speranza fino alle
frontiere della Cina , quindi basta
conoscere la superficie dell' Africa
australe, dell' Arabia , e dell' Indie
e Indo- Cina per ispaventarsi della
vastità di questa giurisdizione, ciò
che indusse Paolo IV ad istanza
di Sebastiano re di Portogallo, me-
diante la bolla Elsi sanata de' 4
febbraio iSSy, ad innalzar la chie-
sa di Goa alla dignità arcivescovi-
le e metropolitana di tutte le In-
die : allora restò per sua arcidio-
cesi tutta la costa di Mozambico,
l'isola di Goa ed altri luoghi adia-
centi. Inoltre Paolo IV nello stesso
giorno 4 febbraio iSSj colie let«
IND 207
tere apostoliche Pro excellenll eres-
se le sedi vescovili di Cocci no e di
Malacca, dichiarandole suffiaganee
di Goa, laonde tutti i regni delle
due penisole furono assegnati ai
due vescovati istituiti, la cui no-
mina dentro Tanno fu concessa al
re di Portogallo, per diritto di fon-
dazione e di dotazione. Gregorio
XIII qual magnanimo benefattore
degli orientali nel iSyg lo fu spe-
cialmente verso Giovanni re dell'i-
sola di Ceylan. Essendosi il re fatto
cristiano' con più di ventimila suoi
sudditi, fu privato del regno da
Maduni suo zio gentile, e costretto
a vivere miseramente nella piccola
città di Colombo divenuta domi-
nio de' portoghesi. Implorò indar-
no più volte l'aiuto del re di Por-
togallo per ricuperare il regno, on-
de risolvette ricorrere a Gregorio
XIII. Questi dopo averlo consolato
con un breve apostolico, si adope-
rò in modo col re Enrico che ot-
tenne l'ordine al viceré di Goa per
rimetterlo in possesso del suo stato;
ma la malignità de' ministri regi
in India , ed i tumulti del Porto-
gallo nella vacanza del trono im-
pedirono l'effetto delle paterne in-
tercessioni del Pontefice. Ebbe pe-
rò questi la consolazione di riceve-
re lettere obbedienziali dall'arcive-
scovo di Angamale, che i gesuiti
avevano convertito dagli errori ne-
storiani : gli rispose Gregorio XIII
con particolare amorevolezza, e col
dono di reliquie. Le due chiese di
Malacca e Goccino, erette per coa-
diuvare l'arcivescovo di Goa uel-
r immensa arcidiocesi , erano tut-
tavolta sì vaste eh' era impossibi-
le amministrarsi ciascuna da un so-
lo pastore, giacché il solo vescova-
to di Goccino oltre l' isola di Cey-
lan si stende" * dal promontorio di
2o8 IND
Comoi'ino fino ni regni di Ava e
Pegìi. Per alleviare pertanto si gra-
ve peso a questi tre ordinnri, Cle-
mente Vili a'4 agosto 1600, col-
le lettere apostoliche In supremo^
eresse l'arcivescovato di Angamale,
che Paolo V trasferì poi a Cran-
ganor nel Malahar, mediante la co-
stituzione Alias poslquam, emana-
la a' 6 febbraio 1616. Un quarto
vescovato nell' Indostan eresse lo
stesso Paolo V colla bolla de' 9
gennaio 1606, in Meliapor o s.
Thomè, che dismembrato dalla se-
de di Goccino con territorio che
cominciava dal Coromandel fino al
Pegù, fu costituito per diocesi. Am-
bedue le sedi Angamale e Melia-
por vennero fondate ad istanza di
Filippo III re di Spagna, come re
di Portogallo, che per avere sta-
bilita ad esse la dotazione gli fu
riservata la nomina di ognuna.
Come succede a tutte le umane
cose, cosi avvenne ai quattro ve-
scovati dell'India. Diminuita la for-
za fìsica e morale dei portoghesi
nell'Indie, passali quegli stabilimen-
ti sotto il dominio di principi a-
cattolici, non poteva non sentirne
grave danno la religione: vigilanti
però i sommi Pontefici non tarda-
rono a rientrare sulla nomina dei
vescovati ne' loro diritti. Urbano
Vili fu il primo a retrocedere dal-
le concessioni, seguito dagli altri
Papi, a mano a mano che i mo-
narchi portoghesi perdevano il do-
minio temporale delle quattro dio-
cesi, o si raffreddava la loro pietà.
Alessandro VII coi cardinali della
congregazione di propaganda fide
nel i655 istituì una particolare
congregazione per trattare esclusi-
vamente tutti gli affari delle Indie
orientali e della Cina, come nar-
j'ammo al voi. XVI, p. 246 del
IND
Dizionario j mentre nel voi. XIII,
p. i63 e 164, si parlò delle pre-
tensioni della corona di Portogallo
pel diritto di padronato che vole-
va esercitare sulle chiese delle re-
gioni cinesi, fondando le sue ra-
gioni sopra diverse bolle de'Poiitefi-
ci, per le quali credeva il re che
fosse appoggiato a sé il governo
spirituale di quelle parti, e però
non potersi dalla santa Sede pro-
vedere ne con vescovi, né con mis-
sionari alla salute di quelle anime,
senza che violati rimanessero i suoi
regi diritti . Alessandro VII per
sfuggire ogni contrasto col Porto-
gallo, stimò bene di non dare ve-
scovi alla Cina, ma tre vicari apo-
stolici con titolo e carattere di
vescovi in partibus^ con dar loro
in compagnia altri buoni ecclesia-
stici ; conforme poi seguitarono a
fare Clemente IX, Clemente X ed
Innocenzo XT. Nondimeno il re ne
fece querele e più le rinnovò nel
pontificato d' Innocenzo XII , vo-
lendo sostenere vigorosamente le
sue ragioni. Il Papa rispose con
un breve ragionalo, protestando di
non intendere di pregiudicare la
sua autorità reale, di non potere
abbandonare in quelle missioni le
parti del suo apostolico ministero,
e che qualunque privilegio conce-
duto alla corona portoghese non
poteva mai legare le mani al som-
mo Pontefice, il quale per quella
autorità che ricevette da Cristo può
fare tutte le provvisioni che giudica
necessarie pel servigio delle anime.
E perchè il predecessore Alessan-
dro Vili, in riflesso che il vescovo
di Macao, patronato del re di Por-
togallo, non poteva pascere l'im-
menso gregge cinese, avea per-
ciò eretto le sedi di Nankino e
Pekino, ed essendo state a queste
IND
assegnale vaste provincia, Innocen-
zo XII conoscendo l'inconveniente
che ne proveniva non potendo i
vescovi arrivare ad accorrere ai bi-
éogni de' fedeli loro soggetti , pru-
dentemente in vece di erigere altri
vescovati o d' istituire dei sufFra-
ganei , nominò alcuni vicari apo-
stolici col titolo di vescovi in par-
tibus. Lo stesso temperamento cre-
dè la congregazione di propaganda
fidti potersi praticare nel Tonkino
col dichiararlo indipendente dal
vescovo di Macao , che lo preten-
deva senza ragione compreso nella
sua diocesi; e negli altri due regni
ancora della Cocincina e di Siam,
non ostante le pretensioni dei ve-
scovi di Malacca e di Macao , i
quali non vi avevano giusto titolo,
ne mai esercitata considerabile giu-
risdizione; e per togliere in pro-
gresso ogni litigio furono ai mede-
simi vicari dati altri vescovi in
coadiutori, onde succederli se fos-
sero mancati. Allora i portoghesi
sul fondamento che Alessandro Vili
aveva concesso la nomina de* ve-
scovati di Naukino e Pekino, spar->
sero pubblicamente che la cura
dell' oriente era stata lasciata dalla
santa Sede alla corona di Porto-
gallo, e che la congregazione di
propaganda non avea più che fa-
re in quelle parti. Con tali vani
supposti in Cocincina e nel Siam
si recarono vicari in nome dell'ar-
civescovo di Goa, supplendo le ve-
ci del vescovo di Malacca la cui
sede era vacante; e quindi disto-
gliendo essi gran parte di quei cri-
stiani dall' obbedire ai vicari, e sco-
municando i vicari medesimi , ris^
vegliarono un terribilissimo scisma
in quelle nuove cristianità. A ri-
mediare sì gravi attentati Lmo-
cenzo XII a' 6 agosto 1696 diresse
VOI. XXXIY.
IND 209
un breve all' arcivescovo di Goa
ed ai vescovi di Macao e di Ma-
lacca, comandando loro che non si
ingerissero per l' avvenire nel go-
verno spirituale de' regni di Siam,
Cocincina, Sciampa, Cambogia ed
altri regni e provincie assegnate ai
vicari apostolici, ne che in futuro
impedissero sotto qualunque prete-
sto r esercizio di giurisdizione ai
vicari apostolici e loro operai, con-
tro il breve di Clemente X. Ma
perchè avrebbe poco o nulla po-
tuto operare la santa Sede nella
Cina per la concessione fatta da
Alessandro Vili al re di Porto-
gallo, il Papa fece scrivere al nun-
zio di Lisbona monsignor Cornaro
poi cardinale, che per conservare
tanti milioni di anime che si per-
devano nelle Indie orientali avea
risoluto smembrare dalle diocesi di
Nankino e Pekino le altre nuove
Provincie, e destinare a ciascuna di
esse un vicario apostolico , anche
per ovviare alle dissensioni rinno-
vate nei regni del Tonkino affatto
indipendente dalla diocesi di Macao.
Questo incarico fu dato al nunzio
colle istruzioni le più prudenziali,
benché pel servigio divino ed il
bene delle anime non devesi ave-
re umani riguardi, senza toccare la
fastidiosa controversia del patronato
universale di queste parti tanto sos-
tenuto dai regi ministri; avendo
voluto il Pontefice che si proce-
desse con limedio provvisionale com-
palibile colla suprema autorità del-
la Sede apostolica collo stesso pa-
tronato, senza pregiudizio delle ra-
gioni di alcuno, e da durare fin-
ché non si prendesse altro più sta-
bile provvedimento; essendo la mis-
sione dei vicari apostolici un diritta
universale della Sede apostolica per
tutto il mondo, praticato da tanti
i4
.aio IND
Papi , e nelle Indie oi ienlall da
molti anni. Quindi fu nominato
visitatore generale di tutte le mis-
sioni assegnate e da assegnarsi ai
-vicari apostolici nella Cina, . il sa-
cerdote Biagio Terzi di Lauria, au-
tore della Siria sacra, che però
non vi si recò. Come ancora furo-
no nominati i vicari apostolici col-
le solite facoltà già concesse da
Alessandro VII, Clemente IX, Cle-
mente X, ed Innocenzo XI ; e nel
Tonkino fu assegnato in luogo del
defunto vescovo d' Ascalona , uno
dei due vicari apostolici mandati
in quel regno, il p. Raimondo Liz-
zoli milanese domenicano, e venne
nominato coadiutore di monsignor
Giacomo vescovo Aurense altro vi-
cario apostolico, Edelmondo Belot
sacerdote francese. Indi con decreto
de' 1 5 ottobre 1696 Innocenzo XII
fece la dismembrazione delie pro-
Tincie del regno della Cina dalle
diocesi di Pekino e Nankino, con
ordine di sottoporle alla cura ed
amministrazione de'vicari apostolici,
finche la santa Sede non provve-
desse ai loro bisogni coli' erezione
di nuovi vescovati. I missionari
spediti ricevettero dagli inglesi ri-
levanti servigi, mentre gli olandesi
gli usarono molte avanie per esse-
re essi i maggiori nemici che al-
lora avea la religione cattolica nel-
le Indie. Il Portogallo emanò or-
dini rigorosi contro i missionari,
ma per essere deboli le sue forze,
ed essendo aperti i porti della Ci-
na agli stranieri, non ebbero con-
seguenze.
Frattanto ebbe luogo la fa-
mosa disputa sulla tolleranza o
proscrizione de'rili malabarici. Al-
cuni missionari erano d'avviso che
si potessero tollerare per condi-
scendere a certi gentili della costa
IND
del Malabar; come ancora per me-
glio insinuarsi nell' animo de' cou-
vertendi, e sormontare più agevol-
mente le dillìcoltà che s' incontra-
vano, si adattavano gli operai evan-
gelici a soffrire, e persino a prati-
care le costumanze del paese , le
quali comunque bizzarre non si op-
ponessero direttamente alle massi-
me religiose: gli uni sostenendo
che i contrastati usi e riti fossero
meramente civili e perciò praticati
quasi nel corso di un secolo; dagli
altri venivano qualificati per reli-
giosi e perciò idolatrici e super-
stiziosi. Questi riti consistevano nel-
rommellere alcune cerimonie nel
battesimo; nel differire l'ammini-
strazione di questo sacramento ai
fanciulli ; nel lasciare alle donne
un'immagine che rappresentava un
idolo; nel rifiutarsi dal recare il
santo Viatico ai parins, la cui casta
come di sopra si è detto era dal-
le altre abbominata, onde appun-
to non disgustar queste; nel per-
mettere ai musici cristiani di e-
sercitare la loro arte nei tem-
pli degli idoli, o il giorno delle lo»
ro feste; nel proibire alle donne di
ricevere i sacramenti allorché pro-
vassero certe infermità, ec. Inoltre
scorgendo il p. Roberto de' Nobili
gesuita che gl'indigeni aveano in or-
rore gli europei, i quali per dispregio
chiamavano pranguis^ e che ciò no-
tabilmente impediva la propagazio-
ne della fede, credette bene farsi
riputare membro della rispettata ca-
sta de' bramini del nord, chiaman-
dosi sanias ossia penitente. Ne imi-
tò per conseguenza l'abito, gii usi,
i modi, e rivaleggiò nelle austerità
coi sanias indiani ; laonde i suoi
compagni animati da non minor zelo,
con successo ne imitarono l'esempio,
come dicemmo al voi. XXX, p. 162
IND
del Dizionario^ parlando delle mis-
sioni de'gesuiti. Ma dopo le accen-
nate rimostranze e questioni,nel pon-
tificato di Clemente XI monsignor
di Tournon poi cardinale condan-
nò e proibì sifFati usi e riti, ciò
che approvò il Papa e confermarono
Benedetto XIII, Clemente XII e
Benedetto XIV; questi però permise
il destinare dei sacerdoti ai parias
soli, ed altri alla nobiltà. Ma di
queste controversie malabariche, co-
me delle cinesi, ne trattammo ezian-
dio al voi. XI II, p. 164 e seg. del
Dizionario.
Nel 1703 nel pontificato del me-
desimo Clemente XI la congrega-
zione di propaganda Jide istituì la
missione de'cappuccini dell'Indostan
detta del Thibet perchè si ebbe per
oggetto la propagazione del cattoli-
cismo in questo regno. I cappuccini vi
penetrarono nel 1707, indi Clemen-
te XII nel 173*2 spedì molti mis-
sionari cappuccini nel Thibet. Il De
Fresnoy nel suo Metodo per istu-
diare la geografia^ tom. Ili, p. 52,
narra che nella Tartaria cinese evvi
il regno di Tanguet, la cui parte
5»ettentrionale è il regno di Thibet^
paese governato dal gran Lama o
sommo sacerdote d* una religione
particolare, che non è né cristiana,
né maomettana, sebbene ammetta
l'unità colla trinità di Dio, con qual-
che altra ombra del cristianesimo.
Quindi trovandosi gli abitanti di
questa regione in tanta ignoranza
della cattolica religione, il re di
Batgao e quello di Battià, ambe-
due del Thibet, spedirono al Papa
Benedetto XIV il p. Vito da Re-
canati cappuccino per ottenere una
missione di cappuccini. Il santo Pa-
dre col tenore delle due costituzio-
ni DilectOj e Litlerae del 174'^) t^'lie
si leggono nel tomo primo del suo
bollano, soddisfece alle istanze dei
due principi, raccomandandogli in
pari tempo la protezione della fede
cattolica ne'loro stati, siccome utilis-
sima alla pace ed all'incremento dei
medesimi. L'autorità del Pontefice
e la saggia condotta de'cappuccini
conciliarono non solo la confidenza
di que' popoli, ma quella pure del
Tipa viceré del gran Lama nel tem-
porale, in maniera che ad essi fu ac-
cordata la permissione di predica-
re e propagare liberamente il van-
gelo in tutta l'estensione del Thi-
bet. Però nel 174? i cappuccini
del Thibet furono esclusi dalla mis-
sione, per cui si situarono nei paesi di
qua dal Gange. Nella summentovata
opera sul Viaggio alle Indie orientali
di fr. Paolino da s. Bartolomeo car-
melitano scalzo, autore di altre ope-
re riguardanti le lingue, i costumi,
i monumenti e la religione delle
medesime Indie, ed interessanti non
meno ai missionari nell' esercizio
dell'apostolico ministero, che agli a-
manti della storia indiana, si leg-
gono dotte relazioni della lingua
malabarica e samscrdamica, nuovi
lumi per conoscere la teogonia di
queste genti, l'antica origine degli
usi, e le varie allusioni de' ri ti sacri
e civili che da esse costumansi. Inol-
tre vi sono notizie appartenenti alla
storia naturale, politica e religio-
sa, e la geografia di sì vaste regioni*
riferisce le visite fatte al re di Tra-
vancor, il rispetto dimostrato da que-
sto re gentile al Pontefice romano^
e la distinzione con cui trattava i
missionari apostolici che riguardava
quali delegati pontificii. E riporta-
ta la risposta al breve di Clemente
XIV che il re fece a Pio VI in
lingua portoghese, sottoscritta di
propria mano, ed all'uso orientale
posta dentro una borsa. Si ri feri*
ali IND
scono gli stati delle cliiese d'allora,
i quali consistevano: che nel legno
di Madurè eranvi circa dieciottó-
mila cristiani, de' quali se ne conta-
vano ventimila nel Carnate, e dieci-
mila in Tanjaur; che i missionari
danesi in Tranquebar non contava-
no più di mille cristiani luterani, e
questi abbandonavano facilmente la
riforma luterana per emigrare; che
gl'indiani amavano le immagini dei
santi, le processioni, i riti e le ceri-
monie della Chiesa, e siccome queste
cose mancavano tra' protestanti, i
cristiani nativi non si curavano di
una religione tanto nuda. Qui note-
remo, che i discendenti degli antichi
cristiani del Malabarsieguono il rito
Siro colle riforme però del concilio
di Odiamper, per lo che il loro rito
è diverso da quello de' siri d'oriente.
L'altra porzione dei cattolici che
deve la sua origine all'entrata dei
portoghesi nell'Indie segue il rito
latino. Gli scismatici siriani del Ma-
labar sono nestoriani ed eutichia-
ni, la maggior parte ignorantissimi.
Della liturgia siriaca e di quella
de' nestoriani ne parliamo all'arti-
colo Liturgia.
Parlando lo stesso p. Paolino del-
la popolazione e costumi del Ma-
layala, riporta che monsignor Fio-
renzo di Gesù carmelitano scalzo,
Tescovo Ariopolitano e vicario apo-
stolico del Malabar, nel 177 i con-
tò novantaquattromila seicento cri-
stiani di san Tommaso cattolici, i
quali avevano sessantaquattro chie-
se del rito siro-caldaico. A questo
numero dovevansi aggiungere set-
tantacinque chiese latine de' pesca-
tori Mucua e dei parava alla co-
sta di Travancor, e venti chiese pa-
rimenti di rito latino, che si ritro-
vavano da Porracada sino al mon-
te d'iili: tutte queste chiese con-
IND
tavano più di centomila cristiani di
rito latino. Tratta similmente del
numero di tutti i cristiani delle In-
die orientali, confutando Robertson
inglese presbiteriano, il quale nelle
sue Ricerche istoriche sulla conoscen*
za che gli antichi ebbero dell' In-
dia orientale^ pretende asserire che
non vi erano neil' India dodicimila
cristiani. Descrive ancora il p. Pao-
lino i vari riti e costumi delle chiese
del Malabar, la penitenza pubbli-
ca,, le agape che si celebravano tal-
volta da cinque a settemila uomi-
ni, donne e fanciulli, radunati in.
sieme e con divozione e scambie-
vole pace cristiana; eia cura che
si prendevano i parrochi e gli eco-
nomi delle chiese di maritare le
povere zitelle coi denari della co-
munità o della chiesa, o delle mul-
te pecuniarie che s' imponevano ai
ricchi. Racconta poi che avendo egli
ottenuto la facoltà di cresimare da
Clemente XIV, nel 1780 enei 1781
cresimò in diverse chiese del Ma-
labar più di ventimila persone, e
vide portar in chiesa perfino gl'in-
fermi sopra i loro letti per essere
cresimati. Descrive le occupazioni di
un missionario del Malabar, il qua-
le doveva istruire i fanciulli, pre-
dicare, confessare, visitare le chie-
se, assolvere nel foro esterno dal-
le censure, osservare se i preti da lui
dipendenti mantenevano il decoro
della vita ecclesiastica, se ammini-
stravano rettamente i sacramenti; se
gli economi delle chiese erano fe-
deli nell'amministrazione delle ren-
dite ecclesiastiche; se vi erano don-
ne di mala vita, se alcuna interveni-
va alle feste e processioni de' gentili,
e se si frequentavano i sacramenti.
Questi missionari costituivano un tri-
bunale pei cristiani, ed erano giu-
dici delle differenze che nascevano;;
IND
le cause matrimoniali e dotali, le
inimicizie personali delle Famiglie, la
vita de'cliierici e tutl'aitro che non
era furto civile o pubblico, od effu-
sione di sangue nelle liti, era ri-
ferito al tribunale del vescovo e del
missionario. Si racconta altresì, che
a mantenere e dilatare la religio-
ne cattolica in questi vastissimi pae-
si giovò moltissimo il seminario di
Virampatuam fondato dal celebre
missionario Malhon delle missioni
estere di Parigi, ed approvalo da
Pio vi con breve de' io maggio
179^, ed in cui si educavano per
servigio delle missioni alcuni cinesi,
cocinoinesi , tonquinesi e siamesi.
Si deve avvertile che tal seminario
non fu fondato da Mathon, ma tras-
portato là da Siam dove lo avevano
stabilito i primi vicari apostolici del-
la congregazione delle missioni este-
re. Non vi SI trovava allora alcun
scolare indiano, poiché i missiona-
ri di delta congregazione non ave-
vano ancora giurisdizione sul paese,
non avendo essi in mira come i pre-
senti di formare un clero indigeno.
Questo collegio per le grandi spe-
se che richiedeva, e per le malattie
frequenti cui soggiacevano gli alunni,
fu Iraslatato da Virampatuam nel-
l'isola di Pulo-Pinang vicino alla pe-
nisola malese dove oggi assai fiorisce.
Finalmente il p. Paolino parla disle-
samente intorno agli dei ed alla reli-
gione degl'indiani: fa vedere ch'essi"
non sono né materialisti ne manichei,
come pretesero Paolo Jablonski, il
danese Ziegenbalek, Bayle, il gior-
nalista di Pisa ed altri. Mostra che
ammettono un ente supremo esisten-
te da sé, come si rileva dalle voci
stesse colle quali si servono per no-
minare Iddio, le quali in lingua
samscrda significano Ente sapitiuis-
sinio, Essenza da sc^ P^erità, cosa
IND 2i3
\^era per se medesima, supremo Si-
gnore, Per compire la storia della
religione dell'India, e per illustrarla
con monumenti certi e sicuri, il
p. Paolino presenta nella sua opera
i segni geroglifici ne' quali consi-
ste una buona parte della religio-
ne e superstizione degl' indiani ,
poiché portandoli essi dipinti sul-
la fronte e sul petto, professano
per mezzo de' medesimi la loro di-
vozione verso certi dei, o la setta
di religione cui sono addetti.
Pio VII e Leone Xil come Pio
Vili a mezzo della congregazione
di propaganda fide non mancaro-
no esercitare il loro pontificio zelo
a vantaggio dei cattolici delle In-
die. Ma la divina provvidenza avea
riservato al regnante Pontefice Gre-
gorio XVI il potere in parte isti-
tuire, ed in parte consolidare in di-
versi tempi i vicariati apostolici di
Ava e Pegìi, di Bombay ossia Mo-
gol, di Calcutta, di Ceylan, di Ma-
dras, di Pondicheiy, di Maduré, di
Sardhanà,diThibet,di Verapoli ossia
delMalabar, e da ultimo di Palna o
Patanà nel vicariato che faceva par-
te di quello del medesimo Thibet.
Devesi notare che i vicariati di Ava
e Pegù, Bombay, Pondichery, Thi-
bet e Verapoli sono piti o meno
di antica erezione. Sulle quali isti-
tuzioni il Papa emanò le lettere
apostoliche Latissimi terranini tra-
ctus^ a' 18 aprile i834; Ex debito
pastoralis, ai5 aprile i834; Coni-
missi Nohis, a'4 agosto i835; Ex
munere pastoralis, a' 2 3 dicembre
i836; ed il celebre breve Multa
praeclara Romani Pontifices, a' 24
aprile i838. 11 Papa con quest'ulti-
mo breve provvedendo con apostoli-
co zelo alla salute spirituale de 'po-
poli indiani, provvisoriamente sot-
trasse dalla giurisdizione metropoli-
%ti IND
fica dell'arcivescovo di Goa i luo-
ghi appartenenti alle diocesi e sedi
■vescovili di Goccino, di Malacca^ di
Meliapor e di Cranganor, ed in vece
l'alBdò ai vicari apostolici da lui
medesimo nominati con carattere ve-
scovile, pei vicariati apostolici da lui
fondati, restando perciò vacanti le
dette quattro sedi vescovili. Abbia-
mo detto di sopra che l' Indostan
o Indie orientali ossia Asia meri-
dionale si divide nelle cinque regioni
àdVIndo o Indostan sindeticoj del-
V Indostan centrale; del Gange o
Indostan gangetico; òqW Indostan
meridionale j e A^W India esteriore
o Indo-China. Nel parlare quindi del-
le medesime cinque regioni breve-
mente a' rispettivi luoghi accenne-
remo le principali notizie riguardan-
ti i vicari apostolici, e loro vica-
riati. Chi bramasse il dettaglio del-
le notizie ecclesiastiche delie mis-
sioni dell'Indie degli ultimi tempi
può consultare V opera iutitoluta:
Lettere edificanti^ e gli Annales de
la propagation de la foi, i quali
«i hanno pure in lingua italiana ;
non che le Lettres à AI. l'éwéque
de Langres sur la congrégation des
missions étrangéreSf par J. F. O.
Luquet préire, Paris 1842. Molte
e preziose notizie sono principalmen-
te nel Bullarium Pontificiitm sacrae
congregalionis de propaganda fide,
Romae iSSg, typis collegii Urba-
ni. In questa celebre tipografìa si
trovano tra gli altri i seguenti libri
Stampati: Alphabeta Indica; Al'
phabeta Barmanum; Alphabeta Bar-
manorumj Alphabeta Brammhani-
ciunj Alphabeta GrandonicoMala-
laricitnij Alphabeliuii Tibetanumj
Catechismus Annamitici sive Tunki-
nenses j Bellarniinus Avenses sive
Barmanici ; Catechismus prò Bar-
ìnanis j Grammatica Indosianaj
IND
Malahariciy Grammatica Samscre-
damicay De anticpiitate linguae Zen*
dicae^ Examen codicum indicorum.
Musei Borgianiy Systema Brah-
manicum^ Yacarana linguae^ Com-
pendiaria legis explicatio.
Indostan sindetico o contrade
dell' Indo. Oltre il paese di Cache-
rayr, Kabul e Kandahar, che vi è
geograficamente compreso, appartie-
ne all'Afganistan, o sia Persia orien-
tale, ed ivi trovansi le vaste proviu-
cie di Seihy Pendjab oLahore^Mul'
tan, Delhi o Dehlf, Agemira, e Sin-
dy. La provincia di Seik, popolo
deirindostan sindetico, non differisce
dagli altri indiani che per le opi-
nioni religiose, e per la forma re-
pubblicana del governo; professa il
deismo, con qualche pratica delle
antiche credenze. Capitale della con-
federazione è la gran città di Am-
retser, di floridissimo commercio,
celebre per lo stagno sacro de* suoi
dintorni cinto di pietre, di belli edi»
fizi con un tempio. Pendjab o La-
horcy paese di cinque fiumi, e rag-
guardevole provincia, governata da
piccoli capi seik, che colle continue
guerre civili pregiudicano alla sua
fertilità e commercio, che sarebbe
il più ricco luogo di tutte le Indie:
corrisponde al paese ove anticamen-
te regnò il famoso Poro. Labore pur
chiamasi la capitale, che lo fu di
tutte le conquiste mussulmane del-
l'Indostan: presso la riva orientale
è la reggia ove risiedeva l' antico
sovrano ; molto è decaduta dal suo
prisco splendore. Molti scismatici gre-
ci ed armeni stanziano nel regno
e nella capitale ove hanno magnifica
chiesa, sepolti però nella maggiore
ignoranza. Multan è il luogo della
dimora degli antichi malli, noli ai
tempi di Alessandro ; il governo è
nelle mani d' un nabab tributano
IND
dei seik e degli afgani, al regno
tle'quali si unì. Multali chiamasi il
capoluogo, circondata di alta mu-
raglia e fiancheggiata di torri, con
cittadella ed un tempio. Delhi o
Dehly è rinomata per la fertilità del
territorio e dolcezza del clima , ma
essendo stala per settant'anni il tea-
tro delle più sanguinose guerre, la
popolazione è oltremodo diminuita.
La città poi di Delhi grande e bella
sul Jumma, già capitale dell'impero
del gran Mogol, fu edificata in prin-
cipio del XVI secolo sulle rovine
dell'antica Delhi, dallo ShahJean
padre d'Aurengzeb : nulla eguaglia-
va la magnificenza de'suoi palazzi,
delle moschee, dei giardini, delle
piazze pubbliche, degli acquedotti ;
ma lo Shah-Nadir avendola inva-
sa nel 1739, passo a fil di spada
duecentomila abitanti , e fece un
immenso bottino valutato trecento
milioni di scudi. Anche Abdallah
re di Candahar vi fece in seguito
orrida strage , per cui si trova
sotto il dominio inglese senza lu-
stro. Ragguardevole città di Dehly
presso gli seiki è Sirdhanà o
Sardhana, o meglio Sirdanach o
Sirhind, capitale del principato, i-
sola e distretto del suo nome. Fu
edificata o piuttosto restaurata da
Firuz III imperatore di Dehly nei
1357. Era fortificata e fu fioren-
te e celebre per le sue moschee e
pei giardini superbi, ma in oggi
ha molto perduto de' suoi antichi
pregi. JNe fu ultima sovrana la
principessa o regina Giovanna Be-
gum-Sombie da Sirdanach, bene-
merita della missione di Sirdanach,
come meglio diremo qui appresso
parlando del vicarialo apostolico
eretto a sua istanza. Essa si fece
battezzare nell'età di quarant'anni,
ex morì nonagenaria anni addietro.
IND 2i5
Nella medesima città fece costruire
una splendida chiesa, e fece altre
lodevoli opere. GÌ* inglesi occupa-
rono il suo regno o principato,
ma sinché visse gli lasciarono in
parte la sovranità. Nelle pianure
che stendonsi tra Sirdanach e Deh-
ly si sono date di grandi batta-
glie, nei tempi antichi e nei mo-
derni. 11 territorio di Sirdanach
è in generale sterile e sabbionic-
cio. Jgeriiira o Adjemir racchiude
vari piccoli distretti governati dai
rajah o soggetti o alleati degl* in-
glesi. N'è capoluogo Adjemir o A-
gemira, vasta città che i maomet-
tani chiamano Daralkierj racchiu-
de molti vaghi edilìzi , fra* quali
un palazzo di marmo bianco con
bel giardino; nelle vicine montagne
havvi un sacro stagno, cui accorro-
no molti pellegrini. Sindy, vasta
provincia che ha molta analogia
coir Egitto, abitata da ventiquattro
tribù, è governata da tre emiri
della stessa famiglia, i quali sono
maomettani , e pagffno in tributo
al re di Cabul un milione l'anno.
Si suddivide nei tre grandi distret-
ti di Sewistan, di Nazirpur e di
Tatta : quest'ultimo è il Della for-
mato alle foci dell'Indo ove dimo-
rano i tscingani, tribù ch'è lo sti.
pile di quei vagabondi dediti alla
divinazione, i quali sul cominciar
del XV secolo fuggendo la loro
patria da Tamerlano devastata ,
sotto il nome di boemi, di gispi ,
di zingari e di zingeini si diffuse-
ro nelle contrade europee. L'intera
provincia si considera oggi politica-
mente far parte dell' Afganistan.
Hyderabad città capitale della pro-
vincia di Sindy, e residenza degli
emiri o principi mussulmani, è sul-
le sponde del fiume Fulali, con
forte cittadella. Dell' Jfganistan co^
I
ai6 IND
ine di Cab ni e Kandahar ec. ne
tratteremo meglio all'articolo Per-
sia (Fedi).
Notizie sul vicariato apostolico
di Sirdanach o Sardhanà.
Questo vicariato apostolico for-
mato sullo smembramento di quel-
lo di Agra ora Thibet, di cui par-
leremo, fu eretto dal Papa regnan-
te Gregorio XVI a' 12 settembre
1834, ad istanza della principessa
Giovanna Begum-Sombre di Sir-
danach, e la sua giurisdizione ab-
bracciava tutto il dominio sovrano
della principessa medesima. Sirda-
nach capitale era la residenza del
vicario apostolico , e ne fu fatto
tale dal Pontefice monsignor Giu-
lio Cesare da Caravaggio cappucci-
no, non che vescovo in partibus
di Àmatunta nello stesso anno
1834. Alla morte della principes-
sa il vicariato si può dire che re-
stasse estinto, dappoiché il vicario
vitornò in Italia nel i836, e vive
in patria nel convento del suo or-
dine. Allora Sirdanach ed i luoghi
del vicariato ritornarono a dipen-
dere come prima dal vicariato a-
postolico del Thibet o Agra. La
principessa vi fece a sue spese fab-
bricare una bella chiesa alla qua-
le dicesi assegnasse per rendita il
capitale di centomila rupie. In
Sirdanach, oltre un collegio ed una
casa, vi è un seminario fondato e-
gualmente dalla principessa Gio-
vanna, cui assegnò per dote cento
mila rupie ; inoltre stabilì cin-
quantamila rupie pei poveri di Sir-
danach, e dodicimila per sostenta-
niento della sua privata cappel-
la. Alla sua morte la principessa
lasciò dei fondi a beneficio della
missione, designando esecutori testa-
mentari il magistrato di IVIeerat,
luogo in cui essa avea fatto fabbri-
care una chiesa, il principe colon-
nello Davide Dyce nipote di sua
altezza, ed il vicario apostolico prò-
temporCy il quale però secondo il
testamento resta escluso dall'ammi-
nistrazione dei beni del seminario, di
cui dall'Irlanda attendevansi i mae-
stri. Ma il principe Davide fece
togliere dal testamento il nome del
vicario apostolico come esecutore
testamentario , e recandosi a Cal-
cutta altro ne fece stipulare. Ora
passiamo a riportare altre notizia
sulla lodata benefica, pia e muni-
fica principessa.
In data de* 11 gennaio i834
da Sirdanach la principessa Gio-
vanna scrisse una lettera al Pon-
tefice Gregorio XVI coll'obblazio-
ne d'una somma di denaro, notir
fìcandogli che gli spediva un qua-
dro e delle stampe della chiesa da
lei fatta edificare. Ecco diversi a-
naloghi articoli della lettera, tra-
dotti dall'inglese. » Prendo altresì
questa opportunità per inoltrare a
vostra Santità un gran quadro e-
seguito in questo paese da un na-
tivo (la quale cosa scusa tutti gli
errori che vi fossero in prospetti-
va), ma le somiglianze sono mera-
vigliosamente colpite. Rappresenta
la consacrazione della mia nuova
chiesa totalmente fabbricata da me
nella mia principale presidenza, e
che ho dedicato alla B. Vergine
Maria ; ed il foglio di spiegazione
che l'accompagna indicherà a vostra
Santità le differenti persone che vi
sono rappresentate. Nella stessa oc-
casione mando a vostra Santità
cinque stampe litografiche della
mia chiesa, della quale mi vanto
di ripetere ciò che si dice, che seviza
eccezione è la pili bella dell'Indie.
IND
Il gran quadro, essendo macchino-
so, probabilmente non potrà giunge-
re insieme alla lettera a vostra San-
tità ". Spiegazione del quadro a
olio. M Davanti all'altare sta il ve-
scovo Pezzoni colla mitra in capo,
stende le mani per ricevere i do-
ni offerti per la nuova chiesa.
Ha alla destra il p. Adeodato da
Perugia, ed alla sinistra il p. Gaeta-
no da Taormina mio cappellano
domestico defunto. Tra il vescovo
ed i due reverendi padri vi sono
tre chierichetti colle candele. Ac-
canto al reverendo padre Gaetano
vi è il mio nipote David-Ochten-
longe-Dyce; incontro a lui vi sono
io stessa, in atto di presentare un
calice al vescovo; vicino a me vi
è il residente britannico della mia
corte, M.r Francesco Hawkins al
servizio civile di Bengala; dietro a
me vi è il suo segretario M.r C.
E. Frevelgan ; vicino al residente
vi è un olìiziale de'lancieri, accan-
to a lui un altro ufllziale, ed alla
sinistra l'architetto della mia chiesa,
capitano al mio servizio".
Il quadro e le stampe arriva-
rono in R.oma ottimamente. 11
Pontefice in segno di gradimento,
fece dorare la cornice del quadro
qh' è di fico d' India egregiamente
intagliata, e sulla parte superiore
della cornice medesima, in un ton-
do di legno con fondo azzurro ed
ornati dorati, fece porre ad oro
questa iscrizione: Pictura cimi Co-
ronide indianae arlis monwnentum
effìgiem exhibens Joannae Bcguni
Sombre doniinae Sirdanah in prae-
sidatu Bengalensì inter sacra sol-
lenmict dedicatìonis templi sua im-
pensa extrucli, et honori niagnae
Dei Genitricis dicali calicem offe-
reiilisj cjuam ipsa in obsequii et
devoUonis siiae signuni Gregorio
IND 217
XVI P. M. muneri misil anno
MDCCCXXXIF. Indi il medesimo
Pontefice per distinzione fece colloca-
re il quadro nell'anticamera segreta
dell'appartamento pontificio del pa-
lazzo Quirinale,ed in una di quelle sue
intime camere, con cornici di legno
dorato, fece disporre le suddette cin-
que stampe litografiche. 11 Papa
corrispose alla principessa con pa-
terna riconoscente lettera, ne lodò
la religiosa munificenza ed edifi-
cante zelo, e gli mandò in dono
un bellissimo reliquiario d'argento
in parte dorato, formato di vari
eleganti ornati, nel centro de'quali
vi erano due angeli in figura inte-
ra in alto rilievo, aventi nelle ma-
ni uno la palma, l'altro il giglio,
oltre Tarma del Pontefice. In una
umetta in forma di sarcofago fu-
rono disposte dodici teche con al-
trettante reliquie de'seguenti santi:
Giovanni, Francesco Saverio, Gre-
gorio I, Benedetto, Romualdo, Mau-
ro, Placido, Pier Damiani, Tom-
maso, Pietro, Paolo, e quella del-
la B. Vergine. Inoltre regalò alla
principessa oltre diversi divoziona-
li un ricco paramento sacro in ter-
zo, ricamato in oro. Come pure
mandò il Papa alla principessa
un breve apostolico col quale di-
chiarò cavaliere dell'insigne ordine
equestre di Cristo il di lei nipote
principe Davide con l'analoga in-
segna cavalleresca. La croce era
d'oro con brillanti e rubini, con
corona parimenti di brillanti, e suo
crassard o placca egualmente in
rubini e brillanti sopra un campo
in argento bianco intagliato a pun-
ta di diamanti. Venula a morte
la principessa a'27 gennaio i836
lasciò piena di venerazione al Pon-
tefice il suo ritratto in miniatura
somigliantissimo, che fece collocare
9t^ IND
su scatola d' oro, e contornare di
brillanti. Il suo nipote volle egli
stesso umiliarlo al Papa, ed a ta-
le effetto si recò in Roma , per
cui si legge nel numero io5 del
Viario di Roma del i838 , che
il principe Davide Sombre nel
giorno 23 dicembre, accompagnato
da monsignor Domenico Bruti, eb-
be l'onore di essere ammesso al-
l'udienza di sua Santità, avendo il
cardinal Mezzofanti, conoscitore del-
la di lui lingua nativa, interpreta-
ti ed esposti i sentimenti di attac-
camento e divozione che nutre ver-
so il capo visibile della Chiesa. La
slessa Santità sua corrispose con
particolari tratti di benignità e di
benevolenza.
Inoltre nel numero 9 del DiU'
rio di Roma del 1889 è riporta-
lo « che fra l'opere d' ogni ma-
niera, che ultimamente sono state
ordinate agli artisti che fioriscono
in questa prima sede delle arti eu-
ropee, e che andranno in parte
anche di là da' monti e de' ma-
ri, avrà singoiar pregio quella del
monumento sepolcrale di sua al-
tezza la principessa Begum Som-
bre di Sirdanach nelle Indie. Es-
so è stato commesso dall' alta ri-
conoscenza del nipote della defun-
ta signor principe colonnello Dyce
Sombre, per la somma di quattro-
mila luigi, al nostro chiarissimo
scultore prof. Adamo Tadolini con-
sigliere dell' insigne pontificia ac-
cademia di s. Luca. 11 sarcofago
si comporrà di undici statue in
marmo, e dovrà essere collocato
a Sirdanach, nel bel tempio fatto
innalzare con disegno d'un archi-
tetto italiano da quella pia prin-
cipessa, sì celebre per filiale divo-
zione verso la santa Chiesa catto-
lica e r augusto suo cdpo ". 11
IND
principe David volendo che in Ro-
ma, centro della cristianità, riceves-
se la principessa Begum sua ava i
salutari suffragi della Chiesa nell'e-
poca anniversaria di sua morte, nel
numero seguente dello stesso Dia-
rio si legge quanto segue. >» Sa-
bato 26 gennaio 1889 fu cantata
solenne messa di requie nella ba-
silica di s. Pietro in Vaticano, con
accompagnamento di musica più
scelto e copioso del consueto, ed al-
la quale si compiacque assistere
queir insigne capitolo. Lunedi 28
ebbe luogo il secondo funebre an-
niversario nella chiesa di s. Carlo
al Corso, ove potè ammirarsi da
tutti la più splendida e ricercata
magnificenza. La decorazione del
sacro tempio venne affidata all' e-
gregio architetto Raffaele Folo, il
quide non degenere figlio del ce-
lebre incisore di questo nome, è
mirabilmente secondato dal genio
tutelare di famiglia, dal genio su-
blime delle arti belle. Una simme-
trica ed elegante disposizione, del
tutto peregrina , ammiravasi nel
ricco addobbo delle pareti, nella
copiosa illuminazione, e nella rego-
lare disposizione de' palchi e del-
l'orchestra, la quale dal valente ar-
tista erasi fatta situare nell'abside,
come già costumavasi nell' antica
chiesa ad evitare l'irriverenza e
la soverchia ed incomoda riunione
all'ingresso. Nel centro della croce
latina sorgeva maestoso il monu-
mento, sovrapposto ad una base
quadrata con tre gradini, l'acchiu-
sa da quattro sodi che sorregge-
vano altrettanti magnifici candela-
bri. Su detta base elevavansi pur
anco due sodi, il primo de'quali
presentava agli angoli quattro pre-
fiche piangenti con face accesa,
posate sopra mezze colonne scaaa*»
IND IND 219
late, ed ai lati vedevansi espressi in soprannumerario di sua Santità cui
basso rilievo vari fatti allusivi alle ne venne meritamente affidalo il
religiose gesta di quella benedetta, totale incarico. 11 generoso principe
Nell'interno del sodo superiore ap- di Sonibre desiderando che alle ec-
pariva di fronte l' urna cineraria, clesiasliche preci non andassero dis-
su cui la corona riposta in serico giunti i sinceri e fervidi voti dei
origliere, ed ai lati leggevansi a- prediletti figli dell'Altissimo, con
naloghe e dotte iscrizioni. Il si- atto di straordinaria liberalità fe-
mulacro augusto della Religione, ce distribuire copiose elargizioni
sopra base parimenti ornata di pecuniarie ai poveri di questa do-
bassorilievi, coronava l'apice di que- minante ".
sto grandioso monumento. La San- Riporteremo la descrizione del
tità di nostro Signore si è degna- nominato mausoleo .della princi-
ta di graziosamente concorrere al pessa Giovanna Begum Sombre,
maggior lustro di questo funebre scoltura del professore Adamo Ta-
apparato, ordinando V esposizione dolini bolognese. Questo mausoleo
del sopraddescritto dipinto fattole u- si compone di undici statue fatte
miliare dalla reale principessa. Que- di naturale, e di tre bassorilievi,
sto quadro, artificiosamente collo- È fatto per essere addossato a
calo dinanzi al pergamo di essa muro, e mostra in conseguenza
chiesa, faceva di sé bella ed edi- tre sole facciate, divise a tre zone
ficante mostra. La solenne messa o partizioni. La prima consta di
di requie accompagnata da scelta un imbasamento quadrato posato
musica composta dal rinomato mae- sopra uno zoccolo ben rilevato, e
stro Filippo Moroni , fu celebrata sopra due gradi, dove sono collo-
da monsignor Giovanni Ignazio cate sei di dette statue in costu-
Cadolini arcivescovo di Edessa e me antico. All'angolo destro di esso
segretario della congregazione di imbasamento è 1' Abbondanza che
propaganda Jide; ed il cardinal ritta ne' piedi mira nobilmente al
Giuseppe della Porla Rodiani vi- simulacro della defunta principes-
cario generale di nostro Signore sa, seduta in cima del monumento
corppi il liturgico rito con la fu- sopra il suo sarcofago. Dalla si-
nebre assoluzione, dopo di che nistra il Genio della morte (pure
roonsig. Nicola Wiseman, rettore del in piedi) alza colla mancina un
collegio inglese, espose in dotta orologio a significare che l'ora di
orazione l' elogio della defunta, lei è terminata, mentre spegne
Il complesso di tanta edificante colla destra una face : giacenti sui
splendidezza attirò a questa sacra detti due gradi stanno l'Amicizia
cerimonia un immenso concorso e l'Indigenza, che si legano nella
di popolo e di ragguardevoli per- composizione all' Abbondanza e al
sonaggi SI romani che esteri. I Genio nominato. Alla duitta sem-
monsignori Cioja, Meli-Lupi-Sora- pre di chi guarda, è l'Amicizia che
gna, Frattini, Arnaldi e Durio v'in- tutta ascosa ne'propri panni pian-
tervennero come deputati della chie- gè la spenta piincipessa o regina;
sa ; e la più esatta regolarità deve oltre che per un serpe che le si
ripetersi dallo zelo di monsignor avvolge attorno un braccio, ed ab-
Domenico Bruti cameriere segreto bocca la propria coda, può anche
2?.o IND
figurare la Eternità. Dal lato op-
po^lo si atteggia l'Indigenza, eh 'è
rappresentata in un vecchio il qua-
le lìitlo appoggio del bastone si
consuma nel dolore. JVfel fianco de-
aìvo sopra il secondo grado (sul-
r indietro accennalo muro) sorge
in piedi la Fortezza: ha in mano
Ja clava, e calca sotto ai piedi
un ruggente leone. Dall'altra ban-
da sullo stesso gradino è la Cari-
tà avente in braccio un suo par-
golo poppante, ed altro di mag-
giore età seduto accanto con un
pomo in mano. I tre bassorilievi
olle tre facciate di detto imbasa-
mento sono allusivi alle gesta più
strepitose dell' estinta regnante.
Quello di fronte ne dà il trionfo
di lei, quando guadagnata una
biiltaglia sopra gì' inglesi rientra
nella capitale del suo regno. In
questo bassoiilievo sono cinquanta-
due fìgiue, sette cavalli , cinque
cammelli, due bovi trascinanti un
eannone, e cinque elefanti. Il bas-
sorilievo sul fianco destro è la let-
tura del trattalo con cui gl'ingle-
si s' impegnano di non molestare
r isola di Sirhind o Sirdanach ,
vita naturale della principessa.: vi
sono quarantaquattro figure parte
in piedi e parte sedute, che for-
mano in giro corona alla princi-
pessa Giovanna nelle loro conve-
nienti attitudini. Esprime il terzo
sul lato sinistro la principessa nel-
l'atto di presentare al vescovo vi-
cario apostolico di Sirdanach un
calice per la consagrazione della
magnifica chiesa da essa fatta colà
edificare al nome della gran Ma-
dre di Dio. Sopra il primo imba-
samento se ne eleva un secondo
pili piccolo, fatto di un bordo con
plinto sotto quadrato a soste-
gno di altre quattro statue in pie-
IND
dì. Le due suU'innanzi sono il ni-
pote della principessa vestilo da
colonnello inglese, ed il re o prin-
cipe marito di lei in costume orien-
tale : le altre due suU'indietro ri-
traggono il generale che lasciò la
vita nella battaglia, che la regina
in persona ebbe indi vinta contro
gì' inglesi, ed un vescovo indiano.
Le inscrizioni incise nel detto ba-
samento rotondo sono espresse in
tre lingue, indiana, latina ed in-
glese. Seguita dopo un terzo plin-
to ottagono, eh' è base al sarcofa-
go detto di sopra, simile nelle
forme al celebre de'Scipioni. Fini-
sce l'opcia la statua sedente della
regina Giovanna avente nella de-
stra un pipilo, e nella sinistra u-
na corona di rosario per segno di
pietà. Tulio il mausoleo è di
marmo bianco, tranne l'urna ch'è
di giallo: è alto ventotto palmi
romani.
Indostan centrale. Sono in que-
sta regione comprese le provincie
di Orìssa, dei Sicar parte del re-
gno di Golconda, Berar^ Dowla-
tabad, Candeìsh, e Guzurate. Col-
r essersi riempiti i porti , il com-
mercio vi è declinato: i pirati sta-
bìlitivisi dalla parte meridionale,
vi si mantennero finche nel 1786
gl'inglesi s'impadronirono di Ghe-
riahj il più forte loro stabilimento.
Orissa, provincia ragguardevole con
paese montuoso, è abitata dai sel-
vaggi oureas ignudi ed armati di
frecce e d'arco. 11 maggior tratto
di questo paese è occupato dagli
inglesi , ed il rimanente paga tri-
buto ai maratti ed al nizam. Cut-
tack, r antica Saringur, capo del-
l' intera provincia, giace in un'iso-
la del Mahanuddy, era dapprima
fortificata. Trovasi nel suo terri*
torio il celebre tempio di Jagger-
IND IND 22r
na, visitato in tutti gii anni da grande fortezza, forse la Tagra o
pifi migliaia di fanatici veneratori. Deo^hìr degli antichi. Vicine sono
L'idolo consiste in una gran pie- le celebri pagode di Ellore , che
tra nera di forma piramidale ir- in due gallerie sotterranee alle ra-
regolare, con due ricchi diamanti dici d'una rupe presentano il Pan-
per rappresentare gli occhi, e col teon delle divinità indiane. Can-
naso e le labbra dipinte di colore deish con fertilissimo suolo mal
rosso vivo. Vi si fa uso di con- coltivato, ha Burarapur per capo-
chiglie in luogo di moneta. Sicnr luogo con forte castello. Giizu-
o paese de' circari , considerevole rate, ampia piovincia di ferti-
provincia che si compone delle co- le territorio : la popolazione è
ste meridionali d' Orissa, e di una composta d' indiani, di rajeputi, di
porzione di quelle di Golgonda bramini, di maomettani, e di par-
smembrate dagli stati del nizam. Fé- si cioè persi, tutti divisi in più
condato da molti fiumi, il paese è sette. II mogollo Egar se ne im-
fertilissimo , non che industrioso, possesso nel i595; dopo la morte
Gli olandesi vi hanno qualche fat- di Aurengzeb, avvenuta nel 1707,
toria. Masulipatanij città marittima i maratli conquistarono il paese che
nel distretto di Condapilly, è situata ora è posseduto parte dagl'inglesi
in piccola isola , con fortezza im- e parte dai capi indipendenti. N'è
portante: i mussulmani la conqiii- capitale Ahmedabad, una delle più
starono nel 14B0, indi cadde in grandi e delle più forti città dei-
potere del nizan del Decan , che 1' Indostan centrale : ha dodici por-
nel 1751 la cede ai francesi, i te fiancheggiate da torri; il caro-
quali dopo averla munita di for- vanserraglio al sud della piazza
lifìcazioni, nel 1759 con quasi tut- reale forma il principale suo or-
to il resto della contrada la cedet- namento. Celeberrime furono un
tero agl'inglesi. Berar, che gl'in- tempo le sue manifatture di broc-
digeni chiamano Unniand-Shaltì : cati, tele indiane, velluti ed armi,
gran parte di essa è divisa sotto Appena una quarta parte è abita-
il dominio di piccoli rajah o prin- ta, e le sue immense rovine ne
cipi indiani. Nagpur , capoluogo attestano la passata magnificenza,
assai popolato, è residenza del so- Fu presa dagl'inglesi nel 1780,
vrano detto Bunsela. Dowlatabad^ quindi nel 1784 restituita ai ma-
dopo la formazione della provin- ratti, poscia gì' inglesi la ripresero
eia d'Aurungabad ne* suoi dintorni, nel 1819 insieme a tutti i posse-
fatta colle conquiste di Aurengzeb dimenti del Peshwa maratto di
nel secolo XVII, molto ha per- Punah. Altra città del Guzurate è
duto del suo splendore. E posse- Cambaja, porto principale della pro-
duta nella maggior parte dai ma- vincia, occupata dagli inglesi nel
ratti, ma tributaria degl'inglesi, e i8o3; altra è Surate, grande, for-
risguardasi come la chiave del De- te e ricca, uno de' principali em-
can. Maometto III nel XV secolo pori mercantili dell' Indie orientali
gì' impose il nome che porta, di- con cittadella: gli indigeni sono i
chiarandola capitale del suo regno, baniani , i quali si guardano, per
Egualmente Dowlatabad chiamasi superstizione, di mangiare, uccidere
il capoluogo della provincia con o far male agli animali, per cui
«33 IND
gì' indiani vi avevano ospedali per
gli animali malati o feriti. Nel i6r^
gl'inglesi ivi ottennero dal ginn
Mogol Jeangire lo stabilirvi la pri-
ma fattoria: in quell'epoca trae-
▼asi da Surafe i più preziosi og-
getti , come diamanti , perle , oro,
muschio, ambra grigia, droghe, in-
daco, nitro, stolfe di seta e coto-
ne. Vi abitano molti parsi adora-
tori del fuoco : i maratti sovente
saccheggiarono la città, che fino
dal 1759 è in possesso degl'ingle-
si. Din è un* isola del Guzurate
con buona fortezza e comodo por-
to, e racchiudeva il tempio più
ricco di tutto rindostan, che fu
saccheggiato nel I025 dal sultano
Mahmoud di Gazna. I portoghesi
s'impadronirono dell'isola nel i535,
indi fu devastata dagli arabi nel
1670. Elefanta, altra isola del Gu-
rurate, con diverse sorgenti, e tem-
pio sotterraneo ornato di Ire figure
colossali. Inoltre nel Guzurate è
l'isola di Bombay che significa biiO'
na baia, una delle tre presidenze
della compagnia inglese nell'Indie.
E circondata da boschi di cocco ,
diligentemente fortificala, vanta u-
no dei migliori porti dell' India ,
con arsenale ben corredato, e can-
tiere di costruzione ove si fabbri-
cano ottimi vascelli di linea. No-
tabili sono le sue fabbriche come
il suo commercio. 1 portoghesi nel
1662 la cedettero agl'inglesi, i qua-
li nella città del suo nome vi sta-
bilirono una delle sedi delle loro
autorità, ed una coltissima società
letteraria ; cioè l'isola fu data in do-
te a^ Caterina infanta di Portogal-
lo , moglie di Carlo li re d' In-
ghilterra, che la cedette alla com-
pagnia delle Indie nel 1668, di cui
è la minore delle tre presidenze.
Le sue fortificazioni la rendono
IND
quasi inespugnabile dalla parte del
mare, essendo meno forti quelle
dalla parte di terra. Olfre qualche
bel quartiere, e fra gli altri quel-
lo del centro, ove si rimarcano in-
torno ad una gran piazza vari
edifizi di elegante architettura, co-
me una chiesa anglicana, il palaz-
zo del governatore ed un bazar :
vi si ammirano pure il teatro, e
molti templi indostani. Fra i suoi
oggetti commerciali si deve men-
tovare quello del cocco e delle
pietre preziose. La città di Bom-
bay deve la sua origine ai porto-
ghesi, che nel 1661 o 1662 Ifi
cedettero coli' isola agli inglesi. Es-
sendo stata minacciata nel 1673
da una flotta olandese fu maggior-
mente fortificata, e nel 1686 vi si
trasferì la sede del governo ch'e-
ra a Surate. La peste la desolò nel
1691 e 1702, ed un incendio la
consumò quasi del tutto nel i8o3.
Fu poscia rifabbricata sopra un
piano migliore a spese della com-
pagnia delle Indie.
Notìzie del vicariato apostolico
di Bombay.
Qui si trova eretto il vicarialo
apostolico: come il governo com-
prende più isole e molte provincia
della penisola, così il vicariato sten-
de la sua giurisdizione sulle vicine
isole, tranne quella di Salsette, che
dipende dal superiore ecclesiastico
di Calcutta, e su molti luoghi del
prossimo continente, e comprende
il Decan , il Mogol , Concan e
Golgonda. La popolazione della
presidenza è di due milioni cin-
quecentomila abitanti, quella del-
l'isola di Bombay di centocinquan-
tamila . I cattolici del vicariato
sono trentamila , tutti di rito la-
IND
lino; quelli di Bombay sono quin-
dicimila , dove sono tre chiese
parrocchiali, una ha il titolo della
Speranza^ altra della Salute ; vi
sono pure alcune cappelle. Nella
piccola isola di Colabà evvi una
gran chiesa fabbricata dal governo
pei soldati irlandesi. Surate ha una
chiesa parrocchiale; Ponak ha due
chiese, una Drabat. Tra i cattolici
non si comprendono i viaggiatori,
ne i soldati inglesi o irlandesi, che
presidiano le città. Attualmente n'è
vicario apostolico monsignor Luigi
Maria Fortini carmelitano scalzo,
fatto vescovo di Calamina in par-
tibus dal Papa Gregorio XVI agli
8 agosto 1837; il quale gli die
per coadiutore a' 7 giugno 1842
monsignor Gio. Francesco Whelan
da s. Teresa dell' istesso ordine,, col
titolo vescovile in partibits di Au-
reliopoli. Nel vicariato oltre i car-
melitani scalzi si trovano circa ven-
ti missionari, i quali esercitano l'uf-
fizio di parrochi, di vice-parrochi
o di cappellani : il parroco ha dal
governo scudi quaranta mensili.
Nella casa del vicario apostolico si
trovano raccolti molti giovani a gui-
sa di seminario. Vi è la casa pegli
orfani, cinque scuole frequentate da
circa centoquaranta scolari. I fran-
cescani vi ebbero un convento mol-
to prima che giungesse s. Fran-
cesco Saverio. Colabà ha un ospi-
zio fabbricato dagli agostiniani di
Goa. Gl'inglesi ne discacciarono i
gesuiti e francescani, indi nel 1718
vi chiamarono i carmelitani scalzi
cui rimane tuttora la missione, ed
i vicari apostolici sono stati quasi
sempre di quell'ordme. 11 gover-
no somministra ni seminario scudi
settantacinque mensili, al vicario a-
postolico scudi duecento annui , e
sovviene i parrochi. 11 vicariato
IND 2?.3
possiede beni e fondi fruttiferi :
non manca di fondazioni e legati
pii con obblighi di messe, special-
mente in Bombay. In questo vi-
cariato abbondano protestanti di
tutte le sette; hanno essi chiese
e ministri, e spargono in abbon-
danza e gratis denari e libri di bib-
bie. Nulladimeno il culto cattolico
è libero e protetto dagl'inglesi. A.
questo vicariato è stata estesa la
dichiarazione benedettina per la va-
lidità de' matrimoni misti come in
Olanda ed in Inghilterra , e ciò
per concessione di Pio VI. I mis-
sionari di questo vicariato fanno il
viaggio a spese della congregazione
di propaganda fide, indi si man-
tengono co' sussidi de' fedeli, e col-
le rendite della missione , le quali
pure sono soggette a propaganda.
1 missionari ottennero da Leone XII
la facoltà per dieci anni di cambiar
l'abito di lana in quello di seta.
Indostan gangelico. E questa la
terza delle grandi divisioni del-
l'Indie orientali. Gl'inglesi vi pos-
seggono il Bengala^ il Bahar ed il
Benaver, che sono il centro della
formidabile potenza britannica nel-
le Indie; il resto comprende le
Provincie di Allahahad^ Ude, A-
gra , parte del Delhi o Dehly e
d' Agemira, e Maleva, le quali pro-
vi ncie formavano già il nerbo del-
l'impero del gran Mogol, e degli
antichi regni indiani; oltre la po-
pola/ione inglese di numero vario
ed incerto, circa undici milioni di
indigeni abitano in questa regio-
ne, i quali anche negli stabilimenti
inglesi si governano colle proprie
leggi, e non abbandonano le su-
perstiziose pratiche inculcate dai fa-
natici bramini. La provincia di
Bengala ha ragguardevole territo-
rio, diviso ne' distretti di Calcut-
^74 IND
la, Dacca e Mursciedebad. La set-
ta (lei goffi ignoranti gentivcs^ che
giungono a farsi schiacciare per
fanatismo sotto il carro dell' idolo
Jagannat, qnando trasportasi per
le pubbliche vie, ha in questa pro-
A^incia molti proseliti. Calcutta o
Forte Guglielmo, città capitale dei
Bengala, è residenza del governa-
tore generale di tutti gli stabili-
menti inglesi delle Indie orientali;
fu fabbricata nel principio del XVI
secolo, ov* era il borgo di Govind-
pur, in un paese paludoso ed at-
torniato da foreste, e talmente pro-
sperò in poco tempo, che supera
ora secondo alcuni i cinquecento-
mila abitanti : però si può rite-
nere per notizie certe, che la po-
polazione di Calcutta e delle sue
vicinanze è stimata quasi un mi-
lione di abitanti. Giace sulla spon-
da occidentale dell' Ugly, distante
trentasei leghe dalla sua foce. Sì
divide in città nera detta Chorin-
ger, ove abitano gli europei in va-
sti e sontuosi palazzi con magni-
fici giardini , ed in città asiatica,
ove vivono gì' indigeni in case di
bambù. Altri geografi dicono che
Calcutta è composta di tre parti:
il forte William o Guglielmo al
sud , la città bianca o degli eu-
ropei al centro, e la città nera al
nord abitata dagl'indostani. Il pri-
mo forte costruito dagl'inglesi nel
1696 è ridotto a dogana: in esso
■vi è la famosa prigione detta il
buco nero, in cui nel lySG il sa-
bah Savajat Duhia impadronitosi
del forte fece rinchiudere la guar-
nigione di cento quarantasei ingle-
si, dei quali perirono nella prima
notte miseramente centoventitre di
caldo e di sele; una piramide eret-
ta incontro là memoria di tali
barbarie. Il nuovo forte Guglielmo,
IND
così delfo dal re Guglielmo III, è
rimarchevole per la solidità e bel-
la architettura : di forma ottagana
supera per forza e regolarità tutte
le altre fortezze delle Indie ; e so-
no necessari diecimila uomini per
difenderlo. La rinomata e dotta
società asiatica quivi risiede, così
l'accademia che sopraintende alla
pubblica istruzione, unitamente al-
la corte di giustizia o suprema,
ed a quella di appello. Vi risiede
pure un metropolitano anglicano ,
il quale col titolo di vescovo di
Calcutta, ed assistito da tre arci-
diaconi regola gli affari ecclesiasti-
ci della sua setta nelle Indie. Il
contrasto dei costumi europei col
lusso asiatico che vi dispiega tutta
la sua pompa, sorprende ed inte-
ressa il curioso viaggiatore. Il pa-
lazzo del governo è fra i pubblici
edifìci il più rimarchevole di Cal-
cutta. L'industria è nella maggiore
attività; considerabilissimo quindi
n' è il commercio. Dal nome di
Caly dato dagl'indostani alla dea
del tempo, e di Catta nome di un
tempio ch'esisteva in Caly-Cutta
villaggio a quelli vicino di Tchot-
tanotty e Gobindopore o Govind-
pur, fra i quali stabilirono gli
inglesi una banca nel 1690 in for-
za di un firmano d'Aureng Zeyb,
è formato quello di Calcutta. Av-
venne al Bengala nel 1696 una
ribellione, e gl'inglesi ne appro-
fittarono per ottenere la permis-
sione di fortificare i loro stabili-
menti. Due anni dopo Azyu-Ou-
chan nipote di Aureng-Zeyb ce-
dette alla compagnia delle Indie i
tre villaggi sopra nominati. Nel
1719 la colonia assunse il nome
di Forte Guglielmo, o Forte Wil-
liam, e da quel punto divenne flo-
rida. Tutta la guarnigione come
IND
si è detto perì, ed il nome di A-
lynaglior rimpiazzò quello di For-
te William sino al principio del
1.757, in cui questa città fu ripre-
sa dagl' inglesi. Nella stagione delie
pioggie, cioè dalla metà di giugno
a quella di ottobre, grandi rovine
produce il cholera morbus, princi-
palmente fra gl'indigeni. Tuttavol-
ta pel complesso dei pregi di Cal-
cutta, essa viene chiamata la Lon-
tìra delle Indie, e viene adornata
da belle istituzioni di scienze, di
arti e di commercio.
Notìzie del vicariato apostolico
di Calcutta,
Dicemmo già che il Bengala è
la piti considerabile delle tre pre-
sidenze politiche, in cui è diviso il
governo inglese delle Indie. Que-
sto vastissimo paese fu nel i834
eretto in vicariato apostolico : prov-
visoriamente comprende anche l'i-
sola Salsette. In Calcutta risiede il
vicario apostolico. 11 Bengala con-
tiene due milioni e cinquecentomila
abitanti ; quelli di Calcutta e suoi
dintorni ascendono a centomila, ed
i cattolici superano i ventimila, tra
quali trenta orientali di diverso ri-
to. La principale chiesa è dedicata
alla Beata Vergine del Rosario. E-
sistono quelle fabbricate dai porto-
ghesi ; una fu benedetta da ultimo.
Altra chiesa esiste in Howrach sob-
borgo di Calcutta, ed è dedicata
alla Vergine del Buon viaggio e
della Salute. Nel 1837 furono affi-
date a questo vicariato le stazioni
militari inglesi ; i quartieri militari
hanno le loro cappelle. In Durran-
tullak la chiesa è dedicala al sa-
cro Cuo» e di Gesù ; in Gazupoure
alla ss. Trinità: più vi sono altre
nove chiese nel vicariato. La chie-
VOL. xxxiv.
. IND 225
sa principale di Calcutta è proprie-
tà del popolo, con fondi bastevoli
pel suo mantenimento. Il vescovo
anglicano ha due chiese, una delle
quali bellissima. Vi hanno pure
chiesa i greci e gli armeni : vi
sono inoltre templi idolatri e mo-
schee. Al presente n' è vicario apo-
stolico monsignor Giuseppe Carew
traslato da Filadelfia in partibus
all'arcivescovato di Edessa in par-
tihus a' 26 maggio i843 dal Papa
regnante, il quale sino dai 16 no-
vembre 1840 lo nominò vicario a-
postolico; gli die poi per coadiutore
a' 26 agosto 1843 monsignor Tom-
maso Oliffe che fece vescovo di Mi-
lene in partibus. Vi sono sacerdoti
secolari, francescani e di altri or-
dini. Sono pii stabilimenti la casa
abitata dal vicario apostolico e dal
clero; la scuola aperta in Martinier;
la casa per le sorelle della Carità
con scuole per l' educazione delle
fanciulle; ospedali civili e militari
comuni anche ai cattolici; altri so-
no nelle missioni di Gazupoure e
di Silpure. Alcune chiese sono am-
ministrate dai portoghesi scismati-
ci, i quali non si sottomisero alla
erezione dei vicari apostolici fatta
dalla Sede apostolica con immenso
spirituale vantaggio di tanti popoli,
restando perciò obbedienti all'arci-
vescovo di Goa. Per recenti dispo-
sizioni, il suddetto monsignor OlifTe
coadiutore va a risiedere nella cit-
tà di Chittagong per farne un nuo-
vo centro di giurisdizione episco-
pale onde amministrare meglio la
cristianità, e sopra tutto formare gli
stabilimenti d'istruzione e di carità,
ed il seminario per il clero indi-
geno, tanto necessario e tanto ra-
ro ancora in tutte le missioni. Nel
Bengala entrarono i missionari ago-
sliniimi nel 1572.
asi6 IND
La provincia di Bahar già 8Ì
disse Magadha e fu regno indipen-
dente; essa contiene uno de' più
fertili territorii dell'Indoslan, ed il
meglio coltivato. In sette distretti
era divisa sotto il governo mus-
sulmano, ed in altrettante giurisdi-
zioni la divisero gli inglesi. JN*è
capoluogo Patna, città grande e
popolata : essa è murata, con tem-
pli, moschee e palazzi. Gl'inglesi
se ne impadronirono nel 1763. La
provincia di Benares è popolatìssi-
ma, come fertilissimo è il territo-
rio. Si risguarda questo come il
suolo classico delle muse indiane ,
ed ivi dopo la distruzione di tanti
troni, e replicate estere invasioni,
i bramini conservano il deposito
delle filosofiche cognizioni e del-
l' immaginosa mitologia. La città
di Benares detta anche Cashy è
vaga , popolosa e ricca. Sorge in
riva al Gange, sulle cui sponde
s' innalzano molti superbi templi ,
ed altri sontuosi edifìci: vi primeg-
gia il tempio di Vivisha che gl'in-
diani si credono obbligati visitare
almeno una volta. E celebre l'os-
servatorio astronomico, fondato dal
rajah Djessing, col sistema di Co-
pernico. Florido n'è il commercio,
sano il clima, sereno il cielo ; la
hngua sanscritta ossia de' dotti ha
ivi le cattedre più accreditate. La
provincia à* Allahabad, nome che
significa casa di Di'Oy è irrigata da
molti fiumi, ed è ricca di diaman-
ti ; il dominio inglese si estende a
tutta la contrada, abitata da india-
ni di dolci maniere, che gli euro-
pei ed i mussulmani scelgono per
interpreti o sensali ; molti si danno
ad austera vita eremitica. N'è ca-
poluogo l'antica e ragguardevole
città di Allahabad. Sul confluente
del Gange e del Jumma trovasi
IND
la celebre fortezza dello slesso no-
me fondala nel i583 dall' impera-
lort Akbar, e fortificala all'euro-
pea dagl' inglesi. Sonovi belli edi-
fici, giardini amenissimi, ed anti-
che pagode, oltre un vago tempio
sotterraneo, frequentato dai pelle-
grini: essi si accampano tra' due
fiumi, e passano due mesi in pu-
rificazioni e cerimonie religiose. An-
ticamente spingevano il fanatismo
sino a farsi decapitare in onore del
fiume sacro a Sarassati sposa di
Brahma, ch'è la Minerva indiana ;
ma lo Shah-Jean abolì il barbaro
costume nel XVII secolo. La pro-
vincia d' UdCf chiamata dagl' indi-
geni Arad, vasta, fertile, con pae-
se piano, è governala da un rajah
o nabab vassallo degl'inglesi, i quali
tengono guarnigioni nelle città prin-
cipali. N'è città capoluogo Lucknu,
residenza del nabab e delle auto-
rità inglesi: ha palazzi, superbi
giardini, e molte fabbriche d'inda-
co. La provincia d'Agra nella sua
vastità racchiude molte città e for-
tezze importanti; fu già rinomala
per le manifatture di seta. La sua
giurisdizione comprende più di qua-
ranta piccole città e migliaia di
villaggi. Agra, già delta Akbarad^
e più anticamente B adidghur, óitìi,
grandissima che giace in vasta pia-
nura sulle rive del Giumna , ma
più non le rimane che uno scarso
numero de' suoi grandiosi monu-
menti. La fondò nel i5oi Sekun-
der-Lody sulle rovine di un picco-
lo villaggio, e la fece capitale dei
suoi stati. Nel secolo XVI il mo-
gollo Akbar l'ampliò e gli diede il
suo nome, onde acquistò quello di
Agra. Racchiude sessanta atnpi ca-
ravanserragli, ottocento bagni, set-
tecento moschee, e la magnifica
reggia del gran Mogol, uno de'più
IND
belli edifici dell'Asia. Le sue mu-
ra di granito rosso sono mirabil-
mente connesse. Alla piazza del pa-
lazzo introducono sei archi di trion-
fo, che formano reslreniilà di al-
trettante spaziose vie. Nel mezzo
poi un grande elefante di pietra
getta acqua dalla sua tromba. Ven-
tiquattro colonne doppie di mar-
mo bianco con piedistalli di grani-
to azzurro e capitelli di mica gial-
lo ornano le gallerie. L'oro e i pre-
ziosi marmi vi sono profusi. Sette
altri palazzi di marmo, già desti-
nati ai principi, circondano quella
sovrana residenza. La maggior me-
raviglia d'Agra però consiste ne'suoi
grandiosi sepolcri, fra i quali quel-
lo di Tajemekal, cioè corona di
edafici, supera ogni immaginazione,
esso è la tomba che lo Shah-Jean
fece erigere alia defunta moglie, ed
è riputato uno de' più splendidi
mausolei e forse il primo del mon-
do : il pavimento è di marmo bian-
co, ed internamente ornato di pie-
tre preziose ; si pretende che vi sie-
no slati impiegati per farlo vent'an-
ni, e tre milioni e mezzo di scu-
di. Agra è ben fortificata, ma de-
cadde dal suo splendore tostochè
nel 1647 la sede dell'impero passò
a Dehly. Fu dai mogolli presa nel
r7845 e nel i8o3 dagli inglesi che
\i mantengono la guarnigione, con
wfficiali civili. Gualior forma un
distretto della provincia d'Agra, ed
ha la più famosa fortezza delle In-
die di egual nome, la quale appar-
tiene ad un rajah di maratli: nel
1194 se ne impadronirono i mao-
mettani: sotto l'impero dei mogoili
fu prigione di stato , e molti prin-
cipi vi perirono violenleaienle. Mal-
grado tutti i lavori fatti per assi-
curarsene il possesso, gl'inglesi han-
no già due volte, nell'anno i 780
IND
a-zy
e nel 1804, conquistalo questo ba-
leardo.
Notizie del vicariato
opoi
'foli
di y^gra ora lliibet- Indostano.
Agra è la residenza del vicario
apostolico con giurisdizione su va-
sto paese : ha due chiese la città,
con seimila abitanti, duecento dei
quali sono cattolici ; Momillah è
una stazione militare con cappella.
Dipendono da questo vicariato,
Chandernagore nel Bengala con sua
chiesa ; Ragmall ha casa con chiesa
e trenta famiglie cattoliche; Bul-
ghelpore ha chiesa ed ospizio, così
Purneah ed altri luoghi con chiese,
case, ospizi, cappelle, ospedali, ec,
con circa seimila cattolici. Vicario
apostolico del Thibet è monsignor
Giuseppe Antonio Borghi de' cap-
puccini, fatto vescovo di Betsaida
in partìbiis a' \/\ agosto i838 dal
regnante Gregorio XVI , cui die
a' 2 3 agosto i843 per coadiutore
monsignor Gaetano Carli dell'istes-
so ordine, fatto vescovo di Almira
in parlibus. Leone XII a' 27 gen-
naio 1826 avea fatto vicario apo-
stolico del Thibet e vescovo di
Esbona in partibiis monsignor An-
tonino Pezzoni cappuccino, di cui
fu coadiutore il nominato monsi-
gnor Borghi. Monsignor Pezzoni fa
consacrato in Roma e successe a
monsignor Zenobio Maria Benucci
da Firenze vescovo di Hermia in
parlibus, morto nel 1824. Nella
missione vi sono parecchi cappuc-
cini missionari irlandesi ed italiani.
I pii stabilimenti consistono nella
vasta casa del vicariato con giar-
dino, in iscuole pei fanciulli d'ara-
bo i sessi, in un piccolo seminario
per gl'irlandesi; in Agra le sorelle
della Carità hanno chiesa, casa e
aa8 IND'
giardino; hanno educande che pa-
gano venti rupie al mese, e gratis
educhino sessanta bambini indiani.
E slato aperto un nuovo collegio
con ampia abitazione e giardino,
con centomila rupie di Tondi che
i\e rendono quattromila ; evvi pure
uno stabilimento per le l'anciulle in-
diane. In Chandernagore, colonia
francese, esiste un ospizio fabbri-
cato per comodo e riposo de' mis-
sionari che la congregazione di pro-
paganda spedisce nel Thibet. la
Meerat la principessa Begum fab-
bricò una chiesa, ed inMirret, sta-
zione militare con grande chiesa,
la casa pel missionario; di più la-
sciò al vicario apostolico prò tem-
pore de fondi che rendono scudi
quaranta annui. In Chunar si trova
una casa, con orto e cimiterio pei
cattolici. Nei monti di Hymalaya e
Laudour, dove nei massimi calori
si ritira la nobiltà inglese in luogo
ameno, il governo ha concesso im
terreno del valore di scudi quindi-
cimila, e vi si fabbrica una chiesa.
I*er la fabbrica d'una chiesa in
Purneah una principessa inglese
diede settemila rupie. Gli anabat-
tisti eretici aprono chiese e scuole.
I cattolici di Beltiah sono di ori-
gine nepalesi , avendo seguita la
sorte de' missionari quando furono
cacciati dal Thibet. Questo vicaria-
to indo-tibetano ha un procuratore
in Francia. Della missione di Ga-
walier sono benemeriti alcuni uffi-
ziali francesi, e specialmente il ge-
nerale Filose originario francese: ha
dato una somma di BySjOOO ru-
pie per fondo di pii stabilimenti :
75,000 pel vicarialo apostolico, e
3oo,ooo per pii stabilimenti per i
poveri e per la chiesa d'Agra. In
Landaw vi sono due chiese prole-
Stanti, collegio, ospedale miHtare,
IND
due scuole, e trecento case abitato
da inglesi. Altre notizie sul vica-
riato del Thibet riporteremo in
ultimo. Qui noteremo che ora è
stato istituito il nuovo vicariato
apostolico di Patria o Patanày con
luoghi che facevano parte di quello
del Thibet, di cui daremo qui ap-
presso un cenno storico. JNel i834
ad istanza della principessa Begum
Sombre, come abbiamo detto di
sopra, fu istituito il vicariato apo-
stolico di Sardhanà coi luoghi del
di lei dominio, e già soggetti al
vicariato del Thibet. Morta la prin-
cipessa nel i836, i medesimi luo-
ghi sono ritornati alla dipendenza
di questo vicariato.
Notizie del vicariato apostolico
di Patria o Palanà.
Ottenuto monsignor Borghi vi-
cario apostolico del Thibet-Indo-
stano il permesso di recarsi in Eu-
ropa, non tanto per motivo di ri-
stabilirsi in salute, quanto per pro-
curare alla importante missione
Thibet-Indostana con la sua perso-
nale eflìcacia i piii copiosi mezzi
per renderne sempre più florido il
già soddisfacente stato ; e conse-
guito lo scopo di abbondanti sus-
sidii, come in denaro, così in sacre
suppellettili , ed in colJaboraton ,
de' quali seco condusse nel ritorno
alle Indie numeroso drappello; il
prelato fece e replicò anche nella
sua partenza le più vive istanze,
aftinché la congregazione di propa-
ganda fide, considerata la vastità
del territorio a cui si estende la
missione Thibet-Indostana, e la di-
stanza de' luoghi, si degnasse alle-
viargli il carico dell'intiero regime
della medesima, troppo gravoso, e
pressoché impossibile a sostenersi
IND
da un sol prelato, ripartendola per
ora in due vicariati, che pur vasti
rimangono, ed ammettere possono
in seguito nuove suddivisioni. Ac-
cogliendo la congregazione sì fatte
istanze, e considerando i vantaggi
che sarebbero derivati ai progressi
della religione cattolica coll'erezio-
ne di un nuovo vicariato, stante i
bisogni di una vasta regione , ne
fece il decreto, e ne ottenne V apo-
stolica sanzione nel corrente anno
1845 dal regnante Gregorio XVI.
Il novello vicariato apostolico di
Patna o Patanà venne pertanto cir-
coscritto entro la politica giurisdi-
zione della presidenza del Bengala,
prendendo i due punti di longitu-
dine dalla città di Rairaahal fino
a quella di Dinapore, ed estenden-
dolo ai due più remoti punti di
latitudine del regno di Nepal , e
della gran provincia di Bahar, con
che comprende i due territorii del
regno di Nepal, la piccola provin-
cia di Sikim, e la detta gran pro-
vincia di Bahar. La superficie del
vicariato fu stabilita di cinquecen-
to miglia circa in lunghezza sopra
trecento in larghezza, conlenendo
im considerabile numero di catto-
lici, tanto europei che indigeni, e
questi in maggior quantità de' pri-
mi. Sette chiese già stabilite furo-
no rinchiuse nel nuovo vicariato ,
cioè Patna, Dinapore, Bettia, Ciou-
ri, Baghelpore , Monghyr e Par-
neah. Sonovi altresì otto case , ed
alcuni appezzamenti di terra pas-
sati in proprietà di questo vica-
riato. Per residenza del vicario a-
postolico, e sua dimora ordinaria,
•venne assegnata la città di Patna
dalla quale prese il nome il vica-
riato. Ai religiosi cappuccini fu af-
fidata la cura di coadiuvare il nuo-
vo vicario apostolico, oltre altri
IND 229
cooperatori. Per primo vicario apo-
stolico si destinò il suddetto mon-
signor Gaetano Carli vescovo d' Ai-
mira, come soggetto il più idoneo
e sperimentato all'uopo, già coa-
diutore del vicario del Thibet-In-
dostano. Dipoi la congregazione di
propaganda darà a monsignor Bor-
ghi altro vescovo coadiutore per
sostenere il carico del rimanente
ben ampio territorio; ma eziandio
attiverà, secondo la brama di mon-
signor Borghi, due novelle cattoli-
che missioni nei distretti di Labo-
re ed Hymalaya non ancora evange-
lizzati.
La provincia di Malwah è fe-
racissima pe* suoi fiumi, per cui
ogni anno si raddoppiano le rac-
colte de' cereali. E stata vicende-
volmente occupata dai maometta-
ni, dai mogolli, e nel 1707 dai
maratti, i quali la divisero in mol-
tissimi brani governati da piccoli
capi; la maggior parte di questi
negli anni 18 17 e 18 18 sono stati
costretti a porsi sotto l'alta prote-
zione inglese. Ugein si considera
come la città principale della pro-
vincia; è chiusa da mura di pie-
tra, con vasto mercato, osservato-
rio ed ampio palazzo in cui il capo
maratto fa la sua residenza. La
provincia di Nepaid o Nepal , già
florido regno, è un' ampia regione
fertilissima, montuosa e sparsa di
città e villaggi verdeggianti , coro-
nati da montagne con nevi perpe-
tue. Gli abitanti sono coraggiosi e
robusti, ed appartengono alla casta
dei bramini e rajaputi : la tribù
di Newars segue la poliandria, per
cui sovente le femmine cambiano
il compagno. Uno de' capi del go-
verno aristocratico di Garka, già
compresa nel regno di Nepaul, im-
padronitosi del supremo potere j
33o IND
conquisto nel 1768 il Nepnul e Io
iTse suo tributario. La città forte
di Kirlepur soIlVì l'atroce vendetta
dcU' usurpatore , che fece troncare
il naso a tutti gli abitanti, cangian-
done perfino il nome in Naskata-
dur, città dei nasi tagliati. Fu quin-
di il Nepaul sotto la protezione
della Cina, e finalmente dopo lun-
ga lotla divenne dominio inglese,
(latamandu è la città capitale, ove
nella invasione trasportò la sua re-
sidenza il i*ajah di Gorka ; ora vi
è un reggente inglese. Giace in
deliziosa vallata sul fiume Bagmut-
ty, con case fabbricate in pietra, e
templi che hanno pavimenti di mar-
mo e diaspro; conta centomila a-
bitanti. L*ultima provincia dell'In-
doslan gangetico è Sirangar^ la più
lonlana della regione, le cui colli-
ne abbondano di miniere d'oro, di
rame, di ferro e di piombo. Fu
già tributaria dell' imperatore di
Delhy, e dopo la caduta del trono
mogollo, lo divenne del Nepaul o
sia del rajah di Gorka, cui il suo
principe fa un annuo ricco presen-
te. Siringar nomasi pure la città
«ve risiede il rajah, eh' è il capo-
luogo della provincia. Ha vicina
una ricca e famosa pagoda del
rajah Ishvara ; gli abitanti si oc-
cupano indefessamente allo scavo
delle miniere; e l'arena del fiu-
me Aliknumdra contiene particelle
d' oro.
Indostan meridionale. È questa
ia quarta gran divisione delle In-
die orientali, circondata dal fiume
Kislma, e da altri che gettansi nel
Bima. Vi si contiene la provincia
di Fisapur o Bejapur, la più gran
parte di quella di Golgonda^ e
quelle di Misere o Mysore, o me-
glio Mayssoiirj di Carnale^ di Co-
efii/i; i principati di Tanjore ^ di
IND
Ma dura o Madui^-, di Travancù-
re, dì Samorin o MaUihar, cioè di
Caliciit^ e le coste tli Canara e di
Concan. Questa divisione compren-
de la parte maggiore conosciuta
s<jtto il nome di Decan, e fu già
abitata da cinque grandi nazioni,
che si nominarono le cinque Dra-
vire del Punyabhumi o Terra san-
ta dei bramini, divise in un numero
infinito di piccoli principati. Que-
sta diversità di popoli , indicata
dalla diversità della lingua e dei
caratteri scritti, ha resistito all'ur-
lo delle conquiste, e mostra in mez-
zo a tutte le vicende la stabilità
delle varie sue istituzioni. I limiti
e r importanza dei regni della pe-
nisola del Decan si sono cangiati a
seconda delle politiche rivoluzioni.
L'antico regno di Narsinga, di cui
era capitale Vjianagra, comprende-
va varie provincie sotto il nome di
Decan, ed è conosciuto nelle storie
de* portoghesi, degli arabi e dei
turchi. Nell'epoca dei gran mogolli,
il Decan compose un vice-reame
maggiore o minore, giusta la for-
tima delle armi. L'odierno sovrano
indica col nome di Decan, oltre i
suoi stati, le presidenze inglesi della
penisola , gli stati dei maratti , il
regno di Mysore, ed una molti-
tudine di piccoli principati che han-
no sovente portato nei geografi
confusione. Il sovrano che prima
si chiamava nizam, era anticamen-
te uno de' governatori subalterni
del gran mogol, il quale nel 1740
ricusò obbedienza all'imperatore, e
si rese padrone assoluto dei paesi
a lui confidati. Egli fu successiva-
mente in guerra coi maratti , coi
mysoresi e cogl'inglesi i quali mol-
to ne diminuirono la potenza. Nel
trattato di pace firmato nel i8o3
fra i maralti e gì* inglesi, ed i pie-
IND
coli slati deir interno del paese, i
di cui capi senza numero diconsi
poligarij sono ligi o tributari di
questa nazione. La costa orientale
di questa contrada ha il nome di
Coromandel, e la occidentale quel-
lo di Malabar. La provincia di
Visapur o Bejapur ha suolo fer-
tilissimo, per cui le sue produzio-
ni sono a buon prezzo. A questa
provincia appartierje il distretto di
Coiìcan sulla costa del Malabar ,
ripieno di baie e porli, sovente in-
festati dalla pirateria, e dagl'ingle-
si e maralli nel lyoG conquistati.
Furono già celebri le miniere di
di;'. manti di questo regno. Bejapur
o A^isapur città capitale, una delle
più grandi d'Asia perchè contiene
tre città una dentro l'altra, con
circa cinque leghe di giro. Però
non offìe in gran parte che rude-
ri e rovine : gli abitanti vantano
la più rimota antichità e le più
copiose ricchezze. I mar£^lli sono
popoli bellicosi che nel regno di
Visapur hanno la città di Punah
per capitale. Furono formidabili
nell'India, e tuttora sono alquanto
potenti. Appartengono alla stirpe
de' rajpputi, e tengono il mezzo fra
le alte e basse caste ; essi gradi-
scono di essere chiamati gli abi-
tanti del Decan, e si vantano della
più grande antichità. I principi
maralli sono indipendenti uno dal-
l'altro, ma riconoscono in comune
per capo supremo il Pescivà, sup-
posto ministro del re di Sattam,
il quale è un sovrano di puro no-
me, da lui guardato qual prigionie-
ro. E questa la sola nazione guer-
riera dell'Indie, che sempre ricusò
sottomettersi ai maomettani. Essi
stabilirono il loro dominio nel 1660,
dopo un seguito di guerre disa-
strose e lunghe contro diversi prin-
IND 23i
cipi, e poi contro la compagnia
inglese ; il loro impero già rag-
guardevole è ora ridotto ad uno
slato dipendente dagl'inglesi, e go-
vernato da due rajah residenti uno
a Punah e l' altro a Najpore. Pe-
rò nel 18 19 gì* inglesi costrinsero
il Pesci va di Punah ad abdicare,
a con pensione lo rilegarono a Be-
nares. Altix> distretto del Visapur
sulla costa del Malabar è Goa,
il quale fa parte del governo por-
toghese, il cui viceré abita nella
città di Goa [Fedi). La provincia di
Golgonda, già Talingana ed oggi
Hyderabad , fu conquistata dai
maomettani, che la eressero in re-
gno indipendente. Nel 1687 fu
soggettata dal gran mogol Aureng-
Zeyb, e fece parte del regno di
Delhy. Nel secolo XVIII di nuo-
To scosse il giogo, il nizam fissò
la sua residenza in Hyderabad, no-
me che ^ dette al regno di Gol-
gonda. È governata la provin-
cia da un salabar, al quale gl'in-
glesi aggiunsero una specie di am-
busciatore, e diecimila uomini di
guarnigione . N' è capoluogo la
città di Hyderabad, con belli pa-
lazzi e moschee ; vi ha pure Gol-
gonda fortissima città edificata su
d' una rupe, considerata come la
cittadella d' Hyderabad. Vi si con-
servano i tesori del nizam, e n'è
vietato ad ogni europeo l'ingresso.
La provincia di Misore o Mays-
soiir è grande, e consiste in una
vasta pianura circondata da colli-
ne donde sortono molti fiumi;
clima temperato, e numeroso be-
stiame. Prima del secolo XVII e-
ra un piccolo stato, ma nel se-
guente giunse all'apice di sua gran-
dezza, la quale però fu passeggera.
Gl'inglesi nel 174^» clopo aver vin-
to Tippu-Saib figlio di Hyder-Aly,
^3a IND
smembrarono la magf![ior parte del
suo territorio, e ridussero alla me-
tà lesile rendile. Quindi nel 1799
l'intrepido Tippu-Saib, 1* inimieo
più inveterato che gl'inglesi abbia-
no avuto nelle Indie, si seppelPi
sotto le l'ovine del suo trono, do-
po che Seringapatam aprì median-
te un tradimento al vincitore le
porte. La provincia di Misere fu al-
lora conceduta con durissime condi-
zioni ad un rajah, vassallo degl'in-
glesi, i quali occupano le piazze
forti , e percepiscono gran parte
delle rendite. Seringapatam, fortis-
sima città capitale del Misore, giace
in un'isola formata dal Cavery, e
racchiude una bella reggia, ed altri
vasti edifici. JVella caduta di Tip-
pu fu saccheggiata, e le truppe as-
sedianti vi raccolsero immenso bot-
tino; parte dei tesori, della gran-
de biblioteca, e dei preziosi ogget-
ti fu trasportata in Inghilterra. La
popolazione che allora giungeva a
centocinquantamila individui, è ri-
dotta a trentaduemila. Havvi un
bel tempio dell'idolo Visnìi, la cui
costruzione è contemporanea alla
fondazione della città ; ed il ma-
gnifico mausoleo che racchiude le
ceneri di Hyder, di Tippu e sua
moglie. Misore o Mayssour appar-
tiene al vicariato di Pondichery.
La provincia di Carnate o Kar-
natico è considerevole, e compren-
de il territorio già posseduto dal
nabab d'Arcot: il terreno in qual-
che parte è fertilissimo. Le mani-
fatture ed il commercio attraggo-
no gli europei sulla costa poco
favorita dalla natura, non poten-
dovisi approdare se non con pic-
cole barche piane, dette scelinghe.
]Vcl 1801 gl'inglesi ne divennero
intieramente padroni, lasciando al
pabab una piccola parte. Madras
IND
o Forte s. Giorgio, presidenza in-
glese deirindoslan meridionale, ha
per capoluogo la città del suo nome
nel golfo di Bengala. Questa cit-
tà coniprendeva nel suo principio
una lingua di terra sabbiosa ed
arida, lunga due leghe, avuta in
feudo dal re di Carnate ; mentre
la presidenza ora contiene dodici
milioni di abitanti. È suddivisa la
presidenza in ventiquattro distretti,
a ciascuno de' quali è addetto un
giudice ed un ricevitore, che di-
pendono dalla corte suprema di
Madras, la quale poi, per quanto
riguarda gli affari politici, è sotto la
suprema giurisdizione di Calcutta.
La città di Madras capitale del
Carnate, dopo la caduta d' Arcot
fu nel 1 640 fabbricata sulla ste-
rile area sopraindicata. Consiste nel
Forte s. Giorgio, o città bianca^
che racchiude cinquecento case di
pietra, vasti magazzini e varie ca-
serme. Ivi risiede il governatore e
le autorità civili e militari inglesi,
e vi dimora la popolazione europea:
nella città nera poi costrutta al-
l' uso indiano abitano gì' indigeni,
gli armeni, i mistizi o meticci,
i cinesi, gli ebrei neri, gli arabi ed
i mussulmani. Ciascuno ha il li-
bero esercizio di religione; gli in-
glesi stanno sotto la giurisdizione
ecclesiastica di un arcidiacono di-
pendente dal vescovo anglicano di
Calcutta. Sì calcola la popolazione
di Madras a più di trecentomila
abitanti . L' aspetto di Madras che
fa mostra sopra un vasto terreno
unito , è assai ameno per la va-
rietà delle sue costruzioni, la cui
architettura è generalmente bella
nella parte abitata dagli europei ed
inglesi, ed irregolare e bizzarra in
quella ove risiede il restante della
popolazione, ma non ha alcuna ri-
IND
viera navigabile, ne porto. II forte
che dà il nome alla ciltà bianca
o F^orte s. Giorgio è una delle più
formidabili fortezze delie Indie; fu
costrutto sul disegno del celebre
ingegnere Robins, e non ha biso-
gno per la sua difesa che di una
guarnigione mediocre. In vicinanza
evvi il palazzo di Tchepak, soggior-
no ordinario del nabab dei Car-
iiatico. La città nera nel 1 767
fu cinta da una buona muraglia
ed altre fortificazioni. Vi sono chie-
se, moschee e molti templi indo-
stani: diversi importanti migliora-
menti si effettuarono a Madras da
qualche tempo, sia con costruzione
di nuove chiese, sia con apertura
di nuovi mercati, sia colla fonda-
zione di molti stabilimenti di cari-
tà e di pubblica istruzione . La
ciltà possiede la zecca, e fa consi-
derabile commercio. Dal i8o3 si
apri al nord di Madras un canale
navigabile che fa comunicare que-
sta città coll'Enore. Tra le amene
strade de' dintorni vi è quella che
conduce al monte s. Tommaso, do-
ve si eresse un mausoleo alla me-
moria del marchese di Cornwallis.
Gl'inglesi incominciarono Io stabi-
limento di Madras «ella suddetta
epoca con acquistarne il territorio
da Sry-Rong-Rayil, discendente dal-
la dinastia indostana di Bisnagar,
col patto che si ponesse il suo no-
me allo stabilimento; ma Damer-
la Vencatadri, che pel primo avea
invitato gì' inglesi a fondare una
nuova città, aveva già ottenuto che
sarebbe chiamata Tchenappapatani
dal nome di suo padre, che di fat-
ti restò alla città nera. Francesco
Day capo della spedizione fece da
prima costruire un forte che chia-
mossi Giorgio 9 s. Giorgio, indi
non lardò ad innalzarsi una ciltà
IND 233
al suo lato. Madras nel 1744 ^^
assediata dai francesi comandati
da La Bourdonnaye, che la fece
bombardare, ed arrendere ai io
settembre, ritraendone un ricco bot-
tino. Alla pace d' Acquisgrana fu
restituita all'Inghilterra, ma i fran-
cesi non la evacuarono che nel
1749, dopo avervi operato miglio-
ramenti nelle fortificazioni. Altre
ebbero luogo successivamente, onde
nel 1759 il Forte Giorgio potè sos-
tenere con vantaggio l'assedio, che
i francesi comandati da Lally spin-
sero con vigore. Dipoi gl'inglesi ai
3 aprile 1769 vi conchiusero un
trattato con Hyder-Aly che la
minacciava. Madras si vuole la
città più florida delle Indie dopo
Calcutta.
Notizie sul vicariato apostolico
di Madras.
Era una prefettura apostolica
dei cappuccini, ma ai 3 giugno fu
cambiata in vicariato, il quale con-
ta centomila cattolici, e ventimila
in Madras. La cattedrale dedicata
alla Beata Vergine degli Angeli, è
un bello e ricco edificio, oflìciatu
mattina e sera. Ha quattro chiese,
tre delle quali succursali; forse pe-
rò il numero di queste si è ac-
cresciuto. Diversi luoghi hanno chie-
sa ed ospizio , e due con scuole.
Il regnante Gregorio XVI nella
congregazione de' cardinali di pro-
paganda^V]?e tenuta avanti di lui ai
16 agosto i83i decretò di affida-
re la prefettura de' cappuccini di
Madras ad un vicario apostolico
insignito del carattere vescovile ;
quindi venne eletto per tale mon-
signor Giovanni Poulden della con-
gregazione anglo-benedettina, fatto
vescovo di Gerocesarea in parlibus^
^34 IND
Dipoi il medesimo Papa fece ve-
scovo di Castoria in parùbus e vi-
cario apostolico a* ^4 aprile 1841
monsignor Giovanni Fennely , il
quale ha, olire diversi missionari,
gli oblati di Maria Vergine della
congregazione di Torino. Fra i
missionari merita nominarsi il ze-
lante p. di s. Michele cappuccino
di Savoia, che fatica molto per
gl'indigeni. Per le istesse ragioni
indicate parlando del vicariato a-
postolico di Calcutta^ adesso van-
no a stabilirsi due coadiutori o
pro-vicari del vicario apostolico, che
risiederanno nelle città d'Hyderabad
e Visagapatnam. I pii stabilimenti
consistono in iscuole pubbliche e
private; neli' orfanotrofio fondato
specialmente per le figlie di sol-
dati cattolici; in molti ospizi; nel-
l'alunnato de' cappuccini che man-
teneva venti giovani ; nel moni-
stero fondato dalla vedova del co-
lonnello Smith j che vi menò un
tempo vita ritirata e virtuosa, u-
nita ad altre religiose sotto la re-
gola della Visitazione legate da vo-
ti semplici, le quali istruiscono cen-
tosessanta fanciulle; ed in tre con-
fraternite. La vedova Smith morì
nel maggio iB44 ^" Pondichery,
dove aveva fissato da qualche an-
no la sua casa della Visitazione. Il
seminano ha una rendita lasciata
dalla principessa Begum. Nel semi-
nario non vi sono che figli di sol-
dati o altri europei, o mistizi o
meticci, ma nessuno indigeno. Negli
ultimi anni ebbero luogo parecchie
conversioni dall'eresia e dal paga-
nesimo; come ancora furono accre-
sciute le scuole, per cui l'istruzio-
ne religiosa si trova in prospero
aumento, e vennero stampati più
migliaia di catechismi. Tutti i pre-
ti SODO tenuti ad intervenire alla
IND
conferenza, alle lezioni di Scrittura
sacra , storia ecclesiastica e sacra
teologia. Tutti gli ospizi, chiese,
beni e ragioni che spettavano ai
cappuccini, passarono in potere del
vicario apostolico, la cui giurisdi-
zione si estende a tutti i luoghi
che costituivano la prefettura di
essi cappuccini. Vi si sono stabili-
te diverse comunioni , ed i prote-
stanti vi nìantengono una missione
ben provveduta, che paga l'acces-
so e recesso dei missionari. La ca-
sa della missione, gli orfani, le
scuolt hanno vistose rendite ; se
ne hanno anche per altre opere
pie , assicurate nella cassa della
compagnia dell' Indie. 11 governo
britannico concorre allo splendore
del cullo cattolico con vistosi sus-
sidi, ed ha accordati annui asse-
gnamenti.
Inoltre nelln provincia del Car-
natico vi è la città vescovile di s.
Tommaso o Mdiapor [Fedi). Tran-
quebar città posta sulla foce del
Cavery con buon porto. Dessa non
era che un misero villaggio che i
danesi comprarono nel 16 16 dal
rajah di Tanjore, con annuo tri-
buto di duemila pagodi, che paga-
no tutt'ora. Vi fabbricarono un
buon forte, e dopo tale epoca la
prosperità di questo stabilimento
ha sempre aumentato, contando da
ventimila abitanti. GÌ' inglesi la
conquistarono nel 1787, ma la re-
stituirono alla Danimarca nel 181 5,
indi la ricuperarono nel 1844* Ani-
tra città del Carnatico sulla costa
di Coromandel è Pondichery, ca-
pitale degli stabilimenti francesi
nelle Indie, sul golfo di Bengala.
È residenza del governatore dei
medesimi stabilimenti, d* un ordi-
natore, d' un ricevitore, e di altri
ministri ; è pur sede d* una corte
IIND
reale « d* un tribunale di prima
istanza. Viene divisa in città bian-
ca e città nera^ le quali sono dis-
giunte da un canale, essendo la
seconda abitala dalla gente del
paese. In distanza di qualche mi-
glia della città è degna d'attenzio-
ne la pagoda di Villenour, vasto
monumento d' un' architettura in-
diana e bizzarra, le cui mura so-
no coronate da leste di vacca scol-
pite, e coperte di ornamenti del
medesimo gusto : l' architettura di
questa pagoda ha molte cose co-
muni coU'architettura egiziana, e,
almeno nelle disposizioni generali,
eoll'antico tempio di Salomone. Vi
è la zecca, T orto botanico, parec-
chi stabilimenti d'istruzione. I na-
tivi hanno la pelle di un nero ros-
sastro, portano certi segni dipinti
sulla fronte e sul petto, secondo le
caste e sette religiose alle quali ap-
partengono; i facoltosi portano una
lunga veste di mussolina; gli uomini
mendicanti vanno quasi nudi, tran-
ne a mezzo il corpo che cingono
con un Rìzzoletto. Le donne in
Pondichery e nelle vicinanze si
fanno vedere in tutti i luoghi pub-
blici senza nessuna differenza fra
le caste; l'uso contrario si trova
particolarmente stabilito nei paesi
dove si parla la lingua tenuge os-
sia telinga. Ordinariamente le don-
ne hanno lineamenti regolari, be-
gli occhi, ed una bella taglia ; van-
no decentemente vestite, ed hanno
generalmente alle orecchie larghi
buchi che adornano con quantità
di gioielli ; portano pure alle dita
molti anelli. Le donne indiane in
generale portano oltre gli altri gio-
ielli braccialetti d' oro, o di altra
materia come di \etro ; portano
pure ai piedi braccialetti d' argen-
to caricati di gioielli, s' intende le
IND 235
persone ricche, dimodocliè non pos-
sono camminare senza essere sen-
tite un poco alla lontana. L'uso di
questi ullimi gioielli e quello dei
braccialetti ai piedi è un'invenzio-
ne che derivò dalla gelosia de'mari-
ti . Esei citano questi popoli libera-
mente il proprio culto nella colo-
nia; diversi abbracciano la fede
cristiana, massime quelli delle clas-
si interiori. Quasi sempre quivi
ptu'o è il cielo, e 1* aria dolce e
salubre. Tuttavolta da 25 o 3o
anni a questa parte il cholera mor-
bus visita ogn'anno Pondichery co-
me altri luoghi dell' India. Era
Pondichery un villaggio che i fran-
cesi comprarono unitamente al ter-
ritorio nell'anno 1627 dal re di
Bcydjapur ; popolossi rapidamen-
te pei vantaggi che i nuovi pos-
sessori offrivano a quelli che veni-
vano a stabilirvisi. Gli olande-
si presero Pondichery nel 1698,
l' abbellirono e ne accrebbero le
fortificazioni ; ma alla pace di Ri-
swyk furono obbligali a restituirla.
Poscia i francesi ne formarono u-
na delle più belle città e piii for-
ti dell'India, e per le sue ricchezze
e per l'importanza sua politica e
cominerciale divenne la capitale
degli stabilimenti francesi nel paese.
Slava in potere della compagnia
francese dell'Indie orientali, la qua-
le la faceva reggere da un gover-
natore patentato dal re, e da un
consiglio superiore di sei o sette
membri; ispirava la prosperità di
tal paese molla gelosia agl'inglesi
che pili volte vennero a porre di-
nanzi a Pondichery 1' assedio ; il
primo nel 1748 non ebbe alcun
effetto ; ma dopo lungo assedio nel
1761 s'impadronirono della città,
e ne distrussero le fortificazioni.
Resa a' francesi nel 1763 cadde
a36 IND
nuovamente in potere degringlesi
nel 177H, e quindi fu nuovamente
nel 1783 alla Francia restituita;
ma furono appena in parte ripri-
stinate le fortificazioni che al prin-
cipio della rivoluzione entraronvi
gl'inglesi e la conservarono sino al
4 dicembre 1816, epoca nella
quale venne resa alla Francia,
smantellata e priva d'ogni specie
di difesa; egli è sulle rovine di
«lette forti tlcazioni, dalla parte del
mare, che Desbassyns fece erigere
un passeggio magnifioo.
Notizie sul vicariato apostolico
di Pondichery e Madurh.
Pondichery è la residenza del
"vicario apostolico; quivi approdò
il nominato cardinale di Tournon
legato rt Intere visitatore apostolico,
ed ivi emanò i suoi celebri decreti
sui riti malabarici. La giurisdizione
del vicariato comprende tutti i
Jiioghi già commessi agli alunni
del seminario di Parigi ad exte-
ros. È per questo che il Misore
o Mayssour o Missouri, di cui ab-
biamo parlato, ed il Madurè, di
cui parleremo qui appresso , sono
compresi in questo vicariato. La
{popolazione di Pondichery è di
venticinquemila individui , nove-
mila de'qnali cattolici indigeni. In
tutto il vicariato poi di Pondi-
chery, Madurè e Mayssour i cat-
tolici sono duecentotrentamila. Al-
tri dicono Pondichery molto più
popolata, facendo ascendere il nu-
mero degli abitanti a quarantamila
nella città, e altri trenta o qua-
rantamila nel resto del territorio
francese ; e che fra queste popo-
lazioni vi saranno diecimila cat-
tolici indigeni , e circa due o tre
mila europei o meticci o mestizi
IND
cattolici parimenti. Pondicbery ha
una vaga chiesa capace di conte-
nere seimila persone, con cinque
preti; ha pure altra pi«;cola chiesa
delle monache carmelitane, in cui
vi sono de'religiosi carmelitani scalzi.
Altri luoghi del vicariato hanno chie-
se; Pralacoudi ha cinquemila fedeli.
IVel vicariato di Pondichery, dove
a maggiore, dove a minore distan-
za, vi si trovano sparse molte cri-
stianità, che variano nel numero,
e dove sommano a millecinque-
cento, e dove arrivano a seimila;
ovunque si trova chiesa o cappel-
la ; ogni chiesa ha il suo catechi-
sta. Nella sponda occidentale e pre-
cisamente nel Malabar si trova
Mahè, colonia francese, la quale di-
pende dal superiore ecclesiastico
della colonia francese di Pondi-
chery ; vi è un monistero per
l'educazione delle fanciulle special-
mente orfane , fondato dalla no-
bil vedova del colonnello Smith.
Il vicario apostolico di Pondicheiy
e Madurè è monsignor Clemente
Bonnand , alunno del seminario
delle missioni straniere in Parigi,
vescovo di Drusipara in parlihus^
succeduto per coadiutoria nel 1837,
in virtù del breve di Pio VII del
2 maggio 18 15, l'anteriore vica-
rio apostolico o superiore della
missione per gì' indigeni fu monsi-
gnor Luigi Herbert vescovo di A-
licarnasso in partibus. Il regnante
Gregorio XVI fece coadiutore del-
l'attuale vicario monsignor Stefano
Lodovico Charbonnaux alunno del
detto seminario, fatto vescovo di
lassa in partibus a' io giugno i84r.
Prefetto apostolico delle colonie
francesi nelle Indie è d. Giovanni
Norberto Calmels del seminario
dello Spirito Santo di Parigi. Se-
condo le nuove disposizioni della
IND IND 237
santa Sede, il vicario apostolico a- vescovo residente nelle città cen-
vrà due coadiutori o pro-vicari, trali delle missioni. Vi sono in
uno risiederà nel Mayssour , cioè Pondichery cioè nella sola città
monsignor Charbonnaux; e laltro, indiana: r. Un seminario o colle-
cioè monsignor Lugat di cui an- gio con settanta scolari tutti indi-
diamo a parlare, dimorerà in Pon- geni delle caste nobili, fra* quali
dichery. Oltre a ciò il medesimo diversi chierici, ed altri che si dis-
Papa ha fatto recentemente vesco- pongono al sacerdozio indigeno di
vo di Prusa in partibus monsi- liete speranze per la missione. 2.
gnor Melchiorre de Marion de Quattro scuole gratuite mantenute
Bresillac, e lo ha dato in pro-vi- dalla missione come il seminario,
cario a monsignor Bonnand per la e tutti gli altri stabilimenti se-
parte del Coimbaltour. Altri pii guenli. 3. Un monastero di car-
stabilimenti sono, due case per melitane, dove si trovano circa
orfane, un piccolo seminario, più venticinque monache tutte india-
scuole, monte di pietà, e comitato ne. 4* Un' altra casa religiosa di
di beneficenza. In queste provincie monache indiane egualmente , e
i gesuiti aveano dei fondi, che si che si comincia adesso per for-
appropriò la rivoluzione francese, marvi maestre pie per le scuole,
e che rendevano annui dieciotto- 5. Due conservatorii per le zitelle
mila franchi. Nel Coromandel e in delle caste nobili e più basse, ed
tutte le Indie i protestanti vanta- in ciascuna si trovano circa ven-
no quarantamila proseliti. Questi ticinque zitelle. 6. Un ospizio do-
uniti ai gentili mettono in opera ve si dà 1' alloggio, vitto e vestito
ogni sorta di violenza e di seda- a quasi venticinque poveri vecchi,
zione, sia per impedire le con ver- 7. Un ospedale per altrettanti ia-
sioni, sia per eccitare i convertiti fermi. In una parte della casa e-
air apostasia. La divisione della piscopale, dove abitano pure i mis-
missione per gl'indigeni e per le sionari, si è stabilita la stamperia
colonie francesi fu fatta dalla con- lamulica, diretta da due missiona-
gregazione di propaganda fide nel ri, fra i quali il dottissimo sacer-
1828, ad istanza del re Carlo X, dote Dupuis ha scritto e stampato
perchè si volle cosi tornare al si- nella stessa lingua tamulica una
stema osservato avanti l'epoca del- bellissima opera contro i prote-
la rivoluzione, giacche le colonie stanti, intitolata ; Veda purattelei
fino a queir epoca erano state as- nìkkuin sangwì, ossia Rimedio con-
sisti te dai cappuccini francesi della tro V eresia. Nella città di Ben-
provincia di Tours. guelour o Bangalore, una delle
Recentissime relazioni sul vìca- più importanti del Mayssour, si è
riato apostolico di Pondichery, ne stabilito pure un seminario pei fi-
descrivono l'attuale suo stato nel gli degli europei o mestizi. Colle
modo seguente. 11 gran numero di nuove disposizioni prese per il
pii stabilimenti, chiese, scuole, ec. Coimbattour si spera di potere
fondati quasi tutti da cinquant'an- stabilirne presto un altro per gli
ni a questa parte nella città di indiani delle caste che si possono
Pondichery, fanno vedere l'impor- chiamare di secondo grado. Tutti
tanza di avere possibilmente un gli stabihmeuti fuori del seminario
238 IND
di Bengnelour sono tìeslinati ngli
indiani. Diverse scuole sono aperte
in tutta la missione dove si tro-
vano allualinente ctMilovenlimila
catlolici, più di trenta missionari
delle missioni straniere, e quattro
soli sacerdoti indigeni. In tutte le
parti dell'I ndostan si trovano gli
scismatici portoghesi. La causa rea-
le della decadenza del cattolicisnio
in diverse missioni dell' Indoslan
e delle altre missioni del mondo
è la mancanza di sacerdoti indigeni
e di un indigeno clero.
li principale scopo del sinodo che
si è tenuto in Pondichery nel me-
se di gennaio i844j ^^ ci' provve-
dere ai mezzi eflicaci di formare
un buon clero indiano, secondo il
fine della santa Sede, quando sta-
bilì la congregazione ossia il semi-
nario delle missioni estere di Pari-
gi. In questo sinodo, che farà cer-
tamente epoca nella storia eccle-
siastica dell Indostan, si trattò del-
l'importanza del clero indigeno in
generale , e della necessità di un
tal clero nell* Indostan particolar-
mente. Poi si discusse sopra i
mezzi più adattati per stabilire
con frutto i seminari per gli studi
di teologia, altre scienze e belle let-
tere. IVI a siccome la gioventù scu-
ra avere ricevuta una educazione
buona nella prima età, di raro
può perfettamente adattarsi poi a-
gli studi ed anche alle virtù neces-
sarie allo stato ecclesiastico, e sic-
come la necessità dell' istruzione si
sente vivamente per tutta la popo-
lazione indiana tanto per gli uomi-
ni che per le donne, cosi il sino-
do ha fatto della questione delle
scuole in generale il soggetto delle
sue più importanti deliberazioni,
dopo quelle riguardanti al clero
indigeno. Le altre deliberazioni del
IND
sinodo spettarono a diversi punii
di disciplina, ma non furono al-
tro che (|uasi T apertura d* una
strada che si seguirà poscia, con
moltissimo vantaggio per la chie-
sa dell' Indoslan, e per il vicariato
apostolico di Pondichery special-
mente. In seguito dallo stesso si-
nodo fu mandato in Roma il sa-
cerdote francese Giovanni F. O.
Luquet di Langres, del seminario
delle missioni estere di Parigi, ze-
lante missionario di Pondichery, col-
l'incaricG di umiliare alla santa Se-
de le deliberazioni dell' assemblea,
insieme con diversi progetti impor-
tanti per r incremento e maggior
slabilità della religione cattolica in
queste parti dell'Indie. Il Pontefice
Gregorio XVI^ e la sacra congre-
gazione di propaganda fid(i hanno
accolto questi progetti con favore,
facendo concepire le più belle spe-
ranze ai missionari e benemerito
vicario apostolico di Pondichery.
Gli atti del suddetto sinodo, do-
po la presentazione di un impor-
tante memoriale scritto dal sacer-
dote Luquet sotto questo titolo:
Eclaircissements sur le synode de
Pondichery, furono approvali dalla
congregazione di propaganda. Quin-
di sulla proposizione dei cardinali
della medesima, fu proposta una
istruzione generale per tutti i ve-
scovi e missionari del mondo per
raccomandar loro l'applicazione dei
principii esposti negli Eclaircisse-
ments. In una adunanza dei car-
dinali di propaganda fide^ la sud-
detta istruzione fu da loro esa-
minata ed approvata, quindi sot-
tomessa alla suprema sanzione del
Papa. In seguito dello stesso esa-
me degli Eclaircissements, il sacer-
dote d. Giovanni Luquet fu pro-
posto spontaneamente dai cardi na-
IND
li al Pontefice per coadiutore di
monsignor Bonnand ycscovo di
Prusipara: ed il santo Padre si
degnò confermare la proposizione
della sacra congregazione. Quindi
il Papa ha fatto coadiutore del
nominato vicario apostolico, e ve-
scovo di Esebon in partìbus, il
lodato monsignor Luquet, per cui
a' 7 settembre iS/\^ fu conse-
crato nella chiesa di s. Maria in
Vallicella de'Glippini, dal cardinal
Giacomo Filippo Fransoni prefet-
to generale della congregazione di
propaganda fide, coll'assistenza dei
monsignori Giovanni Brunelli ar-
civescovo di Tessa Ionica, segretario
della medesima, e Francesco Pi-
chi arcivescovo di Eliopoli.
In segno di paterna benevolenza
il Papa si è degnato far dono all'il-
lustre prelato vicario apostolico ed
ai suoi degni operai i sacerdoti delle
missioni estere nella missione di
Pontlichery, della sua effigie in un
busto colossale di bronzo. Questo
busto venne scolpito con grandissimo
talento dallo scultore svizzeroVeyras-
sat recentemente convertito alla fede
cattolica, ed è destinato a collocarsi
nella stessa città di Pondichery. Il
busto pei tanto verrà innalzato sopra
di un piedistallo di granito, nel va-
sto cortile aperto avanti alla bella
chiesa dei ntissionari ; e diverse
iscrizioni in lingue europee ed in-
diane conserveranno la memoria
del benefizio e della benevola me-
diazione della congregazione di pro-
paganda fide. 11 sito dove si col-
locherà il busto si presta molto
perchè da tutti sia conosciuto cpie-
sto monumento di pontificia be-
nevolenza, ed attesterà la pietà fi-
liale e la divozione dell* intiera
chiesa dell'lndostan verso la roma-
na chiesa madre e maestra di
IND 239
tutte le chiese, come verso l'augu-
sto suo capo. Dappoiché al punto
precisamente della spiaggia del ma-
re, dove lutti sbarcano quando si
approda a Pondichery, si trova
una vastissima piazza, dove fu
una volta costrutta la cittadella; e
di là si apre fino alla mentovata
chiesa dei missionari una belhi
strada piantata d'alberi, e in fijie
sopra di una piccola elevazione del
terreno, la sola che trovasi nella
città, si apre il cortile terminato
dall'elegante facciata della chiesa,
in mezzo al quale si erigerà ap-
punto il busto del Pontefice. Mo-
numento che contempleranno i ma-
rinai europei, gl'indiani, gli abita-
tori di queste regioni, ed i viag-
giatori d' ogni nazione.
Il Ma dure poi è un distretto, come
si dirà, nella parte sud-est dell'lndo-
stan, nella presidenza di Madras, e
chiamasi anche Madurè il capoluogo
con cinquantaquattromila abitanti ,
ventimila de'quali cattolici. Dipen-
de il Madurè in parte dal vicario
apostolico di Pondichery, benché
esso sia affatto separato con comu-
ne accordo, confermato dalla santa
Sede, dal vicariato apostòlico di
Pondichery. Il vicario apostolico
ha solamente sul Madurè una spe-
cie di giurisdizione indiretta che
consiste a dare una volta per sem-
pre al superiore della missione dei
gesuiti i poteri spirituali eh' egli
poi trasmette ai suoi missionari.
JJon vi si trovano altri missionari
europei che i gesuiti, che ne so-
no veramente gli esclusivi diret-
tori. I pallers e parreas sono il fio-
re della cristianità: in Pallam-Cot-
tah i sanars delle cristianità sono
così semplici e buoni che quasi
parrebbe che non avessero peccato
in Adamo. Nel resto di questi
a4o IND
luoghi domina l'idolatria che ren-
de diflìcile la conversione dei po-
poli, benché vi siano diverse chiese.
Nel Madurè gli scismatici di Goa
occupano più cliiese, e sono perciò
contrari al vicario apostolico favo-
rito dal popolo, siccome obbedien-
te alle provvide e benefiche ordi-
nazioni della santa Sede. Il calto-
licismo fu portato in Madurè dai
portoghesi; questa provincia passò
sotto il dominio inglese nel 1801.
Nella provincia di Marawa vi eb-
bero nel secolo passato morite con-
versioni, ma soppressa la compa-
gnia di Gesù, che j'ure suo se le
poteva appropriare , ricaddero i
convertiti nell'idolatria : la città di
Marawa n'è la capitale.
Altra provincia dell' Indostan me-
ridionale è /i/wyore, popoloso e fertile
distretto del Carnatico,che mantenne
perlungo tempo la sua indipendenza,
né fu mai soggiogata dai maomet-
tani. Verso la metà dell' ultimo se-
colo divenne tributario del Carna-
tico , e cadde con esso in potere
degl'inglesi, che lasciarono la città
dello stesso nome al rajah, le cui
rendite ascendono a circa sessa n ta-
niila scudi. JXegapatam è una piaz-
za marittima del Tanjore difesa
da buon porto: era il capo dei
possedimenti olandesi nella costa
di Coromandel, ma col trattato del
1785 passò in dominio degl'inglesi.
INel Madurè si trovano una venti-
na di gesuiti, centodiecimila catto-
lici, diverse scuole ed altri pii sta-
bilimenti; e nella città di Nega-
patam un piccolo collegio pei fi-
gli degli europei o meslizi. Pro-
vincia altresì dell' Indostan meri-
dionale è la costa della Peschiera
o di Madiira o Madurè; è questa
la punta meridionale della peniso-
la dell' Indostan , separata per lo
IND
stretto di Manar dall'isola di Cey-
lan. Si è resa famosa per la quan-
tità di perle che vi si pescano, e
di cui fanno gì* inglesi l'esclusivo
commercio. Le provincie interne
dell'antico regno di Madurè sono
governate da piccoli piincipi, a for-
ma delle italiane istituzioni del
medio evo. Madura città conside-
rabile possiede avanzi di belli e-
difici e di qualche pagoda. Fu
prima dell' era cristiana capitale
della dinastia degli auliclii pandi :
gl'inglesi come dicemmo ne fecero
il conquisto nel 1801, e demoli-
rono le fortificazioni. Cochin, pro-
vincia dell'I ndostan meridionale, è
il primo paese ove dai buoni in-
diani si permise agli europei di
formare uno stabilimento, e furono
i portoghesi i più solleciti a gode-
re di questo vantaggio. Il rajah
nel 1791 si pose sotto la prote-
zione o dominazione inglese, di-
venne vassallo di quella nazione,
e potè a questo prezzo conservare
un'ombra di potere. Cochiii o Goc-
cino (P^edi) è la capitale di qiie-
sto piccolo stato. Quando nel i557
o i558 fu eretta la sede vescovile
di Goccino la collegiata di s. Cro-
ce fu elevata al grado di catte-
drale; furono allora istituite cinque
dignità e dodici canonici, con che
formossi il capitolo, e tutti prov-
veduti con prebende. Fu sua dio-
cesi il regno di Travancor, la pro-
vincia di Goccino o Gochin, le i-
sole adiacenti, compresa quella di
Geylan. lìlalabar, altra provincia
dell'Indostan meridionale, così no-
masi la sua costa occidentale, che
componeva nei passati tempi uà
polenlissimo impero. Goram-Petoa-
mal divise lo stato fra 'suoi parenti,
ciò che ha dato luogo al gran
numero di regoli che oggi lo gor
IND
-vernano, ripartito in pih regni e
principati. Il clima è puro ed i
fiumi che vi scorrono sogliono dis-
seccarsi nella stagione estiva. E a-
^^ bitato dagli indù divisi in tribù,
' che più di altrove serbano tena-
cemente la divisione delle caste :
la casta sacerdotale o sia de' bra-
mini namburini tiene il primo
^' luogo, e segue la casta militare o
dei nairi, dalla quale si scelgono
i rajah: grave errore esiste nella
i ' casta de' nobili, i quali hanno ta-
le abbominio per quelle degli agri-
coltori e degli altri eh' esercitano
'.' arti vili, a segno di crederli inca-
' paci della vita eterna; essi voglio-
no esserne separati nelle chiese e
fino nelle sepolture. Il Malabar è
il primo paese calcato in questa
parte del mondo dal piede euro-
peo. Vasco di Gama sbarcò a Ca-
licut nel maggio 1498- ^ paese
fu interamente soggiogato dai mao-
mettani nel 1675 sotto Hyder-
Alì, e nel 1790 dagl'inglesi, i qua-
li lo assoggettarono da prima al
governo di Bombay, e quindi a
quello di Madras. Lo stato più
possente era allora quello del Sa-
morino o imperatore, ma avendo
questi per debolezza unito le sue
armi a quelle degl' inglesi contro
; Tippu-Saib, fu nel 1792 dai vin-
citori spogliato de' suoi possedi-
menti. La popolazione del Mala-
bar si approssima ad un milio-
ne d' individui. I cattolici che so-
^ no più di duecentoquarantatremi-
l la seguono due riti, il latino ed
il siro-caldaico ; i siri altri sono
i cattolici, altri scismatici. Le città
principali sono Calicut, Cananor
ed altre, oltre un numero grande
di castelli, ed ovunque si trovano
sparse le chiese de' cristiani ed i
templi degli idolatri. La religione
yoi. xxiiv.
IND 24t
cattolica approdò in questi lidi nel
i5o2, e si può dire quando vi
giunsero i portoghesi. La illustrò
e dilatò s. Francesco Saverio e po-
scia i suoi correligiosi gesuiti, per
cui nel i653 era arcivescovo di
Cranganor monsignor Francesco
Garzia gesuita. Insorsero gravi dis-
pareri tra questo ed i popoli, i
quali congregati vicino a Goccino
giurarono di non ammettere più
fra loro i padri della compagnia
di Gesù. Nacque scisma, giacché
i dissenzienti si fecero consacrare
un arcidiacono, secondo il rito di
Babilonia: per apporvi riparo la
congregazione di propaganda fide
spedì due carmelitani scalzi, ad u-
no de'quali riuscì richiamare all'o-
vile molte chiese, ma non all'ob-
bedienza del pastore. Quegli ch'era
il padre Giuseppe di s. Maria fa
consagrato vescovo in partibus .
Varie, lunghe, difficili sono state
le vicende ecclesiastiche del Mala-
bar. Calicut, gran città della peni-
sola, già capitale degli stati del Sa-
morino, posta sulla riva del mare,
fu nel principio del XVIII secolo
quasi interamente sommersa. Venne
quindi riedificata, ma nel 1773
conquistolla Hyder-Alì, il cui figlio
Tippu nuovamente la distrusse,
e trasportò a Visapour gli abitanti.
Dopo che gl'inglesi s'impadroniro-
no di tutto il paese, gli antichi
cittadini ritornarono, e fecero ri-
sorgere le patrie mura, per cui
nel 1800 già si contavano più di
cinquemila c^se. Il suo commercio
è florido, ed il porto frequentato
dai vascelli che navigano dalla
Arabia e dal mare Rosso.
iQ
24^ IND
Notizie sul vicariato apostolico
dì f^erapoli ossia del Maialar.
Questo vicarialo comprende le
diocesi di Cranganor e di Gocci-
no, e si estende dal promontorio
di Comorino fino al Canarà o
Kanarà. Verapoli è una piccolis-
sima isola, distante tre leghe da
Goccino, ed è residenza del vi-
cario apostolico. Questo vicariato
ha molte chiese parrocchiali, altre
sono di rito latino, altre di siro-
caldeo, diverso dal rito de*siri che
abitano 1' Asia centrale. I soriani
scismatici hanno un vescovo nel
Malabar, con cento preti e cin-
quantaquattro chiese : alcuni sono
nestoriani, altri giacobiti. Vi sono
moltissime cappelle, e addette ai
carmelitani scalzi sono le parroc-
chie di Verapoli con chiesa dedi-
cata a s. Giuseppe, di Gitiate con
chiesa della Beata Vergine, e di
Papanale con chiesa di s. Giusep-
pe. Gomprese queste le chiese
parrocchiali sono ventuna, e quella
di Granganor è dedicata a s. Fran-
cesco d'Asisi , la quale ha pure
due oratori! : anche altre chiese
hanno oralorii. I soriani hanno
Irentanove chiese, dodici oratorii, e
cattolici 2^679, ^0"^ novant' uno
sacerdoti. I cattolici latini erano
ultimamente 39325, con ventiset-
te preti ; i chierici latini diciassette,
i soriani quarantaquattro. Il re-
gnante Pontefice Gregorio XVI,
agli 8 marzo i83i fece vescovo
di Amata in parlibus e vicario a-
postolico monsignor Francesco Sa-
verio di sant' Anna dell' ordine
dei carmelitani scalzi , che poi ai
IO aprile 1840 traslatò all'arcive-
scovato in partibus di Sardia. Il
medesimo Papa nominò suo coa-
diutore monsignor Lodovico di s.
IND
Teresa dello stesso ordine, fallo
vescovo di Europa in parlibus ai
7 giugno 1839, il quale è suc-
ceduto al precedente che mori
ultimamente. 11 vicario generale
latino ancora risiede in Verapoli,
ed esercita anche T uffizio di mis-
sionario. Nel vicariato di Verapoli,
secondo le nuove disposizioni, vi
sarà un coadiutore o prò -vicario
residente in Mangalore e 1* altro
in Gulam, continuando però a ri-
siedere in Verapoli il vicario apo-
stolico . I pii stabilimenti sono,
l'ospizio de'carmelitani scalzi dipen-
dente dai superiori d'Italia, dove
risiede il vicario apostolico; un
seminario pei chierici latini e so-
riani ; un piccolo ospedale ; altro
seminario in Paliporto nel regno
di Travancor, dove si educano a
proprie spese circa ventitre alunni
soriani. Quasi in ogni parrocchia
si trovano stabilite le scuole per
ambedue i sessi. La pia vedova
del colonnello Smith fondò da
ultimo un monistero ; questo è
ricco, ed è dedicato alia educazio-
ne delle fanciulle specialmente or-
fane. Questo vicariato dal 1701
in poi è stalo sempre diretto da
un superiore dell'ordine de'car-
melitani scalzi , o alemanno o i-
taliano. L'esercizio del culto è li-
bero. Amministratore de' beni sta-
bili e mobili è il vicario aposto-
lico pro-tempore. Non è permesso
di ammettere in queste provincie
alunni all'abito religioso: fuori del
caso di necessità i preti siri non
possono assistere le chiese latine.
Vi era e forse vi è il costume
che il parroco sia scelto dal po-
polo, e confermato dal vicario a-
postolico. Vi è in uso una dot-
trina stampata in Roma in lingua
malabarica e portoghese . Dalle
IND
ultime nolizie si rileva che i cat-
lolicij compreso il Canaià e quei
cìiciasseltemila circa che lìon vo-
gliono l'iconoscere il breve Multa
praeclaray ascendono a trecento-
mila, e che vi hanno quattrocento
tra chiese parrocchiali e cappelle,
ed un clero assai numeroso di am-
bi i riti.
Altra provincia dell'Indostan me-
ridionale è Canarà o Kanarày po-
sta in ottimo clima, esposta però
in gran parte dell'anno a violenti
piogge. Il fertile suolo produce quan-
tità prodigiosa di ottima droga ,
per cui è chiamata la costa del
pepe. Gli abitanti, tranne quelli del-
le caste disprezzate, nuotano nel-
r abbondanza, e menano \ita feli-
ce. Nel 1763 Hyder-APi soggiogò
questo regno, e nel 1799 §'^ ^^'
glesi lo unirono ai loro possedi-
menti. Mangalore è la città capo-
luogo della provincia, che giace su
d' una piccola penisola, in mezzo a
cui s'innalza un forte all'imboc-
catura d'un fiume, c^vicino ad un
bel lago d' acqua salsa. Chiamasi
anco Curial-Burider, ed è ben edi-
ficata e propria al commercio. Do-
po Goa e Bombay è il miglior
porto della costa, dal 1799 ap-
partiene agl'inglesi. Mangalore for-
se diverrà la residenza del vicario
apostolico che richiedono quei cat-
tolici. La provincia di Canarà è
abitata da seicentomila idolatri ,
trentamila maomettani, e ventimila
cattolici. Nel Canarà sono dieciotto
chiese, tutte con cura d'anime; in
Mangalore due. Per altro solo quat-
tordici pairocchie e mezzo aveano
riconosciuto r autorità del vicario
apostolico del Malabar : queste co-
stituivano una popolazione di die-
cisettemila trecento cinquanta indi-
vidui; il l'estoèforse ancora scisraa-
IND 243
tico, dappoiché anco in questa pro-
vincia si fa opposizione al breve Mul-
ta praeclara : da ultimo lo scisma
perde vigore, e si spera in breve
vederlo estinto. Quando seguì la
soppressione de' gesuiti che si erano
stabiliti in questo regno , vi s' in-
trodusse la giurisdizione dell'arci-
vescovo di Goa, che occupò le lo-
ro chiese, senza valutare i reclami
del vicario apostolico di Bombay, cui
non rimase che la chiesa di Sunkerì.
Nella giurisdizione ecclesiastica del
Canarà si comprende quella di Sun-
da, piccolo regno, la quale dipende-
va da detto vicario apostolico che
vi esercitava il ministero a mezzo
dei carmelitani scalzi: i cattolici di
Sunda sono piti di milleottocento.
I cattolici del Canarà e di Sunda
oggi forse provvisoriamente sono
sotto la giurisdizione del vicario
apostolico del Malabar. L' ultima
provincia dell'Indostan meridiona-
le è Travancor^ abbondante di di-
versi prodotti, come di biade, zuc-
caro, pepe, sale, cardamomo, noci di
cocco, cassia, incenso ed altri aromi.
Mai i maomettani vi estesero le loro
conquiste, e però la religione in-
diana vi si mantiene nella sua ori*
ginalità. Il cristianesimo ha fatto
in questo paese notabili progressi,
forse più che in altra parte delle
Indie. Il governo nel principio del
secolo XVIII era caduto in mano
di donne, e dopo vari avvenimen-
ti vi si è esteso nel 1809 quello
inglese. La città di Trivandapatam
è ragguardevole ed assai popola-
ta : è degno di osservazione il pa-
lazzo di residenza del rajah dopo
averla dichiarata capitale, per cui
l'antico capoluogo della provincia,
e che ne porta il nome, è in de-
cadenza. Il Capo Comorino è il
paese che ì malabari chiamano Ab-
a44 ^ND
marij e termina maestosamente la
costa e catena delle Galle. Vi si
adorava la dea Fervali, che la mi-
tologia sognava fra gì' indiani aver
santificalo colle sue lustrazioni il
promontorio ed il mare sottoposto.
I Ma s. Francesco Saverio in una
delle rupi piii sporgenti vi edifi-
cò un tempio alla Beata Vergine,
propagandone mirabilmente il culto.
Indo China o India esteriore,
detta anche penisola indiana al di
là del Gange, è la quinta gran di-
visione delle Indie orientali. At-
tualmente comprende l'impero dei
Bìrniannij nel centro il Siamese,
all'est i regni di An-nam, ed al
sud la penisola di Malacca: il Ti-
bet, ed i mari della Cina e delle
Indie ne segnano il confine. Oscu-
re sono le notizie antiche di que-
st'ampia contrada: pare che dal-
l' Indostan abbiano ricevuto l' alfa-
beto, la religione e la letteratura ;
ma la loro lingua, ch'è il segno più
caratteristico della derivazione del-
le nazioni, non è stata fin qui ab-
bastanza comparala. Il paese era
Doto agli antichi, anzi sembra che
qui appunto si arrestassero le geo-
grafiche cognizioni a tempo di To-
lomeo : più modernamente la pri-
ma contezza è dovuta alle scoper-
te dei portoghesi. Porta il nome
d' impero Birmanno la vasta e bel-
la regione occidentale dell' Indo-
China, antichissima sede della guer-
riera nazione dei birmanni o bra-
mini al di là del Gange. Dopo la
separazione dell'Indostan dalla Per-
sia, può quest* impero riguardarsi
come la quinta grande potenza di
Asia. Puro è il clima, salubre ed
adatto al temperamento europeo;
gli abitanti sono vigorosi e robu-
sti. Abbondanti ne sono le produ-
zioni; i fiumi del Pegù hanno
IND
sabbie d'oro, ne mancano miniere
di tal metallo, come di altri; ed
i zaffiri ed i rubini sono così pre-
ziosi ch'eguagliano il diamante ia
valore. Sei sono i suoi porti prin-
cipali, ma siccome il governo evita
le estere comunicazioni, il solo por-
to di Rangun è accessibile agli
europei. Il governo è dispotico, ed
i figli del sovrano sono nominati
a reggere le provincie, delle quali
godono le rendite, inviando un de-
putato ad amministrarle. V'ha pe-
rò un consiglio composto di nobili,
ma le dignità sono personali , e
tornano alla corona dopo la morte
dell'investito. Il tsaloe o catena
d'oro, è il distintivo de' patrizi, ed
il numero delle anella ne accenna
il grado; il re ne porta ventiquat-
tro. Le leggi sono chiare, morali
ed energiche. L'alfabeto birmanno
contiene trentatre suoni semplici ;
scrivono da sinistra a destra, come
in Europa. Amano lo studio delle
leggi e della religione, ma trascu-
rano l'educazione del popolo. In
ogni Kium o monistero v'é una
biblioteca: quella del re è rimar-
chevole pei volumi , per 1* ordine
della classificazione, e per gl'indici
regolari. Le nozze tra fratelli non
sono interdette nella famiglia rea-
le, per conservare la purezza del
sangue ereditario, ed è pur per-
messa la poligamia. I birmanni non
sono seguaci di Brahma, ma di-
scepoli di Budh, riguardato nelle
loro sette come il nono A vaiar, e
discendente dall'idolo anzi detto,
e suo mediatore cogli uomini. Dan-
no air Ente supremo 1' attributo
della misericordia , ammettono la
futura vita , i premi e le pene, e
credono alla metempsicosi ; preten-
dono che Budh vivesse mille anni
avanti l'era volgare.
IND
Verso la metà del secolo XVl
questo popolo già soggetto al Pegù,
Bel tempo che i portoghesi veni-
vano dagli olandesi cacciati, ed in-
cominciava a stabilirsi in Syriam
ed in Ava qualche fattorìa inglese,
spiegò stendardo di rivolta, ed im-
padronissi d'Ava e di Marabatan.
Sino al 1740 godettero i birmanni
la fatta conquista, ma in seguito
di civili discordie risorsero nel lySo
i peguani, e vinti i loro nemici fe-
cero il re prigioniero, mentre i
figli in Siam cercarono asilo; indi
Bingandella re del Pegù trionfò,
e lasciò al fratello Apporaza un tro-
no glorioso. A quest'epoca il famo-
so birmanno Alombra attaccò in
dettaglio e rotti i peguani, ricon-
quistò Ava vincendo Bingandella, in-
di prese la capitale del Pegii. Mar-
ciò contro Siam, e nel 1764 mori
lasciando un bambino per nome
Momien. Allora Scherabuen fratello
del defunto si fece reggente, ed u-
surpò il trono; combattè i siamesi,
entrò nella capitale dopo aver ro-
vesciato un'armata cinese che gli
opponeva resistenza. Però nel 1771
il re di Siam colse contro i birman-
ni onorevoli allori; Scherabuen mo-
ri in Ava nel 1776, venendo ucciso
il figlio Chenguza ch'eragli succedu-
to, quale odiato per le sue ingiusti-
zie. Ne occupò il trono lo zio Schem-
buen-Minderadgi, che amando am-
pliar i suoi dominii, nel 1783 con-
quistò Arracan, e volgendosi con-
tro Siam, minacciò con una flotta
r isola Junkailon che fa ricco com-
mercio di stagno e di avorio. Due
volte fu vinto, per cui nel 1793 i
birmanni ed i siamesi conchiusero
im trattato, in virtù del quale tutte
le città marittime della costa occi-
dentale fino a Merghi restarono ai
primi, e l'impero estese i suoi confì-
IND a45
ni colla parie settentrionale dì Siam;
nondimeno il regno de' siamesi non
perde molto dell' antico potere. In-
tanto la colossale potenza britannica
nelle Indie cominciò a minacciar
l'impero birmanno. Dopo varie u-
milianti concessioni alle quali si vi-
de obbligato^ poco mancò che nel-,
r ultima guerra non vedesse cessa-
ta la sua esistenza. Gli inglesi pa-
droni del littorale, marciando di vit-
toria in vittoria, malgrado l'in-
trepida resistenza della guarnigione,
s'impossessarono del forte d'Arracan,
le di cui mura furono dal nemico
lasciate vuote di abitanti. Sir Camp-
bell coH'esercito s'innoltrò per con-
quistare Umrapora capitale degli sta-
ti, ed il generale birmanno Mung-
Cra-Ro, dopo aver fatto la sua con-
giunzione coi siamesi alleati
pre-
parossi inutilmente alla difesa, per-
chè non ottenendo soccorsi dalla Ci-
na, fu costretto segnare la pace fra
le potenze belligeranti a' 3 gennaio
1826. In seguito di questa vennero
cedute agh inglesi le quattro Pro-
vincie d'Arracan, di Merghi, di Ta-
vory e di Yea , non che le pro-
vincie o regni d'Assara, di Casciar,
di Zitung e di Munnipore per es-
sere governati dai rajah nominati
dalla compagnia delle Indie, presso
le corti de'quali assisterebbero i re-
sidenti inglesi con una scorta di cin-
quanta armati. Fu inoltre accordato
libero accesso agl'inglesi nei porti, ai
quali fu promesso un compenso di
un milione di hre sterline, dichia-
randosi la pace comune alla nazione
siamese. Tali successi superarono la
aspettazione degl' inglesi, che però
a cagione della infedeltà de'birman-
ni sono obbligati di far loro ese-
guire colia forza delle armi il trat-
tato, ed anche da ultimo hanno ri-
portata segualati vantaggi e coB'
246 IND
quiste sulla bellicosa nazione colla
quale ha avuto pur luogo nuova
pace.
L'impero birmanno ha per capi-
tale Ummerapoura o Umrapora, od
anche Amarapura, fabbricata dal-
l'imperatore Minderais-Prau, che vi
trasferì da Ava la sua sede nel 1 785.
Giace sulla riva del fiume dell'Ir-
raovaddy, ed offre un aspetto pitto-
resco, perchè vicina ad un lago di
tre leghe di estensione, onde alcu-
ni dicono somigliare in parte a Ve-
nezia. £ cinta di fosse e di mura,
con fortezza la cui forma è un qua-
drato perfetto. Nel centro sorge il
palazzo imperiale composto di più
corpi di edifici in legno, sormontati
da una cupola dorata, ed in ogni
angolo vi è un tempio di cento pie-
di d'alfezza. Le torri , i campanili
e gli obelischi gli sono di ornamento.
"Vi sono ne'dintorni molte cave di
bel marmo, e la popolazione ascende
a cento e cinquantamila abitanti. Il
lustro di Amarapura ha causato la
rovina dell'antica città d'Ava, ì di
cui materiali servono ad ampliare
Amarapura o Umrapora. Era cele-
bre in Ava la statua dell'idolo Go-
dama d'un sol pezzo di marmo
bianco, alta ventiquattro piedi. E dif-
clle fissare il numero degli abitanti
dell'impero birmanno: un calcolo e-
sagerato li portò a diciassette milio-
ni, altri a nove, altri a otto, altri a
sei milioni. L'Impero suole dividersi
in dieci provincie. i . Ava^ che ha la
grande e florida città di Proma, la
quale forma co'suoi dintorni l'ap-
pannaggio del primogenito dell'im»
peratore, e possiede un serraglio di
elefanti. 2. Cassay àelidi anche Me»
ekley o Muggalow, ora soggetta agli
inglesi, ed ha per capitale Munni-
pore. 3. run^Scian, montuosa. 4-
Lowascian , attraversata dal fiume
IND
Lukiang. 5. Àrracan, una delle più
considerabili provincie dell'impero
birmanno, con fertile paese, abbon-
dante di bellissimi elellinli: gli abi-
tanti adorarono Budh o Godama ,
e condannano a penosi lavori le
donne. Nel i8o3 l'occuparono i bir-
manni ; ora gl'inglesi vi nominano i
il rajah, e tengono un residente nel 1
capoluogo. 6. Pegh o Begh, già regno
ora provincia birmanna, con sudo
fertile, e se ne traggono rubini, zaffi-
ri, e cristalli di rocca: il legno tek
forma la sua principale ricchezza.
Gli abitanti adorano Budh o Go-
dama. Alompra nell'anno 1757
conquistò questo regno, ne mise a
morie il sovrano, e rium gli sta*
ti all' impero , gettando nell' op-
pressione que'popoli degni di mi-
glior sorte.. I tre suoi porli prin-
cipali sono ora accessibili agli in-
glesi. Nella città capitale di Pegù
il vincitore Alompra condannò a
barbara strage circa centocinquan-
tamila abitanti: i soli templi per
la loro solidità rimasero intatti, e
fra essi distinguesi quello di Scho-
niadu, costrutto a foggia di pira-
mide; al presente la città si va ri-
costruendo. E meritevole di men-
zione Rangun, città della provincia
di Pegù, per essere il più importan-
te porto dell'impero birmanno, si-
tualo sul fiume dello stesso no-
me, e aperto agli europei. Il famo-
so tempio di Shoe-Dagun è lonta-
no una lega dalla città, edificato in
forma di cono, e risplendente per
dorature. Rangun divenne prospe-
ro dopo la distruzione del Pegù,
risiedendovi il viceré della provin-
cia ; gl'inglesi presero la città nel
1824. 7. TongOf vasta e fertile pro-
vincia eretta in principato che spet-
ta al figlio dell'imperatore j la città
dello stesso nome è il capoluogo,
IND
munita di fortezza con «n bel pa-
lazzo suir Irraovaddy. 8. Marta-
ban o Marlahan, provincia conqui-
stata dai birmanni nel 17^4, sul-
l'alto Siam, lungo la riva orientale
del golfo di Bengala, fu già regno
indipendente. Puro è il clima, fer-
tile il suolo, con ricche miniere. E
innaffiata da più Humi, ed il capoluo-
go, che porla il nome stesso, ebbe il
vanto di fiorentissima città. 9. Ta-
iiasserim^ con capoluogo di egual
nome, fu già ricca città commer-
ciale, posta sulla riva d' un bel fiu-
É me. Vi è pure Merghi, città e por-
to di mare, situata nel basso Siam,
ove i francesi ebbero già una fat-
toria; è in ottima posizione pel
commercio, io. Junk- Ceylan^ il cui
capoluogo è neir isola di questo
nome.
Notizie sul vicariato apostolico
di Ava e Pegu.
Gli avesi ed i peguanì o talain
sono quasi tutti della setta diBudda.
In Cassay ed Assam si trovano mus-
sulmani in gran numero: ì monaci
detti rachaans hanno cura della gio-
ventù; i sacerdoti osservano il ce-
libato. E vietata la poligamia, per-
messo il concubinato ; dopo morti i
poveri si seppelliscono, i ricchi si bru-
ciano. Siccome i regni d'Ava e Peg-ù
sono stati spesso il teatro delle guer-
I re tra quei popoli, i funesti effetti
si provarono anche dalla religione
cattolica. Nel i548 san Francesco
Saverio chiese missionari al p. Ro-
driguez pel Pegù, ma non si cono-
sce se questi vi si portassero. For-
se la missione non ebbe un prin-
cipio più solido che nel 1722, quan-
do nel pontificato d'Innocenzo XIII
(riuscita non troppo felicemente la
legazione di monsignor Mezzabarba
IND ^4?
patriarca d'Alessandria spedito da
Clemente XI nel 17 19 alla Cina )
questi spedì da Canton il p. Sigismon-
do Calchi barnabita ad evangelizza-
re i fedeli del Pegù. I portoghesi che
vi erano stati anteriormente non a-
vevano che assistito i loro conna-
zionali dispersi nel regno. Dopo non
poche avverse vicende il p. Sigis-
mondo ottenne la libertà d'esercita-
re l'apostolico ministero dal sovra-
no, alla cui presenza non dubitò
predicare, rapito da zelo, la verità
della fede cattolica; indi l'abbate Vit-
toni suo compagno e pio religioso, ad
istanza dello stesso re si recò in Roma
con donativi, e sollecitò i padri bar-
nabiti a spedire missionari, e pro-
fittare della buona disposizione del
governo. Ai medesimi Benedetto
XIV nel 1741 esclusivamente l'af-
fidò, ed il primo vicario apostolico
fu il p. Gallizia, che riuscì benemerito
della religione nel Pegù. Ai nostri
giorni i pp. barnabiti formalmente ri-
nunzìarono a questa missione, per cui
la congregazione di propagandante
nel pontificato di Pio Vili vi spe-
dì come vicario apostolico, con altri
missionari, monsignor Federico Cao
scolopio, fatto vescovo di Zama in
partibus a' 18 giugno i83o. Ultima-
mente la medesima congregazione di
propaganda commise la missione al-
la congregazione degli oblati di Ma-
ria Vergine di Torino. Moulmain,
città rinascente nella provincia di
Tanasserim , ceduta agl'inglesi, è la
residenza del vicario apostolico, abi-
tata da ventottomila individui, es«
sendo più di mille cattolici. Compre»
si questi in tutto il vicariato d'Ava
e Pegù i cattolici sono circa due-
milacinquecento, centocinquanta dei
quah sono in Amarapura ov'è una
elegante chiesa di legno. Altri dicono
che i cattolici superano i tremila.
248 IND
In Moulinain vi è una chiesa ingran-
dita nel 1B39; così l'hanno Rango*
ne, Kiandaroa eh* è di mattoni con
casa, Mounhla con casa, Kiangoa
con casa, Nabek anche con casa, e
isabaroa fabbricata da un gentile. Il
regnante Pontefice Gregorio XVI
f«ice vicario apostolico monsignor
Gio. Domenico Faustino Cerretti
della congregazione degli oblati di
Maria Vergine di Torino, e vescovo
di Autinopoli in partibus a' 5 luglio
1842. Olire i delti oblati vi sono
altri missionari, alcuni de'quali reli-
giosi. I pii stabilimenti consistono,
nella casa di Moulmain capace di
tenere otto alunni e tre missionari,
oltre la comodità di avervi una
stamperia; evvi altra casa destinata
per le maestre. In Amarapura altra
casa è stata fabbricata a spese dei fe-
deli. Anche inRangonefu fabbricata
altra casa nell'orto ov'è pure il ci-
mi ter io. Sono state aperte delle scuo-
le; diversi sono gli ospedah comuni
a tutti gli abitanti. La popolazione
di Moulmain è un composto di mao-
mettani, idolatri, ebrei e protestan-
ti che vi si portano dalle isole bri-
tanniche e dagli Stati-Uniti di Ameri-
ca. Questi vi hanno tante forme di
culto,, quanti essi sono. Due alun-
ni di questo vicariato ricevono in
Homa educazione nel celebre Colle-
gio Urbano (Fedi).
Siam è un regno dell'Indo-China,
il cui paese è situato in fondo ad
un golfo che separa in due la peni-
sola indo-chinese, chiamato dagli
indigeni Yudra-Pi, o Meuang-Tai,
cioè regno degli uomini liberi, e
pvima dell'ingradimento dell'impero
birmanno era riguardato come il
più bello e il più florido fra i paesi
di là dal Gange. 11 fiume Menam
lo attraversa e feconda con perio-
diche iuoudaziouì. Vi sono miniere
IND
d'ogni metallo, buoni marmi, ca-
lamite, agate e zaffiri. Sommona-Co-
dom idolo de' siamesi, è lo stesso che
Buddah : la religione dominante è il
buddismo misto con alcune pratiche
di bramismo. Credono alla trasmi-
grazione delle anime, ammettono la
poligamia, ma la prima sposa è sem-
pre in rango superiore alle altre don-
ne tenute in poco conto, e dedicale
alla servitù ed ai lavori. Hanno dei
monaci detti telapoini, a'quali è de-
dicata la educazione de'fanciulli let-
teraria, civile e religiosa: i sacerdoti
o telapoini vivono ne' monisteri, e
professano il celibato. Il trasporto
pegli edifizi sepolcrali giunge all'ec-
cesso , si fonda nell'opinione che il
godimento della vita futura sia in
proporzione della pompa nel tumulo
adoperata. Mentre i grandi palazzi
sono costruiti in legno, si adoperano
pietre per l'erezione dei monumenti
funebri e de'lempli, i quali sono in
forma piramidale. Famosa è la tom-
ba di un telapoino presso Cambuci.
Consiste in un recinto di legno qua-
drato, circondato da moltissime tor-
ri, le più alte delle quali sono le
quattro angolari. Queste torri sono
riunite le une colle altre, mediante
casette in cui sono scolpite goffe figu-
re di animali e di mostri ; entro vi è
la cappella, ornata anch'essa di pic-
cole torri di legno, e nell'interno
della medesima sta il cadavere in
una bara di legno aromatico, posta
sopra un rogo abbellito da varie
colonne. Nell'armata siamese sonovi
quattromila elefanti addestrati alla
guerra: hanno molte galere ricca-
mente adorne. I siamesi mostrano
molto ingegno in ciò che intrapren-
dono; eseguiscono piccoli lavori d'o-
ro ed esatte miniature. Il re è il pri-
mo mercante dello stato: il governo
è dispotico, ed ereditario nella sola
IND
linea maschile; al re si rendono
onori quasi divini, dappoiché tutta
la sua corte si prostra quand'egli tre
volte al giorno fa una momentanea
comparsa. Egli sposa ordinariamen-
te le proprie sorelle, per non offu-
scare lo splendore del suo sangue.
Mantiene nel suo palazzo gran nu-
mero di elefanti, e quello di cui si
serve è tutto bianco, venendo pa-
sciuto per distinzione in vasi d'oro.
I popoli sono sobri ed alieni dal vit-
to animale e dalle bevande spiri-
tose; le loro leggi sono severissime.
La storia de'siamesi non è meno fa-
volosa degli altri asiatici, e la loro
era incomincia 544 ^ni^i avanti quel-
la volgare, prendendo la data dalla
supposta disparizione di Sommora-
Codom. Nell'anno 7 56 dopo la na-
scita di Gesù Cristo si nomina il lo-
ro primo re. Dopo le scoperte por-
toghesi si narrano le guerre col Pe-
gù, e le sofferte usurpazioni di cui
facemmo di sopra menzione. JSel
i568 dopo molto sangue sparso, il
regno di Siam divenne tributario
dei peguani, ma nel 1620 il rajah
Hapi liberò la corona da tale umi-
liazione. ]Nel 1680 Costantino Fal-
cone da Cefalonia aprì un comnier-
cio colla Francia per ambiziosi di-
segni, ma discoperto fu decapitato.
Prima il re di Siam era tributario
dell'imperatore della Cina, cui man-
dava ogni anno solenne ambasceria
in segno di vassallaggio. Sebbene
i birmanni sempre s'ingrandirono
col territorio siamese, non riusciro-
no mai ad interamente soggiogarlo.
La popolazione è circa due milio-
ni di abitanti, altri dicono tra i tre
e i cinque milioni. 11 paese si divide
in alto e basso Siam , e contiene
dieci Provincie: cioè Supthia, Ban-
cale, Pogcelon, Pipli, Camphin,Rap-
pri, Tennaperim, Ligor, Camburi e
IND 249
Concauma, risiedendo in ognuna un
governatore. L'antica capitale del
regno era Siam chiamata pure Ju-
thia o Odia, che giace in una bas-
sa isola formata dal Menam, eoa
centomila abitanti. Un muro fian-
cheggiato di torri la circonda, e parec-
chi canali l'attraversano. Vi sono
tre grandiosi palazzi, e molte ma-
gnifiche pagode. E l'emporio del
commercio siamese. Al presente cit-
tà primaria e capitale del regno
è Bankok o Bakok: essa è aperta,
e soltanto difesa contro i vascelli di
guerra dal riparo del fiume Meinam.
Vi sono delie belle strade, e mol-
ti grandi edifizi, fra i quali il pa-
lazzo del re, e qualche tempio; uno
di essi è rimarcabile pei suoi orna-
menti e per contenere millecinque-
cento statue, ed alcune colossali .
Luvo, altra città assai popolata, posta
in bella pianura sulla riva del fiume,
è la residenza regia dell'estate. Ol-
tre quanto dicemmo di Siam nel-
r articolo Cina , e dell' ambasceria
mandata dal suo re al Papa Inno-
cenzo XI, aggiungeremo qui appres-
so le notizie dei due suoi vicariati.
Notizie sul vicariato apostolico
orientale di Siam.
La varietà di tanti popoli e di
tante lingue, il fanatismo mao-
mettano, l'affascinamento in cui i
bonzi tengono le genti birmanne
e siamesi, il tolierantismo del go-
verno britanno, e quell' esercito
di anabattisti, episcopali, presbite-
riani dell'America e dell'Inghilter-
ra, che spargono tanti errori nei
loro libri e nelle loro scuole gra-
tuite, sono di gravissimo ostacolo
agli avanzamenti della religione
cattolica, che altronde vi è tolle-
rata. Tuttavolta tali protestanti a
a5o INU
fronte delle loro prodigalità non
hanno seguaci che le mogli ed
ì figli : i loro libri sono tradot-
ti in diciassette lingue. I cattolici
nel Siam soffrirono crudelissime per-
secuzioni massime nell' anno 1690,
nel quale fu disperso il collegio nu-
meroso che vi era stato eretto dai
primi vescovi delle missioni stranie-
re, e fatto prigione il vicario aposto-
lico monsignor Metellopoli, sebbene
i re di Siam per lo più furono in-
differenti nel permettere l'esercizio
della religione cristiana. Tuttavia
nel 1691 le cose cattoliche tornaro-
no in tranquillità, anzi nella malat-
tia che condusse al sepolcro il det-
to vicario apostolico, il re lo fece
visitare ed assistere dai propri medici,
e dopo la sua morte prese sotto la
sua protezione le missioni ed il col-
legio. Dipoi nacque controversia tra
il vicario e il vescovo di Meliapor
intorno alla giurisdizione sul regno
di Pegù, pretendendola il vicario in
vigore delle sue facoltà, ed il ve-
scovo per le bolle dell'erezione del
suo vescovato. Il cardinal di Tour-
non fu di parere appartenersi la giu-
risdizione al vicario per essere più
vicino del vescovo al regno. Il vi-
cariato apostolico di Siam prima oc-
cupava una giurisdizione maggiore,
la quale oggi è divisa in due diocesi
col nome di vicariato orientale ed
occidentale. Il vicariato orientale
comprende l'intero regno di Siam,
non che le isole giacenti nel golfo
di questo nome, con tutte le regio-
ni che non si comprendono nel vi-
cariato occidentale. La residenza del
vicario apostolico è in Bakok capi-
tale del regno. Contiene tremila
cattolici e cinque chiese. Chantabun
conta più di settecentosessanta cat-
tolici; Julhia sessanta, e Jongscilan
cento. Il regnante Papa Gregorio
IND
XVI fece l'attuale monsignor Glo.
Battista Pallegoix, alunno del semi-
nario delle missioni straniere in Pa-
rigi, vescovo di Mallo in parlibus
a* 3 giugno 1 836, e vicario aposto-
lico a' IO settembre i84i. Vi si tro-
vano missionari francesi ed indigeni.
Esiste in Bakok un collegio ca-
pace di ventiquattro alunni: questa
città e Chantabun hanno scuole pei
fanciulli d'ambo i sessi. Nella detta
capitale evvi una casa dove vivono
coi lavori delle loro mani sedici
vergini, che istruiscono gratuitamen-
te. Il seminario delle missioni stra-
niere di Parigi fornisce di soggetti
i due vicariati di Siam, e manda
loro sussidi!, che uniti alle obbla-
zioni de' fedeli sono di sostentamen-
to al clero. Vi è una stamperia do-
ve s'imprimono dottrine, catechismi
ed altre opere già approvate in Eu-
ropa; ed i catechismi vi si trovano
tradotti nella lingua portoghese, in-
glese, cinese, siamese e malacense.
Notizie sili vicariato apostolico oc-
cidentale di Siam ossia della
penisola di Malacca,
La giurisdizione di questo vica-
riato apostolico comprende l'isola
di Sincapur, la regione di Malacca
dal lido orientale all'occidentale, il
regno di Queda, le provincie di
Merguy, Tenasserim, Tavai, Mar-
taban, eccettuata Moulmain spettan-
te al vicariato apostolico di Ava e
Pegù , i territori! abitati dai ca-
riani, le isole di Andaman, Nico-
bar, Merguy, Juncseland, Lanace,
Pulo-Pinang, ed altre non sogget-
te alla corona olandese. Sincapur,
isoletta prossima all'equatore, è la
residenza del vicario apostolico :
spetta air Inghilterra. La popola-
zione è di circa diciasseltemila ahi-
IND
tanli, cinquecento de^quali cattolici.
In Sincapur vi è una chiesa armena
scismatica con più di duecento se-
guaci. Malacca, di cui parleremo
in appresso, vasta penisola la cui
città capitale dei suo nome ha
dodicimila abitanti, dall'anno 1828
appartiene agl'inglesi: vi è un vi-
cario generale portoghese refrattario
«.lai breve Multa praeclara. Queda
è un piccolo regno in cui si profes-
sa la religione mussulmana, avente
per capitale una citta del suo no-
me. Merguy o Tenasserim è la
provincia più meridionale ceduta
agl'inglesi dai birmanni: anche il
capoluogo ne porta il nome con
ottomila abitanti , centoltanta dei
quali cattolici con chiesa. Tavai,
piccola provincia ceduta dai bir-
manni agl'inglesi, contiene quattor-
dicimila abitanti: Tavai capoluogo
ha trenta cattolici. Martaban, altra
provincia inglese, con duemila abi-
tanti. Andaman, Nicobar, Merguy,
e Juncseland sono tutti arcipelaghi.
Pulo-Pilang o Pinang, o isola del
principe di Galles, è di grande
importanza, con trentottomila abi-
tanti, duerailacentodieci de' quali
sono cattolici che hanno un colle-
gio ivi trasportato nel 1807, cioè
l'antico collegio generale fondato
già in Siam per il clero indigeno
della Cina e stati limitrofi. Vi so-
no pure le scuole per ambo i sessi.
Spelta agl'inglesi, che l'ebbero in
dono dal re di Queda : n' è capi-
tale Georgetown. Di Queda, come
di Pulo-Pinang, ne terremo ancor
proposito sui cenni della penisola
di Malacca. Il Papa regnante Gre-
gorio XVI a' 9 settembre i83i
dichiarò vicario apostolico monsi-
gnor Ilario Paolo Courvezy alun-
no del seminario delle missioni
straniere in Parigi, fatto vescovo
IJND 25i
di Bidua in partibiis. Il vicariato
è addetto al lodato seminario, e in
tutta la sua giurisdizione libero è
l'esercizio della religione.
I regni di An-Nan occupano la
vasta regione orientale dell' Indo-
China, e comprendono i regni di Laos,
Toiikùii Cochinchiiia , Gambo scia
e Ciampa. Il regno di Laos è cosi
chiamato per la moltitudine de'suoì
elefanti, il suo nome significando mi-
gliaia di elefanti. Forse in tutta l'A-
sia non havvi altro paese tanto igno-
to agli europei, malgrado i tentativi
che vi fecero i viaggiatori per pene-
trarvi. Si sa però aver territorio
delizioso e ricco , con immensa
quantità di olezzanti fiori, che nu-
triscono moltitudme di api. Pre-
ziose sono le miniere d'argento e
d'oro ; vi sono ancora rubini e
smeraldi. Gli abitanti divisi in tri-
bù guerreggiano di frequente tra
loro : il regno è dipendente dalla
Cochinchina, non interamente som-
messo. I meno incolti abitano pic-
coli castelli, il resto vive in orde
erranti. In quanto alla religione
pare che vi si segua il buddismo.
Si vuole che il culto semplice che
prestano a un Dio creatore e
conservatore del mondo sia stato
adulterato dai bonzi della Cina, i
quali eleggono il re considerato e-
ziandio capo della religione. La sua
popolazione forse non giunge ad
un milione e quattrocentomila in-
dividui. Non apparisce che vi sie-
no entrati missionari cattolici ; so-
lo negli ultimi tempi si^ pensava
ad istituire un vicariato apostolico
pel bene spirituale dei popoli di
Laos. La sua capitale è Hanniah,
o Lan-Teahbang, che altri chia-
mano Lanjangj situata sul fiume
Micon o Matkaung ch'è il princi-
pale della regione. Nel palazzo rea-
a5a INB
le, clie sembra un ampio castello,
TÌ si dispiega la più ricca magni-
ficenza. 1 soli talapoini hanno qui
licenza di costruir case di pietra,
e vuoisi abitata da trentamila in-
dividui.
Tonkiiw è un regno che forma
la parte orientale dell' impero an-
namitano: il clima vi e sano e
temperato, fertile il suolo. Tutti
gli sforzi degli europei per com-
iDerciarvi sono slati infruttuosi, e
gl'inglesi ed olandesi dovettero ri-
nunziare agli stabilimenti che vi a-
veano formato. 11 governo, religio-
ne,, lingua, cifre, ed altro de' ton-
kinesi sono modellate su quelle dei
cinesi, per cui all'articolo Ciìva vi
sono nozioni che li riguardano. II
eh uà o prefetto di palazzo si è
quasi impadronito di tutto il regio
potere, onde la sua carica è di-
venuta ereditaria. In questo paese
è in molta venerazione Confucio,
come lo è nella Cina; e dai suoi
libri si attingono i principii della
morale e della religione. Tutto il
regno abbonda di templi consa-
crati a questo filosofo cinese : ivi
si ammette il domma della me-
tempsicosi. La setta di Confucio è
seguita dalle persone civili, quella
di Fo è professata dal popolo. An-
cora qui si celebra la solenne fe-
sta in onore dell'agricoltura. I ca-
daveri si seppelliscono dopo sette
giorni con straordinaria pompa fu-
nebre e festevoli cerimonie. Nel-
l'entrare del nuovo anno, a mez-
zanotte, si aprono tutte le porte
delle case, supponendo che le ani-
me de' trapassati si rechino a vi-
sitare i viventi; l'intemperanza e
l'incontinenza presiedono a questa
pompa solenne. Il Tonkino faceva
anticamente parte della Cina, ma
se uè distaccò nel i368 erigendosi
IND
in regno indipendente, governato
da un principe della dinastia di
Le. Da poco tempo è caduto sot-
to la soggezione della Cochinchi-
na per la cattiva amministrazione
dei chua usurpatori del potere. La
sua popolazione è di dieciottomila
abitanti. Questo regno è diviso ia
due vicariati apostolici , de' quali
daremo le notizie non recenti, giac-
ché da molti anni si trova in-
volto nelle più luttuose vicende di
una fiera persecuzione, che il Papa
Gregorio XVI deplorò nel conci-
storo de' 27 aprile 1840 colla al-
locuzione Affllictas in Tunquino
finitiniisque regionibus christiano-
riini res. In questo regno ecclesia-
stici, preti, religiosi, terziari, seco-
lari, soldati, hanno meritato di da-
re la \ìt^ per Gesti Cristo. W è
capitale Reche o Kescho posta sul
fiume Sai-Gong, bella città che
vuoisi grande quanto la capitale
della Francia, sebbene non con-
tenga che quarantamila abitanti, il
rimanente essendo occupato da lar-
ghe strade e da ampli giardini. Ir-
regolare n'è la costruzione; non ha
difese, poche case di pietra, il re-
sto di legno. Sono belli i palazzi
reali; e le grandiose rovine del-
l'antica città e residenza sovrana,
che nella circonferenza di due le-
ghe erano cinte da triplici mura,
attestano la più splendida ma-
gnificenza. È munita di buon por-
to, sempre pieno di vascelli. Nel
1844 ^^ Roma coi tipi del Salviuc-
ci si è pubblicata un' interessante
opera con questo titolo : Memorie
delle missioni cattoliche nel regno
del TonchinOj o sieno brevi notizie
degli atti dei martiri, e delle per-
secuzioni che si sono levate in quel
reame contro alla chiesa di Dio, e
contro ai missionari dell'ordine di
IND
5. Domenico, raccolte dalp. Alberto
Guglielmotti de^ predicatori.
Notizie sul vicariato apostolico
del Toìikino orientale.
La giurisdizione di questo vica-
riato comprende la metà del regno
nella parte orientale, cioè la pro-
vincia orientale, la boreale, Thai,
Nguyen, Yen-Quang o Lang-Son.
Di piti entra anche nelle altre tre
Provincie meridionale, occidentale e
di Tuyen-Quangj ed il gran fiu-
me Bodè ne disegna il confine tra
i due vicariati. La residenza del
vicario apostolico era nel castello
di Re- Bui nella provincia meri-
dionale : ora si trova nella provin-
cia orientale. 11 regnante Gregorio
XVI fece vicario apostolico e ve-
scovo di Miletopoli in partibus ai
27 luglio 1839 monsignor Giro-
lamo Hermosilla dell'ordine de'pre-
dicatori, della provincia del ss.
Rosario ; e nello stesso giorno di-
chiarò suo coadiutore e vescovo
di Ruspa in partibus monsignor
Romualdo Ximeno del medesimo
ordine e provincia. Vi erano due
collegi che ha distrutto la perse-
cuzione. Erano settanta gli alunni
che sono stati affidati alla cura
de' missionari ; erano mantenuti a
spese della provincia domenicana
delle Filippine e di Manila cui
spetta la missione. I missionari vi
possedevano sopra ottanta case o
residenze, che sono state tutte di-
strutte. Vi si trovavano pure ven-
tidue case delle sorelle del terzo
ordine di s. Domenico ; inoltre tre
case delle A matrici della croce. Non
si permettevano i voti se non a
chi era di un'eminente casta sem-
plicità, avanzata negli anni, e col
permesso de'superiori ; senza beni
IND 253
immobili si sostenevano co' propri
lavori. Per l'uno e l'altro vica-
riato ultimamente si posero in cam-
mino marittimo non pochi alunni
del superstite collegio de' domeni-
cani di Ocana della provincia del-
la nuova Castiglia. Questo vicaria-
to commesso ai domenicani, ave-
va chiese con campagne ed or-
ti in comune bene delle missioni ;
ma tutto è perduto. E accaduto
altrettanto dei fondi gesuitici, noa
che dei beni particolari del vicario
apostolico. Alcuni distretti di que-
ste missioni erano già in potere
dei gesuiti ed agostiniani; ma ces-
sando questi, oggi sono tutti am-
ministrati dai pp. domenicani spa-
gnuoli. I tonkinesi probi all'età di
trent'anni sono ricevuti nell'ordine
domenicano. Vi sono in ogni di-
stretto i catechisti che si ammet-
tono a tale ufticio dopo una lunga
prova ed esame nell' età di tren^
t'anni, col permesso del provinciale
dell'ordine. Vi si vive colle obbla-
zioni de'fedeli, e coi sussidi dell'or-
dine. Altre notizie su questo vica-
riato si possono leggere nel voi.
XI li, p. 171 del Dizionario. Mon-
signor Lambert vescovo di Berito
in partibus e vicario apostolico del
Tonkino celebrò un sinodo ai 14
febbraio del 1670. Gli atti furo-
no esaminati in una congregazione
particolare di propaganda fide, ed
approvati da Clemente X col bre-
ve Apostolatus offlcìuni, de'22 di-
cembre 1673, riportato nel tom. I,
p. 198 del Bollarlo di detta con-
gregazione.
Notizie sul vicariato del
Tonkino occidentale.
Comprende il vicariato le pro-
vi ncie seguenti, cioè: Quang-binh
a54 i^'t>
con qmllro parrocchie; Ha-linh e
Ten linh, le quali avevano quattor-
dici parrocchie; Thanbhoa con tre
parrocchie ; Ninh-binh con cinque
parrocchie; Nam-tinh con quattro
parrocchie; Ha noi con dodici par-
rocchie; Son-tay, Hung-hoa, Tuyea-
quang o Cuyenqueng, le quali ulti-
me tre Provincie avevano quattro
parrocchie. Ovunque si trovava al-
meno vicino il missionario che avea
il nome di parroco, sebbene impro-
priamente. Prima della persecuzio-
ne moltissime erano le cappelle di
legno destinate al culto. Ora non
rimane un oratorio, un altare, e si
celebra occultamente nelle case dei
fedeli. Il Papa che regna Gregorio
XVI, nel i838 fece vicario aposto-
lico e vescovo di Acanto in parti-
bus monsignor Pietro Andrea Re-
tord, alunno del seminario delle
missioni straniere in Parigi; quin-
di nel 1840 nominò suo coadiuto-
re monsignor Giovanni Dionisio
Gautthier, e vescovo di Emaus i/i
partibus. Per le persecuzioni nel
i83g erano ridotti a sei i missio-
nari europei. Oggi non vi resta che
un'abitazione pel clero. Ignoti, er-
ranti, ignudi vivono i missionari
nelle caverne, nei tugurii, e nelle
barche de'pescatori. Esistevano mol-
ti piccoli collegi per 1' istruzione
della lingua latina: in quelli di
Vinh-lri e di Doni s'insegnava la
teologia. Dei dispersi alunni, dicias-
sette se ne sono raccolti per com-
piere gli studi. Vi erano scuole pei
fanciulli d'ambo i sessi. L'insegna-
re era officio de' catechisti. Molte
abitazioni delle Amatrici della cro-
ce sono distrutte: ne rimanevano
■ventiquattro, e le vergini erano sei-
cento. Gli arredi sacri in parte per
salvarli dall'aUrui rapacità sono stati
sepolti. Anche in questo vicarialo si
INO
sparse, e forse si sparge ancora il san-
gue per la fede. In questo vicaria-
to non si ordinano sacerdoti prima
dei trenlacinque o quaranta anni.
Gl'indigeni sono i soli che pos-
sono vivere nelle cristianità, dove
si trovano misti i pagani; prestano
grandi servigi quando infierisce la
persecuzione, ma hanno essi biso-
gno dell* assistenza dei missionari
europei. Di questo vicariato anco-
ra altre notizie le riportammo in
questo Dizionario al luogo succitato.
Cochinchina o Dang-Trong, con-
trada marittima dell' Indo-China,
forma il regno più considerabile tra
i cinque compresi nell'An-Nan, an-
zi possono gli altri quattro essere
attualmente riguardati come a que-
sto soggetti, e tutti nel medesimo
si comprenderebbero se non vi si
opponesse la notoria instabilità del-
le conquiste asiatiche . La Cochin-
china o Cocincina ebbe tal nome
dai portoghesi scopritori , per la
rassomiglianza al paese di Cocino
posto sulle coste del Malabar e per
la vicinanza della Cina. La natura
ha diviso la (!!ochinchina in due di-
stinte porzioni, la pianura cioè, e
la montagna: il piano è di straor-
dinaria fertilità ; le montagne sono
ricoperte di boschi, e racchiudono
miniere d'oro, d'argento e di ferro.
Produce quantità di preziosi legni
che si vendono ai cinesi a peso
d'oro. I cochinchinesi sono abili ai
lavori di ferro e del vasellame di
terra. Il governo è assoluto e di-
spotico, ed il sovrano usa titoli i
più orgogliosi. I mandarini come
nella Cina concentrano in loro tut-
ta l'autorità. Il popolo segue la
religione di Buddah, ed i manda-
rini studiano i libri di Confucio.
Vi è in vigore la poligamia; il
matrimonio non si riguarda se non
IND
come un contratto verbale fatto al-
la presenza di amici. La Cocbin-
china andò per lungo tempo sog-
getta al Tonkino; ma l'avo del re,
eh' era governatore del paese, si
eresse sovrano indipendente. I suoi
successori principi della dinastia di
IVguyen soggiogarono la Camhoscia
ed il Ciampay ma abbandonati ai
piaceri soggiacquero all' influenza
de'tonkinesi cbe presero parte alle
interne discordie. Però i tre fra-
telli Tayson, sdegnati del giogo
straniero, chiamarono il popolo al-
le armi, si proclamarono liberatori,
e finirono coll'usurpare il trono, e
col fare eziandio la conquista del
Tonkino. Mentre i loro figli eran-
si divisi gli stati, il principe legitti-
mo ricoverato presso il re di Siam
si formò un partito. Il celebre ve-
scovo d' Adran che da missionario
era divenuto vicario apostolico, e
non primo ministro del regno come
alcuni scrissero, condusse a Parigi
r erede della corona, e domandò
soccorso alla Francia, la quale non
potè profittarne per lo scoppio del-
la rivoluzione. Il principe col ve-
scovo ed alcuni francesi ripatriò ,
e le dissensioni della famiglia Tay-
son contribuirono a fargli ricupe-
rare il trono. Vogliono alcuni che
il principe finche si fece guidare
dal vescovo d' Adran figurò guer-
riero intrepido, umano, generoso,
ma nella prosperità cambiò tenore
di vita, per cui soggiacque a disgra-
zie. Si aggiunge che la religione
cattolica introdotta dallo zelo dei
missionari francesi vi prosperava ,
quando la morte del vescovo e
del principe suo allievo non so-
lo diminuì la propagazione della
fede , ma moltiplicò i pericoli ai
suoi seguaci. Certo è che il prin-
cipe nella sua ultima malattia es-
IND 255
sendosi convertito fu battezzato se-
gretamente. I cochinchinesi si con-
siderano superiori ai loro vicini ,
vantaggio loro derivato dall'essersi
discostati dalle massime che ten-
gono inceppati nella Cina i pro-
gressi delle arti e delle scienze.
Molti de' loro navigli sono costruiti
alla francese, ed i caratteri europei
sono in uso presso i cristiani come
fra' pagani. L' imperatore avendo
fatto tradurre nel 1822 le migliori
opere conosciute sull'arte militare,
introdusse l'architettura che il fran-
cese Vauban apprese dall' italiano
Marchi, e fece costruire le migliori
fortezze d'oriente, forse più rego-
lari ancora del Forte Guglielmo
di Calcutta, e del Forte Giorgio
di Madras. Molte truppe sono mon-
tate all'europea, ed un portoghese
vi fece molti cannoni ; diversi fran-
cesi fra' quali Olivier assisterono il
re a formare un' importante ma-
rina, il quale si occupò del detta-
glio della costruzione delle navi,
quindi riportò molte vittorie sui
nemici. La popolazione di questo
paese ascende circa a due milioni
di abitanti. Le principali provincia
sono l'Huè, il Quantim concentra-
to nelle montagne, il Chang ov' è
l'antica capitale di Quin-nong, Foy,
ed il Niatlang. La città capitale è
Huè o Ke-Hoa, detta dai man-
darini Fuscivang, ove il re o impe-
ratore fa la sua residenza. Sorge in
bella pianura, ed è divisa da un
gran fiume. La corte è bella e nu-
merosa, e nelle vesti si scorge mol-
to sfoggio di magnificenza. V'ha un
palazzo di buona architettura, un
buon presidio ed una popolazione
di trentamila abitanti. Faifo, città
posta su d' un fiume navigabile
nella baia di Turon, si considera
come r emporio del commercio co-
a56 IND
chinchìnese specialmente colla Cina,
al quale articolo parlammo pure
della Cocincina. Si può dire che
non \ì sieno altre città.
Notizie sul vicariato apostolico
della Cochinchina.
La missione della Cochinchina é
quasi tutta marittima, e perciò n' è
facile l'accesso. 11 vicariato compren-
de la Cocincina, il Camboscia, il Ciam-
pa comprese nella parte meridionale;
e pare che voglia dividersi in due
giurisdizioni. Divisa la Cocincina
in settentrionale, media e meri-
dionale, nella prima parte si trova-
no ventiseimila cattolici, nella me-
dia ventiquattromila, nella meri-
dionale ventottomila, che vivono
dispersi nelle campagne, intenti a
coltivarle, impedita essendo ogni co-
municazione con esteri. La chiesa
della Cochinchina si gloria di molti
martiri, ma anche piange grandi
cadute: sono state distrutte nella
persecuzione quante chiese vi erano.
Il Papa Gregorio XVI ai 19 set-
tembre 183 1 fece vescovo di Me-
tellopoli in parlibus monsignor Ste-
fano Teodoro Cuenot alunno del
seminario delle missioni straniere di
Parigi, non che fatto coadiutore di
monsignor Lodovico Taberd vesco-
vo d' Isauropoli inpartibus^ cui suc-
cesse nel 1840: per cui lo stesso
Pontefice nominò a coadiutore allo
stesso titolo vescovile d' Isauropoli
ai 26 febbraio 1841 monsignor
Domenico le Febvre alunno del
menzionato seminario di Parigi. Nel
i838 vi erano sei missionari euro-
pei, ventisei sacerdoti indigeni, ed
altri ecclesiastici, e studenti di lingua
latina e teologia. Nella Cocincina
settentrionale e meridionale teneva
ii vicario apostolico due vicari gene-
IND
rali. In questa regione forse ancora
non è cessata 1* atroce persecuzione
contro i fedeli : non bastò al tiran-
no spogliare le famiglie de'loro beni,
li ridusse a morte preceduta da
inauditi tormenti. In molte cristia-
nità si trovavano orli o campi of-
ferti dai cristiani : questi beni erano
amministrati dai catechisti. I soli sa-
cerdoti indigeni assistono i fedeli ;
nei tuguri abitati da questi dimorano
i missionari europei. Hw editto rea-
le pretendeva obbligare i cristiani a
conculcare la croce, e prescriveva
r erezione di un tempio in ogni cri-
stianità pei sacrifizi da farsi due
volte r anno. Altre notizie di questo
vicariato le riportammo nel vol.XIlI,
p. 170 del Dizionario. Si deve però
notare che in quest'anno i84'ì* il
vicariato apostolico della Cochinchi-
na è stato diviso in due vicariati
apostolici, cioè della Cochinchina
meridionale o occidentale j, e della
Cochinchina orientale. La prima
comprende la parte inferiore chia-
mata Gia-dinh o Dang-nai, ed il
regno di Camboja. La seconda com-
prende la parte superiore ossia set-
tentrionale e la media, unitamente
al regno di Ciampa, e le così dette
terre di Laos. Vicario apostolico
della Cochinchina meridionale è
stato nominato il suddetto monsignor
Le Febvre vescovo Isauropoli tano ;
e vicario apostolico della Cochin-
china orientale è stato dichiarato il
mentovato monsignor Cuenot ve-
scovo Metellopolitano.
All' occasione della fiera persecu-
zione di Minhmang nell' impero an-
namitico, il Papa Gregorio XVI si
è degnato di dichiarare venerabili,
e di autorizzare l' introduzione della
causa di beatificazione di settanta
martiri, fra'quali due sacerdoti an-
namitici martirizzati per la fede
I
IND
nel 1 798 ; il vescovo di Tabraca
alunno delle missioni estere ; quat-
tro sacerdoti ; un catechista e diver-
si altri cinesi del Su-Tchueu ; il p.
Triosa francescano italiano missio-
nario nella provincia di Hu-Quang ;
il francese Clet missionario lazzari-
sta della stessa provincia ; ed il mis-
sionario Perboyre della congrega-
zione di s. Vincenzo de' Paoli, tutti
martirizzati dall'anno i8i4all'a""
no 1840. Del Tonkino orientale il
vescovo domenicano spagnuolo 1-
gnazio Delgado, i due missionari pa-
rimenti domenicani spagnuoli Do-
menico Henarez e Giuseppe Fer-
nandez ; undici sacerdoti indigeni
secolari e domenicani, cinque cate-
chisti, tre soldati e diversi altri cri-
stiani. Del Tonkino occidentale il
"ven. Borie vicario apostolico ; il
francese Cornay sacerdote alunno
del seminario delle missioni estere
come il vicario apostolico; dieci sa-
cerdoti indigeni, sette catechisti e
qualche cristiano. Della Cocincina
F. Gagelin, Giuseppe Marchand,
Francesco Faccard alunni delle mis-
sioni estere, un catechista, un capi-
tano delle guardie del re, un medi-
co, e diversi altri indigeni.
Camboscia regno dell' Indo-China
compreso nell' impero d' Annan, il
cui paese è diviso in vallata feracis-
sima, in deserti montuosi, ed in co-
ste arenose. Gli inglesi e gh olande-
si invano tentarono aprirvi il traf-
fico ; Solo ai portoghesi in qualche
parte riuscì . Dipende dalla Co-
chinchina, la sua popolazione si fa
ascendere ad un milione, e la religio-
ne dominante è il buddismo. Cam-
boscia o Camboja è pure il nome
della capitale del regno, detta anche
Levek, la quale è sulla riva del fiu-
me ; non è gran cosa e vi è un solo
ma vasto tempio. Ciampa o Tsiampa
VOI. xxxiv.
IIND 257
piccolo regno dell' Indo-China con-
arenoso ed ingrato terreno. Gli abi-
tanti chiamati loy sembrano aver
comune V origine coi laos , e coi
lo lo della provincia cinese di Yun-
nan. Come i tonkinesi sono anche
essi idolatri, credono alla metempsi-
cosi, hanno in pregio Confucio, e
gran rispetto mostrano per le anime
de' trapassati ; nel resto seguono i
costumi della Cochinchina cui sono
soggetti, e vuoisi che gli abitanti
sieno seicentomila. Malacca j lunga
penisola dell' Indo-China, attraver-
sata da una catena di alte monta-
gne : gran numero di piccoli fiumi
ne bagnano il paese. Gli abitanti
sono conosciuti col generico nome
di malesi, fanatici pel duello, dediti
alla pirateria, e bellicosi : la loro
armoniosa lingua deriva dalla san-
scritta , dall' araba e dalla porto-
ghese; è usala in tutta l' Asia, anzi
impiegata a preferenza dai negozian-
ti esteri nel commercio. I malesi
non sono già originari dell' isola di
Malacca, ma dell' isola di Sumatra,
né si stabilirono nella penisola che
nel XIII secolo. Vi si trova ancora
un' altra razza di abitanti chiamati
samangs che somigliano ai papous,
indigeni della nuova Guinea nel-
l'Oceania, abitano nei monti incivi-
lizzati, e divisi in tribù guerreggiano
sempre tra loro. Il re di Siam ten-
ne per lungo tempo in soggezione
la penisola, ma ora non vi è che la
parte settentrionale, che gli paga
tenue tributo. Il governo consiste
in una specie di aristocrazia feudale,
ed i principi che la costituiscono
hanno per capo un rajah o re che
si dà il titolo di sultano. Malacca
( Vedi) è pure il nome della ca-
pitale della penisola. Sono sei i prin-
cipali o regni malesi, tre sulla costa
orientale ; cioè Patani, Tronganon^
'7
a58 IND
e PaJiang; quello di Tohor ali* estre-
mità meridionale ; e gli altri due
Pevah e Queda sulla costa occiden-
tale, ai quali è da aggiugnersi il ter-
ritorio e città di Malacca. Patani,
capoluogo del principato di questo
nome, è una città forte con ottimo
porto nella costa orientale della
penisola di Malacca, abitata dai ma-
ksi e siamesi, i cui fabbricati so-
no di legno, tranne una moschea di
pietra. Secondo le relazioni dei viag-
giatori, il governo è nelle mani d' u-
na donna di matura età, eletta dal
popolo sempre nella stessa famiglia,
cui anche gli europei danno il no-
me di regina, che paga al re di Siam
il triennale tributo di due arboscel-
li, l'uno d'oro, l'altro d'argento, ca-
richi di fiori e di frutta. Gli abitan-
ti sono lottatori ed atleti, passionati
pure per le corse de' bovi e de' buf-
fali. Tronganotty capoluogo del se-
condo principato, è una città i di cui
dintorni abbondano di pepe, cera
e stagno. PaJiang^ terzo principato
ha la capitale dello stesso nome, che
manda all' estero polvere d* oro,
noci di aree, e canne d' India. To-
hor^ regno malese, i cui dintorni ab-
bondano di pepe e d* avorio ; lo
stesso nome porta la capitale. Pevah^
capitale del regno malese di egual
nome,é bagnata da un fiume, do-
minata dai principi maomettani che
per superstizione vietano lo scavo
delle miniere, per non disturbare i
geni delle montagne. Queda, regno
malese, che ha la capitale così pure
denominata, con porto assai fre-
guentato. Pulo Pinang^ di cui come
di Queda ne parlammo superior-
mente nelle Notizie del vicariato di
Siam occidentale ossia della peni-
sola di Malacca, detta ancora isola
del principe di Galles, è situata sulle
coste del regno di Queda. Nel 1786
IND
un capitano inglese ne conquistò la
sovranità che cedette alla sua pa-
tria, per cui ebbe la seconda deno-
minazione, e vi si formò un impor-
tante stabilimento sì per la posizio-
ne che domina lo stretto di Malac-
ca, sì per la fertilità del suolo, che
pe' suoi pregevolissimi prodotti. Gli
inglesi vi costruirono una città con
fortezza, cui dierono il nome di
George-Town o città di Giorgio.
L'isole principali del mare dell'In-
die ossia Oceano indiano sono Cef-
lan, le Lachedive, le Maldive, le Àn-
danian, e le Nicobar. L'isola di Cej-
lan, la più magnifica e ricca di
tutto il globo, è situata in detto
mare all' ingresso del golfo di Ben-
gala. Lo stretto di Manaar la di-
vide dal Coromandel, ed un ban-
co di sabbia noto sotto il nome
di Ponte d Adamo, quasi la con-
giunge all' Indostan meridionale ,
e così al continente dell* Asia.
Una catena di monti 1' attraver-
sa, e produce la varietà delle sta-
gioni ; il clima però è salubre, tran-
ne le cattive esalazioni dell'in-
terno. Le montagne abbondano di
acque termali, e racchiudono mi-
niere d'oro, di ferro, di piombo,
di mercurio, zaffiri azzurri e ver-
di, rubini, topazi, ametiste e cri-
stalli di rocca ; vi è pure il cora-
dore o spirito adamantino che ser-
ve a pulire il diamante. Famoso è
il monte detto Pico d' Adamo,
chiamato dagl'indigeni Hamahtl.
Nella cima vi è l'impronta di uà
piede gigantesco, che alcuni cre-
dono di Adamo, altri dell'aposto-
lo san Tommaso, ed i pagani di
Budda: monumento che visitano
con venerazione tutti i popoli del-
l' Indo-China, presso cui trovansi
molte pagode. Laghi, fiumi, boschi
ameni e ricchi di produzioni e di
IND
cannella forse la migliore che si
conosca, sono nell'isola. I ceilane-
si adorano il creatore del cielo, ma
idolatrano talune divinità seconda-
rie : prestano omaggio a Budda
cui danno l'attributo di salvar le
anime, e credono alla risurrezione
de' morti . La negromanzia e la
superstizione è assai propagata. Han-
no molte pagode, e molte specie
di ministri del culto. Bruciano i
corpi morti de'nobili, gli altri sep-
pelliscono nelle foreste. Alle donne
è permesso avere più mariti; il
sesso femminino è assai rispettato
anche negli animali. Gii abitanti so-
no chiamati cingalesi o senalesi ,
e il nome di vaddahs o bedhas si
dà alla razza selvaggia: i primi
hanno diverse caste. Condussero le
arti a qualche perfezione, ed anco-
ra si vedono gli avanzi della loro
antica coltura, in rovine di molte
città, in monumenti, in iscrizioni,
neir immensa figura umana che
vedesi a Bilingam Curie, e nei ru-
deri della gran città di Anurongi-
burro, sede degli antichi re arabi
dell'isola, ove tutt'ora esiste un tem-
pio in cui erano le regie tombe.
Quest'isola fu dagli antichi detta
Taprohana , Salice o Sieldeba ,
Cheisoneso d*oro^ ed anche Sines.
La sua storia è coperta di tene-
bre: hanno creduto alcuni, che
Melchior re di quest'isola fosse uno
de'magi che oftiì al bambino Ge-
sù, co' compagni, oro, incenso e
mirra; e che al suo ritorno vi
predicasse il vangelo. Plinio rac-
conta che sotto l'imperatore Clau-
dio venne a Roma un ambascia-
tore di Darich re de' cindalesi o
senalesi, ch'egli- denomina Racliiae^
forse confondendo il nome col ti-
tolo. Nel i5o5 i portoghesi co-
mandati da Lorenzo Almeida la
IJND 259
scuoprirono, e vi si stabilirono,
essendo allora il principal monar-
ca il re di Cotta residente a Co-
lombo, e Candea o Candy chia-
ma vasi la provincia centrale poi
capitale del regno. Padroni delle
coste non cercarono i primi con-
quistatori di penetrar nell'interno;
ma nel 1660 gli olandesi ne cac-
ciarono i portoghesi non che i cat-
tolici, e guerreggiarono col re di
Candy, con cui più tardi nel 1766
segnarono un utile trattato che ce-
deva ad essi in pieno dominio le
coste, rendeva il re loro vassallo,
e l'obbligava a vendere ogni anno
a tenue prezzo quantità di can-
nella. Tali possessi nel 1801 alla
pace d'Amiens furono confermati
ai nuovi conquistatori della Gran
Bretagna, onde gl'inglesi nel i8i5
soggiogarono definitivamente Can-
dy, e divennero padroni dell'inte-
ra isola, che attualmente è uno
de'principali governi delle Indie
orientali, però interamente sogget-
to air imperio britannico non alla
compagnia delle Indie orientali*
La popolazione dell'isola si fa a-
scendere ad un milione e duecen-
tomila abitanti ; la cattolica a cen-
tottantamila. N'è la capitale Co-
lombo, città ben fabbricata e po-
polatissima, che i portoghesi pre-
sero, e nel 1660 loro tolsero gli
olandesi, ed ora è sede del governo
inglese di tutta l'isola, con fortez-
za. Quando il portoghese Costan-
tino viceré di Goa la conquistò,
bruciò r idolo Allishanimaa ve*
nerato da tanti milioni d'indiani,
che offrirono trecentomila ducati
pel riscatto. Candy antica capitale
è città ben costruita. Jafna fu già
città capitale d'un regno partico-
lare, ed ora si considera fra le più
ragguardevoli, con buona cittadel*-
26o IND
la: gl'inglesi se ne impadronirono
nel 1795. Manuar piccola ìsola
fu nel i56o occupata dai porto-
ghesi, e venne tutta convertita da
s. Francesco Saverio: nel i658
gli olandesi ne fecero luogo di ri*
legazione.
Notizie sul vicarialo apostolico
di Cf/ylan.
Il vicario apostolico risiede in
Colombo, la quale ha più chiese
essendo la matrice dedicata a s.
Lucia. 11 Papa Gregorio XVI e-
resse questo vicariato li 3 dicembre
1834, facendone primo vicario a-
postolico monsignor Vincenzo del
Rosario della congregazione indi-
gena di s. Filippo Neri di Goa, ve-
scovo Taumacense. Essendo questi
morto nel 1842, il Pontefice nomi-
nò pro-vicario il p. Gaetano Antonio
dell'oratorio di s. Filippo Neri del-
la medesima congregazione di Goa,
che ai 24 maggio i843 dichiarò
Ticaiio apostolico, e vescovo Usu-
lense in partibus. Nell'isola non vi
sono parrochi, ma missionari in
numero di ventuno, tulli filippini
di Goa, Ogni chiesa ha il suo ca-
techista eletto dal missionario, ed
approvato dal vicario apostolico.
Vi è un collegio in Colombo, o-
spedale militare, ed ospizio pegli
orfani : questi vi apprendono gli
erudimenti della fede, il latino e
l'inglese. In tutta l'isola settanta
sono le scuole. Annesse alle cap-
pelle ed alle chiese vi sono le abi-
tazioni pei missionari. Dall'Europa
tì si sono trasferiti gli episcopali, i
presbiteriani, i luterani, i calvinisti
e gli anabattisti: essi vi hanno tem-
pH e ministri, ed un vescovo che
dalla sua sede di Madraspatan si
reca ogni tre anni alla visita del-
IND
l'isola. I cattolici vi godono liber-
tà di culto. Durante il dominio o-
landese essi ebbero a portare il
duro peso delle leggi penali, dalle
quali ottennero la liberazione nel
1806 per opera di sir Alessandro
Tohaston governatore dell'isola.
Le Lachcdive, gruppo d'isole con-
siderevole sulla costa occidentale del
Malabar, nel novero di trenladue,
diecinove sono di maggior impor-
tanza, e tulle di difficile accesso.
Vasco di Gama le scoprì nel i499'
Gli abitanti sono malabari senza
leggi e costumi; la principale isola
è Lacondy. Quando nel 1664 gli
olandesi presero la città di Cana-
nore, la vendettero ad una fami-
glia indigena signora di queste i-
sole. Caduta Cananore sotto Tip-
pu-Saib, gli inglesi accordarono
la loro protezione alle La diedi ve.
Le Maldive^ isole dell' Indoslan
meridionale, se ne contano fino a
dodicimila, la maggior parie ina-
bitabili per la loio piccolezza, e
e prive di produzioni. La pesca dei
cauri o boli, specie di conchiglie, è
importantissima -, e servono come
in alcuni luoghi dell' India e del-
l'Africa in vece di moneta. Il go-
verno è dispotico, ed il re osserva
il maomettanisiuo come i sudditi.
I governatori delle provi ncie si
chiamano naibi : la severità delle
leggi non giunge a reprimere la
sregolatezza del costume. Alale è
la maggiore isola, come la più fer-
tile: racchiude una città ove il re
fa la sua residenza in un palaz-
zo ornato delle più fine tappezze-
rie della Cina e dell'Indie. Aiida-
nian è il nome di due isole nella
costa orientale della baia di Ben-
gala. Nella più grande gì' inglesi
confinano i delinquenti del Benga-
la. Nicohar, gruppo d'isole del gol-
1
IND IND 261
fo di Bengala, sette grandi e do- se ne fabbricano scialli, e sloffe
dici piccole. Gli abitanti professano conosciute sotto il nome di tibet,
l' islamismo, e tengono chiuse le ma la maggior parte si esporta
donne. Daremo per ultimo un cen- greggia a Casciemira. Nelle interne
no storico sul Thibet, perchè di parti del Tibet vuoisi che esista
sopra parlammo di esso non che il lioncorno , creduto per molto
del suo vicariato apostolico e sua tempo favoloso. Gli abitanti godo-
divisione, con quello di recente i- no sanità vigorosa , sono di re-
stituito di Palanà. Il Thibet ap- busto temperamento e meno bru-
partiene alla Tarlaria chinese, la ni o olivastri degli indiani : sono
quale comprende il vicariato apo- di pacifico carattere, e trafficano
stolico di Corea, di cui pure da- colla Cina, col Nepaul e col Ben-
remo breve indicazione come ab- gala. La lingua differisce da quel-
biamo fatto degli altri di queste la dei mongolli e mantsiusi: ha due
vaste ed importanti regioni, ma alfabeti, l'uno per l'ordinaria cor-
all'articolo Tarlaria (Fedi). rispondenza, e l'altro per le cose
Tibet o Thibet f paese della sacre. Scrivono da sinistra a de-
Tartai'ia cinese che gl'indigeni chia- stra all'opposto degli altri orienta-
raano Piiekokin, i cinesi Dehan, ed li. Studiano filosofìa, teologia, a-
i mongolli Teubet o TangiU: i na- stronomia e medicina, ma le su-
turali danno anche il nome di perstizioni religiose si oppongono
Bnt alla contrada situata ai due ai progressi delle scienze. Conosco-
lati dei monti Himalaya. Questa re- no da gran tempo l'arte tipogra-
gione consiste principalmente in fica, ma non se ne valgono che per
un immenso ripiano, il più elevato la stampa di libri divoti. La reli-
di tutto il globo : lo circondano gione loro è il lamismo, che ha
ed attraversano altissime montagne; molta somiglianza co' riti indiani,
poche contrade esistono men favo- Adorano 1' idolo Mahanunia ossia
rite dalla natura di questa, la il Budda del Bengala, il quale è
quale non è che un ammasso di venerato nel resto della Tartaria
monti e deserti; il regno minerà- sotto diversi nomi. La poliandria
le però vi dispiega tutte le sue è seguita dai tibetani a cagione
dovizie, con miniere d'oro, d'ar- del minor numero di sesso fem-
genio , di mercurio ec, cave di minile. Hanno la piti gran divo-
marmo, sorgenti sulfuree e termali, zione pel gran Lama, che risguar-
pietre preziose, e fiumi che tras- dano come agente di Dio sulla
portano polvere d' oro. Prodigiosa terra, e mediatore tra i mortali e
è la quantità de'quadrupedi, fra i l'Essere supremo. Egli è investito
quali la capra da scialli. La na- delle cure del governo, e la sua
tura ha provveduto questi animali giurisdizione spirituale si estende
di folto vello per guarentirli dal- ai calmucchi ed ai mongolli. Ri-
l'estrema intensità del freddo, e siede a Lassa, e percepisce le ren-
dalle frequenti variazioni dell' at- dite, ma non ha che un'ombra di
mosfera. La materia per gli scialli potere, avendo gl'imperatori della
è una peluria o lanugine finissi- Cina nel 1724, profittando delle
ma aderente alla pelle, e preser- civili discordie, acquistalo un pre-
vaia dal lanoso manto superiore: dominio assoluto sotto il nome di
a62 IND
pia protezione, col quale pretesto
occuparono militarmente le piazza
principali. Il lamismo si è di co-
là diffuso in tutta l'Asia centra-
le, ed in gran parte della Cina, e
delle Indie. L' oggetto principale
del culto è l'idolo Xaca o Fo, il
quale essi suppongono che viva ,
e sia corporalmente presente nella
persona del Dalai-Lama. Questi sos-
tiene la meraviglia della perpetua
esistenza, fingendo che lo spirito
di Fo nel sortire dal corpo che
abbandona, passi in un nuovo, e
COSI sotto forme successive. Innan-
zi a lui il popolo presta il più
superstizioso esterno culto, e men-
tre egli si asside su trono d'oro
circondato da lampade accese, e
col tìso sempre coperto, gli astan-
ti moltiplicano sino alla noia le
loro prostrazioni e preghiere. Fra
quanto però si narra di quei riti,
trovansi molle favole dai moderni
rigettate. Nell'anno i ^92 gl'indiani
di Nepaul invasero il Tibet, e po-
co mancò che non s'impadronissero
del gran Lama: battuti quindi in
più incontri dai cinesi, dovettero
ritirarsi, ed ora risiedono alla cor-
te di Lassa gli agenti della Cina
che vi esercitano il potere, e sono
in assidua relazione con Pekino.
La popolazione sembra che sia di
cinque milioni, e non quanto cal-
coli esagerati stabilirono. Dopo le
prime notizie del celebre veneto
Marco Polo su questo regno, vi
sono alcune osservazioni del cap-
puccino Orazio della Pinna che sog-
giornò per dieciotto anni nella ca-
pitale, e quindi qualche nuovo lu-
me si attinse dall'ambascerie ingle-
si, da alcun manoscritto tibetano
trovato in Calmucchia, e da qual-
che tradizione di que* russi dedi-
cati al lamismo. Nel 1821 parti-
IND
rono da Homa pel Tibet cinque
religiosi cappuccini , che si dissero
richiesti dalla regina che regnava,
ma giuntivi dovettero altrove cer-
care asilo. Varie isole si vedono
sorgere in mezzo al lago di Palta
o JamboOf in una delle quali di-
mora la reggitrice di que' luoghi,
cui si prestano i medesimi onori
che rendonsi al gran Lama. Lassa,
città capitale del gran Tibet, è sede
del Dalai-Lama^ abitante un pa-
lazzo situato sulla montagna Puta-
la detta Monte Santo. La superba
cupola dorata che il ricopre ha
sessantadue braccia cinesi di altez-
za, la facciata è adorna da in-
numerabili piramidi d'oro e d'ar-
gento; nel numeio immenso del-
le camere interne vi sono molti
idoli della stessa preziosa materia.
È celebre il vicino monistero di
Sera, e l'altro di Tescu-Lombu o-
ve dimora il secondo Lama. Nel-
la città un gran numero di prin-
cipi e nobili d'Asia si reca a fa-
re omaggio al gran Lama. Ivi ri-
siede pure il viceré ed i manda-
rini cinesi cui è sottoposto. Il
Piccolo Tliibet sembra fisicamente
e politicamente distinto dal paese
del gran Tibet. La città di Askar-
do o Ladak n' è la capitale.
Le notizie ecclesiastiche delle In-
die orientali sono sempre più con-
solanti, per la propagazione della
cattolica religione, dappoiché ol-
tre di essere stato soppresso il de-
testabile tributo di seimila lire
sterline che da lungo tempo la
compagnia delle Indie pagava pel
mantenimento del famoso tempio
Hindou di Dehaggernauth e delle
abbominevoli superstizioni che vi si
praticavano, ed oltre l'accrescimento
de' vicariati apostolici, al presènte in
Roma nel celebre collegio Urbano di
IND
propaganda vi sono diversi alunni
indiani, uno di Pondichery, due
del Madurè, due dell'impero Bir-
manno ossia del Pegù, ed uno di
Goa. Nella Cina, poi secondo le
ultime notizie, si dice che l'impe-
ratore ha accordato che non si
tormentino i sudditi per motivi di
religione e quelli cinesi che pro-
fessano il cattolicismo , e che la
religione cattolica sia rispettata ; si
aggiunge, che nei cinque porti a-
perti al commercio degli europei,
per convenzione colla Gran Bre-
tagna, possano i cattolici fabbri-
carvi chiese. Recenti notizie assi-
curano, che il console di Francia
nella Cocincina richiese con molta
dignità la liberazione d'un vesco-
vo capo delle missioni cattoliche,
e che ha inculcato a quel sovrano
la tolleranza del cattolicismo.
INDIGENO CLERO. Lo stabi-
limento del clero indigeno fu sem-
pre tenuto dalla santa Sede e
dalla congregazione di propaganda
fide come il solo mezzo partico-
lare e veramente efficace per sta-
bilire fermamente la religione cat-
tolica fra tutti i popoli del mondo.
Perciò dalle risoluzioni delle dif-
ficoltà opposte fino adesso alla
riuscita compita di questa grande
opera, dipende la conversione del-
la maggior parte delle nazioni in-
fedeli. I decreti di propaganda ft-
de che lo raccomandano alle dili-
genti cure dei missionari allegano
le ragioni seguenti, che hanno la
più gran forza per provarne T e-
vidente necessità, i.'* Questo fu
sempre il voto della Chiesa, e la
sua pratica dal tempo degli apo-
stoli fino adesso. 2.^ I missionari
forestieri non saranno mai suffi-
cienti per la sola amministrazione
ile' sacramenti ai ciistiani già foi\
IND i63
matì, molto meno per la conver-
sione de' gentili. 3.^ I missionari
forestieri non hanno la fiducia
de' popoli come gli stessi naziona-
li. 4*^ Hanno molta difficoltà per
imparare la lingua, costumi ec; e
di raro vi riescono perfettamente.
5.^ Danno sospetto ai sovrani che
temono sempre qualche cosa dalla
parte degli europei. 6.^ Nel tem-
po delle persecuzioni non possono
celai*si come fanno gì' indigeni.
Le sciagure della chiesa tanto
già florida del Giappone (Fedi),
dove non vi era un clero indige-
no, e quello che si è veduto ulti-
mamente nella persecuzione del-
l' impero annamitico, sono due
prove evidenti delia necessità di
lai clero da per tutto. Nel Giap-
pone, con un popolo naturalmente
coraggioso, la mancanza di clero
indigeno fu causa della totale ro-
vina in cui si trova ancora quella
chiesa. Nel regno annamitico, del
quale parlammo all'articolo Indie
Orientali ( Vedi ), con un popolo
naturalmente debole, dieci anni di
fiera tempesta non hanno potuto
distruggere la fede mantenuta da
cento ottanta sacerdoti indigeni.
Questi erano stati educati dai re-
ligiosi domenicani per il Tonkino
orientale, e per il Tonkino occi-
dentale e la Cocincina dai sacer-
doti delle missioni estere di Pari-
gi. Quest' ultima congregazione de-
ve la sua fondazione sotto il Pon-
tefice Alessandro VII, alla neces-
sità di mandare nelle missioni ve-
scovi e sacerdoti secolari per la
formazione del clero indigeno. Nel
1842 pubblicò in Paiigi il sacer-
dote (ora vescovo di Esebon e
coadiutore al vicario apostolico di
Pondichery) Luquet della medesima
congregazione; Lcttres sur la congré'
a64 IND
gatfon desviissìons étrangPrfs. Il si-
nodo tenuto in Pondichery . nel
gennaio i844> tii che trattammo al
citato articolo Indie Orientali, eb-
be per iscopo principale la forma-
zione d' un buon clero indigeno,
della sua importanza, e delia sua
necessità massime nelT Indostan. La
sacra congregazione di propaganda
fide non solo nel iS^5 approvò
gli atti di tal sinodo, ma ordinò
analoga istruzione generale per tut-
ti i vescovi e missionari del mon-
do, per raccomandargli V applica-
zione dei principii esposti dal lo-
dalo sacerdote Luquet, qual. de-
putalo del sinodo medesimo.
INDIPENDENTI. Settari d'In-
ghilterra e di Olanda, così chia-
mali siccome fanno professione di
non dipendere da alcun' altra au-
torità ecclesiastica, e perchè pre-
tendono che ciascuna chiesa o
congregazione particolare ha tutto
il potere necessario per governarsi
da sé stessa. Sì distinguono due
sorta d' indipendenti : i primi so-
no presbiteriani, e non differiscono
dagli altri che in ciò che riguar-
da il governo della chiesa ; gli al-
tri sono un mescuglio o di anabatti-
sti o d altri eretici, che si uniscono
agi' indipendenti. Considerano gli
indipendenti le decisioni de' sinodi
come risoluzioni di uomini saggi
-e prudenti, che si possono seguire
senza esservi obbligati. Morel vol-
le introdurre fra i protestanti di
Francia nel secolo XVI l'indipen-
dentismo. Il sinodo di Rochelle e
quello di Charenton li condannò
come dannosi alla Chiesa ed allo
stato, giudicando eh' essi aprivano
la porta ad ogni stravaganza, e
davano adito a formare altrettan-
te religioni quant' erano le par-
rocchie. Gli indipendenti di Olan-
IND
da derivano dai brownisti : Robin-
son cominciò la setta, e Giovanni
Colton vi pose l' ultima mano.
L' indipendentismo esiste pure nel-
le colonie inglesi, e nelle provincia
unite.
INDIZIONE, Indìclio. Termine
esprimente distinzione di tempo,
che i notai sono obbligati a met-
tere ne* loro contratti ed altri at-
ti pubblici, e ogni anno si muta, e
cammina dall'uno infino al nume-
ro quindici, e poi si torna all' uno.
I francesi dicono essere l'indizione
un termine di cronologia, che si
applica ad un periodo di quindici
anni. L* indizione è un Ciclo { Kc-
di), circolo, rivolgimento, o perio-
do di quindici anni, dicendosi in-
dizione prima, seconda, terza, sino
alla decimaquinta, dopo la quale
s' incomincia da capo, e così sem-
pre ritornandovisi, terminata la
decimaquinta. Cominciò a nume-
rarsi l'indizione l'anno 3i2 o me-
glio 3i3, sebbene alcuni protrag-
gono r epoca al 3i4 o 3x5,
dall' imperator Costantino il Gran-
de, non facendosene prima di questo
tempo menzione dagli autori. Si
ha nei fasti dei greci che nell' an-
no 3 12 si cominciarono a nume-
rare le indizioni, leggendosi : In-
dictionum Constanliniariitn hinc
exordium. Si chiamò indizione per-
chè l'imperatore la denunziava ed
intimava, onde da Valente impe-
ratore si chiamò 1' indizione Va-
lentiaca, così di altri. Nelle scrit-
ture ecclesiastiche la prima volta
che se ne parlò, fu nel conci-
lio romano sotto s. Giulio I, ele-
vato al pontificato l' anno 336 ;
ed in s. Ambrogio nell' epistola ai
vescovi dell' Emilia. Certo è che
dal Papa s. Felice II detto IH,
eletto nel 4^2 o 4^3, fu usata la
IND IND 265
prima volta, e fu il Pontefice Pe- dalle Calende ( Vedi ), o dal prir
lagio II del 578 che la rese co- nio giorno del mese di settembre,
raune nelle Bolle (Vedi); ma e della quale si servivano gì' im-
r uno e l' altro si servirono del- peratori greci. La seconda è Vlni-
r indizione di Costantinopoli. Fu periale o Costantiniana, perchè se
introdotto questo calcolo, perchè ne attribuisce V introduzione al-
ogni opera incominciata fra questo l'imperatore Costantino, e chia-
termine, compiere si dovesse e re- masi pure Cesarea a motivo del-
gistrarsene la memoria ne' pubbli- l'uso che ne hanno fatto gì' im-
ci archivi ; e perchè ai soldati i peratori d' occidente, essendo fis-
quali avevano militato lo spazio di sato il suo principio ni 24 set-
quindici anni, fosse conceduta la tembre, perchè in quel tempo
libertà, se più oltre militar non finita la raccolta di tutte le biade,
volessero , godendo della franchi- solevano gli imperatori intimare
già del tributo detto capitationis j alle provincie la somministrazione
e finalmente perchè in ciascuno di delle predette vettovaglie, come pu-
detti anni si distribuivano le vet- re si scorge da un rescritto di Gra-
tovaglie ossiano annone e stipendi ziano 1. 8, De annon. et tribiit. C.
a' soldati, perciò anche V indizione Theod. La terza specie d' indizio-
fu appellata distribuzione, distri- ne chiamata Pontificia o Romana
butiOj e che se ne mandassero dai incomincia col 25 dicembre, ov-
provinciali fedeli relazioni nell' ar- vero col primo di gennaio, secon-
chivio imperiale. E benché i sol- do che 1' uno o l' altro di quei
dati fossero obbligati a militare giorni prendevasi pel primo dei-
sedici anni, come si legge in Ta- V anno. Sebbene le indizioni pon-
cito, tuttavolta Costantino volle di- tificie che si leggono nei registri
minuire un anno. Di questa mis- di s. Gregorio 1 Magno, sì rico-
sione si tratta in un rescritto di noscano che incominciano dal set-
Costantino, lib. IV, De veteran. C. tembre, il che poscia continuarono
T/ieoi/o^. Da altri viene detta l'in- altri Pontefici, il Petavio però
dizione Fusio, in rescript. Honor. par. I, lib. 5 , e. i, mettendo in
imper.: Usque ad initium fusionis dubbio 1' origine ed il primo au-
quintae. Veggasi il Baronio agli tore delle indizioni, dice che tra
anni i4j i5 e 1 6, e nel com- le molte opinioni, nulla salis prò-
pendio di esso una dotta osserva- habilis adfertur. Uomini dottissimi
zione dello Spondano, intorno l' er- osservarono che non prima del
rore dello Scaligero contro Baro- sesto secolo, nel quale anche assai
nio. L' imperatore Giustiniano I di rado, apparve nelle scritture
r anno 537 ordinò con una costi- pontificie l'indizione romana, ed as-
tuzione che in tutte le scritture seriscono che non poche volte ad
pubbliche si ponesse il numero arbitrio degli scrinari o de' notai
dell'indizione corrente,, e che fos- una piuttosto die l'altra indizione
se enunciata «ome al dì d' oggi ponevasi. Marino I, ossia Martino
dai nostri si pratica. Novel. 47' IIj che successe nell' 882 a Gio-
Ordinariamente si distinguono tre vanni Vili, e s. Leone IX del
sorta d' indizioni : la Costantinopo- 1049 incominciarono le indizioni
Litana q greca^ la quale comincia ora dal settembre, ora dal gennaio;
!i66 IND
prova ben certa che si servivano
indifferentemente della indizione di
Costantinopoli o della romana o
pontifìcia. La romana da san Gre-
gorio VII del 1073 in poi rima-
se sola nelle bolle apostoliche. U-
niversalmente V indizione pontifi-
cia o romana fu posta in uso la
prima volta nel concilio di Co-
stanza del i4'7' Alcuni cronolo-
gisli, tra quali il Pagi, Critic. Ba*
ron. an. 3 1 3, riconoscono altre in-
dizioni prese o dal 25 marzo, o
dal giorno di Pasqua, e se ne tro-
vano molti esempi nelle bolle pon-
tificie F, Anno, Calendario, Bre-
vi PoNTiFicn, Diplomi, ed Era.
Ottimamente la Chiesa e gli an-
tichi padri si sono serviti del com-
puto ecclesiastico delle epoche, pe-
riodi, movimenti solari e lunari,
e dell' anno de' gentili, poiché que-
ste cose tutte conferiscono a sta-
bilire la certezza de*principii, stati
ed accrescimenti della cristiana re-
ligione ; scrivendo s. Agostino lib.
2, De doctr. Chris L cap. 28: Per
Olympìadesy et consuliim nomina
multa saepe quaeruntur a nohisj et
ignorantia considatus, quo natus
est Dominus^ et quo passus, non-
nullos coegit errare. Il Muratori
nelle Dissert. sopra le antichità
italiane, diss. XXXIV, parla del
vario uso delle indizioni nelle an-
tiche carte e diplomi. Dice egli
dunque che presso gì' imperatori
Carolini fu in uso 1' indizione de-
dotta dalle calende di gennaio, non
che quella costantinopolitana che
incominciava dalle calende di set-
tembre, la qual varietà molte vol-
te intricò gli autori a stabilire il
vero anno de' diplomi, e fece ai
dotti prendere un anno per l'al-
tro : questa incostanza diede mol-
to a fare al Coinle, al Papebro*
IND
chio, al Mabillon e ad altre eru-
ditissime persone. Piìi spesso tro-
vasi usata dagli antichi augusti
r indizione romana; ma dopo il
secolo IX quasi sempre fu in vi-
gore presso loro 1' indizione gre-
ca, riportandone il Muratori sì
dell* uno che dell* altro sistema gli
analoghi esempi, ne mancarono re
d' Italia che segnarono i loro di-
plomi coir indizione pontificia. Gli
antichi non di rado benché par-
lassero dell' anno ab Incarnalione,
pure in fatti cominciavano taluni
di essi 1* anno o dalla Natività
del Signore, ovvero dalla Circon-
cisione ; da ciò derivò non lieve
imbarazzò nell* esame delle antiche
carte. Talvolta i documenti furo-
no finti, tale altra furono guasti
dai moderni, siccome non creduti
conformi a qualche loro o storica
o cronologica opinione, e perciò
con ardire intollerabile gli acco-
modavano a questa o cassando o
aggiungendo. Vi sono inoltre di-
plomi o documenti che sembrano
originali, né altro sono che copie
formate ad imitazione di quelli, e
si può facilmente comprendere
quanto si possa prendere abbaglio
nel ti-ascrivere. Sulla indizione va
consultato il Glossario del Du Fre-
sne,
INDOVINO, INDOVINA. Que-
gli o quella che pretende di pre-
dire il futuro e che viene consul-
tato per quest'oggetto. La Scrittu-
ra condanna la divinazione, gl'indo-
vini e quelli che li consultano :
essa tratta questa arte di abbomi-
nazione , ed ordina di lapidare
quelli che la esercitano. La divi-
nazione ossia predizione certa ed
infallibile degli avvenimenti con-
tingenti non conviene che a Dio
solo, onde proviene il dirla divi-
IND
nazione, come chi dicesse divina
azione. La divinazione degli indo-
vini è quella scienza vana e su-
perstiziosa per la quale alcuni pre-
tendono indovinare le cose na-
scoste o future, per la invocazione
esplicita od implicita del demonio.
Ecco alcuni canoni di concilii con-
tro gl'indovini e la divinazione.
» Quelli che fanno uso di divi-
nazione come i gentili, o che fan-
no entrar in casa loro persone
per isciogliere incantesimi, faran-
no sei anni di penitenza. Can. di
s. BasiL ep. can. Quelli che sie-
guono le superstizioni de'pagani, e
consultano gì' indovini o introdu-
cono persone in casa sua per i-
scoprire o fare de'malefizi, staran-
no cinque anni in penitenza, tre
anni prostrati, e due anni senza
offrire. C. di Ancir. an. 3i4j c.
24- Si condannano a sei anni di
penitenza gì' indovini e quelli che
li consultano, i conduttori d'orsi,
i dicitori di buona ventura, ed al-
tri siffatti generi di ciarlatani. C.
in Trullo can. 6 1 ".
INDULGENZA. Remissione del-
la pena temporale dovuta al pec-
cato. Il nome d'indulgenza provie-
ne dal verbo indulgere, far grazia,
ch'è lo stesso che rimettere, reniit-
tere , perdonare, accordar grazia,
donde ne deriva la parola latina
reniissio , remissione, perdono. E
perciò il tit. IO delle decretali
sulle indulgenze è: De poenitenliis
et remissionibiis^ e le indulgenze
sono dette dal Papa Alessandro
III remissione, remissiones; termi-
ne che la Chiesa sembra aver pre-
so non dair uso che avevano gli
imperatori in certi giorni di pub-
blica allegrezza di accordare la con-
donazione de' tributi che il princi-
pe imponeva a'popoli, o la remis-
IND 267
sione generale dei delitti e delle
pene alle quali i colpevoli avreb-
bero dovuto essere condannati se-
condo il rigore stabilito dalle leg-
gi, come si può vedere nel lib. IX
del codice Teodosiano, tit. de In-
dulg., ma bensì dalla sacra Scrit-
tura che dice al cap. 61 d'Isaia:
Spiritns Domini. . . . misit me ut. . .
praedicarem captivis indulgentiam
seu remissioneni ^ come al cap. 4
di s. Luca. La parola indulgenza
presa in detto senso, riguardo al-
la condotta piena di bontà e di
condiscendenza di cui Dio e la
Chiesa fanno uso verso de' peccato-
ri col rimetter loro la pena dovu-
ta ai loro peccati, si trova ancora
presso i santi Cipriano, Paciano,
Ambrogio, Girolamo ed Agostino.
Sebbene la parola indulgenza si
trovi presso gli antichi padri del-
la Chiesa nella maniera accennata,
pure si deve riflettere, che per
esprimere propriamente ciò che si-
gnifica indulgenza, hanno sovente
fatto uso delle voci remissione, ri-
serva, condonazione e perdono. Il
che prova che la stessa idea cat-
tolica era diversamente, cioè con
diverse parole, significata dai santi
padri, poiché si esprimeva il dom-
ma; ed in questo tutti erano d'ac-
cordo, ma le parole erano diverse
e varie secondo i diversi autori.
Come in seguito poi le cose sacre
andavan prendendo formole scien-
tifiche e più precise, anche per
contrastare con la precisione delle
parole alle bizzarrie degli eretici e
de'novatori, così la parola indul-
genza si adattò dai teologi quasi
da tutti concordemente per dino-
tare la comune credenza della
Chiesa intorno a questo domma, e
se ne dettero definizioni esatte. Si
rinvengono in fatti varie definizio-
»68 IND
ni dcir indulf^en/a presso gli sco-
lastici del secolo XII e XIII, co-
me allresl presso i moderni dot-
tori ; ina siccome esse combinano
tnlte tra di loro quando bene si
inleiidaiio, così riporteremo quella
che dà Silvioj perchè sembra som-
ministrare un'idea più chiara e più
distinta di questa sorta di grazia,
che la Chiesa concede di tanto in
tanto a* suoi figli. Sì può adunque
definire 1* indulgenza, dice questo
teologo, una remissione delia pena
temporale dovuta a' nostri peccati,
dopo esserci stata rimessa la colpa
e la pena eterna, che la Chiesa
benignamente ci concede fuori del
sacramento della penitenza per mez-
zo del ministero di quelli a' quali
da Gesù Cristo è stata commessa
la distribuzione ed applicazione del
tesoro spirituale delle sue grazie.
Si dice indulgenza, perchè è una
grazia ed una remissione favore-
vole, che fa la Chiesa al peccatore,
della pena, la quale ha egli meri-
tato co' suoi peccati. Si dice una
remissione, poiché per mezzo della
grazia annessa all' indulgenza, la
Chiesa perdona a' peccatori le pe-
ne che hanno essi meritalo. Si
aggiunge della pena temporale do-
vuta a nostri peccali, vale a dire
di quella che si dovrebbe subire
dinanzi a Dio, e secondo il rigore
de' canoni nel foro interiore, giac-
ché r indulgenza non ci esenta da
quella^ che si deve subire nel fo-
ro contenzioso esteriore, o eccle-
siastico o civile, essendo simil sorta
di pene imposte per il bene dello
stato, ed il buon ordine della so-
cietà. Dopo esserci stata rimessa
la colpa e la pena eterna: parole
le quali ci vengono ad indicare che
per quanto ampie sieno le indul-
genze che la Chiesa concede a'fe-
IND
deli, queste non rimettono giammai
la colpa del peccato né la pena
eterna la quale uno si merita, non
avendo la Chiesa alcuna potestà di
rimettere una tal pena, come rile-
va il ven. cardinale Bellarmino
lib. I, de Indulg. e. 3, se non nel-
la amministrazione de' sacramenti.
Queste parole fuori del sacramen-
to significano, che i vescovi non
già per virtù de' sacramenti, ma
bensì per virtù della giurisdizione
che hanno essi ricevuta da Gesù
Cristo, ci rimettono la pena do-
vuta a'nostri peccati col concedere
le indulgenze. Questa remissione
della pena temporale si fa fuori
del sacramento, nel che essa diver-
sifica da quella che si fa nel sa-
cramento stesso, o che corrisponde
alle disposizioni più o meno per-
fette dei penitenti. Si aggiunge per
mezzo del ministero di quelli a qua-
li e stata da Gesù Cristo com-
messa la distribuzione del tesoro
delle sue grazie, giacche una tal
podestà non si ha da lutti i mi-
nistri della Chiesa, non essendovi
che il Papa ed i vescovi, i quali
abbiano l'autorità di concedere in-
dulgenze. Finalmente si dice, ai
quali è stata da Gesù Cristo com-
messa la distribuzione del tesoro
delle sue grazie; e ciò dimostraci
che la virtù delle indulgenze deri-
va dai meriti sovrabbondanti di
Gesù Cristo, della Beata Vergine,
e dei santi, come suoi membri, che
i prelati offrono a Dio ed appli-
cano a'fedeli per soddisfare ai loro
peccati, e che formano, secondo la
espressione dei padri del conciljo
di Trento, sess. i, cap. 9, un te-
soro celeste della Chiesa, la cui di-
stribuzione è stata da Gesù Cristo
commessa a'suoi pastori, allorquan-
do egli disse ai suoi apostoli, Matt.
IND
1 8 : Tiittocio che scioglier eie sulla
terra sarà sciolto ne'cicli. Questo
potere di accordare le indulgenze,
non è un potere di ordine ma di
giurisdizione, non è un potére di
ordine, perchè se lo fosse ogni sa-
cerdote ne potrebbe accordare; è
un potere di giurisdizione, perchè
non può esercitarsi che sopra per-
sone le quali siano sottomesse al-
l'autorità di colui che le dà.
Dell' origine delle indulgenze _, e
dell' esistenza o della verità del
fondamento delle indulgenze^ non
che delle loro diverse sorta.
Avendo Gesù Cristo data ai pa-
stori della Chiesa la podestà di ri-
mettere i peccati, spelta ad essi
ancora imporre ai peccatori peni-
tenze o soddisfazioni proporzionate
al loro bisogno ed alla gravezza
delle loio colpe, e \i possono es-
sere delle ragioni di diminuire il
rigore, od abbreviare la durata
di queste pene; conseguentemente
spetta al sommo Pontefice ed ai
vescovi concedere le indulgenze. I
primi esempi dell'esercizio ed an-
tichità di tale autorità risale al
tempo degli apostoli , dalla quale
epoca ha sempre la Chiesa eserci-
tata la podestà di concedere le in-
dulgenze. Questo si può provare
coir esempio di s. Giovanni , il
quale concedette senza dubbio u-
na grande indulgenza a quel gio-
vane divenuto capo di ladroni, di
cui riferiscono la storia s. Clemen-
te Alessandrino, ed Eusebio di Ce-
sarea , imperciocché e' insegnano,
che questo santo apostolo promi-
se al giovane di soddisfare per lui
dinanzi a Dio; che lo fece colle sue
lacrime, colle sue preghiere e coi
suoi digiuni, e finalmente che lo
IND 269
ristabilì in pochissimo tempo nella
chiesa. Or ciò non si j)otè fare
da questo santo apostolo, se non
in virtù delle indulgenze, attesi gli
orribili delitti di cui il giovane
qual capo de'ladroni era colpevole.
L' altra prova per mostrare che
gli apostoli si sono serviti della
podestà delle indulgenze, si rileva
dalla condotta tenutasi da s. Pao-
lo riguardo all' incestuoso di Co-
rinto. Avendo quest'uomo con fe-
deltà ed esattezza adempito una
parte della penitenza che V aposto-
lo aveagli imposto, giudicò questi
a proposito pel bene dell' anima
sua, e in considerazione delle la-
crime che i coiinti avevano spar-
se pel suo delitto, di condonarglie-
la, e quindi concedere l'indulgenza
di una parte delle pene, che me-
ritava subire per la colpa da lui
commessa. Basta , dice l'apostolo,
scrivendo a' corinti riguardo a que-
sto incestuoso penitente, ch'egli
abbia subito la correzione e la
pena impostagli dalla vostra adu-
nanza , ed ora dovete trattarlo
con indulgenza, e consolarlo per
timore che non sia oppresso da u«
na eccessiva tristezza. Quel che voi,
aggiunse 1' apostolo, gli concedete
per indulgenza, lo concedo io al-
tresì. Imperciocché se io stesso mi
servo dell'indulgenza, me ne servo
a cagione vostra in nome e nella
persona di Gesù Cristo. Vedesi da
questo passo : che l'incestuoso era
stato penitenziato per cagione del
suo delitto; che avea egli con u-
miltà e sommessione subito la pe-
nitenza ; che favea eziandio adem-
pita fino allora con tutta la esat-
tezza possibile, a segno di far cre-
dere che r eccesso della tristezza
e della penitenza non venisse ad
opprimerlo; che in vista di ciò e
a7« INO
delle lagrime che i corinti aveano
sparse pel suo delitto, 1' apostolo
giudica conveniente di trattarlo con
indulgenza, rimettendogli una par-
te della sua penitenza ; che viene
a ciò fare pel bene e la salute
dell'anima sua^ e airmchè Sata-
nasso non riportasse di lui alcuna
vittoria; ch'egli si serve di questa
podestà in nome di Gesù Cristo;
finalmente che i corinti non avea-
no questa podestà di fargli questa
giazia, ma che 1' avevano da lui,
poiché niuno vi ha se non gli a-
postoli, e quei che sono rivestiti
della loro autorità, i quali abbia-
no la podestà di concedere l'indul-
genze : Cui autem aliquid donastis,
et ego. Trovasi dunque, come ab-
biamo detto, in questo solo passo
non solamente una prova incon-
trastabile che gli apostoli siansi
serviti della podestà delle indul-
genze, ma altresì un perfetto com-
pendio di tutto quel che la Chiesa
insegna riguardo a tale materia.
Quindi è che i santi padri non
^mancarono di farvi seria riflessio-
ne, e se ne servirono per difende-
re le indulgenze che la Chiesa con-
cede in alcune occasioni ai suoi
figli.
Il p. Chardon nella Storia dei
sacramenti , parlando nel t. II,
lib. I, cap. Ili, della penitenza e
del foro ecclesiastico, e della facol-
tà de' vescovi di accorciare il tem-
po della penitenza in favore di
quelli che davano certi contras-
segni del loro dolore, dice quanto
segue. Quantunque vi fossero leggi
generali, e per cosi dire locali, che
regolavano 1' ordine e il tempo
della penitenza, egli è certo non-
dimeno che i vescovi avevano di-
ritto di accorciarlo, e di fare al-
cune mutazioni nella maniera ed
IiND
ordine di eseguire la penitenza ca-
nonica. Diritto fondato sul riflesso
ch'essi erano gli eredi non solo
dell'autorità di Cristo, ma eziandio
della sua carità, e si considerava-
no tutto ad un tratto come giu-
dici, padri e pastori de' fedeli a
loro commessi. Questo punto è im-
portante, poiché è l'origine di quel-
le che oggidì chiamiamo indulgen-
ze. Bisogna dunque provarlo con
autorità, a cui replicar non si
possa. Il concilio Niceno nel can.
12 si espi ime così. Chiunque pe-
netrato dal timore di Dio testifi-
cherà colle sue lacrime, colla sua
pazienza e buone opere d' avere
realmente cangiata vita, sarà pel
merito delle orazioni ristabilito nel-
la comunione, dopo aver compiuto
il tempo assegnato per questa sta-
zione degli uditori. Oltre di che
è permesso al vescovo usare mag-
gior dolcezza con lui. Ma per quel-
li che non sono compunti, e poco
apprendono lo stato in cui la col-
pa gli ha ridotti , e credono' che
basti venir alla chiesa per conver-
tirsi, non si diminuisca loro il tem-
po segnato per la penitenza ". Il
concilio di Ancira non è men chia»
ro in tal punto, e dà ai vescovi
la facoltà non solo di sminuire il
tempo della penitenza, ma ancora
di prolungarlo, se lo credono van-
taggioso pei peccatori. Dice il can.
5. « Noi abbiamo ordinato che i
vescovi, dopo aver esaminato come
si portino i penitenti, possano u-
sare loro clemenza, o allungare il
loro tempo. Prima di tutto ri-
cerchino la loro vita passata e
la posteriore, e poi usino clemen-
za verso di loro". Cosi dicono quei
padri i cui canoni fanno parte del
codice generale della Chiesa. Lo
stesso avevano comandato nel se*
IND
condo loro canone, che riguarda
la penitenza de'chieiicì. « Voglia-
mo che i vescovi, esaminata la
vita loro, possano usar clemenza o
prolungare il tempo di loro peni-
tenza. Ma soprattutto abbiano mi-
ra alla loro vita precedente e sus-
seguente, e si regolino sopra ciò
nell'usar clenienza con loro'*. Mol-
ti altri concilii, tra'quali quelli di
Neocesarea e di Laodicea, suppon-
gono ne' vescovi la podestà di usar
indulgenza co'penitenti, abbrevian-
do loro il tempo di penitenza, o
almeno permettendo che lo ab-
brevino : quello di Laodicea tenu-
to nel IV secolo, vuole che si usi
indulgenza riguardo a' peccatori i
quali colla penitenza danno con-
trassegni di vera conversione ; e
quello di Neocesarea, tenuto poco
prima del Niceno, concesse indul-
genze alle femmine eh* erano in
penitenza. Soggiunge il medesimo
p. Chardon lib. Il, cap. 8, trat-
tando dell* indulgenza che usava
la primitiva Chiesa verso i pecca-
tori penitenti, che i vescovi avea-
no sempre avuto una somma au-
torità circa la disciplina della pe-
nitenza, accorciandone o prolun-
gandone il tempo per giuste ca-
gioni , tre delle quali erano le
principali: cioè, la prima il fer-
vore straordinario de*penitenti, che
gli spingeva ad affliggersi senza ri-
sparmio, e ad abbracciar con gio-
ia i prescritti travagli; la seconda
la vicinanza della persecuzione, che
obbligava i vescovi a riconciliare i
penitenti prima che avessero fini-
to il corso di penitenza, per poter
loro dare la santa comunione co-
me preservativo contro i pericoli
a*quali gli esponeva la furiosa tem-
pesta ; la terza era le raccoman-
dazioni o libelli de'martiri e cou-
IND 271
fessori, in considerazione delle qua-
li si rimetteva a'penitenti una por-
zione delle pene; questo privilegio
de'martiri e confessori è assai più
antico di Tertulliano, e tale prero-
gativa era nota non solo in Roma
ed in Africa, ma ancor nelle Gallie.
Nel terzo secolo l'uso delle indul-
genze era si comune nella chiesa
romana, che s. Cipriano e il cle-
ro romano, essendo vacante nell'an-
no 260 la sede pel martirio del
Papa s. Stefano I, si credettero in
obbligo di correggere gli abusi at-
tesa la facilità de' martiri di dare
biglietti ai vescovi per chi era
caduto, a riguardo de'quali si so-
leva rimettere ad essi la pena do-
vuta alle loro colpe. Pamelio sco-
liaste di s. Cipriano dice che eb-
bero principio le indulgenze dai
libelli o biglietti de'martiri, ch'e-
rano suppliche ch'essi essendo rin-
chiusi nelle prigioni facevano ai
vescovi, perchè a loro riguardo ab-
breviassero le penitenze loro in-
giunte. Altre prove dell'antico uso
delle indulgenze l'abbiamo dal quar-
to concilio di Cartagine del 398,
in cui i padri le concessero ai pe-
nitenti infermi ; quei del primo
concilio di Agde del 5o6 le accora
darono ai peccatori penitenti, cosi
quelli del concilio di Tribur adu-
nato nel IX secolo. L'indulgenza
delle Stazioni {^Vedi) vuoisi co-
minciata al tempo di s. Gregorio L
11 Surio narra che s. Leone III
concesse indulgenze a varie chiese
di Germania.
Quanto all'esistenza ed alla ve-
rità del fondamento delle indul-
genze, è un punto di fede deci-
so contro i valdesi , i viclefìsti ,
gli ussiti , i luterani e i calvini-
sti, che la Chiesa ha il potere di
accordai'e delle indulgenze, e che
i'}i IND IIVD
quest'uso è salutare a'fedeli. Tale logi che se dopo avere degnamen-
polere della Chiesa è slnhililo sul- te acquistato un'indulgenza pleua-
ia Scrittura, sulla tradizione dei ria, ci toccasse la sorte di morire,
padri, e sui concilii, ed a quelli direttamente si anderehhe al pa-
memorati aggiungiamo i couciiii di radiso ; lo stesso dicasi delle ani-
Carlagine IV, can. 2, 17, 54, e me del purgatorio, qualora in loro
84; di Laterano del 11 16; di sufìragio da noi si conseguisse una
Costanza sess. i5;edi Trento sess. indulgenza plenaria e che ad esse
25. Decretò quest' ultimo conci- sia applicahile, se si degna la di-
llo : M Avvegnaché la Chiesa len- vina giustizia di accettarla. Dell'in-
ga da Gesù Cristo la facoltà di dulgenza plenaria in articido mor-
accordare indulgenze , e fin dal tis, se ne tratta all'articolo Bene'
primo secolo di sua età abbia u- dizione [Fedi). 11 medesimo moti-
sato di questo potere ch'ella avea -vo poi che indusse Clemente VI
ricevuto da una mano divina; il ad accorciare il tempo alla cele-
santo concilio dichiara, che non si brazione dell'anno santo prescritto
può dispensarsi dal conservarne Tu- centenario da Bonifacio Vili, e da
so, ma vuol che se ne faccia la lui ridotto a cinquanl'anni, quello
dispensa colla stessa prudenza e di Urbano VI che lo stabilì ad 0-
moderazione , come facevasi un gui trentatre anni, e quello di Pao-
tempo, affinchè una troppa facilità lo li che determinò di celebrarsi
Don introduca il rilassamento nella l'anno santo del giubileo, di ven-
Chiesa ". Le indulgenze poi sono ticinque in venticinque anni, affine
di diverse sorfa, e si dividono in di concedere ad un maggior nu-
plenarie, e non plenarie o parziali, mero di fedeli il mezzo di poler-
L'indulgenza plenaria è quella col- sene approfittare , mosse Alessan-
la quale si ottiene la remissione dro VI e i suoi successori a di-
di tutta la pena temporale dovu- spensarli dal portarsi a Roma ,
ta al peccato, sia in questa vita, permettendo a ciascuno di lucrar-
sia nell'altra, quando si ha la for- lo nella sua diocesi, facendo in es-
tuna di guadagnarla pienamente, sa quel tanto che viene prescritto
Questa indulgenza è la stessa in dalle loro bolle. Si deve ancora
sostanza di quella delTanno san- riflettere che i Pontefici molto
to del giubileo, che il Pontefice spesso concedono indulgenze pie-
Bonifacio Vili chiama più piena narie, le quali chiamausi secondo al-
e pienissima, plcnioreni et plenis- cuni impropriamente Giubilei [Fé-
simam, di che trattammo all' arti- di), perchè si concedono in forma
colo Jnno Santo {Fedi)^ da lui ri- di giubileo, ad instar Juhileì, co-
stabilito nel i3oo. Il termine di me lo chiama Sisto IV nella sua
plenior aggiunge soltanto alla in- bolla del i^jZ. Non havvi tuttavia
dulgenza plenaria il potere straor- altro divario da queste indulgenze
dinario conferito ai confessori di a quelle del giubileo, se non che
assolvere dalle censure e dai casi esse si concedono in ogni tempo,
riservati, e quello di pienissima il né sono istituite soltanto per coloro
potere di dispensare o commutare i quali visiteranno le basiliche di
dai voti semplici, e da altri vin- Roma. I Pontefici sono soliti di
coli simili. Affermano diversi teo- concederle presentemente eziandio,
IND
cioè da Sisto V in poi, neirantio
delia loro esaltazione al pontificato,
come ancora nelle gravi necessità
della Chiesa, e per quelle altre
circostanze che notammo al citato
articolo. Sì possono consultare il
p. d. Sebastiano Fabrini silvestri-
no, nella Dichiarazione del giu'
hileo dell'anno sanlo^ nella quale si
tratta del modo di conseguirlo e
di fare il pellegrinaggio di Roma,
con la risoluzione di molti dubbi
bellissimi sopra questa materia ^
Roma 1600. Andrea Vittorelli ,
Historia de^ giubilei pontificii, ec.
ove sono cose di erudizione eccle-
siastica e di pio ammaestrafnenio,
con una istruzione per prepararsi
all'acquisto del giubileo, con l'e-
sempio di s. Carlo, Roma i6i5.
L'odierno vescovo di Le Mans
monsignor Gio. Rattisla Bouvier
è autore del Trattato dommatico
e pratico delle indulgenze, delle
confraternite, e del giubileo ad uso
degli ecclesiastici, la cui ottava e-
dizione fu pubblicata nel i843.
L'indulgenza non plenaria o par-
ziale è quella la quale non rimet-
te che una parte della pena tem-
porale dovuta al peccato, come le
indulgenze di molti giorni, di mol-
te settimane, di molte quarantene
o di molti anni ; vale a dire che
questa sorta d'indulgenze rimetto-
no altrettanti giorni o anni di pe-
nitenza, quanti se ne dovevano fa-
re in questa vita o nell' altra di
pena temporale, secondo gli antichi
canoni della Chiesa detti peniten-
ziali, per i peccati commessi ; esse
rimettono anche la pena di cui
siamo debitori alla giustizia divina,
e che corrisponde alla penitenza
canonica espressa nell' indulgenza,
ma che Dio solo conosce. Inol-
tre le indulgenze si dividono in
VOL. xxxiv.
IND oy3
temporali, cioè che non sono che
per un tempo determinato, come
per sette anni ; in indefinite, che
sono accordate senza definizione di
tempo ; ed in perpetue, che si ac-
cordano per sempre. Le indulgen-
ze indefinite sono della stessa na-
tura che le perpetue, e le perpetue
lo sono veramente, e non han-
no bisogno di essere rinnovate do-
po venti o ventitre anni come
pretendono diversi autori. Le in-
dulgenze si dividono pure in lo-
cali, reali e personali. L'indulgenza
locale è attaccata ad un dato luo-
go, come ad una chiesa, cappella,
ec. Si acquista visitando quel luo-
go ed osservando tutte le condi-
zioni prescritte. L'indulgenza reale
è quella eh' è attaccata a certe co-
se mobili e passeggiere, come ro-
sari, corone, crocefissi e medaglie
benedette, ed accordata ai fedeli
che portano tali cose con divozio-
ne osservando le opere ingiunte.
L' indulgenza personale è quella
che viene accordata immediatamen-
te ad alcune persone in particola-
re, o in comune alle persone per
esempio d' una data confraternita!
o altra pia congregazione. Tali per-
sone possono guadagnare simili sor-
ta d'indulgenze in qualunque luogo
esse siano, sane, inferme, o mori-
bonde. Vi sono anche delle indul-
genze che si chiamano di penitenze
ingiunte, e queste significano che
noi otteniamo la remissione di al-
trettanta pena dovuta ai nostri
peccati al tribunale di Dio, quanta
ne avressimo potuto pagare colle
penitenze canoniche , o con quelle
che sarebbero ingiunte a tutto ri-
gore dal sacerdote.
iB
174
IND
Delle cause delle indulgenze^ e di
{jitelli che hanno il diritto di
concederle.
Si distinguono dai teologi quat-
tro sorta di cause: l'efficiente, che
produce l' effetto ; la finale o mo-
tiva, che determina all'azione; la
materiale, che consiste nel soggetto
o materia della cosa ; la formale,
che costituisce la sua essenza. La
causa formale delle indulgenze, che
ne costituisce la essenza, consiste in
tutte le parti che sono loro essen-
ziali, e che risultano dalla loro
stessa definizione. La causa mate-
riale ex qua^ è il tesoro stesso del-
la Chiesa j la causa materiale in
qua, è il soggetto di cui poi par-
leremo. La causa finale o motiva,
è la ragione che determina il pre-
lato ad accordar l'indulgenza; ra-
gione che dev* essere giusta e pro-
porzionata alla natura delle indul-
genze che accorda, giacche senza
questa proporzione le indulgenze
diverrebbero perniciose a'fedeli, fo-
mentando la loro indolenza ed im-
penitenza, ed ispirando anche dis-
prezzo verso le chiavi della Chie-
sa, come dice Innocenzo III nel
concilio di Laterano, e. cum ex eo
i4, de poenit. D'altronde i prelati
non sono gli arbitri assoluti dei
tesori della Chiesa, essi non ne sono
che dispensatoli, e non ne possono
disporre senza una giusta ragione.
Le principali ragioni, secondo Sil-
vio, sono : la costruzione e la con-
sacrazione delle chiese, la conver-
sione degl' infedeli , V estirpazione
delle eresie, la divozione de' fedeli
\erso i santi e la Sede apostolica,
la gloria de'marliii, il pericolo dei
mali spirituali o temporali. Ai ri-
spettivi articoli del Dizionario si
tratta delle indulgenze concesse a
IND
quelli che prestarono aiuto nelle
guerre o guerreggiarono contro gli
infedeli, maomettani e saraceni, ere-
tici ed altri nemici della Chiesa
cattolica ; e Nicolò V le concesse
nel i4't'3 a quelli che cooperarono
al ristabilimento delle mura di Me-
dina Sidonia abbattute dai mori.
Quanto alle indulgenze per la co-
struzione o ristauri delle Chiese
(P^edi), non solo può consultarsi
tale articolo, ma altresì Fabbrica.
Anche qui noteremo che avendo
Leone X nel iSiy fatto pubbli-
care le indulgenze plenarie in fa-
vore di quelli che contribuissero
limosine alle spese della guerra
contro il sultano Selim I, che fa-
ceva tremare tutta l'Europa dopo
aver soggiogato l'Egitto, come alla
riedificazione della basilica di san
Pietro, fu cagione dell' eresia dei
Luterani (Vedi). Dappoiché essen-
do soliti gli agostiniani promulga-
re le indulgenze per la Germania,
ed avendone avuto questa^ volta
l'incarico i domenicani, l'agostinia-
no Giovanni Staupitz vicario ge-
nerale del suo ordine, ne concepì
un vile dispetto, che fece passa» e
nell'animo impetuoso del correli-
gioso Martino Lutero, il quale fu-
riosamente si scagliò contro l' in-
dulgenze, e diede in quegli eccessi
che fu cagione d' immensi mali, e
della perdizione d'innumerabili ani-
me. Come le indulgenze possano
applicarsi per le cose temporali, va
letto s. Tommaso qu. 1 1 , ar. 3,
lib. IV Sententiar, Essendo poi la
causa efficiente principale dell' in-
dulgenze Gesù Cristo, le cause se-
condarie e meno principali sono
tutti coloro che hanno diritto di
accordare delle indulgenze, come i
concilii, i Papi, i vescovi ed alcu-
ne altre persone nel modo che an-
diamo a dire. I conciliì generali,
rappresentanli tutta la Chiesa, han-
no diritto di accordare ogni sorta
d'indulgenze in tutta la Chiesa, non
solamente quando il Pontefice vi
assiste in persona, ma anche quando
non vi assiste che col mezzo dei
suoi legati o quando è morto. Sul-
la potestà che hanno i concilii ge-
nerali di concedere le indulgenze,
comprese le plenarie, sono a ve-
dersi il Bellarmino , De Indulg.
lib. I, cap. II; Navarro, De Jubii,
notab. 3 f , n. 2 ; Domin . a Soto
in 4) <list. 3i, q. I, art. 4- Infatti
r indulgenza che fu conceduta nel
concilio di Clermont, celebrato sot-
to Urbano II, fu plenaria, come si
legge nel can. 2. 11 concilio di Pi-
sa del 1409 concedette l'indulgen-
za plenaria a tutti quelli che vi
avevano assistito, e che aderissero
al concilio. Quello di Basilea ne
concedette parimenti una simile. I
concilii provinciali hanno sovente
conceduto indulgenze. Quel di Ra-
venna nel 1817 concedette qua-
ranta giorni d' indulgenza a tutti
gli intervenuti al concilio. I concilii
d'Avignone del i326 e di Beziers
del i35i concedettero dieci giorni
d' indulgenza a quei che facessero
un inchino di capo, allorché si pro-
nunziasse il nome adorabile di Ge-
sù. Più giorni d'indulgenza, per
secondare simili esercizi di divozio-
ne, concedettero ancora i concilii
di Lavaur nel 1 368 , di Narbona
nel «394, e di Colonia nel i^iZ.
Non trovasi per altro in alcun luo-
go, che i concilii provinciali abbiano
conceduto indulgenze plenarie. Il
Papa essendo il vicario di Gesù
Cristo in terra, ed il capo della
Chiesa universale, può accordare di
diritto divino ogni sorta d' indul-
genze in tutta la Chiesa, e questo
IND 275
potere è egualmente fondato sulla
Scrittura, sulla tradizione, sulle de-
cisioni de'concilii,e sull'uso costante
che i Pontefici ne hanno fatto.
Tutti riguardo al Papa sono
convenuti ch'egli abbia una piena
autorità di concedere indulgenze a
tutti i fedeli sì plenarie che altre
simili, le quali giudica poter con-
tribuire alla maggior gloria di Dio,
e al bene maggiore della Chiesa.
I Papi sono stati sempre in tal
possesso, e nessuno fuorché gli ere-
tici glielo hanno contrastato. Sono
essi che hanno stabilito gli anni
santi ed i giubilei, e che hanno
concedute le prime indulgenze ple-
narie; per lo che bisogna conve-
nire che la loro autorità non ha
in questo altri limiti, che l'obbli-
go in cui si trovano di condursi
come fedeli distributori de' tesori
della Chiesa, vale a dire del prezzo
del sangue di Gesù Cristo, il qua-
le non dev'essere distribuito se non
con tutta la circospezione e pru-
denza possibile, regolandosi le in-
dulgenze secondo i bisogni della
Chiesa, e con saggia proporzione
per la salvezza de' fedeli. Alcuni
celebri autori osservano che le pri-
me indulgenze plenarie sono state
concedute in favore delle Crociate
(Fedi), come il Tomassini, DiscipL
eccL par. 4> 1- '> ^^P* 7^* ^^o"^' ^^'
E in verità il Maldonato, De poen.
qu. de indulg. tom. Il, par. 2,
p. 319, dice che non si legge nei
concilii che sia stata conceduta in-
dulgenza di questa natura prima
del concilio di Clermont del logS
celebrato sotto Urbano II, in cui
si concedette una plenaria indul-
genza a tutti quelli i quali si ascri-
vessero alla crociata per riconqui-
stare la Terrasanta. Eugenio III
ne concedette una simile , e pel
276 IND
medesimo motivo, che pubblicò s.
Bemai'do nel ii4^» ed Innocen-
zo Ili nel 12 15; il che si è con-
tinuato a fare in appresso e per
detta cagione, o per altri motivi,
come si può vedeie ne* decreti dei
concilii e nelle bolle di Bonifacio
Vili, Clemente V, Martino V, ec.
Ma prima di tal tempo ossia delle
crociate si andava assai riservato
in concedere indulgenze. 11 mede-
simo Maldonato osserva che i con-
cilii anteriori a quello di Clermont,
furono soliti concedere non più di
sette anni d' indulgenza. Ed i Pa-
pi stessi, giusta la riflessione del
Baronio, prima delle guerre di Ter-
rasanta non concedevano indul-
genze più d'un anno, come ripor-
ta all'anno 1177, n. 49- '^ "me-
desimo all'anno 11 82 narra che
Innocenzo II avendo dedicato la
chiesa del monistero de' cluniacensi ,
nel qual tempo furono consagrati
i ventisei altari, concesse a chi nel-
r anniversario della dedicazione a-
vesse visitato la chiesa , la remis-
sione di quaranta giorni della pe-
nitenza ingiuntagli. Inoltre il Ba-
ronio scrive all'anno 847 aver let-
to in un antico marmo che Ser-
gio II avea concesso l' indulgenza
di tre anni e di tre quarantene a
lutti coloro che visitassero la chie-
sa de' ss. Silvestro e Martino di
Koma, alla quale avea trasferito
molti corpi di santi; ma Papebro-
chio , Mabillon e Pagi dubitano
dell'antichità della lapide. Racconta
il Malaterra che nel io63 Ales-
sandro Il spedì al duca di Cala-
bria Roggiero vincitore de' sarace-
ni, uno stendardo benedetto, con-
cedendo a quelli che procurassero
liberare dalle mani degl' infedeli
porzione della Sicilia , indulgenza
plenaria, ed assoluzione delie colpe
IND
delle quali avessero intero penti-
mento. I legati apostolici, per com-
missione del Papa, possono accor-
dare delle indulgenze in tutti i
luoghi della loro legazione. I car-
dinali preti nei loro titoli , ed i
cardinali diaconi nelle loro diaco-
nie possono concedere cento giorni
d'indulgenza nel possesso che pren-
dono di tali loro chiese. Inoltre
possono concedere cento giorni di
indulgenza i cardinali preti tutte
le volte che pontificano o assistono
nei loro titoli, ne' giorni della sa-
cra, nelle feste de* santi titolari ,
ed in altre simili funzioni. Altret-
tanto possono concedere nelle dia-
conie i cardinali diaconi, se assi-
stono negli indicati giorni e feste
nelle medesime. Anticamente i car-
dinali solevano sottoscrivere ed ap-
porre il loro sigillo alle bolle pon-
tifìcie per concessioni d'indulgenze.
I vescovi hanno anche per di-
ritto divino il potere di accordare
delle indulgenze ai loro diocesani ,
perchè essi ne sono i capi di di-
ritto divino, e perchè hanno una
giurisdizione esteriore, alla quale è
attaccato questo potere che i conci-
lii possono nondimeno restringere,
come fecero in fatti, perchè esso è
loro subordinato per l' istituzione
divina. Da ciò proviene che alcu-
ni vescovi, avendo abusato del loro
potere in questa materia con con-
cedere indulgenze superflue, il IV
concilio Lateraneuse celebrato nel
12 15 da Innocenzo III, col can.
62 li privò del diritto ch'essi ave-
vano di accordare delle indulgenze
plenarie, perchè esponevano a dis-
prezzo le chiavi spirituali della Chie-
sa, e Io circoscrisse alla concessione
di un anno d' indulgenza alla de-
dica d'una chiesa, tanto se la ce-
rimonia si faccia da un solo vesco-
IND
vo che da molli, dappoiché il Pa-
pa stesso fornito della pienezza di
poleslà non era solito concedere
pili d'un anno ; e di quaranta gior-
ni in altre occasioni, e per giuste
ragioni , come per l' anniversario
della dedicazione, la quale resta in
perpetuo. È incerto se questa re-
strizione non riguardi che il foro
esteriore e l' indulgente pubbliche,
e se i vescovi possano sempre ac-
cordare delle indulgenze di molti
anni nel tribunale e foro della pe-
nitenza, non essendo i teologi d'ac-
cordo su questo punto, diversi con-
cedendolo; come anche sul potere
de' vescovi concernente le indul-
genze accordate ai defunti, che al
dire del Bellarmino, del Barbosa,
del Sarnelli e di altri non può
affatto concedersi. La restrizione
di quaranta giorni , Clemente VI
nel i347 l'ampliò a cento all'ar-
civescovo di Benevento Stefano, ciò
che ritennero i di lui successori. Il
regolamento del concilio Latera-
nense passò in gius comune, giac-
che fu posto nelle decretali da Bo-
nifacio Vili , il quale vietò a' ve-
scovi di oltrepassare il numero pre-
scritto dal concilio generale nel
concedere indulgenze. Certo è che
il potere di accordare le indulgen-
ze appartiene al vescovo conferma-
to, benché non consacrato, perchè
egli gode da quell'istante del po-
tere di giurisdizione ch'egli può
esercitare da sé stesso o col mezzo
di un delegato, tanto nel suo pro-
prio territorio, che in un territo-
rio straniero a riguardo soltanto
de' suoi diocesani. Ora ciò che può
un vescovo nella sua diocesi per
rapporto alle indulgenze, un arci-
vescovo lo può in tutta la sua pro-
vincia, dovunque è ricevuta la di-
sciplina delle decretali, la quale ac-
IND 2177
corda questo potere agli arcivesco-
vi. Quanto ai vescovi puramente
litolari o coadiutori, essi non han-
no potere di concedere indulgenze,
perché tale autorità non al carat-
tere ma alla giurisdizione é attac-
cato. Il diritto ne' vescovi di con-
cedere indulgenze dipende dalla po-
testà di giurisdizione non già di
ordine, egregiamente lo spiegò s.
Tommaso, qu. 5, ar. 2, lib. IV
Sententiar. Lo stesso deve dirsi di
alcune dignità capitolari, peniten-
zieri maggiori, e vicari generali dei
vescovi, che non hanno in fatto
d'indulgenze, se non ciò che loro
è accordato da un permesso parti-
colare o da una legittima costu-
manza ; e non è che su di un tal
fondamento che i penitenzieri mag-
giori ed altri accordano cento gior-
ni d' indulgenza. Per ciò riguarda
i capitoli delle chiese caltedraU ,
durante la vacanza della sede ve-
scovile, essi segqono l'uso che tro-
vano stabilito nelle foro chiese cir-
ca alla concessione delle indulgen-
ze. Il Sarnelli, Leti. eccl. tom. IV,
lett. XLIX, trattando delle indul-
genze che può dare un vescovo,
spiega i casi in cui può concedere
nelle lettere i quaranta giorni d'in-
dulgenza, cioè cause pie, come pei'
r edificazione o riparazione delle
chiese, e sostentamento degU ospe-
dali, ed altre simili cause; e che
queste indulgenze non sono sospe-
se ne' giubilei universali, peiché al-
lora il sommo Pontefice sospende
solamente quelle che sono state
concesse o da esso o da' suoi pre-
decessori, come fu dichiarato in un
editto del cardinal vicario d'Inno-
cenzo XII, a' 6 marzo dell'anno
santo 1700, tranne quelle indul-
genze che notammo ai citati arti-
coli Anni Santi e Gujbii-ei, ove si
ayS IND
riportano molte analoghe notìzie a
questo argomento. Soggiunge il Sar-
nelli, che il medesimo cardinale di-
chiarò, che le indulgenze solite a
concedersi dai cardinali legati, nun-
zi apostolici e \escovi , o neh' uso
de* pontificali, o nel dare le bene-
dizioni, o in altra forma solita, re-
stavano nel loro vigore non ostan-
te la generale sospensione delle in-
dulgenze. Inoltre il Sarnelli nel
lom. Vili, ci dà la lett. VI : Per-
che si dice, che il vescovo concede
quaranta giorni della vera indul-
genza. Dopo aver spiegato la pa-
rola veraj conchiude per la tassata,
per la giusta indulgenza, sicché
concedendo il vescovo quaranta gior-
ni della vera indulgenza, vuol dire
che concede quello che può con-
cedere, secondochè gli è stato tas-
sato dal mentovato concilio gene-
rale, perchè se ne dà di più non
vale. JNoteiemo che anco iella cap-
pella pontificia nella formola della
pubblicazione dell' indulgenza vi è
la parola vera : la formola antica
diceva così. « R.mus in Christo
Pater et Dominus, Domiuus JV. Dei
et apostolicae Sedis gratia hujus
*anctae N. Ecclesiae episcopus dat,
et concedit omnibus hic praesen-
tibus quadraginta dies de vera in-
dulgenlia, etc. ". L'odierna formo-
la è questa. » Sanctissimus in Chri-
sto Pater, et Dominus Noster, Do-
minus Gregorius divina providen-
tia Papa XVI dat, et concedit o-
ranibus hic praesentibus annos
et totidem quadiagenas de vera in-
dulgentia, in forma Ecclesiae con-
sueta. Rogate igitur Deum prò fe-
lici slalu Sanclitatis suae, et sauctae
nìatris Ecclesiae". Di quanto ri-
guarda le indulgenze che si conce-
dono dal Papa nelle pontificie fun-
zioni, del modo, e della loro di-
IND
versa specie, a* rispettivi luoghi se
ne tratta all'articolo Cappelle Pon*
TiriciE.
I parrochi, gli abbati mitrati, i
superiori degli ordini religiosi, e qua-
lunque altro sacerdote inferiore ai
vescovi, non possono di diritto co-
mune accordare indulgenze, secon-
do l'opinione più seguita dai teolo-
gi, appoggiata a s. Tommaso, Suppl.
ad 3 p., qu. 26, art. i , il quale
dice non avere i parrochi la po-
destà di scomunicare, e molto me-
no per conseguenza possono avere
quella di concedere indulgenze; im-
perciocché vi ha di bisogno di una
podestà assai più ampia per conce-
dere grazia che per punire. Riflette
s. Giovanni Crisostomo, honi. 4 in
12 ad Cor., che per concedere in-
dulgenza conviene essere rivestito
delia pienezza dell'apostolica auto-
rità. Vi é pure il testo d'Innocen-
zo III, can. 60 del concilio Latera-
nense IV, riferito dal diritto, e. 1 2,
de excessibus prael., decretale Ac-
cedentibus j col quale il Pontefice
medesimo rimprovera severamente
certi abbati, che usurpando i di-
ritti de' vescovi, osavano accorda-
re delle indulgenze, e lo vieta loro
espressamente, tranne il caso di un
permesso speciale, o d'una legitti-
ma costumanza. La ragione è che
appartiene ai soli veri prelati, che
sono i principi del popolo di Dio,
il dispensare i tesori della Chiesa,
e perchè secondo s. Tommaso i
soli vescovi sono veramente prela-
ti, perchè essi soltanto sono i go^
vernatori di tutto il popolo, e quasi
re d'un piccolo regno, quando in
vece i curati e i superiori degli
oi-dini religiosi non sono che come
padri di una famiglia e di una casa,
ed i primi semplicemente coadiu-
tori de' vescovi. Alcuni preti ardi-
IND
rono a' tempi di s. Cipriano di
fare ciò in favore di que' che ave-
vano libelli o biglietti di raccoman-
dazione de' martiri, ma tale impre-
sa parve a s. Cipriano un atten-
tato sì intollerabile, che opponen-
dosi a questo abuso con tutta la
forza episcopale, rimproverò i preti
tanto per la facilità di riconciliare
i peccatori senza aver fatto peni-
tenza, quanto per l'usurpazione d'u-
na podestà eh' essi non avevano.
Cypr. ep. 9. Dice il concilio di
Trento, sess. i4» c- 7 • i'"so della
Chiesa deve servirci di norma per
giudicare dell' autorità che in essa
hanno i suoi ministri ; ora egli è
indubitato, non essere giammai sta-
to in uso presso la Chiesa che i par-
rochi concedano indulgenze; si de-
ve dunque convenire ch'essi non ne
hanno la potestà. Le lettere di afli-
gliazione che i superiori degli or-
dini religiosi accordano ai loro be-
nefattori per comunicar ad essi le
soddisfazioni o i suffragi de' loro
soggetti, non sono dunque indul-
genze, giacche esse non applicano
punto le soddisfazioni passate, ma
soltanto le future, e ciò anche in
via d'impetrazione, e perchè d'al-
tronde questa comunicazione non
si fa col tesoro dei meriti di Gesù
Cristo e dei santi. Del rimanente
quelle indulgenze e suffragi a'quali
per le figliuolanze alcuni ordini re-
golari ammettono i loro amici spi-
rituali e i benefattori, non da essi
stessi religiosi si concedono, come
per l'esercizio di loro potere, ma
per privilegio e potere avutone dai
sommi Pontefici. Il potere di ac-
cordare delle indulgenze essendo
un atto di giurisdizione, i diaconi
e chierici inferiori sono abilitati ad
esercitarlo per commissione, non
COSI i laici. 11 somalo Pontefice
IND 279
concede le indulgenze a viva voce,
e per organo della Congregazione
delle Indulgenze, de Brevi segre-
teria , e de' Memoriali segreteria
(Fedi). La congregazione delle in-
dulgenze ha particolarmente la rap-
presentanza di giudice, destinata a
decidere le questioni che potesse-
ro insorgere intorno alle indulgen-
ze concesse o da concedersi, come
si legge dalla costituzione 36 di
Clemente IX de' 6 luglio 1669, il
quale dichiarò la congregazione per-
petua con ampie facoltà. In tutti
i luoghi soggetti alla Congregazio-
ne di propaganda fide, ch'enume-
rammo a quell'articolo, il Papa
concede l'indulgenze per mezzo del-
la medesima in virtù delle facoltà
concesse alla congregazione tìf£^<7Mm-
quenniuni da Pio Vili, e conferma-
te dal Pontefice regnante ; se ve ne
sono poi delle straordinarie, si do-
mandano al Papa dal prelato se-
gretario. Per breve concede ezian-
dio il Pontefice indulgenze per or-
gano della dateria apostolica, cioè
alle confraternite canonicamente e-
rette. Straordinariamente le accor-
da per qualche funzione o festa
particolare, anche per rescritto della
congregazione de' riti.
Della virtù e degli effetd delle in-
dulgenze ; dei soggetti delle in-
dulgenze j e delle condizioni e
disposizioni necessarie per gua-
dagnare le indulgenze.
Nessuna indulgenza limette la col-
pa del peccato, benché veniale, per-
chè tutte le indulgenze suppongo-
no sempre che la colpa del pecca-
to anco veniale, sia rimessa colla
contrizione e colla confessione, giac-
ché esse indulgenze non accordano
mai la remissione della pena se
38p IND
non a coloro che sono contriti e
confessati. Per il che quando si
trova nel formolario delle indul-
genze la remissione della pena e
della colpa, ciò significa precisa-
mente che il Papa rimette la col-
pa, in quanto egli accorda molte
facilità di rimetterla, come sareb-
bero la scelta d'un confessore, il
permesso di assolvere dalle censu-
re e dai casi riservati, un gran
numero di opere pie che dispon-
gono ad ottenere il perdono del
peccato, e che lo rimettono per
conseguenza non in modo effettivo,
prossimo ed immediato, ma in mo-
^o mediato, dispositivo e prepara-
torio. Parlando il Bellarmino, 1. i
De indulg. e. 7, di quelle concessio-
ni d'indulgenze, in cui si dà la re-
missione della colpa e della pena, a
fulpa et poenUj dice che queste pa-
role altro non significano se non
ch'essendo necessario per acquistar
le indulgenze, che i peccatori sia-
no contriti, e siansi confessati co-
me notasi nella maggior parte del-
le bolle; in questo senso si può
dire, ch'essi guadagnando le indul-
genze, ricevono la remissione della
polpa e della pena de' loro pecca-
ti, vale a dire la remissione della
colpa per mezzo del sacramento
della penitenza eh' è preceduto, e
della pena per mezzo dell'indul-
genza che accompagna il sacramen-
to allorché si riceve. Aggiunge lo
stesso Bellarmino, che per l'istesso
motivo allorquando i Papi dicono
nelle loro bolle che per mezzo del-
l' indulgenza eh' essi concedono ri-
mettono ai penitenti i loro pecca-
ti, o che ne rimettono loro la me-
tà o la terza parte, questa formo-
la deve sempre intendersi per rap-
porto alla pena temporale ai pec-
cati dpyuta, e -pon relati ve^meute
IND
alia colpa, che suppongono essere
slata già rimessa in viitìi del sa-
gramento della penitenza che han-
no prima ricevuta. Ma hanno al-
cuni altri soggiunto: sebbene le
indulgenze immediatamente per sé
stesse non rimettono la colpa del
peccato, nulladimeno si può dire
in buon senso, ch'elleno contribui-
scono alla remissione de' peccati,
non solamente perchè il desiderio
che si ha di acquistarle, ordina-
riamente ispira ai più grandi pec-
catori sentimenti di penitenza, e
li obbliga ad accostarsi a' sacra-
menti; ma eziandio perchè venen-
do elleno a supplire alla mancan-
za per lo naeno di una parte della
soddisfazione, che noi dobbiamo
alla giustizia di Dio, esse ne pro-
ducono Teffetto, il quale si è di
riconciliarsi perfettamente con lui,
e liberarci dalle pene dovute ai
nostri peccati, altrimenti le indul-
genze non ci sarebbero di alcun
vantaggio presso Iddio. Si può di-
re adunque in questo senso che
le indulgenze ci rimettono i nostri
peccati, e che li cancellano , in
quanto ch'elleno ci dispongono e
ci obbligano ad accostarci con san-
te disposizioni al sagramento delia
penitenza, e che concorrono alla
nostra perfetta riconciliazione con
Dio nel supplire a quel che manca
alla soddisfazione che dobbiamo
alla sua giustizia, ed in questo
senso appunto si dà loro altresì
qualche volta il nome di perdona^
come si chiama la indulgenza del-
la Porzìiincula (Fedi).
L'indulgenza rimettendo la pe-
na canonica, la quale se non è più
in uso, era stata stabilita per sod-
disfar la giustizia di Dio, ed espiar
la pena dovuta al peccato, ritnet-
te altresì la pena che si sarebbe
IND
sofferta nel purgatorio, secondo il
giudizio di Dio, e che corrisponde
alla pena canonica , perchè senza
di ciò, dice s. Tommaso in Sup.
qu. 25, art. i, le indulgenze del-
la Chiesa sarebbero più dannose
che utili, perciocché esse non ri-
metterebbero le pene temporali di
questa vita, se non per farne sof-
frire delle più gravi e rigorose
nell'altra, e solo semplicemente ci
dispenserebbero da una pena mo-
mentanea, e perchè d'altronde il
potere delle chiavi sul quale sono
fondate le indulgenze, appartiene
alla vita futura. Non si dee pun-
to dubitare, che questa dottrina
non sia stqta sempre quella delia
Chiesa, come si può vedere in san
Cipriano, il quale ne rende pub-
blica testimonianza in vari luoghi
delle sue opere. Soggiunge san
Tommaso nell'articolo 2, essere
fuor di dubbio che le indulgen-
ze atibiano tanto valore quanto
n'esprimono i termini, non solo nel
foro della Chiesa, ma altresì di-
nanzi a Dio, purché chi le conce-
de abbia l'autorità necessaria, e
chi le riceve sia animato dalla ca-
rità, -vale a dire sia in istato di
grafia; e il motivo in fine sia buo-
no e pio, atto cioè a contribuire
all'onore di Dio, e al bene spiritua-
le del prossimo. Né dicasi mai, ag-
giunge s. Tommaso, che si è que-
sto un abusarsi della misericordia
di Dio. Imperciocché egli è certo
che per mezzo delle indulgenze
non si fa torto alla giustizia di-
vina, poiché in luogo delle sod-
disfazioni, che noi le dovremmo
pei nostri peccati, si sostituiscono
quelle di Gesù Cristo, della Beata
Vergine e de' santi, che sono di
maggior valore delle nostre. 11
quale valore non fu necessario ai
IND 281
santi, che tanti meriti accumu-
larono, anche oltre il bisogno del-
l'espiazione delle proprie colpe; ed
in taluni né anche furono colpe
ad espiare, ed ebbero meriti, che
lasciarono come un intatto e gran-
de deposito nel tesoro della Chie-
sa. E di questi meriti fa parte la
Chiesa applicandoli a chi ne ha
bisogno ; e tanto sarà il valore
quanta n' è V applicazione. Bìsot
gna dunque convenire e conchiude^
re coi più dotti teologi, non do-
versi dubitare che l'indulgenze non
abbiano tanto valore quanto ne
esprimono i termini co' quali elle-
no si concedono. Quindi si deve
per conseguenza ammettere che
un' indulgenza per esempio di
quaranta giorni, o di sett'anni, ri-
mette la penitenza che si do-
vrebbe fare durante tutto quel
tempo, e ciò primieramente per
rapporto al tribunale della Chiesa,
perché sebbene le penitenze cano-
niche non sieno più in uso e vi-
gore, nulladimeno la Chiesa ha il
diritto e l'autorità d'imporle, al-
lorquando si commettano que'pec^
cali pe' quali imponevansi un tem-
po. Le indulgenze finalmente haa^
no tanto valore quanto ne espri-»
mono, primieramente per rappor-
to alla Chiesa rimettendoci la pe-
na canonica, e secondariamente
dinanzi a Dio rimettendoci in real-
tà quella parte della pena di cui
siamo debitori alla sua giustizia pei
nostri peccati, la quale, il ripete-
remo, corrisponde alla remissione
della pena canonica de'canoni pe-
nitenziali espressa nelle indulgenze.
Che se taluno poi volesse sapere
sin dove giunge questa proporzio-
ne, si può rispondere con Estio,
essere questa una cosa che si co-
nosce soltanto da Dio. L'indulgen-
aSa IND IND
za poi produce il suo effetto al 4> ^'"'. 20, q. i, a. 5, q. 4 ^'^ "/-
inonrieolo in cui si è fatto quanto timwn^ il Papa in tale occasione
è prescritto per guadagnarla, giac- "on agisce come Papa, ma come
che si è adempito allora a tutte «"O della gregge di Gesù Cristo,
le condizioni, alle quali essa è al- Quindi conchiude il Bellarmino du-
taccata. Vedi Penitenza. hilar non si deve che il Papa os-
Passando a dire dei soggetti servando le condizioni che agli
delle indulgenze, per soggetto del- ^'t^'^ prescrive per lucrare le iu-
le indulgenze s* intendono le per- dulgenze, non le venga egli me-
sone che sono capaci di goderne, desimo a conseguire. Se ne può
ed alle quali possono venire ac- ^^^ rendere anche un' altra ragio-
cordate, e queste persone sono i "e, che semhra fondamentale. Le
fedeli in istato di grazia, tanto vi- indulgenze riguardano principal-
vi, che defunti, giacché V indul- mente la maggior gloria di Dio, e
genza non rimettendo che la pena, ^^ bene pubblico della Chiesa, e
la quale resta dopo la remissione secondariamente il bene dell' in-
della colpa del peccato, è impossi- dividuo, il quale poi ne parte-
bile eh* essa sia applicata ai pec- ^ipa in quanto che è membro
catori impenitenti che persistono della società, che compone la Chie-
nella colpa del peccato ; e i fedeli s^ stessa. Da ciò nasce che la
stessi che sono in istato di grazia, concessione dell' indulgenza deve
ron possono ottenere la remissione avere sempre giusti motivi e giu-
della pena dovuta ai loro peccati ste cause, che riguardino general-
\eniali prima che ne sia stata can- mente il tutto per cui si concede,
celiata la colpa, perchè fino a che e nelle quali non può quindi non
la colpa sussiste essa merita ed aver parte, e spesso ancora la prin-
esige la pena. cipale, il venerabile capo della so-
Allorchè il Pontefice concede cietà ecclesiastica, che Dio ha elet-
un* indulgenza ovvero un giubileo, to in dispensatore del tesoro cele-
egli lo può lucrare, e riceverne il ste collocato nella sua Chiesa in
frutto medesimo come gli altri fé- benefizio di tutti, cui consegnò le
deli. Si fa l'obbiezione, che le in- chiavi onde dalla terra apra e
dulgenze essendo assoluzioni, il Pa- chiuda le porle de* cieli, manife-
pa non ha sopra di sé alcun su- standogli il potere che esercitereb-
periore, il quale possa fuori del be anche ne' seni della terra, cioè
sacramento esercitare questo offizio nel purgatorio, dispensando i te-
\erso di lui, e nessuno può assol- «ori della sacrosanta passione dei
Tersi da sé stesso. I cardinali Gae- Redentore , coli' indulgenze e re-
tano e Bellarmino rispondono non missione della pena, ed applicando
esservi inconveniente alcuno nell'as- alle anime, come universal tesorie-
serire, che il Papa conceda al suo le, i meriti dello stesso Signore,
confessore la podestà di applicargli Se dunque il Papa, come capo di
le indulgenze nella stessa maniera tutta la società ecclesiastica, e a
che gli concede la podestà di as- proporzione anche i vescovi nelle
solverlo, Cajet. Iract. i5, cap. 5; loro diocesi, come capi di quelle
Bellar. lib. i, De indtilg. cap. 6. particolari popolazioni di cristiani.
Ed in fatti insegua s. Tommaso in debbono aver parte necessariamea-
IND
le nei bisogni, nei motivi e nelle
cause per le quali si concedono le
indulgenze, come non dovranno poi
essere abili a partecipare anche
dell'effetto, che sono le indulgenze
medesime, che vanno finalmente a
risolversi in quello stesso bene
pubblico, che si ha di mira io
concederle ?
Quanto alle indulgenze che ri-
guardano i fedeli defunti che sono
liei Purgatorio (f^'edi)j la Chiesa
loro ne accorda, ma in diversa
maniera dei fedeli vivi. Essa ac-
corda ai fedeli vivi le indulgenze
per via di assoluzione e soluzione,
in virtù dell' autorità e giurisdi-
zione che ha sopra di essi, e ri-
mettendo loro una parte della pe-
na dovuta ai loro peccati per
i' applicazione che fa ad essi dei
meriti di Gesù Cristo, della Beata
Adergine e de' santi, presso a poco
come un sovrano prendesse dal suo
tesoro quanto abbisognasse per li-
berar de' prigioni che tenesse nelle
proprie carceri. La Chiesa accorda
a' fedeli defunti le indulgenze per
via di suffragi soddisfàtorii, offren-
do a Dio in un modo più parti-
colare i meriti di Gesù Cristo,
della D. Vergine e de' santi pel
suffragio de' morti, come un so-
vrano che offrisse ad un altro il
riscatto de' prigionieri esistenti in
suo potere per liberarli ; e tale
differenza deriva dal non avere la
Chiesa giurisdizione sui morti,
quando in vece essa ne ha sui vi-
vi. Su questo grave punto i teo-
logi fanno queste altre distinzioni.
11 Papa come dispensatore del te-
soro della Chiesa paga pel debito-
re, applicandogli le memorale sod-
disfazioni, cioè la parte a ciò ne-
cessaria, ciò che i teologi chiamano
suluzioucj il conferire poi a modo
IND 283
di assoluzione, è che il Papa co-
me giudice assolve e libera il de-
bitore dal reato della pena, in quel
modo che pel sacramento della
penitenza si assolve il penitente
dal reato della colpa. L' indulgen-
za adunque si concede a' viventi
per modo di assoluzione insieme,
e di soluzione; ai defunti per
modo di soluzione. E la ragione è,
che quando il Pontefice concede
le indulgenze a' vivi non solo co-
me dispensatore del tesoro della
Chiesa paga il loro debito, appli-
cando loro le soddisfazioni riposte
nel detto tesoro; ma anche colla
potestà che ha di legare e di
sciogliere assolve i medesimi dal
reato della pena. Come dispensa-
lore paga, e come vicario di Dio
accetta a nome di lui tal paga-
mento, ed assolve. Ma perchè in
quanto ai defunti non ha la facol-
tà di legare e sciogliere, però so-
lo paga per quelli, offerendo il
prezzo del tesoro pei loro debili.
E questo vuol dire che 1' indul-
genza giova a' morti per modiini
suffraga^ non per nioduni absolu-
tionis. Devesi dunque tener per
certo che l' indulgenze le quali
vengono applicate dalla Chiesa ai
morti, sono ad essi veramente uti-
li, sia che 1' utiUtà eh' essi ne ri-
traggono non abbia altro fonda-
mento che la pura misericordia di
Dio, il quale essendo l' offeso può
accettarle o rigettarle a suo buon
grado, non essendo tenuto accet-
tare la soddisfazione da un altro,
come opinano alcuni teologi ; sia
eh' essa abbia la sua sorgente in
una sorte di giustizia fondata sul-
la istituzione e sulla promessa di
Dio che si è impegnato di accet-
tarle al pari di tutti gli altri suf-
fragi che gli souo offerti pei de-
a84 IND
funti, come credono altri teologi.
Tiene 1* affermativa s. Tommaso
ÌD 4> ^'*'- 4^> ^*'' 3, poste però
le debite condizioni di chi le ap-
plica, e dell' anima per la quale
si applicano, cioè che non sia di
quelle che mentre erano al mondo
furono negligenti di pregaie pei
defunti, e di esibire le proprie
soddisfazioni per quelli ; essendo
scritto Jacob 2, v. i3: Judicìuni
sine misericordia fiet illi, qui non
fedi misericordiam. Erudita ed im-
portante è la lettera XX 1 del t.
Vili di Sarnelli : Che vuol dire
applicare le indulgenze de'' vivi per
modo di siiffragio a' fedeli defun-
tij e come chi le concede ne par-
tecipa. E dichiara che il Papa
concede immediatamente e diretta-
mente r indulgenza a' vivi con
facoltà che possano trasferire la
loro soddisfazione a' morti : ut in-
dulgentianij quani semper optave-
runtf piis supplicaùonibus conse-
quantur.
Il ven. cardinal Bellarmino, lib.
I, De indulg. cap. i4, sulla que-
stione che la Chiesa possa valida-
mente ed utilmente concedere per
i defunti indulgenze il cui fruito
venga loro applicato, dice che que-
sto sentimento tra i cattolici si ha
per indubitato e per più certo; e
può essere provato e stabilito con
una solidissima ragione fondata
suir autorità della Scrittura, de'pa-
dri e de' concilii in questa forma.
Egli è certo dalla Scrittura e dalle
testimonianze de' padri e de* con-
cilii , che si possono soccorrere le
anime le quali sono in purgatorio,
per mezzo delle orazioni, de' suf-
fragi, delle limosine, e di altre
opere buone che si fanno per es-
se; perciocché, come dicono i san-
ti padri, le anime de' fedeli defua-
IND
ti sono ancora unite co' vivi col
legame della fede e della carità,
col quale elleno non compon-
gono con noi, che una sola ed
istessa Chiesa. Da questi due prin-
cipii ne segue, che ciascun privato
può validamente e con frutto of-
frire a Dio per li defunti, come
membri dello stesso corpo, le ope-
re buone che da essi si fanno :
questa si è una verità ben a lun-
go stabilita da s. Agostino nel suo
libro della cura che si deve avere
pei molti. Ma se le persone par-
ticolari possono applicare ai defun-
ti, come membri di un i stesso cor-
po, le buone opere che da essi si
fanno, se elleno possono come tali
aiutarli colle loro preghiere e coi
suffragi, se possono per loro sod-
disfare alla giustizia di Dio, per
qual motivo la Chiesa ed il som-
mo Pontefice, il quale è il dispen-
satore del tesoro spirituale della
Chiesa stessa, non potrà loro appli-
care per mezzo delle indulgenze
le soddisfazioni di Gesù Cristo e
de' santi che formano questo te-
soro ? Questo punto di dottrina
viene confermato dall' uso della
Chiesa, la quale autorizza la prati-
ca di concedere indulgenze in suf-
fragio de' defunti. Il Bellarmino
inoltre afferma che s. Pasquale I
neir 817 stabili un' indulgenza
pei defunti in Roma nella cappella
di s. Zenone esistente nella chiesa
di s. Prassede, per quanto narram-
mo al voi. XIII, p. IO del Dizio-
nario. I dottori osservano che mol-
ti Papi hanno conceduto simili in-
dulgenze; si possono vedere gli
articoli Chiesa de* ss. Gregorio ed
Andrea al Monte Celio, Chiesa
DI s. Lorenzo fuori delle mura,
ed altri. San Tommaso asserisce
eh' era costume della Chiesa di far
IND
pubblicare indulgenze pei Defunti
(P^edi). Essendo indubitato che le
indulgenze clie si concedono pei
defunti sono loro utili, e che la
pratica buona e religiosa è auto-
rizzata dalla Chiesa, poco deve
importare il sapere in qual modo
esse vengano loro applicate, essen-
do in tal questione più di curio-
sità che di vantaggio. II sentimen-
to più comune si è che venga-
no loro applicate le indulgenze
per modo di suffragio, per modum
siiffragìi^ e come spiega Silvio, per
modo di aiuto ecclesiastico; e di
fatto tale si è il termine che si
usa dai Papi nelle loro costituzioni,
quando essi estendono le loro in-
dulgenze ancora riguardo a' defun-
ti, come si può vedere nelle bolle
di Alessandro VI , di Clemente
VII, e di Gregorio XIII su 1' in-
dizione del giubileo. Non si può
per altro senza temerità precisa-
re e determinare sin dove si e-
stende la viitù delle indulgen-
ze per rapporto ai defunti; per tal
motivo, dice Maldonato, sarebbe
parlare da temerario se si dicesse
che quegli il quale farà la tale o
tale altra cosa, libererà un' anima
dal purgatorio, dappoiché niuno può
sapere né quanto un' anima sia
debitrice alla divina giustizia, ne
ciò che faccia di bisogno per libe-
rarla. Clemente V attribuì questa
sorte d' ingannevole promessa ai
questuanti ed ai predicatori delle
false indulgenze, per eludere la
semplicità de' popoli, e guadagnar
denaro con assicurar loro, che per
mezzo della tale o tale altra limo-
sina liberavano tre o più anime
de' loro parenti ed amici dal pur-
gatorio; abuso che Clemente V
condannò con decreto nel concilio
di Vienna, siccome atto a rendere
IND 285
dispregevole l'autorità delle chia-
vi. Tuttavolta la virtù dell' indul-
genza è grandissima, e maggiore
degli altri suffragi, i quali non so-
no applicati a' defunti che dai pri-
vati, mentre 1' indulgenze vengono
loro applicate dal Papa in nome
di tutta la Chiesa. Cosi Maldona-
to, De poen. q. 6, De ìndulg.
t. II.
Quanto alle condizioni e dispo-
sizioni necessarie per guadagnare
le indulgenze, primieramente è a
rammentarsi che due amarissimi
frutti produce nell'anima il peccato,
la colpa che ci priva della grazia
e amicizia di Dio, e la pena che
c'impedisce di goderlo in paradi-
so : questa pena è di due sorta,
eterna una, tempoi'ale l' altra ; la
colpa insieme colla pena eterna ci
viene totalmente rimessa mediante
i meriti infiniti di Gesù Cristo nel
sacramento della penitenza, purché ci
accostiamo a riceverlo colle dovute
disposizioni. Quanto però alia pena
temporale, siccome comunemente
non sempre tutta ci viene rimessa nel
detto sacramento, così in gran parte
ne rimane da soddisfare in questa
vita per mezzo delle opere buone o
della penitenza, ovvero nell'altra per
mezzo del fuoco del purgatorio. Ora
questa pena temporale dell' una e
dell'altra specie, si può espiare in
tutto o in parte col mezzo delle
indulgenze, le quali furono chia-
mate celesti tesori dal concilio di
Trento, sess. ii, cap. 9. Fu Cle*
mente VI che nell' extiavag. Uni'
genitus, chiamò pel primo le indul-
genze infinito tesoro lasciato alla
Chiesa militante qui in terra da
Gesù Cristo coi sovrabbondanti
meriti della sua passione; al cu-
mulo del qual tesoro somministra-
no amminicolo i meriti della Bea-
aae IND
ta Vergine, e di tutti gii delti
dal primo giusto fino all' uitìnio,
tanto de' santi del cielo che sono
nel possesso della gloria, che di
quelli che ancor vivono sulla ter-
ra. Da tuttociò sempre più rileva-
si di quanto pregio siano le indul-
genze, di quanto valore ed ellìca-
cia, e di quanto spirituale vantag-
gio riescano a* fedeli ; e perciò
ciascun cristiano deve avere un
santo impegno per acquistarle
quanto più gli sia possibile e per
proprio utile spirituale, e per suf-
fragio de* fedeli defunti. Per con-
seguire quindi le indulgenze più
condizioni si ricercano. Sì richiede
in piimo luogo in chi vuol parte-
ciparne, che sia in istalo di grazia
cioè in grazia di Dio, perchè chi
è reo innanzi al Signore della col-
pa e della pena eterna, non è né
può essere capace di ricevere la
remissione della pena temporale.
Ottimo pertanto consiglio si è pri-
ma di eseguire le opere ingiunte
per r acquisto delle indulgenze,
quando non si possa far precedere
la confessione, di fare almeno un
vero atto di contrizione con fer-
mo proposito di confessarsi, per
ricuperare la divina grazia se mai
si fosse perduta. Siccome poi la
Chiesa nell' aprire il tesoro delle
sante indulgenze ha sempre obbli-
gato i fedeli air adempimento di
qualche opera buona a certe cir-
costanze di tempo, di luogo e si-
mili ; così si richiede in secondo
luogo per il conseguimento delle
indulgenze, che si adempiano per-
sonalmente tutte le opere ingiun-
te, e divotamente, e quanto al
tempo e quanto al modo e quan-
to al fine, ec , secondochè viene
espresso nella concessione delle in-
dulgenze, come per esempio ginoc-
IND
chioni, in piedi, al suono della
campana, alla tale ora, nel tal
giorno, contriti, confessati, comu-
nicali ec. Che se alcuna delle ope-
re ingiunte o in tutto ovvero in
parte notabile per ignoranza o per
impotenza si ommette ; se alcuna
delle condizioni di tempo, di luo-
go prescritte, per qualsivoglia mo-
tivo non si osserva, neppure si
acquista quella indulgenza. A s.
Teresa fu poi rivelato, che molto
pochi ricevevano degnamente V in-
dulgenza per debolezza di fede e
di divozione.
E qui sono d' avvertirsi tre de-
creti generali della sacra cardinali-
zia congregazione delle indulgenze,
relativi alla confessione, comunione,
ed orazioni, come opere quasi
sempre ingiunte nella concessione
delle indulgenze, i.^ Quanto alla
confessione, per quelle persone le
quali hanno il lodevole costume
di farla almeno una volta alla set-
timana, purché talvolta non sieno
legittimamente impedite, tal con-
fi^ssione in ogni settimana basta
per conseguire le indulgenze che
di giorno in giorno vi sono, adem-
piute bensì le altre opere ingiun-
te, senza fare nuova confessione,
la quale però sarebbe necessaria
qualora si conoscessero ree di qual-
che peccato mortale commesso do-
po r ultima confessione. Si eccet-
tuano per altro le indulgenze del
giubileo sì ordinario che straordi-
nario, e quelle che si concedono
in forma di giubileo, per consegui-
re le quali oltre alle altre opere
ingiunte deve farsi anche la con-
fessione sagramentale, nel tempo
stabilito nella concessione di tali
indulgenze, come consta dal decre-
to della sacra congregazione delle
indulgenze de' 9 dicembre 1763,
IND IND 287
approvato da Clemente XIII. 2.* senza limiti di tempo a coloro che
Quanto alla comunione da farsi visiteranno una chiesa, visitandola
per conseguire le indulgenze pie- più volte al giorno, purché ciascu-
narie specialmente, tuttoché ne na visita sia moralmente distinta
siano stabiliti i giorni, non ostan- dalle altre, e non già semplice-
te nelle festività, quando cioè 1' in- mente entrando e sortendo, o pur-
dulgenza incomincia dai primi ve- che non si tratti di un* indulgeu-
speri, può tal comunione premet- za plenaria. Fra le condizioni che
tersi nella vigilia ossia nel giorno sono soliti i Papi di prescrivere ai
innanzi di delta festività, secondo fedeli per 1' acquisto delle indul-
la dichiarazione della stessa sacra genze che concedono, vi sono i di-
congregazione, con decreto de* 12 giun»> la visita e frequenza delle
giugno 1822 confermato da Pio chiese, le limosine, le orazioni, ed
VII. 3.° Quanto poi alle orazioni il pregare Iddio per la pace e ,
assegnate per lucrare le indulgen- concordia tra i principi cristiani,
ze, possono queste recitarsi alter- 1' estirpazione delle eresie, 1' esal-
nativamente, cioè con altre perso- tazione della santa Chiesa cattoli-
ne, come il Rosario^ le Litanie y ca, la propagazione della fede, la
V Angelus Domini^ il De profun- conservazione e santo governo del-
dis e simili, per dichiarazione di lo stesso Pontefice, ec, oltre la
Pio VII con decreto della sacra contrizione e confessione de' pec-
congregazione dell' indulgenze dei cali, e dire il contrario sarebbe
29 febbraio 1820. Finalmente si cadere nell'errore di Lutero con-
richiede in terzo luogo per conse- dannato dal concilio di Trento ,
guire r indulgenza plenaria e re- il quale eresiarca insegna consistere
missione di tutti i peccati anche la penitenza nel cambiamento di
veniali, che si detestino gì' istessi vita, senza che sia necessario di
peccati veniali, e si deponga di più soddisfare in alcun modo alla giu-
ogni affetto a tutti ed a ciascuno stizia di Dio coli' esercitarsi nella
dei medesimi. Dio faccia colla sua pratica delle opere della penitenza,
divina grazia, che tali disposizioni I teologi dichiarano che le dis-
sieno in tutti que' cristiani che so- posizioni per ricevere il frutto delle
no desiderosi di conseguire le in- indulgenze sono di due specie, ri-
dulgenze, i quali sappiano altresì, mote Tune, prossime l'altre. Varie
come dice Benedetto XIV nella se ne possono assegnare della pri-
boUa De praeparadone ad annum ma specie, e le principali sono. U-
jubilaei lySo, che sebbene procu- na ferma e viva fede della podestà
lino con tutto V impegno di la- da Gesù Cristo conceduta alla Chie-
crare le indulgenze, non ostante sa di legare e di sciogliere, di as-
devono sempre studiare fare in- solvere dai peccati, e di rimettere
sieme frutti degni di penitenza, e le pene loro dovute, ed in conse-
con altre opere salutari e penali, guenza bisogna credere ferma men-
e di pietà e divozione dare una te che la Chiesa ha la podestà di
qualche soddisfazione alla divina concedere le indulgenze. Una per-
giuslizia per le colpe commesse, fetta riconoscenza della somma bon-
Si può guadagnare molte volte al tà della Chiesa, la quale ci apre
giorno un' indulgenza accordata i suoi tesori per supplire alla no-
a88 IND
stra impotenza) e ci aiuta a sod-
disfììre alla divina giustizia colTap-
plicazione ch'essa ci fa nelle indul-
genze de' meriti di Gesù Cristo e
de' suoi santi. Un' alta stima della
grazia dell' indulgenza, un sinceris-
simo ed ardenlissimo zelo di pro-
fittarne, ed una ferma fiducia nel-
la divina misericordia di riceverla
col fare dal canto nostro quanto
ci è possibile. Conformarsi alle in-
tenzioni che ha la Chiesa nel con-
cederle, le quali sono di sommini-
strarci il mezzo di glorificare Dio
più perfettamente, e di unirci più
strettamente a Gesù Cristo. Le dis-
posizioni prossime possono ridursi
a quattro. La prima si è una vera
e;^«!incera conversione a Dio, senza
hi quale questo tesoro di grazia e
di benedizione, pel cattivo uso che
se ne fa, provocherebbe Io sdegno
del Signore. La seconda si è un
vero spirito di penitenza per sod-
disfare la divina giustizia con tutte
le nostre forze, in tutto il rima-
nente altresì di nostra vita. La ter-
za è di essere in istato di grazia, e
di avere una vera avversione al
peccato mortale. La quarta si è di
fedelmente osservare quanto viene
dal Papa prescritto nella concessio-
ne delle indulgenze, e di fare con
una umile obbedienza quanto vie-
ne su tal proposito indicalo dal
vescovo diocesano. Quanto all'uso
delle indulgenze, i padri del con-
cilio di Trento decretarono come
articolo di fede, che l'uso era gran-
demente salutare al popolo cristia-
no, e che conveniva perciò osser-
varlo e ritenerlo. Si è peraltro sog-
giunto, che quand'anche il concilio
di Trento non ne avesse con tal
decisione sempre più autorizzato
l'uso, i vantaggi che dall'indulgen-
ze derivano a prò de' fedeli, sono
IND
sì rimarchevoli, che non si potreb-
bero privameli , senza rapir loro
un gran tesoro.
Degli abusi delle indulgenze, ed
altre erudizìoni che le riguar-
dano.
Anche nelle indulgenze vi s' in-
trodussero degli abusi , dappoiché
si abusa anche delle cose migliori,
e la Chiesa in tutti i tempi ha con-
dannato i relativi abusi, come gli
eccessi opposti, o di disprezzo o di
cieca fiducia, il primo de' libertini
ed eretici , il secondo di que' cat-
tolici che considerano le indulgen-
ze come un mezzo di loro salvez-
za senza convertirsi. Altri abusi del-
le indulgenze sono l'accordarle sen-
za causa legittima; ma spetta ai
superiori giudicarne , non ai fedeli
che devono essere tranquilli a que-
sto riguardo, allorché essi esegui-
scono esattamente e con ispirilo di
penitenza le opere indicate nelle
bolle, brevi e rescritti d'indulgen-
ze. Altri abusi sono il traffico delle
indulgenze come facevano gli anti-
chi questuanti condannati dai con-
cilii, da Clemente V e da altri Pa-
pi; le superstizioni, 1' estrema cre-
dulità, il pubblicarne delle indis-
crete, false, apocrife o die non so-
no più in vigore. Avverte il Bel-
larmino che l'esistenza delle indul-
genze deve provarsi con bolle pon-
tificie, o con lapidi autentiche del-
le chiese, o per mezzo di scrittori
gravi e critici, e non già con iscrit-
ture e libretti di autori ignoti ed
oscuri , ne' quali sono moltissime
invenzioni e favole. I trattatisti del-
le indulgenze riportano gli elenchi
delle indulgenze false o apocrife, o
rivocate ovvero nulle in qualche
parte; come delle indulgenze vere
IND
e comuni a tutti i fedeli. Di molle
di quest'ultime in Pvoma se ne stam-
pò la raccolla colle orazioni e pie
opere per le quali sono state con-
cesse dai Papi r indulgenze. Il p.
Morino, De poenit. lib. io, cap. 20,
osserva ch'essendo gli antichi Pon-
tefici parchissimi nel concedere in-
dulgenze, stima che prima della
metà del secolo XII appena si tro-
vino sicure memorie di alcune con-
cessioni, essendo le altre nella mag-
gior parte suppositizie ed impostu-
re, massime quando sono larghe.
11 Muratori nelle Dissert. delUant.
ital.y diss. 68, in cui parla a modo
suo della origine delle indulgenze,
dice che dopo il mille, o forse an-
che prima, cominciarono i sommi
Pontefici ed i vescovi allorché si
faceva la dedicazione d' una chie-
sa, a rimettere ai popoli concor-
renti una parte tenue delle peni-
tenze. Quindi copiose si distribuì'
rono a chi visitava il santuario di
Compostella od altri luoghi di gran
divozione, o militavano contro i
pagani ed eretici, o s' impiegavano
in altre opere singolari di religio-
ne e carità cristiana. Aggiunge che
sul principio non si concedevano
se non indulgenze di pochi giorni
ed anni, riserbando le plenarie al-
le sole crociate. Da un breve di
Alessandro III del 1177 si legge
r indulgenza di venti giorni, ch'e-
gli concesse a chiunque visitasse la
chiesa di s. Maria della Carità in
Venezia, in perpetuo. Maurizio ve-
scovo di Parigi, che mori qualche
tempo dopo il concilio di Clermont,
ne concesse delle considerabili, e ne
ricavò molto denaro per fabbrica-
re la chiesa magnifica della B. Ver-
gine in Parigi. Dicesi ch'egli se ne
gloriasse un giorno avanti a Pietro
pio cantore della sua chiesa, il qua-
VOI. XXXIV.
IND 289
le rispose che avrebbe fatto assai
meglio predicare la penitenza al
suo popolo, che avere accumulato
tanto denaro per mezzo delle in-
dulgenze, per fare un tempio sì
splendido. Molti altri vescovi, in-
coraggiti dall' esito di Maurizio, a
larga mano profusero indulgenze.
Impiegavano il denaro che ne ri-
traevano nell'edifizio di chiese, di
ponti e di altre pubbliche opere ;
come lo ha rilevato il p. Morino
nel suo trattato De poenit. , e come
se ne può giudicare dalla risposta
che Alessandro IH diede all'arci-
vescovo di Cantorbery, che l'avea
consultato per sapere se un vesco-
vo potesse concedere indulgenze a-
gli operai che lavoravano per l'e-
difizio delle basiliche e de* ponti,
sebbene non fossero suoi diocesani.
Questa profusione d'indulgenze, che
distruggeva tutto il vigore della
disciplina, come dicemmo costrinse
il concilio lateranense a porvi ri-
paro, che confermò Bonifacio Vili,
facendo il simile Sisto IV, il con-
cilio di Trento, Clemente Vili e
Paolo V, per non dire di altri.
Avendo Gregorio Vili nella sua
patria Benevento fondato un mo-
ni stero con chiesa sacra a s. An-
drea, supplicandolo i suoi concitta-
dini a concedere molte indulgenze
a chi la visitasse, giacche alcuni
vogliono che la consacrasse, rispo-
se loro : Tiitius est ut agalis poe-
nitentìanìj quam vel tertiam par^
tem^ vel aliquolam vohis remiltam.
Quando Celestino III nel i igo o
1191 consacrò solennemente la chie-
sa di s. Giovanni avanti porta La-
tina, col maggior decoro possibile
e con tutti i cardinali, nondimeno
non vi mise d'indulgenza che soli
quaranta giorni. Ampia ne conces-
se Onorio IH nel di della sacra
19
390 IND
della chiesa de* ss. Vincenzo ed A.-
nastasio, cioè di sette anni e sette
quarantene. Bonifacio IX fu largo
in concedere indulgenze ; ma è da
avvertirsi, qualmente nel 1402 cir-
ca finem sui pontificatus ontnes^ quas
conluleratj revocnvit^ siccome asserì
S.Antonino, Hist. par. Ili, tit. 22,
cap. 3, e meglio apparisce dalla
slessa sua bolla eh' è nel registro
dell'anno XIV nell'archivio secreto
Vaticano, dove specialmente sono
rivocale tutte le plenarie, e quelle
concesse ad instar di altre chiese
e nominatamente di s. Maria degli
Angeli della Porziuncula presso A-
sisi. Narra il Rinaldi all'anno i423
che avendo l' arcivescovo di Can-
lorbery pubblicata una indulgenza
plenaria per tutti quelli che visi-
tassero la sua chiesa, il Papa Mar-
tino. V gliene fece una fraterna
correzione. Il cardinale legato Ni-
colò di Cusa del 14510, in un si-
nodo provinciale che radunò in
Maddeburgo, essendogli domandato
se era lecito al religioso andare a
Koma senza licenza per acquistare
il giubileo dell'anno santo pubbli-
calo da Nicolò V, rispose che il
signore apostolico Papa Nicolò V
avea detto: melior est obedientiaj
quani indulgentia. Della dottrina
sulle in^rulgenze insegnata in quel
sinodo dal cardinale, si può vede-
re il Rinaldi all'anno i4^o> n. 10.
Quanto agl'impostori delle indul-
genze, Bonificio IX raffrenò quelli
che profittavano delle persone sem-
plici ; Nicolò V impose gravissime
pene contro quelli che fìngevano
bolle d'indulgenze; ed Alessandro
VI decretò che fossero severamen-
te carStigati gì' impostori che face-
vaioo abuso delle indulgenze. Di-
i*en\o per ultimo, che la domenica
dellt palme trovasi in alcuni libri
IND
detta Domiìiica indulgentìae ^ ma
n'è oscura la spiegazione. Il p. Mar-
lene la vuole così appellata propter
ìndulgentiaSy qnae hac die solenini-
ter concedi solebant. Ma il p. Vez-
zosi crede piìl verosimile l'opinio-
ne del Du-Cange che tal nome a-
vesse ob poenìtentium reconciliatiO'
nem, quae feria V soltmni ritu
fiebat. Il teologo parigino Giovan-
ni Filesaco nel raro suo opuscolo :
Quadragesima Christiana, p. 4^^
e seg., vuole che la domenica del-
le palme detta fosse Doniinica in-
dulgentiae, quod reìs, et nocenti-
bus tunc venia daretur, et carcere
liberarentur; ed ancora perchè era
la domenica innanzi il sabbato, nel
quale la notte da vasi il battesimo
detto ancora indulgentiae. Delle in-
dulgenze concesse a' santuari, ora-
zioni, festività, processioni, medaglie,
crocefissi e corone benedette, ordini
equestri e regolari, ec, ec, se ne trat-
ta ai rispettivi articoli. Inoltre su
questo argomento oltre i citati au-
tori si possono consultare i seguen-
ti. Niccola Giunchi, De indulgentiis
ut ad eas requisita, Romae 1760.
Passerini, De indulgentiis, Romae
1672. Pletlemberg, Nolitia con-
gregationum. Andreucci, Hierarchia
ecclesiastica tom. II, diss. Vili de
requisitis et non requisilis ad lu-
crandas indulgenlìas. Amort, De
origine, progressuj valore, ac fru-
ctu indulgentiarunij Venezia. 1788.
La dottrina cattolica dell' indulgen-
za difesa, Foligno 1789. Anche
il p. Teodoro dello Spirito Santo
carmelitano scalzo, che in due to-
mi ci diede un eccellente trattato
sulle indulgenze, stampato in Roma
nel 1743.
INDUMENTI SACRI. K Para-
menti SACRI , e gli articoli che li
riguardano.
INF
INFANTE e INFANTA. Titolo
d'onore che si dà ai figliuoli ed alle
figliuole di alcuni principi, massi-
mamente nella Spagna e nel Por-
togallo da quelle reali corti ai prin-
cipi e principesse del sangue reale.
Antichissimo è il titolo d'infante nel-
la Spagna, perchè non solamente at-
tribuivasi a vari principi della fami-
glia reale, ma ancora ad alcuna di
quelle famiglie, che possedevano gran-
di signorie ed esercitavano una spe-
cie di sovranità. 1 grandi di Spa-
gna appellavansi anticamente rìcom-
bri^ ricos-hombres y cioè ricchi uo-
mini. La loro dignità era sì gran-
de che come pari ed eguali al re,
non solo sedevano e si coprivano
innanzi ad esso, ma suggellavano con
lui tutti gli atti in sigillo rotondo,
e facevano prendere a'ioro figli il
nome d'infante, ad esempio dei re.
Tra le molte loro prerogative aveano
quella di tenere al loro servigio dei
cavalUros de honor, milites, i qua-
li erano obbligati a sempre accom-
pagnarli , ed a marciare alla guer-
ra sotto le loro bandiere. I figliuo-
li di questi cavalieri d'onore pren-
devano il titolo d'infantini, infanùo-
nes^ diminutivo di quello d'infante u-
surpato dai figli dei ricomhri. V.
il De Marca, Hist. de Bearn, I. 8,
num. 6, pag. 4» 3; ed Onorato di s.
Maria, Disseriazione sopra la ca-
valleria, Brescia 1761. Si crede co-
munemente che il titolo d'infante
passasse in Ispagna in occasione del-
ie nozze d'Eleonora d'Inghilterra con
Ferdinando li re di Leone e di Ca-
stiglia del i iSy, e che quel re dasse
per la prima volta la qualificazione
d'infante al principe d. Sancio suo
figliuolo. Però Pelagio vescovo di O-
\iedo, che viveva nell'anno 1000,
fa menzione in una delle sue let-
tere del nome d'infante applicalo tan»
INF ^91
to ai maschi, quanto alle fémmine
nella Spagna fino sotto il regno di
Evremondo o Veromondo II del
982. In un documento del 1174
Alfonso VIII re di Castiglia e di
Leone, dà il nome à'infanlissa ad
una sua figliuola.
INFÀNZIA (Figlie dell'). Le fi-
glie dell'infanzia di nostro Signor
Gesù Cristo, era una congregazione
il cui oggetto consisteva nell'istru-
zione delle giovani e nel soccorso
delle inferme. Non vi si accettava-
no vedove, non si obbligavano alla
casa che dopo due anni di prova,
non si rinunziava ai beni della fami-
glia obbligandosi all'istituto; le so-
le nobili potevano essere superiore,
intendenti ed econome. Quanto agli
altri impieghi potevano aspirarvi le
ignobili; molte però erano abbassate
alla condizione di cameriere e di
fantesche. Questa capricciosa comu-
nità cominciò a Tolosa nella parroc-
chia di s. Stefano nel 1657, per
opera di Giovanna Julliard di Mon-
doville vedova di Claudio di Tur-
le signor di Mondoville, e del signor
di Ciron cancelliere dell'università,
canonico della cattedrale, e gran vi-
cario della chiesa di Tolosa. Au-
mentandosi il numero delle fanciulle
ottenne la fondatrice dall'arcivesco-
vo di Tolosa regole e costituzioni col
permesso di fare il voto semplice di
perseveranza. Le costituzioni ven-
nero approvate da Alessandro VII
con breve de' 6 novembre 1662,
essendone statoli compilatore l'abba-
te Ciron. Di poi le costituzioni ven-
nero dall'abbate aumentate con altri
regolamenti che non parvero con-
venienti, quindi furono censurate,
gli fu scritto contro, e fu consigliato
l'autore a variare diversi articoli,
ma l'abbate Ciron giansenista non vi
si seppe indurre. Tuttavolla le va-
291 INF
riazìoni che poscia si fecero d'ordi-
ne dell'arcivescovo di Tolosa si con-
siderarono di poco momento. Infor-
mato Luigi XIV re di Francia che
l'istituto era occultamente gianseni-
stico, nel 1(385 proibì di ricevere
fanciulle nella congregazione, indi
con decreto del 1686 annullò la ri-
provevole fondazione, cassò l'istitu-
to, e fece restituire alle loro case le
fanciulle: questa congregazione ebbe
in poco tempo sei stabilimenti tanto
«ella Linguadoca che nella Proven-
2a. La fondatrice appellò inutilmen-
te alla santa Sede nel pontificato
d'Innocenzo XI, e fu rinchiusa nel
convento dell'ospedaliere di Coutan-
ces, ove mori a' 4 gennaio 1702,
presso a poco com'era vissuta, cioè
da buona e perfetta giansenista. Alla
morte di Luigi XIV si lusingarono
alcune figlie dell'infanzia che la loro
congregazione potesse risorgere; pre-
sentarono una supplica a Luigi XV,
il quale siccome istruito del perchè
erano state soppresse, non volle mai
neppure sentire parlarne, ond* esse
rimasero soppresse; dimodoché si può
dire di loro come della loro fonda-
trice, ciò che A profeta dice di chi
si allontana dalle vie del Signore:
Sicnt tela aranea rum fiducia c/'us.
Innitetur super doinuin suam, et
non stabit, fulcìel eani, et non con-
surget. Job cap. VII, v. i3 e 14.
V. il p. Helyot , iSVorztìf degli or-
dini religiosi^ t. VIII; e l'abbate Re-
boulet. Avventure di una dama e
di un abbate ossia istoria della con-
gregazione delle figlie dell'infanzia,
i833, traduzione dal francese.
INFEDELI e INFEDELTÀ'. In-
fedele dicesi colui che non ha la
fede. Appellansi anche infedeli quei
che non sono battezzati, né cre-
dono le verità ed i misteri del-
la cristiana religione: in questo
INF
senso gV idolatri ed i maomettani
sono infedeli. I teologi ne distin-
guono di due specie : chiamano in-
fedeli negativi quei che non inte-
sero mai, né meno ricusarono di u-
dire la predicazione del vangelo; e
infedeli positivi quei che hanno re-
sistito a questa predicazione, e chiu-
sero gli occhi alla luce. Chiamasi in-
fedeltà la mancanza di fede, cioè la
falsa religione di coloro i quali non
ammettono il battesimo, né gli altri
misteri del cristianesimo. Trovasi
questa mancanza o in quelli che han-
no avuto il mezzo di conoscere Gesù
Cristo e la di lui dottrina, e non vol-
lero profittarne per disprezzo o per
negligenza, e allora questa è un'in-
fedeltà positiva ; o in quelli che non
udirono mai a parlarne, o non è stata
loro sufficientemente annunziata, ed
allora questa è un'infedeltà negativa.
La prima è peccato gravissimo, poi-
ché è una resistenza formale ad una
grazia che Dio vuol fare; la seconda
è una sventura e non un delitto,
perché è Teffetto d'una involontaria
ed invincibile ignoranza, che in que-
sto caso ella scusa da peccato; al-
tri teologi dicono che l'infedeltà ne-
gativa non è un peccato, é solamen-
te la pena del peccato originale.
Un eretico è differente da un infe-
dele in questo, che il primo è bat-
tezzato, altera o combatte alcuni
dommi, perciò non crede di fede di-
vina ; quando che il secondo non li
conosce, non ha potuto o non vol-
le conoscerli. Alcuni teologi afferma-
rono che tutte le azioni degl'infe-
deli sono peccati, e vizi tutte le vir-
tù dei filosofi. Se ciò fosse vero, di-
cono altri, quanto più un pagano
facesse di buone opere morali, sa-
rebbe più degno di condanna. Que-
sto è un errore condannato dalla
Chiesa in Baio e nei di lui fautori.
INF
Dio concede a tutti gli uomini sen-
za eccezione delle grazie interne ;
questa è una conseguenza che Dio
vuol salvi tutti, 0 che Gesti Cristo
è morto per tutti; e Dio concede
delle grazie interne specialmente ai
pagani ed infedeli. Inoltre gl'infe-
deli pon possono fare alcuna azio-
ne meritoria della vita eterna, per-
chè essi non hanno la grazia san-
tificante, che sola può dare que-
sto merito alle umane azioni. Di-
ce s. Tommaso 2, 2, qu. io, art. 8,
non si devono costringere gli infedeli
ad abbracciare la fede, perchè que-
sta dev'essere libera e volontaria;
puossi però impedire loro di mo-
lestare i Fedeli (Vedi) e di perse-
guitarli, ed è per questo motivo che
viene loro dichiarata la guerra. Di
questa ne parlammo agli articoli
Crociata e Crociate diverse, non
che in altri articoli, cerne Decime ec,
nei quali dicemmo degli aiuti spi-
rituali e temporali che i Papi die-
rono ai principi ed ai popoli per
combattere gì' infedeli , frenare il
loro orgolio , crudellà e conquiste
a salvezza del cristianesimo. Quan-
to agli Apostati ( Vedi), quelli cioè
che hanno abbandonato la fede cat-
tolica che aveano abbracciato libe-
ramente, si possono essi obbligare a
mantenere le loro promesse, Puos-
si conversare cogl'infedeli, purché
non si tenga discorso di cose rela-
tive alla religione, e questo conver-
sare non sia dannoso ne scandaloso.
Si può anche trafficare con essi, im-
piegarli e prenderli al proprio ser-
vigio , qualora non vi sia danno
o scandalo, e salve le legg-i delia
Chiesa in alcuni casi : è altresì per-
messo di vendere loro le cose neces-
sarie, e di tollerare le loro cerimo-
nie, all'oggetto di evitare mali mag-
giori. Altre nozioni riguardanti gli
INF 293
infedeli e la loro conversione sono
riportate agli articoli Battesimo, Ca-
tecumeni, Edrei, Limbo, ec.
INFERNALI. Appellaronsi con
questo nome nel secolo XVI i
partigiani di Nicolò Gallo e di
Jacopo Smidelin, i quali asserivano
che nei tre giorni della sepoltura
di Gesù Cristo, l'anima di lui di-
scese nel luogo dove patiscono le
anime dannate, e che ivi fu con
quelle tormentata. Questi stolti ap-
poggiavano il loro errore sopra un
passo degli Atti apostolici e. 2,
V. 24, e nel salmo 17, v. 5, 6.
Questo è un esempio dell'enorme
abuso che i predicanti di detto secolo
facevano della Scrittura sacra.
INFERNO. Luogo di tormenti,
dove i malvagi dopo questa vita
andranno soggetti alla pena dovu-
ta ai loro delitti. L'inferno quindi
è V opposto del cielo o del Para-
diso [Vedi), dove i giusti riceve-
ranno la ricompensa delle loro vir-
tù. L* ebreo Scheol, il greco Tar^
taros, il latino Infernus e Orcus^
l'inferno, esprimono nella loro o-
rigine un luogo basso e profondo,
e per analogia il sepolcro, il sog^
giorno de'morti. I giudei si servi-
rono anche della parola Gehenna,
Gehinnon , valle vicina a Geru-
salemme, in cui eravi una forna-
ce chiamata Tophet, dove gl'idola-
tri fanatici conservavano del fuoco
per sacrificare od iniziare i loro fi-
gliuoli a Moloch. Quindi nacque che
nel nuovo Testamento l' inferno
viene sovente indicato per Geheii'
na ignis, la valle del fuoco, della
quale parlammo pure nel volume
XXX, p. 45 del Dizionario. Inol-
tre la parola inferno si prende ia
generale per tutti i luoghi sotterra-
nei; nello siile della Scrittura, per la
morte, per il sepolcro; per il Iuq-
'a94 INF
go in cui dimorano le anime, buo-
ne o calli ve, dopo la separazione
dal loro corpo; per il luogo par-
ticolare, in cui le anime dei giu-
sli aspellavano la venula del Sal-
vatore, e dal quale uscirono dopo
la sua risurrezione, per andare in
cielo a godere di un bene eterno,
luogo che però chiamasi Limbo
(P^edi)', per il soggiorno dei de-
moni e dei dannati, cioè il luogo
destinato nell'altra vita per la pu-
nizione eterna degli angeli cattivi
(de'quali si disse alTarticolo Coro
DEGLI Angeli) e degli uomini che
muoiono in peccato mortale. Vie-
ne finalmente questo luogo collo-
cato nel centro della terra, e Tin-
Icrno si prende altresì pei Demoni
(f^edi). Alla questione stravagante,
in quale luogo sia l'inferno, se nel
gran pianeta del sole, o nelle vi-
scere della terra, dell'inglese Swin-
denio che nel 1714 pubblicò a
Londra un' opera Sidla natura e
sul luogo dell' inferno» rispose con-
futandola l'eterodosso Federico Ot-
tone a Wittemberga, ma senza buo-
ne prove, e col mescolamento di
molli errori ; fu parimenti com-
battuta da altri , e brevemente
dall'erudito p. Fassoni nel suo li-
bro. De pìorum in sinu Abrahae
beatitudine ante Chrislì mortem; e
finalmente di maggior proposito
il dottissimo p. Patuzzi nella sua
voluminosa dissertazione De sede
inferni. We diede un sunto dell' o-
pera dello Swindenio il p. abbate
Biagi annotatore del Bergier nel
Dizionario di questi, alla voce
Inferno.
Quanto alle pene dell'inferno sene
soffrono dai reprobi due, la pena del
danno e quella del senso. La pena
del danno consiste nella privazione
della vista e della presenza di Dio.
INF
La pena del senso consiste nel
soffiire i tormenti i più violenti
senza il più piccolo refrigerio. La
Scrittura c'indica quei tormenti per
mezzo del fuoco, e ci dà hiogo a
credere che il fuoco dell' interno
sarà un fuoco reale e vero, che
per una virtù soprannaturale agi-
rà sui corpi e sulle anime senza
distruggerle. E questo il sentimen-
to della maggior parte dc'padri e
dei teologi, ma non è un articolo
di fede. Però è di fede che i dan-
nati saranno eternamente separati
da Dio, e privali del bene eterno.
E altresì di fede che soffriranno
sempre in corpo ed in anima i
supplizi i più crudeli, senza alcu-
na consolazione, ed in una totale
disperazione. E di fede che questi
tormenti sono indicati nella Scrit-
tura colla parola di fuoco eterno;
ma non è di fede che questo fuo-
co sarà reale e vero. La privazione
della presenza di Dio sarà eguale
in tutti i dannati ; ma perla pena
del senso, il rimorso continuo della
coscienza, lo soffriranno più o me-
no in proporzione che avranno es-
si più o meno peccato. Dio pro-
porziona le pene al numero ed
alla malizia de' peccati. Le pene
dell' inferno saranno eterne, è un
articolo di fede appoggiato alla
Scrittuia, alla tradizione, alla deci-
sione della Chiesa, e fu sempre
considerato il sentimento contrario
come un' eresia. Nella descrizione
dell'inferno si sogliono talvolta in-
dicare altre specie di pene per im-
maginarsi un luogo di tormenti ;
il pianto poi, lo stridore de'denti,
le tenebre, 1' immobilità de' corpi,
il fetore, si deducono dalle sante
Scritture. A quelli che dicono. Dio
è troppo misericordioso per punire
eternamente un solo peccato naoi>
INF
tale, che dura talvolta un solo i-
slanle, rispondono i teologi che la
rnisericordia di Dio non è con-
traria alla sua giustizia, e che la
sua giustizia esige che venga eter-
namente punito il peccato d' un
uomo impenitente. Aggiungono i
teologi, chi vuol morire nel pec-
cato merita una pena eterna ; il
peccato mortale combalte e di-
strugge per quanto può un bene
infinito, dunque dev'essere punito
con un supplizio eterno ed infini-
to, almeno nella sua durata, giac-
che l'uomo essendo finito non è
capace d'un supplizio infinito nella
sua natura. Il domma di fede di
cui un cristiano non può dubitare
sull'eternità delle pene infernali, e
che non finiranno mai, è fondato
sulle parole di Gesù Cristo ripor-
tate da s. Matteo e. 25, v. 46.
Questo divino maestro parlando
dell'ultimo giudizio ci assicura che
gli empii andranno al supplizio
eterno, e i giusti nella vita eterna.
Pompeo Sarnelli nelle Lettere ec-
clesiastiche parla in piti luoghi
dell'inferno. Nel tom. IX, lett. 60:
Perchè nel sìmbolo della messa si
sieno tralasciate quelle parole del
simbolo apostolico : Descendit ad
inferosj ed al num. 14 discorre
come l'inferno è senza redenzione,
ripetendo le parole di santa Chie-
sa : Quia in inferno nulla est re-
demptio. Nel tom. V, lett. XLIX:
Se alcuno sia andato in anima e
corpo aWinfemOy e della sua gran-
dezza. Nei tom.I, lett. XXXVllI:
La liberazione dell'anima di Tra-
iano dall' inferno per le orazioni
di s. Gregorio 7, si rigetta come fa-
volosa. Il Cancellieri nelle Oisser-
tazioni epistolari bibliografiche ^ a
p. 57, 85, 86, parla dell' inferno,
ed a p. 174 riporta le opere prò
INF 295
e contra sulla pretesa liberazione
dell'anima di Traiano , imperatore
gentile e persecutore della Chiesa,
dalle pene infernali : ivi ancora
tjatta eruditamente delle opere scrit-
te sulla fine del mondo, sul giudi-
zio universale , e della valle di
Giosafat, della quale noi parlammo
al citato volume XXX del Diziona-
rio a p. 4'2« Il P« Menochio nelle
Stuore tom. II, p. 214 ci dà il
capo XXIX: Come s' intendano le
parole che usa la Chiesa nelle mes-
se de'morti, colle quali prega che
Nostro Signore liberi le anime de
poenis inferni, et de profundo la-
cu. In Roma nella chiesa di s.
Prassede evvi una cappella dedi-
cala a s. Zenone, chiamata Horto
del paradiso, e s. 31 aria libera
nos a poenis inferni, perchè si nar-
ra che ivi celebrandovi messa il
Pontefice s. Pasquale I vide l'ani-
ma di un suo nipote portata dalla
B, Vergine in paradiso. Egualmen-
te in Roma v'è la chiesa di s.
Maria Liberatrice, s. Maria libera
nos a poenis inferni, di antica di-
vozione, posta nel Foro romano
alla radice del Palatino, che dicesi
edificata da s. Silvestro I: ivi è
un aliare dedicato alla B. Vergine,
iu cui per pia tradizione vuoisi
che si liberi uu' anima dal purga-
torio celebrandovisi la messa. Il
p. Gio. Vincenzo Patuzzi dome-
nicano ci die r opera : De futuro
impiorum statu. Veronae 174^»
et Venetiis i764«
INFRALASSARI o INFRALAP-
Sari. Settari che sostengono avere
Dio creato un determinato nume-
ro di uomini soltanto per dannarli,
senza accordar loro i necessari soc-
corsi perchè si possano salvare. Si
chiamano infralassari perchè non
vogliono che Iddio abbia preso que-
agS ING
sta risoluzione se non che dopo la
previsione, ed in conseguenza della
caduta del piirno uomo, infra la-
psum Adami; mentre in vece i
sopralassarì o sopralapsari pre-
tendono che Dio prese una tale
risoluzione prima della caduta di
Adamo, ed indipendentemente dal-
la medesima, supra lapsuni Ada-
mi. ]\on è possibile conciliare que-
sto sistema colla volontà di Dio di
salvare tutti gli uomini, volontà
chiaramente rivelata nella Scrittu-
ra sacra, e col decreto che Dio fe-
ce , prevista la caduta di Adamo ,
di redimere l'uman genere per mez-
zo di Gesti CiMSto.
INGELHEIM OBER, Inghelhei-
num. Borgo del gran ducato di
Assia-Darmstadt, provincia del Re-
no, capoluogo di cantone , presso
la riva destra del Salzbach, a qual-
che distanza dalla riva sinistra del
Reno, nella diocesi di Colonia tra
Magouza e Bingen. È cinto da un
muro fiancheggiato da torri, e rin-
chiude tre chiese, una delle quali
del preteso culto riformalo; essa è
antichissima, possiede molti monu-
naenti curiosi, e belli vetri dipinti,
sui quali sono rappresentati diversi
fatti dell' istoria di Carlo Magno
che nel 774 vi radunò la prima
dieta, giacche i di lui successori ve
ne tennero delle altre. Nella me-
desima chiesa Carlo Magno depose
Tassilo o Tassilone duca di Baviera.
Concila d* Ingelheim.
II primo si tenne Tanno 778,
in cui il duca Tassilone di Bavie-
ra essendo stato convinto di perfi-
dia verso Carlo Magno re de'frau-
chi, fu obbligato ritirarsi in un mo-
nistero. Reg. tom. XX; Labbé tora.
\^1I; Arduino tom. IV.
ING
Il secondo si adunò neir8i7 con-
tro gli usurpatori dei beni della
Chiesa. Reg. tom. XXI ; Labbé
tom. VII; Arduino tom. IV.
Il terzo l'anno 826 contro colo-
ro i quali commettevano delle de-
predazioni nel regno. Ibidem.
Il quarto fu celebrato nelT 840
a' 24 giugno, ed in esso Ebbone
arcivescovo di Reims fu assolto e
ristabilito con un atto dell'impe-
ratore Lotario I, sottoscritto da ven-
ti vescovi tanto delle Gallie che di
Germania riuniti nel palazzo d'in-
gelheim. Ebbone dopo il suo rista-
bilimento ordinò alcuni chierici ,
ma Carlo il Calvo lo scacciò da
Reims r anno appresso. Concil. t.
VII, p. 1770; Diz. de coite.
Il quinto fu adunato a' 7 giu-
gno del 948, e tenuto in presen-
za dei re Ottone I, e Lodovico IV.
Il Papa Agapito II vi spedi lega-
to a presiederlo Marino vescovo
Polimarziense, e v'erano in tutto
trentadue vescovi, e buon numero
di abbati, di canonici e di mona-
ci. Il re Lodovico IV si lagnò del-
la persecuzione ch'egli soffriva per
parte di Ugo conte di Parigi, d'Ar-
taudo o Artoldo di Reims e di Ugo
suo competitore. Sigiboldo diacono
deir ultimo vi fu deposto come ca-
lunniatore; Ugo scomunicato, ed
Artaudo ristabilito. Ugo conte di
Parigi doveva essere anch' egli sco-
municato, se non si sottometteva
al giudizio del concilio. Si stesero
dieci canoni, e vi si determinò che
si festeggierebbe la settimana inte-
ra di Pasqua, e nella Pentecoste
il lunedi, martedì e mercoledì;
che nelle litanie maggiori si di-
giunei-» bbe, vale a dire il giorno
di s. Marco, e così in quelli delle
rogazioni; si proibì ai laici di ac-
cordare o di togliere delle chiese
ING
ad un sacerdote qualunque, senza
il permesso del vescovo, e che le
decime si dovessero delìnire nel si-
nodo, non davanti i giudici seco-
lari. Agapito li nel 949 celebrò
un concilio in Roma in cui con-
fermò gli alti di questo d'Ingel-
heim , scomunicando il conte di
Parigi ribeile, finche non ubbidisse
a Lodovico IV. Reg. tom. XXV;
Labbé tom. IX ; Arduino tom. VI;
Diz. de conc.
Il sesto concilio ebbe luogo nel
972 in cui il vescovo Udalrico
e suo nipote Adelberone, ch'erano
accusati d'aver violati i canoni,
furono assolti. Diz. de conc.
11 settimo si adunò nel 980, e
vi fu ordinato che i monaci di
Otmars e di Mal medi non avreb-
bero che un solo abbate, quello
cioè d' Otmars, come avea disposto
il fondatore de' due monisteri, san
Remalo vescovo di Tongres. Gali,
christ. tom. Ili, p. 944-
INGHILTERRA, GRAN BRE-
TAGNA, o IMPERO BRITANNI-
CO. Col nome d'Inghilterra s in-
tende chiamare il paese piìi meri-
dionale ed il più considerabile dei
due regni dell' Inghilterra propria-
mente e della Scozia, componenti
l'isola della Grande Bretagna : i
suoi confini sono al nord la Sco-
zia, al sud la Manica che la divi-
de dalla Francia, all' est il mare
d'Alemagna o del nord, ed all'o-
vest l'oceano Atlantico settentriona-
le ed il mare d' Irlanda. Altri geo-
grafi dicono che si dà il nome di
regno unito della Gran Bretagna
alla grande isola dell' Europa che
comprende i due regni d'Inghilter-
ra e di Scozia^ all'isola britannica
e regno d'Irlanda, ed a varie iso-
le minori chiamate Shetland, Or-
cadi ed Ebridi ; ed aggiungono
ING 297
che questo stato e circoscritto al
nord e all'est dal mare Germani-
co, al sud dal canale d' Inghilterra
o Manica che la divide dalla Fran-
cia, ed all'ovest dall'oceano Atlan-
tico; si estende dal 49^ ^8' al
60° 35' latitudine nord , e dal
io"* 20' al 22" 4o longitudine
ovest. Anglia è chiamata tale re-
gione da quelli del paese, e prima
Engle-Land e poscia Eglis-Land
o England, cioè terra degli angli
ovvero anglo - sassoni ; dai francesi
Angleterre, dai tedeschi Engeland,
e dagli spagnuoli Inglalerra. Col
nome di Gran Bretagna, Britan-
via major j vuoisi indicare l' isola
dell'oceano Atlantico, troppo spesso
ed a torto disegnata col nome del
suo regno principale l'Inghilterra.
Questa isola che rinchiude la In-
ghilterra, il principato di Galles
e la Scozia, è effettivamente il cen-
tro dell'impero britannico. Sovente
anche si comprendono sotto il no-
me di Gran-Bretagna tutti indi-
stintamente i possessi britannici : la
Gran Bretagna è la più grande
tra le isole di Europa, la cui forma
è quasi triangolare, e di un trian-
golo allungato , fattasi astrazione
dei numerosi incavi della costa
occidentale, del quale la più piccola
parte sta al sud : in tal modo le
coste presentano tre esposizioni ge-
nerali air est, al sud ed all'ovest.
L' impero britannico si estende a
tutte le parti del globo, con va-
stissima dominazione, e maritti-
ma preponderanza. L' Inghilterra
è il centro della monarchia, che
fu eziandio anticamente appellata
Alhion.
Non senza ragione si suppose
che la Gran Bretagna abbia fatto
paite del continente : la poca lar-
ghezza del passo di Calais, la per-
298 ING
fella analogia che esiste fra le col-
line cretose delle coste, le quali
formano queslo stretto, e la dire-
zione della catena divisoria d'acqua
di quell'isola, appoggiano una tale
ipotesi. Tre catene di montagne,
i Grampians, i Cheviot, i Moor-
lands orientali, unitamente a molti
gran dorsi, formano i principali
bacini del versatolo orientale. Le
montagne dell'Inghilterra non so-
no né frequenti né alte se si pa-
ragonano ai sistemi montuosi del
continente. Pure una ragguardevole
catena l'attraversa dal nord al sud,
da cui partono in seguito tre di-
ramazioni, Tuna verso la contea
di Norfolk, l'altra verso quella di
Kent, e la terza verso la punta di
Cornovaglia. Le cime più elevate
sono il Pico di Derby, il Cheviot
sulla frontiera scozzese, il Cots-
would nella contea di Gloucester,
il Plinlimmon e lo Snowdon nel
principato di Galles, ove i monti
sono per Io più formati di porfido
e di granito. Le catene di monta-
gne possono ridursi: i.** alla Che-
viot sulla frontiera scozzese; 2.**
centrale dal nord al sud, comin-
ciando sopra Carlisle e passando
all'oriente di Durham e Yorkshi-
re fino al Derbyshire e Cheshire.
Le contee di Cumberland, West-
moreland hanno delle montagne
staccate da qualunque catena. Una
catena centrale di elevazióne mino-
re si può tracciare quasi sino a
Salisbury con due rami irregolari
all'est, uno verso la contea di Nor-
folk, r altro verso quella di Hert-
ford fino ad Henley in quella di
Kent; un altro va verso il sud-
ovest verso la Cornovaglia. Vi è
un altro tratto assai elevato, chia-
malo dei colli Chiltern, steso dalla
contea di Hertford fino ad Henley
ING
in quella di Oxford. Le monta-
gne Malvern nella contea di Wor-
cester deviano dalla catena cen-
trale, ma quelle dette Colfwold
nella contea di Gloucester vi ap-
partengono. I colli Mendisi ec. ,
della contea di Somerset, quelli
della contea di Devon, e gli altri
della Cornovaglia stendono que-
sta catena fino alle isole Scilly. Vi
sono altre catene nel principato
di Galles. Le foreste di Windsor,
di Dean e di Sherwood , e quella
detta Nuova sono per la loro va-
stità, e per la pregevolezza dei co-
piosi alberi d'alto fusto, degne di
particolare osservazione. L* Inghil-
terra un tempo coperta di boschi,
offre al presente vasti spazi che
conservano il nome di foreste, le
cui non molte piante bastano ai
bisogni degli abitanti, accostumati
a far uso del carbon fossile. Si
pensò da qualche tempo a creare
molte piantagioni ; i numerosi par-
chi sono mantenuti colla maggior
cura, dimodoché percorrendo il re-
gno si vedono pochi cantoni nudi
internamente. Agl'indigeni si ag-
giunse l'introduzione di molti al-
beri stranieri che contribuiscono
ad accrescere l'amenità de' paesag-
gi. Il giardinaggio é coltivato in
Inghilterra con tutto quel profitto
che si può attendere dalla mag-
giore attività; il grande consumo,
specialmente della capitale di Lon-
dra, di frutta e vegetabili, inco-
raggisce talmente questo genere di
coltivazione che ciascun acro di
terra dà un vantaggioso prodotto.
In tal modo dobbiamo principal-
mente all'Inghilterra quel gran nu-
mero di giardini e prati artificiali
che tanto influiscono sull' aspetto
generale del paese, e dove la na-
tura non solo nou si vede offesa
ING
dai ritrovati di un' arte fredda e
meschina, ma si mostra sempre
accompagnata dalTornamento, come
per vivificarla e perfezionarla. De-
lizioso e pittoresco è l' aspetto del
paese : le verdeggianti pianure, le
amene colline, la ricchezza de' pa-
scoli, la studiata coltura de'campi,
la moltitudine delle città, castelli
e villaggi presentano all'occhio un
gradevolissimo spettacolo. Malgra-
do però le più diligenti cure non
può chiamarsi fertile il suolo, e
tenue compenso offre all'agricolto-
re. Però il grosso e minuto be-
stiame prosperosamente si alleva,
e si pone ogni studio a perfezio-
narne le razze. Sì celebra la squi-
sitezza de'castrati ; i cavalli sono i
più destri, vivaci, robusti e docili
dell'Europa ; il genio nazionale per
le corse largamente premiate, la
gara delle scommesse, la scrupolo-
sa attenzione sugli accoppiamenti,
e la libertà accordata a questo
ramo di commercio, concorrono
a renderne il pregio ognor più
singolare. Propri della contrada
sono pure gli alani, ed i mastini
che quelli eguagliano in forza non
in ferocia.
Qualche lago trovasi al nord
delle contee di Cumberland, di
Lancaster e di Westmoreland, il
Windermere, il Bassenthwaite, il
Coniston, r Hawes, il Dervvent,
r Ulswater, e taluno di minor
conto nel Cambridge e di Derby:
molte paludi e stagni furono dal-
l' industria disseccati e ridotti a
coltura. La Inghilterra è grande-
mente resa addentellata dal mare
su molti punti ; lo che sopra due-
mila leghe di coste, vi forma una
quantità di rade, baie e porti, con
cinquanta riviere navigabili. I mol-
ti fiumi notevolmente inOuiscono
ING 299
alla prosperità commerciale del pae-
se. Il più ragguardevole è il Ta-
migi che sorge nelle montiigne
Cotswold nella contea di Glouce-
ster, e mantenendo un corso verso
il sud-est, fino al mare Alemani-
co, riceve i fiumi Chferwel, Teme,
Rennett, Wye, Mole e Lee. Il corso
si computa a centoquaranta miglia
inglesi, navigabile fino a Cricklade.
Maestosamente poscia entra nel
bel mezzo di Londra, e dopo il
corso di altre venticinque leghe
gittasi nel mare di Alem;igna. Sos-
tiene fino a Deplford qualsiasi va-
scello da guerra, e conduce fino
a Londra stessa le navi di otto-
cento tonnellate col beneficio del-
la marea, che si fa sentire sino
alla città di Richmond a quattro
leghe di ulteriore distanza. La Se-
verna è il principal fiume del prin-
cipato di Galles, che gettasi nella
baia di Bristol, è navigabile nel
suo lungo corso di centocinquan-
ta miglia inglesi fino a Welck-
pool, e comunica col Tamigi, col-
la Trenta e con altri fiumi me-
diante artificiosi canali . Il Med-
way dalle contee di Surrey e di
Sussex passa a Rochester, quindi a
Chathan viene navigabile, ed entra
nel Tamigi presso la sua imboc-
catura. La Tienta dalla contea di
Staffoid scorre a bagnare la città
di Trentham, si naviga qiiindi a
Burton nella contea di StafFord, e
dividendo poscia la contea di Not-
tingham da quella di Lincoln si
scarica nell' Humber, altro consi-
derevole flumcj il quale dopo aver
raccolto le acque eziandio dell' Ou-
se e della Aire, sbocca nel mare
d' Alemagna. Il Tyne, il Tees, il
Tweed, 1' Eden, l' Avon, il Der-
went, il Ribble, il Mersey, il Lu-
ne ed il Dee formano la serie
3oo, ING
de' fiumi minori. Ponendo gli in-
glesi a profitto tutti i vantaggi
che dalle acque derivano, hanno
fatto neir interna navigazione i più
niaravigliosi progressi. Il canale di-
segnato dal Brindley, chiamato il
Grati tronco^ cominciato nel 1766
e terminato nell'anno 1777, lungo
tiovantanove miglia ; quello di
Worsley, quello di Leeds, V altro
di Lancaster, l* altro della contea
di Staflbrd vengono noverati fra i
principali; ma il più mirabile è
quello di Braunston, detto anche
la Gran riunione, il quale collega
insieme vari canali, e comunica
per tal modo colle regioni del
centro e della capitale. Queste
strade idrauliche non sono i soli
mezzi immaginati per facilitare le
relazioni commerciali fra i diversi
punti dell' isola, ma un gran nu-
mero di battelli a vapore formano
un sistema di navigazione assai
vantaggioso. Quanto alle strade
ferrate, dal i83o in poi questa
speculazione ha assorbito una gran
parte del capitale d' Inghilterra, e
sebbene vi voglia una legge parti-
colare del parlamento per farle,
il regno è quasi coperto della rete
di ferro da esse formata. Per la
sua struttura e composizione, e più
per la natura del suolo, V Inghil-
terra rinchiude acque minerali di
specie e di proprietà differenti. Le
più frequentate sono quelle di
Bath, la cui celebrità risale sino
al tempo dei romani. Dopo ven-
gono quelle di Bristol, di Tupbrid-
ge, di Buxton, di Scarborough e
di Cheltenham, non essendovi nep-
pure una contea che non possa
vantarsi di possedere almeno una
sorgente di acqua minerale. Vi so-
no miniere di carbon fossile ab-
bundantissime, reso comune inLoa-
ING
dra sotto il regno di Elisabetta, di
ferro, di piortibo, di stagno, di
rame, e di altri minerali. Il clima
dell' Inghilterra si distingue soprat-
tutto per la sua incostanza, sicco-
me bagnata da tre lati dal mare.
Situata questa regione nella parte
settentrionale della zona tempera-
ta, soggiace a frequenti e foltissi-
me nebbie, e non gode che im-
perfettamente lo splendore vivifico
del sole. Pure nell' eguale latitudi-
ne il rigore del freddo è maggio-
re verso le terre continentali, ed
ordinariamente mentre nell'inverno
sono accessibili i porti inglesi, l'O-
landa e l'Alemagna vede i suoi
ricoperti di ghiaccio. In generale il
suo clima è dolcissimo,, non essendo
il calore giammai incomodo, né il
freddo insopportabile. Quantunque
si trovi in Inghilterra altrettanta
gente sana e robusta, e di età
avanzatissima quanto nel restante
dell' Europa, il clima di questo
paese inclina naturalmente alla me-
lanconia.
Le differenze sensibili che esi-
stevano fra i costumi, gli usi e gli
idiomi dei tre popoli, gli inglesi,
gli scozzesi ed i gallesi , non sono
ancora tolte del tutto. Nella Scozia
soltanto e nel paese di Galles, le
persone della prima classe adot-
tarono in generale i costumi e
la lingua inglese; non cosi però
i montanari di questi paesi. Nel-
l'Inghilterra il clima ha una forte
influenza sul fisico e sul morale
degli abitanti, che Baert dice aver
carattere tetro, brusco e riflessivo.
L'educazione è quasi interamente
uniforme per le persone di tutte
le condizioni sopra la classe infe-
riore del popolo, e mantiene nel-
l'età prima la uniformità, modifi-
cata in progresso da una costila-
ING
zìone temperata di monarchia, a-
ristocrazia e democrazia , da una
gran diversità di religioni e di set-
te, e da un genere di vita solita-
ria e ritirata. L' amore ed il tras-
porto che si attaccano allo spirito
di libertà e di eguaglianza, basi
della costituzione, portano tutte le
classi della società ad uno spìrito
d' imitazione che in questo paese
è infinitamente più efficace che al-
trove, che si scorge in tutte le
azioni della vita, e che dà luogo
ad un grande consumo, una delle
cagioni pili possenti della naziona-
le prosperità. Ma se il potere del-
l' oro è grande negli altri stati ,
nell'Inghilterra è onnipotente? apre
la strada al parlamento ed innalza
alla dignità di pari. Il lusso degli
equipaggi, gran numero di dome-
stici e di cavalli, nei gran signori
ed opulenti è estremamente diffu-
so. Malgrado i difetti dell'educa-
zione in Inghilterra esiste un gran
cumulo di cognizioni. La classe
media non cessa di leggere molto ;
ciascuno nel suo stato si sforza di
acquistare in tal maniera quella
istruzione, che può dargli la su-
periorità sopra i suoi competitori.
Gli inglesi si credono la prima
nazione del mondo, per cui facil-
mente dispiezzano le altre, non
esclusi gl'irlandesi: questa preten-
sione alla superiorità non curano
di nasconderla neppure allo stra-
niero ; ed animati come sono dal-
lo spirito pubblico, col loro corag-
gio ed industria contribuirono alla
prosperità del paese. D' altronde
sono bravi, intrepidi, generosi, e
malgrado la loro freddezza obbli-
ganti. Hanno lo spirito elevato e
sottile, ed il giudizio eccellente; il
loro commercio è sicuro. Vi sono
poche nazioni come questa, che
ING 3oi
mostri un interesse più generale e
più vivo per tuttociò che è gran-
de. Non si può negare che 1* In-
ghilterra eserciti un'influenza ed
un potere sovrano su grandi popo-
lazioni della terra, e che regoli da
qualche tempo ancora talvolta il de-
stino dei troni. Gli inglesi non sono
alieni dai divertimenti, hanno mol-
ti spettacoli, apprezzano il tratte-
nimento del teatro , e quelli della
campagna : le mascherate, i con-
certi, la danza, le corse a piedi ed
a cavallo, le lotte di vario genere,
i giuochi di destrezza, i combatti-
menti de' galli attirano la curiosità
universale. La mania de' pugillato-
ri, e le gare a colpi di pugno, mas-
sime nella classe inferiore, moti-
vate da scommesse o da ripara-
zioni d'ingiurie, sono spinte tal-
volta ad eccessi. Il carattere degli
inglesi ecco come l'espresse Mac-
Carthy. « Bisogna confessare che
ad eccezione dei loro pregiudizi
contro tuttociò che non è inglese,
e di un orgoglio nazionale che li
persuade che la supremazia appar-
tiene loro in tutto, essi sono i più
abili, i più saggi ed i più valorosi
uomini del mondo, e perciò degni
del posto che occupano nella ge-
rarchia politica di Europa ". Inol-
tre gli inglesi amano assai di viag-
giare, e ciò fanno con generosità,
coltura ed intelligenza.
Questo regno frequentato, popo-
lato e conquistato da popoli di
stirpe diversa, offre ne* suoi abi-
tanti le tracce visibili di questo
mescuglio di nazioni. La loro lin-
gua è un composto di celtico, sas-
sone, danese, latino e normanno;
ma partecipa principalmente, per
la situazione del paese e per altre
cause, delle due maggiori sue sor-
genti, cioè del gotico e del latino,
3o2 ING
riunendo ad un cerio punto la
forza del linguaggio de' goti, alla
melodìa di quello di Virgilio. La
Inghilterra possiede un gran nu-
mero di nìanoscrilli in lingua an-
glo-sassone o antica inglese , e si
osserva che uno degli scrittori più
classici di quel tempo è il re Al-
fredo il Grande. Molte opere po-
steriori alla conquista di Gugliel-
mo I provano che la lingua fran"-
cese, quantunque usitata solamente
fra i grandi, non avea dato che
una tinta leggiera di mescolanza
al nazionale linguaggio. Le con-
quiste di Edoardo li! in Francia
ed altre circostanze operarono nel
XIV secolo un cangiamento inu-
tilmente tentato dal vincitore nor-
manno. La hngua fece poscia dei
progressi sì rapidi , che risalendo
sino ad Enrico VI essa si trova
poco diversa da quella che Fu po-
scia sotto Enrico VII. Al tempo
del regno di Elisabetta la lingua
inglese acquistato avea tanta ab-
bondanza, nobiltà, forza e melo-
dia, che una remola posterità giu-
dicherà forse che gli scrittori at-
tuali non eclissarono mai gli scrit-
tori di quel tempo ; perdendo pe-
rò la lingua in forza ciò che ha
guadagnato in eleganza. La lingua
inglese ha una costruzione parti-
colare ; ciò che ne rende assai dif-
fìcile lo studio agli stranieri. Ha
essa alcune particelle in luogo del-
le declinazioni de' nomi, e di più
"«i si trovano molte anomalie, sgra-
ziatamente troppo radicali a segno
da non poter essere corrette dalle
regole della grammatica. Conchiu-
dono gì' intelligenti, che la lingua
inglese è un ramo misto della fa-
miglia delle lingue germano scan-
dinave; che si è considerabilmente
arricchita a spese di quasi tutte le
ING
moderne lingue d'Europa e spe-
cialmente della francese; che ha
molta espressione ed energia, e può
chiamarsi il più elegante fra i nor-
dici idiomi ; eh' essa si parla per
tutto il globo, essendone lo studio
assai diffuso persino nel sesso gen-
tile, massime negl' immensi domi-
nii del vasto impero britannico.
Appena gl'inglesi ebbero abban-
donato l'idolatria, si posero a col-
tivare il loro ingegno, soprattutto
collo studio delle scienze sacre; e
vi riuscirono, come è noto, in par-
ticolar modo, come puossi provare
dal solo venerabile Beda. Molti si-
gnori si recarono in Italia e in al-
tri paesi, onde perfezionare le co-
gnizioni già acquistate ; e quello
che era più d'ammirarsi in essi si
è, che il loro fervore nell' adem-
piere i doveri del cristianesimo e-
guagliava, anzi superava l'ardore
neir istruirsi. Studiavano non per
parere più dotti, ma per divenire
migliori. Siccome non c'erano an-
cora università in Inghilterra, i
grandi monisteri tenevano scuole
pubbliche, nelle quali venivano i-
struiti il clero e i giovani nobili.
Essendo di que* tempi sconosciuta
la stampa, ogni monistero aveva,
il suo scripto riunì, dove si copiava-
no i libri; e questa era l'occupa-
zione della maggior parte dei mo-
naci, i quali v' impiegavano quel
tempo ch'era per gli altri destinata
al lavoro. Così ogni monistero ave-
va la sua biblioteca : in quella di
Peteiborough contavansi mille set-
tecento manoscritti ; quella dei mo-
naci grigi di Londra era lunga
centoventinove piedi e larga tren-
tuno, ed era molto ben provveduta
di libri. Ingulfo dice che quando
quella di Croyland fu bruciata nel
109 1, vi si perdettero settecento
Ij\G
volumi. E da credersi che la bi-
blioteca di Wells fosse assai vasla,
perciocché avea venticinque flnestie
da ogni lato. A s. Agostino di
Canlorbery sì pregava tutti i gior-
ni pei benefattori della biblioteca,
sì vivi che morti. Librerie simili
erano presso gli altri religiosi ; • e
gli atti del parlamento dopo V ar-
rivo de' normanni furono deposti
in quelle de' principali monisteri.
Sotto gli anglo-sassoni vi si posero
in custodia i principali decreti del-
l' assemblea generale degli stati ,
detta TViUena Gemote o Mycel
Geniote^ come anco gli atti delle
assemblee dei particolari distretti
detti Gemote. In alcuni monisteri
si conservava una specie di registri
della storia dei re e degli avveni-
menti pubblici^ alcuni de'quali so-
nosi salvati dalle fiamme e giun-
sero sino a noi, quali sono gli an-
nali e le cronache sassoni, che Gib-
son pubblicò a Oxford nel 1692:
Fiorenzo di Worcester e Gugliel-
mo di Malmesbury compilarono la
loro storia coll'aiuto di queste cro-
nache che si guardavano nei mo-
nisteri. Non si può abbastanza de-
plorare la perdita di questi monu-
menti, dai quali gli storici avreb-
bero potuto trarre molte cognizio-
ni, fatta sotto Enrico Vili colla
soppressione di tanti monisteri, che
ne cagionarono la rovina. I fana-
tici di que' tempi) trasportati da
un furore di cui i goti non sareb-
bero stati capaci, non rispettarono
neppure le biblioteche delle utiiver-
sità, specialmente le due pubbli-
che d' Oxford, una fondata sotto
il regno di Odoardo IH da Ric-
cardo di Burg o Aungerville gran
tesoriere d' Inghilterra e vescovo
di Durham, il quale avea speso
somme immense per faie delle col-
IxNG 3o3
lezioni compiute in ogni genere ;
l'altra fu cominciata nel 1867 *^^
Tommaso Cobham vescovo di Wor-
cester, cui Enrico IV ed i suoi fi-
gli accrebbero di molto, e vi riu-
nirono la famosa biblioteca del ce-
lebre Unfredo duca di Gloucesler,
la quale era piena di manoscritti
preziosi comperati a gran prezzo in
molli paesi. L'orrido sacco delle
due biblioteche, e quello delle li-
brerie de' collegi particolari, lo rac-
conta Chamberlain nello Stato pre-
sente dell'Inghilterra par. Ili, p.
45o. Tommaso JBodley con mira-
bile generosità fondò a Oxford
una nuova biblioteca pubblica, la
quale fu aperta nel 160*2. Il suo
esempio ebbe degli imitatori , ma
questi zelanti protettori delle lette-
re non hanno con tutti i loro sfor-
zi potuto ricuperare gli antichi
manoscritti, la perdita de'quali è
compianta.
S' impiegano al presente nella
Gran Bretagna tutti i mezzi pos-
sibili onde dilFondervi la istruzione.
Ultimamente contavansi nell'Inghil-
terra e nel paese di Galles circa
quarantamila scuole pubbliche, del-
le quali circa millecinquecento se-
guivano il sistema di Lancaster. La
cura che gì' inglesi anche della clas-
se inferiore pongono nell'educazio-
ne della prole, e specialmente delle
zitelle, merita particolare encomio.
Oltre le così dette scuole della do-
menica, vi ha un buon numero di
collegi, e distinguousi quelli di s.
Paolo, di Westminster, d'Eton, di
Winchester, di Rugby. Celebri poi
sono le due università di Oxford e
di Cambridge, composte di più colle-
gi riccamente dotati. Quindi la let-
teratura, le scienze, le arti belle
hanno eminente seggio in Inghil-
terra, ove sono tesori di collezioni
3o4 ING
riguardanti ogni genere cìi lettera-
tura, di scienza, di anticliità, e di
opere artistiche di classico pregio ;
dappoiché è a lutti noto quanto
gì' inglesi eminentemente abbiano
nobile trasporto per tutto ciò che
riguarda l* erudizione, la dottrina,
l'antichità e le belle arti, e quanto
di esse sieno conoscitori, per cui
non risparmiarono ne risparmia-
no spese per gli analoghi acquisti,
massime in Roma principal sede
delle arti e degli artisti. Conside-
rando quanti progressi il popolo
britannico fece fare alla geografia,
noi lo vediamo entrare nel i497
nella carriera delle scoperte. A que-
st'epoca gl'inglesi trovarono Terra
Nuova, e riconobbero le coste del-
l'America settentrionale. Avidi quin-
di di aprirsi un passaggio al gran-
de Oceano, attraversarono il con-
tinente an^ericano, i loro naviga-
tori esplorarono successivamente le
coste di questa parte del mondo,
e più particolarmente quelle del
nord e del nordovest, alle quali
imposero i loro nomi. Ben presto
dopo percorsero gli oceani, e fece-
ro frequenti viaggi intorno al mon-
do. Nel 1786 si stabilì la società
Africana, ed i loro agenti non eb-
bero appena percorso l'interno del-
l'Africa, che ci fornirono di nuovi
lumi su questa parte del globo.
Intanto la Gran Bretagna s' impa-
dronì deirindostan, o per meglio
dire aumentò le sue formidabili
conquiste nelle Indie orientali, di-
venendo gli ufììziali de' suoi eser-
citi dotti ed esperti geografi: l'In-
ghilterra inviò successivamente nel-
le Indie abili ingegneri, onde il
velo che le copriva fu ben presto
squarciato. Agli inglesi, che ognor
più viaggiano in tutte le parti del
mondo, noi dobbiamo le maggiori
ING
e più recenti istruzioni sulle con-
trade meno conosciute. Lungi di
accennare i progressi delle arti ,
delle scienze e della letteratura del-
la Gran Bretagna , ci limiteremo
ad indicare quali rami delle umane
cognizioni furono maggiormente col-
tivati in questo paese, e quali uo-
mini si distinsero in ciascuno di essi.
Il gran NcAVton si presenta alla
testa de' più illustri promotori del-
le scienze fisiche e matematiche.
Generalmente meno cogniti di New-
ton, Taylor, Coles, Sterling, Camp-
bell scozzese, Mac- La uri n scozzese,
Wallis, Brounker, Barrow, Hoo-
ke, ec, fecero fare alle matemati-
che, all' astronomia , all' ottica ed
alla meccanica considerabili pro-
gressi, e molti fra loro, Mac-Lau-
rin, Wallis, Hooke, ricanstparisceno
pur anco fra i più celebri fisici di
questo paese, a fianco di Derham,
Jurin, ec. Black scozzese, Macbri-
de scozzese, Cavendish e Priestley
segnarono il cominciamento di un'e-
ra nuova per le scienze chimiche,
distinguendosi dopo di essi fra i
chimici sir Humphrey Davy, Rir-
waa e Cravrfurd. La botanica de-
ve molto a Bay, Persoon, Ellis,
Dillon, ec; e le scienze naturali a
Bacone, Villoughy, Boyle irlandese,
Hutton , e a molti di quelli che
già abbiamo nominati. La forma
del governo inglese avrebbe dovuto
produrre eccellenti oratori. Si pos-
sono per altro citare, come molto
degni di rimarco, Pilt, Burke ir-
landese, Fox, O'Connell irlandese.
La poesia illustrata nel XIV seco-
lo da Chaucer, fu abbandonata si-
no al secolo XVI. Spencer com-
parve allora, e dopo di esso alla
fine di quel secolo, e nel principio
del seguente fiorirono i poeti dram-
matici i più rinomati della Gran
ING
Bretagna , cioè Shakespear , Ben-
Johnsoii, Fletcher e Beauraont. Mil-
ton ed il lirico Valler vissero al-
l'epoca di Cromwell, e Dryden e
Pope innalzarono poscia la poesia
inglese al più alto grado di per-
fezione, al quale sia mai giunta.
Dopo di essi Thompson scozzese
e Ifoung la sostennero, e poscia
venne sempre coltivata, con mag-
giore o minor successo, da Gray,
Percy, Sheridan irlandese, Moore
irlandese, Byron e da molti altri. Gli
autori di materie controversiali fra i
cattolici sono stati uomini i quali si
sono distinti per dottrina, ingegno ed
impegno nella difesa della fede, fra
i quali si possono annoverare Sta-
pleton, Personio o Persons, Walsin-
gham, Tommaso Moore, i vescovi
Fisher e Gardiner, Harding, Bri-
stol, Manning, Sarders, ed il car-
dinal Alano; non che i vicari apo-
stolici Challoner e Milner, ed Hay,
sebbene questo appartenga alla Sco-
zia, e sia controversista. Ma ciò che
forma il maggiore onore all'ingle-
se letteratura , sono i suoi storici
politici, come Bacone, Clarendon,
Hume, Robertson, Fergusson, Gib-
bon, Gillies, ec. ; però in qualche
parte le loro prevenzioni religiose
tolsero loro l'imparzialità che con-
viene allo storico. Tra gli uomini
illustri viventi nomineremo , tra i
guerrieri, oltre i defunti recente-
mente Keane e Nott, Wellington
e Sale ; come tra gli ammiragli Co-
drington, Slopford e Napier. Tra
gli artisti, i pittori sono Stanfield,
Shee, Herbert, Furse, Croaìek, Se-
vern, Landseer; gli scultori Gibson
e tutti quelli di cui tratta il conte
HaAvks le Grice nella sua opera
sopra gli studi di Roma. Tra i
chimici Faraday, Arnolt, Lardner,
e neir astronomia la signora So-
mer ville, residente in Roma. Tra
VOI. XXXIV.
ING 3o5
gli storici Lingard, Dunkam, Reigh-
tley; e tra i poeti Wordfworth.
Qunnto ai santi, beati e martiri
dell' Inghilterra, se ne tratta prin-
cipalmente nell'opera intitolata Bri-
tannia sancta, Londra 174^- In
questo Dizionario sono compendia-
te in brevi biografie tutte le vite
descritte dal celebre Albano Butler.
I cardinali inglesi della santa
romana Chiesa secondo alcuni si
fanno sino ad oggi ascendere a
circa cinquanta. Secondo le Memo-
rie storielle de' cardinali del Car-
della, compresi i due creati dopo
la pubblicazione di tale opera, so-
no i seguenti trentacinque, enu-
merando i quali cronologicamente
noteremo il Papa che li esaltò al
cardinalato e l'epoca. I trentaqual-
tro defunti hanno le biografie in
(juesto Dizionario. Francesco Go-
dwino scrisse le vite de' cardinali,
e prelati inglesi. Il primo cardina-
le di questa nazione fu Ulfrico o
Ulrico creato da Pasquale H nel
1107 che lo spedì legato in In-
ghilterra. Roberto Bollen o Polleu
nel 1 133 o nel i i44 ^^^ creato car-
dinale da Innocenzo li; nel 1146
Nicolò Breakspear e Galfrido Arturio
ossia Golfridus Monumethensis di
Eugenio IH: Nicolò nel 11 54 di-
venne Papa, prese il nome di A-
driano IV, e governò la chiesa
quattro aimi, otto mesi e ventino-
ve giorni ; 11 55 Boso o Bosone
Breakspear di Adriano IV; 1178
Ereberto o Herbert de Bosham di
Alessandro III; 1212 e 1218 Ste-
fano Langton e Roberto Curson d'In-
nocenzo IH; 1224 o 1246 Gio-
vanni Toledo d' Innocenzo IV;
1278 Roberto Kilvarbio o Kil-
wardby di Nicolò IH; 1280 o
1281 Ugone Atrato di Evesham
di Martino IV; i3o3 Gugliemo
Maklesfejld o Marsfeld; i3o4 GuaU
20
3o6 ING
lei-o Winlerborn e Winktemburno
di Benedetto XI; i3o5 Tommaso
Joyce o Joice di Clemenle V;
i368 Simone di Langham di
Urbano V; iSyS Adamo Eston;
i38i Guglielmo Courtney o Cor-
tuney e Tommaso Teobaldi di
Urbano VI; i4o8 Filippo Repin-
don o Repinton di Gregorio XII;
i4ii Roberto Alun o Halam e
Tommaso Langley di Giovanni
XXIII; 1426 Enrico Beaufort o
Benufort o Chicheley di Martino
V; 1439 Giovanni Kemp o Staf-
ford di Eugenio IV; 1464 Tom-
maso Bourchier di Paolo II; r493
o i494^'0'''^""i Moorton o Morto-
ne di Alessandro VI; i5ii Cri-
stoforo Urswike o Ursovico di Giu-
lio II; i5i5 Tommaso Wolsey o
Volseo di Leone X; i53n> Giovan-
ni Fisher o Fischer, i536 Rigi-
«aldo Fole e Polo di Paolo III;
1557 Guglielmo Petow di Paolo
IV; 1587 Guglielmo Alano di Si-
sto V; 1675 Filippo Tommaso
Howard di Clemente X; 1747 En-
rico York, nato in Roma, di Bene-
detto XIV; i83o Tommaso Weld
di Pio Vili. Carlo Acton, nato in
Napoli, vivente, dal regnante Pon-
tefice Gregorio XVI nel concistoro
de' 18 febbraio 1839 creato cardi-
nale e riservato in petto, indi pub-
blicalo nel concistoro de' 24 gen-
naio 1842. Ma il Catholic Dire-
ctory del 1839 dal cardinale Ul-
rico al cardinal Acton inclusive
ne registra cinquanta, non com-
prendendovi alcuni di quelli da
noi riportati, ne il cardinal York.
Ecco poi quelli non compresi nei
sunnominati secondo il medesimo
Directory. Henricus Blesensisj non
è conosciuto dall'accuratissimo Car-
della, il migliore e il più moderno
biografo de'cardinali, la cui conti-
nuazione da Clemente XIII faccio
ING
io nel Dizionario. Così Giovanni
Cumini ti del 11 83. Roberto So-
mercol del i?.34; il Cardella lo
chiama Uma^arcote e 1* avea om-
messo nel catalogo de* cardina-
li inglesi. Anchero del 1261;
il Cardella lo chiama A utero Pan-
taleone di Troyes di Sciampagna.
Guglielmo Bray del 1262, così
detto dal luogo ove nacque nella
diocesi di "Reims, al dire di Car-
della. Bernardo de /tiìguisccll del
1281 ; il Cardella lo chiama Lan-
guisset delle Gallie. Berardo del
1288; o Berardo de' Berardi det-
to di Cagli dal Cardella. Teohaldo,
chiamato Teobaldo Stampense del
1288, secondo il Cardella, che
r ommise nel catalogo. Arnoldo
de Cantilupo del 1 3o6 ; dal Car-
della detto Arnaldo Frigerio di
Cantalupo nella diocesi di Bor-
deaux. Leonardo Guerunas del
i3oo ; dal Cardella appellato Pa-
trasso di Guercino zio di Bonifacio
Vili. Sertorins Wallensis del
i36r ; il Cardella lo chiama For-
tanerio o Seriori o Vaselli, ma
r ommise nel catalogo. Urbano V
del i362 secondo alcuni. Urbano
V non fu cardinale, e come Ome-
ro sette luoghi si disputarono 1' o-
nore dei natali : il VValsinghamo
lo disse inglese; la comune opi-
nione lo fa di Grissac nella Lin-
guadoca. Grinioaldus de Grisant
del i366; dal Cardella nominato
Angelico Grimaldi o Grimoardi
fratello di Urbano V. Giovanni
Tliorisby ; non lo conosce il Car-
della, così di Enrico Chicheley del
1426, anzi è lo stesso del Beau-
fort o Benufort rammentato. Cri-
stoforo Bamhridge del i5ii, è \o
stesso che Cristoforo Urswike del
medesimo Directory, o Ursovico
summentovalo. 11 Godvvino registrò
tra i cardinali inglesi molti «ali
ING
in Francia nei possedimenti de' re
d' Inghilterra. Alle biografie dei
cardinali si leggeranno quelle an-
cora di cjLie' cardinali riconosciuti
dal Cardelln, la cui autorità se-
gniamo.
Non v' ha nazione che nella
commerciale industria sostenga col-
1' Inghilterra il paragone. Gli in-
glesi sono arrivali a semplificare il
meccanismo dei loro lavori in mo-
do tale, che malgrado 1' alto prez-
zo della mano d' opera, pure ri-
valeggiano con tutti gli altri po-
poli, e vendono ali* estero a mi-
nor prezzo che i fabbricatori degli
altri paesi. Il governo pone tutto
in opera per assicurarsi in questa
parte il primato, mediante esclusi-
ve leggi, largizioni generose, e
vantaggiosi pubblici tiattati. Lo
spirito pubblico nazionale ne se-
conda col massimo impegno le
mire. Si erano instituiti in parec-
chie contee i festini patriottici coi
più .savi regolamenti. Le dame vi
si dovevano presentare con istofFe
filate, tessute e lavorate nel ter-
ritorio, di quel colore che veniva
dalla direttrice stabilito : altrettan-
to avveniva agli uomini, di lavoro
indigeno rivestili ; con tali spetta-
coli r utilità si univa al diletto,
e si manteneva vivo T entusiasmo
patrio nell' universale. Le più an-
tiche manifatture d' Inghilterra so-
no quelle di lana; prelendesi che
"vi fossero stabilite dai romani : si-
no dal secolo XII erano riguarda-
te come uno de' più ricchi pro-
dolli del paese. Le manifatture di
cotone vi furono stabilite verso la
metà del secolo XVII, e risveglia-
rono in progresso V industria na-
zionale, portando la prosperità in
diverse contee. Le numerose fab-
briche, e le ricche manifatture si
trovano pervenute all' apice della
ING 3o7
perfezione ; i prodigi poi che V ar-
te ha da qualche tempo operati
mercè l' applicazione della forza
del vapore a tutti i lavori mecca-
nici, destano la più gran meravi-
glia. Si deve al discoprimento pro-
gressivo delle fisiche teorie sul ca-
lorico e suir equilibrio del vapore
l'utilità ricavata ne'moderni tempi
da quelle macchine, che nell* età
prische agli egizi conosciute, e ripro-
dotte con universale stupore dal
famoso architetto Antemio in Co-
stantinopoli neir anno 55o, erano
sempre rimaste nello stato di fan-
ciullezza e d' imperfezione, e quin-
di sepolte Dell' olDblio. Neil' oriente
ed in Asia ancora vuoisi ritrovare
il tipo delle macchine a vapore,
sebbene molto diverse da quelle
in tempi a noi più vicini inventa-
te, con utilissima e maravigliosa
applicazione del vapore alla navi-
gazione ed a tanti rami d' indu-
stria. Sulle odierne macchine a
vapore molte storie vennero pub-
blicate : tra gli antichi viene cele-
brato Empedocle che molto studiò
sulle proprietà del vapore; tra i
moderni primeggia in tale studio
tra i fisici italiani il p. Danti.
Fiorirono poscia dottissimi e bene-
meriti stranieri. I nomi di Wor-
cester, di Savery, di Papin, di
Nowcomen, di Watt scozzese, di
Vasco di Garay hanno acquistato
diritto air immortalità per la ri-
produzione e miglioramento delle
diverse macchine atmosferiche ad
alta pressione e di doppio effet-
to ; ma fu riserbato al famoso
Perkins il vanto di attingere pro-
babilmente la meta della perfezio-
ne. Tali macchine mediante le
opportune combinazioni di ruote,
di leve e di altri organi si appli-
cano ad ogni genere di mestieri e
di manifatture specialmente nel-
'So8 ING
1* Ingliilterra. Servono alla maci-
nazione, a trasportare pesanti og-
getti, ad eslrarre 1' acqua dalle mi-
niere del carbon fossile, a dar
moto a pesantissimi carri, a fare
agire i principali ordigni delle fer-
riere, delle zecche, delle fonderie,
in faccende rurali, ed a muovere
ingegnosissime macchine di filatoi
e tessuti d' ogni specie, che a
un tempo filano lana e coione.
La parte piìi interessante è quella
che si adatta ai battelli, ed alle
navi a vapore. • L* invenzione si
attribuisce dagl'inglesi al loro con-
cittadino Ulliso Williso Wallis che
fece nel lySS i primi sperimenti;
ma Fitche nel 1787, e l'america-
no Fulton nel 180 3 coi più felici
successi ne assicurano l'onore alle
emancipate colonie del nuovo emi-
sfero, lasciando al genio instancabi-
le di Perkins il vanto dell'ulterio-
re perfezionamento . Il generale
Chasseolup o Chasseloup fu il pri-
mo ad accreditarne V impiego alla
difesa delie piazze forti, ed il ca-
pitano del genio Girard costruì
nel i§i4 varie batterie di sei can-
noni insieme uniti. Perkins pro-
pone di lanciare col mezzo del va-
pore grandi razzi di straordinario
peso, surrogandoli ai proiettili or-
dinari.
Dal fin qui accennato si ma-
nifesta quanto sia animato il com-
mercio dell'I nghillerra per le interne
manifatture, e quanto vasto per la
esterna navigazione, onde lucrosissi-
me sono le importazioni ed espor-
tazioni d'innumerevoli oggetti. Mal-
grado tante fonti di ricchezze è ben
lungi dal trovarsi in istato di pro-
sperità il basso popolo inglese, mas-
sime nelle provincie manifatturiere.
Molti hanno preso da questo dis-
ordine argomento di declamare
contro l'abuso delle macchine, che
ING
tolgono a molte braccia la gior-
naliera occupazione. Non mancaro-
no profondi economisti confutar la
obbiezione e giustificare l'uso del-
le macchine, dimostrando che la
miseria del basso popolo trae piut-
tosto l'origine dal sistema regola-
mentano, dai monopoli, e da altr«
cause. Le manifatture di seteria
furono stabilite da Giacomo I; es-
se ritirano le loro prime male- *
rie dal Bengala e dall'Italia, gl'in-
glesi avendo tentato in vano di
allevare bachi da seta. Là savia e
giusta rivocazione dell' editto di
Nantes arricchì l'Inghilterra di un
gran numero di eccellenti artisti,
di cui privavasi la Francia con tal
misura. La sellarla inglese è ricer-
cata da per tutto. La carta che
s* introduceva un tempo dal con-
tinente, ora se ne fabbrica non
solo pel bisogno dell' interno, ma
ancora per una considerabile espor-
tazione. I numerosi giornali pub-
blici, fogli e scritti giornalieri oc-
cupano una gran quantità di tipo-
grafie, trovandosene eziandio nelle
più piccole città: s'inventarono nuo-
vi metodi di stampa che accelera-
no di molto la impressione. La
stoviglia è un oggetto della più
alla conseguenza pel gran consu-
mo che ne se fa nell'interno, come
per la quantità che viene traspor-
tata, per la sua bellezza e finezza;
i cristalli e le porcellane sono di
buona qualità. I lavori di accia-
io giunsero alla più desiderabile
perfezione, come l'arte degli oro-
logi. Molte arti meccaniche sono
formate in corpi, e soggette a de-
gli statuti particolari, specialmen-
te nelle città, con indicibili van-
taggi. E qui è luogo d' accennare
le varie compagnie protette dal
governo, che in mirabile modo
contribuirono alla prosperità del
commercio inglese , come delle
principali sue banche.
La compagnia d'Africa fondala
da Carlo II, guerni di fortezze le
coste della Guinea, ed intendeva
specialmente al riprovevole traffi-
co de'negri, dall'indignata umanità
proscritto. La compagnia di Tur-
chia istituita da Giacomo I, da
cui ricevevansi , mediante tribu-
to , le patenti per esercitare il
commercio nel Levante. La com-
pagnia del mare Australe, che a*
vanti la pace di Acquisgrana so-
leva ogni anno spedire un vascel-
lo ad Acapulco, nota per le som-
me esorbitanti che al governo ha
nelle urgenze somministrato. La com-
pagnia della baia d'Hudson, che fa
la ricchissima permutazione con
merci europee d* immensa quanti-
tà di pelliccie, le quali poi persi-
no nell'Asia e nella Cina diffonde.
La compagnia di Russia creata nel
1 554 dopo la scoperta del mar bian-
co fatta da Chancellor, di cui è ces-
sato lo scopo colle posteriori politi-
che transazioni. La compagnia o fat-
toria d'Amburgo, composta in gran
parte di scozzesi, la quale gode in
quella libera città i più eslesi privile-
gi. La compagnia dtWIndie orientali
{^Vedi) sopra tutte le altre famosa
per la sua opulenza, e per l'adito
che ha aperto alla estensione del
dominio inglese in quelle remote
e doviziose contrade. Quanto al-
l'ultima metà del secolo XVI, sotto
il regno di Elisabetta i navigatori
inglesi incominciarono effettivamen-
te a scorrere i mari utilmente ed
a fare scoperte importanti , questa
regina accordò la prima carta per
la fondazione delle colonie nel nuo-
vo mondo: sotto i suoi auspicii si
formarono la compagnia dell' Indie
orientali e quella dei mari del nord
istituite per la scoperta e l'eserci-
ING 3o9
zìo di ancora ignoti commerci. Ver-
so il termine del suo regno e nel
i6oi la compagnia dell'Indie orien-
tali incominciò ad agire con cin-
quanta azioni, ed un capitale di
quattrocentomila lire sterline. J\el
1698 se ne stabilì una seconda
che anticipò al governo due milio-
ni sterlini. Nel 1702 l'una e l'al-
tra insieme si riunirono, formando
una sola compagnia ; quindi rapi-
dissimi e felici furono i suoi pro-
gressi, e nel 1780 ottenne dal par-
lamento un privilegio per trenta-
quattro anni successivamente rin-
novato. ]\eir amministrazione ogni
azionista di mille sterlini ha il suo
voto; deve esserlo di duemila per
divenire eleggibile fra i trentaquat-
tro direttori. Il presidente ed i se-
gretari scelgonsi in mezzo a questi,
e durano un quadriennio senza po-
ter essere confermati. Sei direttori
sortono annualmente , e vengono
rimpiazzati da altrettanti. Vi sono
inoltre molti comitati inferiori che
si dividono le mercantili attribu-
zioni. I vascelli della compagnia
trasportano i pingui caiichi delle
merci indiane in Europa, e spac-
ciano colà le inglesi manifatture.
La compagnia dell' Indie è la sola
che veramente corrisponda alla sua
rinomanza, e trovisi in pieno vigo-
re e nel più prospero stato. La
banca d'Inghilterra fondata da Gu-
glielmo IH nel 1694, fa il cam-
bio e vende oggetti d'oro e di ar-
gento, ogni altro commercio gli è
proibito. Anima il traffico a cui è
destinata la cassa di sconto, s' in-
gerisce ne' pubblici fondi, negl'i rn-
prestiti ed in ogni affare di finan-
za. Può anzi chiamarsi il deposito
universale del numerario della na-
zione e de' particolari. Moltissime
banche particolari tennero dietro
all'erezione della banca d'iughilter-
3io ING
ra. Sonovi pure varie società di as-
sicurazione per ogni rischio eli mu-
re, d'incendio, ed anche per la vita
degli individui.
I monumenti di tutti i paesi del-
l'Inghilterra sono intimamente legati
colle principali epoche della loro sto-
ria, e principalmente colle rivoluzio-
ni occasionate dai diversi conquista-
tori che li soggiogarono, e dai nuovi
popoli che gli hanno successivamen-
te occupati. Le antichità dell' In-
ghilterra si dividono naturalmente
in antichità dei celti, popolo pri-
mitivo, delle colonie belgiche, dei
romani, dei sassoni, e nei monu-
menti danesi e normanni. I monu-
menti attribuiti ai druidi consisto-
no in pietre isolate, piantate in pie-
di, in idoli di pietra o di roccia,
in sepolcri formati con tre o più
pietre, in circhi o piuttosto chiu-
sure circolari di pietre, in mucchi
di pietre, in bacini di roccia che
si crede servissero per le espiazio-
ni, ed in caverne che offrivano un
ritiro in tempo di guerra. Lo Ston-
chengCj il quale corrisponde al cam-
po di Marte in Roma, monumen-
to sorprendente dell'industria bar-
bara, è attribuito da alcuni ai drui-
di istessi, da altri ai romani, ai
belgi e ai danesi. In molte parti
dell' Inghilterra e dell' Irlanda si
trovano simili circhi di pietra, ma
di minor grandezza, che da taluno
si credettero luoghi di sepoltura. Al-
la morte di un monarca o di un
generale distinto, se gl'innalzava un
elevato sepolcro sopra un'eminenza,
e la minore o maggiore altezza del
mausoleo dipendeva dalla riputa-
zione del personaggio. In progres-
so una gran pietra dritta fu il solo
segnale d'onore che si poneva sulla
tomba degli uomini distinti. Que-
ste pietre isolate indicavano ancora
il campo di una battaglia memo*
ING
rabile ; noji erano però qualche vol-
ta che semplici segnali di conimi
o termini. Quanto ai sotterranei,
quasi tutte le nazioni n'ebbero nel-
le prime età. Le antichità roma-
ne sono la maggior parte oggetti
di pura curiosila. Si dice che esi-
stano alcuni antichi anfiteatri ro-
mani a Silchester ed in altri luo-
ghi dell'Inghilterra. Il castello ro-
mano di Richborough, l'antica Ru-
tupiae^ nella contea di Rent, offre
gli avanzi di una muraglia massic-
cia cementata con una solidità po-
co comune. Le rovine romane in
questo paese sono di ordinario com-
poste di pietre o di ciottoli e di
letti di mattoni posti a gran distan-
za. Fra gli avanzi delle case di
delizia, delle quali il lusso romano
decorato avea l'Inghilterra, si rac-
colsero lastricati a mosaico, pittu-
re a fresco, ec. Le iscrizioni roma-
ne, gli altari, ec. furono ritrovati
per la maggior parte nel nord, e
particolarmente presso la grande
muraglia frontiera, che si estende-
va dalle coste occidentali sino al-
l'imboccatura del Tyne. Con ra-
gione si reputa questo vasto muro,
che avea sessanta miglia di lun-
ghezza, siccome il più importante
monumento della possanza roma-
na in Inghilterra. Gli avanzi delle
celebri muraglie divisorie appar-
tengono a quelle erette sotto gl'im-
peratori Adriano e Severo : gli a-
vanzi del muro di pietra di Setti-
mio Severo, ornato in ispazio di
torri, si conservano tuttora, e for-
mano uno degli interessanti mo-
numenti d'antichità che adornano
la Bretagna. Lungo sarebbe il par-
lare del gran numero degli oggetti
lasciati in questo paese dai roma-
ni, come monete, pietre preziose,
armi, ornamenti, ec. Uno dei gran
mezzi impiegati da essi per civihz-
ING
zare le conquistale contrade, fu la
costruzione delle grandi strade, che
divenne anzi un oggetto della loro
politica. Sì scoprono tuttora mol-
tissime tracce di queste grandi stra-
de e delle loro diverse ramifica-
zioni, che portavano l'abbondanza
da diverse parti in un punto.
Le antichità sassoni in Inghil-
terra consistono principalmente in
edifìzi tanto sacri che profani. Si
Tedono ancora molte chiese, che
furono per la maggior parte co-
strutte interamente nel periodo sas-
sone ; e ve ne sono che apparten-
gono al nono e al decimo secolo.
Le arcate elevate da Grimbald ad
Oxford, sotto il regno di Alfredo,
passano per monumenti curiosi del-
l'architettura sassone. I più anli-
chi castelli consistono in una torre
qualche volta quadrata ed altre
volte esagona. 11 castello di Co-
ningsburg, nella contea di York,
presenta il più informe saggio di
questo genere. La potenza danese,
che gravitò kmgo tempo sul nord
dell'Inghilterra, fu quasi passeggie-
ra al mezzodì. I campi dei danesi
simili a quelli dei belgi e dei sas-
soni avevano la forma circolare,
mentre quelli dei romani erano
quadrati. Del restante, non si at-
tribuisce generalmente ai danesi
che qualche castello al nord del-
l'Humber, e qualche "pietra carica
di runiche iscrizioni. 1 monumenti
normanni, così chiamati per distin-
guerne r epoca , incominciano al
momento delle conquiste e finisco-
no al secolo XIV. Lo stile nor-
manno sorpassa, generalmente par-
lando, il sassone, per la grandezza
delle dimensioni, degli edifizi, e per
la decorazione delle parli. Le catte-
drali di Durham e di Winchester
sono monumenti onorevoli dell'ar-
chitetlura anglo-sassone. Quanto ai
ÌISG 3ri
castelli sono essi troppo numerosi
per nominarli. Fra le curiosità na-
turali dell' Inghilterra, quelle della
contea di Derby passarono sempre
per osservabili. Sono pure rinoma-
te le meraviglie di Peak, la ca-
verna di Casllcton o buco del
Peak, quelli di Poole e di Bam-
forth : la caverna di Yordas , quel-
la di Welheicort, quelle delle mon-
tagne di Mendip, quella di Rye-
gate, quella di Wokey, e quella dì
Gatekirk. La cavità di Hurtlepot,
la calanca di Malham, specie d'an-
fiteatro di pietra calcarea ; nelle
vicinanze di Settle il pozzo curioso
pel flusso e riflusso ; nella contea
di Durham i tre slagni profondis-
simi detti calderoni dell' inferno;
gli avanzi di uua foresta som-
mersa sulla costa della contea di
Lincoln.
Parlando degli edifizi, fra i più
osservabili che possiede la Inghil-
terra, nomineremo per primo il ca-
stello di Windsor, il quale innal-
zandosi sopra un'eminenza che do-
mina il Tamigi, offre un aspetto
per la sua grandezza e magnificen-
za degno dei giorni della cavalle-
ria. 11 suo punto di vista si esten-
de fino alla cattedrale di s. Paolo,
e la scena che presenta tutto al-
l'intorno colpisce veramente l'im-
maginazione. Questo palazzo rin-
chiude moltissimi quadri preziosi e
pregiatissime rarità. Il palazzo di
Hamptoncourt, che pure possiede
una bella galleria, eretto sopra un
terreno più basso, ed ornato di ac-
quedotti pei quali scorrono le acque
della Coinè. Non restano a Rich-
mond che i giardini del re, i quali
però sono offuscati da quelli bellis-
simi e ben disposti di Revr, nei
quali la preziosa collezione delle
piante di tutti i paesi del mondo
fa provare all'ammiratore della na-
3ll INCr
tura un sentimento misto di deli-
zia e di sorpresa. Il palazzo reale
di Gree4nvicli, abbandonato da lun-
go tempo, come palazzo reale, rin-
chiude però l'osservatorio famoso
di questo nome. Fra i numerosis-
simi palazzi signorili che si trova-
no sparsi nelle diverse contee, e
tutti degni di essere ricordati, sem-
bra meritare forse il primo luogo
quello di Stowe, residenza del mar-
chese di Buckingham, celebre an-
che pe' suoi giardini magnifici. Non
conviene om mettere i due superbi
ospedali, quello di Greenwicli pei
marinai invalidi, e quello di Chel-
sea dietro il parco san Giacomo
0 S.t James pei soldati. Alcune sale
in cui si tengono le riunioni delle
contee sono rimarcabili per la lo-
ro elegantissima architettura. Senza
contraddizione poi uno dei più belli
edifizi d'Inghilterra è quello che
si trova nel villaggio di Buxton
nella contea di Derby, sopranno-
minato the crescente vasto edi Tizio
di forma semicircolare, che il du-
ca di Devonshire fece erigere per
comodo di quelli che vanno a pren-
dere le acque minerali di Buxton.
La sua regolarità e le sue vaste
dimensioni tanto più sorprendono
quanto che si trova situato in un
paese quasi selvaggio, inabitato ed
in mezzo a montagne sterili ed ir-
regolari ; contiene botteghe, alber-
ghi, teatro e magnifiche scuderie.
1 ponti in Inghilterra sono degni
della bellezza delle grandi strade,
e conviene confessare, che gl'inglesi
fecero in questo ramo notabili pro-
gressi , specialmente considerando
che alcuni sono di ferro fuso ; il
primo di questo genere fu eretto
nel 1777 a Colebrookdale , nella
contea di Salop sulla Severna. Sul
porto di Sunderland si costrusse
un ponte di ferro che si può dire
ING
sorprendente, ed in nitri luoghi
pure se ne costruirono di bellissimi.
La religione dominante è V an-
glicana o episcopale , introdottavi
dai puritani o calvinisti rigidi dopo
la prelesa riforma; per altro i pu-
ritani vSono nemici degli episcopali,
e condannano la liturgia anglicana
come un'invenzione umana. Gli e-
piscopali sono principahnente in In-
ghilterra, i presbiteriani nella Sco-
zia. Quelli che pei domini o le
forme del culto che professano dif-
feriscono dalla chiesa stabilita e non
riconoscono i trenlanove articoli
della religione pretesa riformata ,
possono essere compresi sotto la
generale denominazione di dissi-
denti o dissenzienti e non confor-
misti, quantunque questo nome sia
più particolarmente applicato ai
presbiteriani d'Inghilterra e agli in-
dipendenti. Noteremo che i presbi-
teriani soli d* Inghilterra si posso-
no chiamare dissidenti, non quelli
di Scozia, nella quale il presbite-
rianismo è la religione stabilita e
riconosciuta dalla legge, come la
religione nazionale. Dice il Bergier
che il cristianesimo in Inghilterra
è diviso in due principali partiti,
uno detto degli episcopali che si
chiama la chiesa anglicana o Val-
ta chiesa; V altro de' non confor-
misti o separatisti, che compren-
dono i presbiteriani y puritani a cal-
vinisti rigidi^ ed altre sette. Egli
qui sbaglia, doveva dire: il prote-
stantismo si divide in due partiti,
il primo detto degli episcopali os-
sia chiesa anglicana, suddivisa nel-
la chiesa alta e bassa j l'altro dei
non conformisti, ec. Le altre prin-
cipali classi de' dissidenti sono i
melodisti, i mennoniti, i quakeri o
tremolanti, gli anabattisti, gli er-
nuti o fratelli moravi, i metodisti,
i sociniani, i brownisti o indipen-
ING
(IcnH, i swedènborgi così denomi-
nati da! barone Swedcnborg loro
capo, che abbandonando la Svezia
sua patria, si fissò in Inghilterra.
Vi sono ancora, oltre un'immensa
quantità di religionari, gli unitari,
i quali si trovano contusi colle
prime classi, le quali si allontana-
rono alquanto dal rigore dell' ori-
ginaria disciplina. In generale tutti
questi settari sono assai numerosi;
ed è quasi impossibile di valutare
il numero de' partigiani di ciascu-
no di questi culli diversi. La U-
bertà di coscienza è intera : tutta-
via prima dell'atto del parlamento
sull'emaacipazione dei cattolici, bi-
sognava essere acattolico onde eser-
citare un impiego qualunque, come
ancora per essere membro del par-
lamento, atteso il giuramento che
si prestava, il quale era illecito
ad un cattolico. Nelle colonie anco-
ra tutti i culti sono hberi. Il gover-
no britannico ha pure interesse di
tollerare nelle Indie orientali quel-
le dottrine di Maometto, di Brama
e di Budda che abituano gh uomi-
ni alla obbedienza e subordinazio-
ne. Però non ha guari il governo
delle Indie orientali ha soppresso
l'annuo assegno di seimila lire ster-
line, che pagava ai templi del cul-
lo idolatrico. Nel 17 16 molti inglesi
ed alcuni scozzesi aveano formato
tra essi un concordato per unirsi
alla chiesa greca; questo progetto
però non ebbe alcun effetto : i greci
per certo non avrebbero consen-
tito, quando almeno gli anglica-
ni non avessero cambiato la loro
credenza sopra moltissimi articoli.
Vuoisi che gli ebrei sìeno poco nu-
merosi, cioè più di diecimila : essi
abitano principalmente le città mer-
cantih, inclusive alla capitale Lon-
dra.
VOI. XXXiVi
ING 3i3
Nelle Notizie letterarie oltramon-
tane che si pubblicavano in Roma
nel secolo passato, nel tom. II, par.
II del 1743 vi è l'articolo XXIX,
Della venuta degli ebrei in In-
ghilterra. Ivi si dice che sino a
quel tempo non era stato definita
tra gli istorici inglesi l' epoca in
cui gli ebrei fecero passaggio nel
regno. Si crede comunemente che
Guglielmo I li chiamasse dalla Nor-
mandia ; ma si trova' una legge
anteriore di s. Edoardo in cui egli
dice; fiulaei, et omnia sua regis
sunt; anzi negli excerptiones ca-
nonici di Egberto arcivescovo E-
boracense del 750 circa, si proibi-
sce a' cristiani d'intervenire alle
feste degli ebrei. Guglielmo II Ru-
fo cioè il rosso, ch'era assai igno-
rante in materia di religione, ordi-
nò una pubblica disputa tra i cri-
stiani e i giudei, promettendo di
accostarsi al partito de' secondi sé
avessero vinto, il che non essendo
successo, non lasciò il re di conti-
nuamente favorirli, permettendogli
tra le altre di aprire tre scuole in
Oxford. Ne' principii del regno di
Riccardo I, per certi delitti commessi
da alcuno di loro, non solo furo-
no espulsi da Londra ed uccisi, ma
poco dopo si (ece il medesimo in
altri luoghi del regno, bruciando-
gli e rovinandogli le case. Nacque
questa animosità contro quest'infe-
lice nazione particolarmente in quel-
li che si accingevano alla sacra spe-
dizione di Terrasanta , credendo
far con ciò un sagrifizio a Dio; noni
mancando persone che li tormen-
tarono crudelmente, massime per
cavarne denari, de' quali il re era
in estrema necessità. Costituì Ric-
cardo I certi giudici detti giusti-
zieri de' giudei de gremio scacca*
rii regisj i quali non solo presie-
di
3i4 ING
dessero alle riscossioni delle impo*
sto, ma ancora loro amministras-
sero giustizia. Dal re Giovanni tra
gli altri privilegi ottennero che po-
tesseix) costituire un sacerdote o
sommo rabbino che precedesse a tutti
gli altri rabbini d' Inghilterra; ma
poco dopo il medesimo re, adope-
rando ancora atroci tormenti , li
spogliò di tutti i loro beni. Enrico
li ora protesse gli ebrei, ora li spo-
gliò de' beni, levò il capo della si-
nagoga di Londra, ed una volta
al suo fratello diede per pegno tutti
gli ebrei del regno e le loro robe;
compensò poi queste violenze con fab-
bricar loro una particolare sinagoga
in Londra, togliendo Tempio costu-
me di spogliar de'loro beni quelli
che si facevano cristiani. Ordinò
inoltre, che per distinzione nella so-
pravveste duas tabulas albas de
lino panno j vel parcameno, doves-
se portare ciascun di loro. Odoar-
do 1 esigeva un tributo sotto pena
di proscrizione per aver essi croce-
fìsso un fanciullo; ma non poten-
dolo pagare, ed avendo commesso
nitri delitti, nel 1290 furono inte-
ramente cacciati dal regno, e le
loro ricchezze furono convertite in
usi pii. Per tre secoli questa gente
fu tenuta lontana dall' Inghilterra,
cioè sino alla morte di Carlo I.
Sotto Oliviero Cromwell cercarono
gli ebrei di ritornare in Inghilter-
ra, e finalmente Carlo li angustia-
to dalle turbolenze interne, e man-
cante di denaro, concesse loro l'in-
dulto di tornare nel regno, aven-
dovi presentemente varie sinagoghe.
Enrico Vili separandosi fatal-
mente con scisma dalla Chiesa ro-
mana, conservò la gerarchia epi-
scopale. Il corpo del clero della
chiesa anglicana è composto di tre
ordini, cioè dei vescovi, de'preti
ING
e de' diaconi. Sono i primi in di-
gnità ed in potere gli arcivescovi
di Canlorbery e di York, portan-
do il primo il titolo di primate
di tutta r Inghilterra, ed il secon-
do semplicemente quello di primate
d'Inghilterra: hanno i titoli di
vostra Signorìa e di vostra grazia.
I ministri degli episcopali hanno
per rendita la decima sulle pro-
duzioni, e quelli de' presbiteriani
hanno in vece onorari fissi pa-
gati dallo stato, almeno quelli del-
l' Irlanda. Gli ecclesiastici possono
maritarsi. I canonicati de' capitoli
vi sono ancora bastantemente buo-
ni, ma le parrocchie molte sono
ricche^ altre sono mediocri, ed altre
con rendite tenuissime. Sottomessa
la chiesa riformata alla primazia spi-
rituale del re o della regina, quel-
lo o questa come capi supremi
della chiesa anglicana possono con-
vocare, prorogare, discogliere i sino-
di ecclesiastici, e nominare arcive-
scovi, vescovi , ed altri del mi-
nistero, che però conferiscono gli
arcivescovi. 1 detti due arcivescovi
di Cantorbery e di York che restaro-
no colle loro due provincie eccle-
siastiche dopo la riforma, diminui-
ta però di molto la loro antica
podestà temporale, godono di tut-
ti i privilegi concessi ai pari, so-
no membii del parlamento , e vi
siedono come i ventiquattro vesco-
vi loro suffraganei, non godendo
però di una tale prerogativa il ve-
scovo di Sodor e di Mann, il qua-
le siede ma non ha volo nella ca-
mera de' pari. I vescovi sono no-
minati dal re ed eletti dal decano
e dal capitolo, e ad essi soltanto
appartiene al presente il diritto di
ordinare i diaconi e i preti, di
consacrar le chiese ed i cimiteri,
e di prender parte nelle questioni
ING
sulle nascile, matrimoni , morti e
testamenti. Tutti i vescovi sono
baroni e pari del regno, tranne il
solo nominato, e godono estesi pri-
vilegi. Il vescovo di Winchester
non è che il terzo in dignità, ma
è riputato il più ricco. Ciascuna
cattedrale ha prebende per cano-
nicati, ed un decano cosi chiama-
to perchè un tempo presiedeva a
dieci canonici : questo ed il capi-
tolo dei prebendati assistono il ve-
scovo negli affari ecclesiastici. Vie-
ne poscia l'ordine degli arcidiaco-
ni, composto in tutto di sessanta
membri, incaricati della ispezione
de' beni mobili delle chiese, di ri-
formare i piccoli abusi e di met-
tere in possesso i benefiziati. L'ul-
timo ordine del clero in generale
è quello de* diaconi, a cui fu con-
fidata r amministrazione de' beni
dei poveri, essendosi oggidì ristret-
to il loro impiego a battezzare, a
leggere in chiesa e ad assistere il
prete nella comunione. 11 curato
non è in Inghilterra che un ec-
clesiastico che officia per un altro.
I rettori s' interessano delle ripa-
razioni ed ornamenti delle chiese,
ed alle cose necessarie al servizio
divino, riscuotendo però le limosi-
ne della parrocchia ed altre ren-
dite una deputazione speciale. Le
rendite della chiesa anglicana sono
calcolate a tre milioni di lire ster-
line, pari a sellantacinque milioni
di franchi , e provengono princi-
palmente dalle decime. Quantun-
que alcuni scrittori abbiano molto
encomiato la tolleranza stabilita in
questo regno, la cattolica religione
fu sempre molestata con severissime
leggi. Sino agli ultimi tempi un
cattolico non poteva possedere al-
cuna carica, né entrare nel parla-
mento senza aver prestalo il giu-
ING 3i5
ramento del Test^ con cui abiura-
vasi il domma della transustanzia-
zione, e della giurisdizione spiritua-
le del Papa. Ma a' nostri giorni
essendo sempre più illuminata la
nazione degl'inglesi sopra la savia
condotta de'caltolici, ha grandemen-
te onorato se slessa, abolendo cer-!-
te irragionevoli sanzioni fatte dai
suoi antecessori contro de'caltolici,
i quali ora godono di maggior
tranquillità. La chiesa anglicana
era così lontana dall'arrogarsi qua-
lunque divina origine, che fino dal
suo nascere si chiamò la chiesa
stabilita per legge; il parlamento
la fece, ed il parlamento la può
disfare. Nella sua forma e legisla-
zione essa è una istituzione mera-
mente umana. La carta legislativa
sotto la quale questa moderna cor-
porazione spirituale fu riformala e
costituita di nuovo, fu fatta ad
un'epoca quando la nazione ingle-
se era più sottomessa a' suoi mo-
narchi che a qualunque altro tem-
po. Essa dovette la sua esistenza
come chiesa all' umore di Enri-
co Vili, agi' interessi degli ammi-
nistratori di Odoardo VI , ed alle
necessità politiche di Elisabetta.
Tommaso Lalhbury nel i836 pub-
blicò in Londra l' Istoria deW e-
piscopato anglicano^ dall'epoca del
COSI detto lungo parlamento sino
all' atto dell' uniformità ; con un
ragguaglio intorno appartiti reli-
giosi di quel tempo , e con una
rassegna degli affari ecclesiastici
in Inghilterra fino all'epoca della
riforma. Il eh. monsignor Nicola
Wiseman ora vescovo Mellipola-
mo, dotto autore di parecchie ope-
re come delle conferenze sopra la
connessione delle scienze colla re-
ligione rivelata , delle quali come
di altre ne trattano gU Annali del-
3i6 ING
le scienze religiose compilati nella
prima serie dal eh. monsig. De Lu-
ca ora vescovo di A versa, nel 1887
in Roma recitò rtell' accademia di
religione cattolica la Dissertazione
sullo stato attuale del protestante-
simo in Inghilterra^ e massime sul-
le opinioni che esprime intorno alla
regola di fede, e sul bisogno che
egli stesso sente ed esprime di am-
mettere un autorità suprema ed
infallibile in materia di fede. Fece
il paragone tra la religione catto-
lica sempre una e coerente a se
stessa, ed il protestantismo privo
d'ogni stabile principio di fede, e
dato iu balia a discordi pensamen-
ti ed a cangiamenti continui , i
quali nella Svizzera e nella Ger-
mania lo hanno fatto degenerare
o in razionalismo perfetto, o nel
cosi detto pietismo. Quindi par-
lando del protestantismo dell' In-
ghilterra, ove l'ambizione o la ra-
gione politica suggerirono ai primi
riformatori l' idea di conservare
una forma di gerarchia e molti
usi interamente cattolici, fece cono-
scere che i suoi seguaci in ogni
tempo, anche loro malgrado, la-
sciarono trasparire il bisogno di
una autorità suprema in punto di
religione, ma che ai giorni nostri
questo bisogno potentemente si ma-
nifesta nella maggior parte delle
loro opere, e nelle loro più rino-
mate assemblee religiose. Dessa non
solo meritò di essere inserita nei
lodati annali , ma di venire stam-
pata a parte dal Salviucci. Con-
chiudesi questa dissertazione colle
seguenti parole.
*» Il motivo più efficace della
» conversione si è quella infelicità
w che trova l' anima dell' eretico
w nella incertezza, e la pace che
«* è sicura di trovar nella salda
ING
credanza della religione cattoli-
ca. Essa anima è come quella
colomba, che uscita dall' arca
non trovava dove posare il pie-
de, e svolazzava irrequieta da
ogni banda, fintantoché vi rien-
trò. Ma quando trovò un qual-
che altro ricovero, in esso si
fermò, né più fece ritorno al-
l' arca. E cos'i questa nuova
teoria tutta é diretta a provare
che la chiesa anglicana presenta
allo spirito tutti quei pregi di
una sufficiente autorità e di
on insegnamento apostolico che
fin qui nella sola Chiesa catto-
lica si soleva sperare. Perciò e
di somma importanza di alzar
la voce, a cautelare quel popolo
contro un errore, che rinveste
il lupo delle pelli delle pecore.
Vi vorrà certo un* arte tutta
speciale ed uno studio che ab-
bracci insieme le co^ moderne
e le antiche. Ma la teologia
cattolica non ischi vera una tale
fatica, massime in Roma eh' è
slata, ai tempi nostri, la prima
ad ordinare un corso di questo
studio, in cui nessuno sì trala-
scia degli errori anche moder-
nissimi. Vi vorrà un puro e vi-
vo zelo nei banditori delle gran-
di verità cattoliche; di questo
già danno illustri prove, e le
fatiche che durano que' fervoro-
si missionari del clero si secola-
re come regolare, e l'erezione
ogni giorno di nuove chiese e
nuovi seminari. Sopra ogni altra
cosa vi vorrà la copiosa bene-
dizione del cielo. Voglia Iddio
raccorre ivi le pietre disperse
del suo santuario, e restituirlo
alla sua priuiiera bellezza ; co-
sicché quella terra, ora asilo
de' più fatali errori , lorui ad
ING
M essere ciò che fu un tempo il
M semenzaio di ogni virtù, e la
« \eia delizia della Chiesa di Ge-
« su Cristo. Fiat, fìat ". Cosi par-
lava il zelante prelato inglese, do-
po aver analizzato e discusso il
suo grave aigomento, e di aver
dimostralo con prove che il pro-
testantisimo privo di ogni stabile
principio di fede, dato in balìa
ai discordi pensamenti degli uo-
mini, va soggetto a cambiamen-
ti continui non solo ne' suoi rap-
porti esterni, ma anche nella sua
interna forma ed essenza.
Altro illustre prelato inglese e
come il precedente già rettore del
celebre collegio inglese in Roma,
cioè monsignor Carlo Baggs ora
vescovo di Fella, ci diede interes-
sante ed analoga dissertazione, che
fu stampala nel i843 in detta
città, ed anche riprodotta dai pre-
detti Annali^ la quale porta il ti-
tolo : Sullo stato odierno della
chiesa anglicana. Il dotto eccle-
siastico, autore di altre opere, ma-
gistralmente dichiarò nella sua dis-
sertazione « come la Chiesa cattoli-
ca spande incessantemente fra gli
uomini diffusi per il nostro globo
la luce della verità, ed il calore
della carità, perchè essa ricevette
qual sacro deposilo la grazia e la
verità dell' eterno Verbo incarnato,
pieno come egli è di grazia e di ve-
rità. Quindi siccome il sole costante-
mente diffonde la luce ed il calo-
re sulla terra, così la Chiesa è
fonte perenne ed immutabile di
Terità e di celeste amore. Le sette
eterodosse al contrario sono muta-
bili come la luna: cosicché se in
mezzo alle tenebre tramandano una
qualche debole luce, questa tutta
deriva dalla cattolica Chiesa ; e se
qualche tenue raggio di calore si u-
ING 3i7
nisce con quella pallida luce, esso
proviene da qualche sacramento di
santa madre Chiesa che esse han-
no conservato. E non presentano
forse fasi sempre variate come quel-
le del minore ed opaco astro de-
stinato ad illuminare in tempo di
notte ? Quando al contrario la
chiesa romana è quale splendido
sole immutabile nel suo insegna-
re". Discusse poi che mentre tutto
il mondo cristiano si divide in
due distinte porzioni, la cattolica
e la protestante , la sola chiesa
anglicana ha un carattere misto;
misto cioè quanto alle opinioni dei
suoi membri, misto nelle sue for-
mole, e misto ne' suoi rapporti e-
sterni e nelle sue simpatie stra-
niere , secondo 1' espressione del
Critico Britannico, giornale teologi-
co anglicano. Soggiungendo , che
non solo però è la chiesa anglica-
na composta di elementi eteroge-
nei, ma pure si modifica continua-
mente per le influenze tuttora vi-
venti, alcune di carattere cattolico,
altre di carattere protestante. « Es-
» sa è di fatti, prosegue il giorna-
» le, sempre in istato di cambia-
« mento e d' incertezza. Così non
» si può pretendere, che sia la
« medesima che fu lasciata dai
M riformatori. Essa ha subito mol-
» te alterazioni fondamentali. Vi
M è ora un progresso visibile da
« un anno ali' altro. Gran confes-
» sione è questa della verità " 1
Chiude il prelato la dissertazione
con queste memorabiH espressio-
ni. « Faccia il Signore che le peco-
M relle smarrite tornino all' uni-
« co ovile dell'unico pastore : che
» i nostri cari fratelli si sottomet-
« tano una volta all' autorità di
« Pietro destinato da Cristo no-
« stro Signore a pascere le sue
3i8 ING
»» pecoi-e ed i suoi agnelli. Nel
M tornare al seno della cattolica
M Chiesa, troveranno la certezza
»» della fede, e quella unità per
*• conservare la quale, al dire del-
>» l'antica chiesa, la suprema cattedm
» di s. Pietro fu stabilita. Essa non è
» soggetta alle variazioni che ab-
M biamo considerate nella chiesa
» anglicana ; ina resta immobile
»> quale inconcussa pietra e fonda-
» mento saldissimo della Chiesa,
» contro la quale le porte del-
« r inferno non prevarranno giam-
» mai. In essa troveranno la vera
>* apostolica successione, e nella
>* comunione con essa quei mezzi
w abbondanti di grazia che li li-
»» bereranno dai loro mali, e che
»> saranno per essi fonti di eterna
» salvezza '*.
In un' altra dissertazione sul
sistema degli anglicani detti Pu-
scisti (Fedi)^ monsignor Baggs die-
de un saggio delle divisioni nella
chiesa anglicana, parlò degli evan-
gelici, ossia della chiesa bassa ;
della chiesa collegata collo stato,
ossia delia chiesa alta; e dei pu-
seisti ossia trattatisti, uniti tutti
n^lla stessa comunione esterna,
benché insegnino dottrine contra-
rie. Qui però non finiscono le
contraddizioni, le varietà di dot-
trina. La così detta chiesa angli-
cana racchiude nel suo seno glt
estremi i più opposti : non solo i
pretesi papisti, i quali non ricono-
scono il Papa, ma anche gli uni-
tari ossia gli anti-trinitari. Ne si
creda che questa sia una calunnia
o invenzione; sono gli anglicani
medesimi quelli che attestano la
verità di tale asserzione. Di fatti
nel Critico Britannico ^ giornale
teologico de* puseisti, si legge che
m loghil terra regna angora nella
ING
gente religiosa questa opinione,
che levando il socinianismo ed il
pelagianismo non vi è eresia vera-
mente pericolosa. Nel tomo XVII
p. 4^3 degli Annali delle scienze
religiose si parla del celebre pro-
fessore Pusey e della chiesa angli-
cana. La fama in che è venuto
questo nuovo riformatore della già
riformata chiesa anglicana, ci per-
suade non dover essere disgradevo-
le la versione di un brano di una
sua recente opera, in cui descrive
la condizione di essa chiesa nei
passato secolo; versione che si leg-
ge nel citato luogo. Queste parole
del dotto professore metteranno il
suggello alla verità, che le chiese
dal centro dell' unità distaccate,
sono come tralci recisi dal vivifico
tronco della vite^ che se ne muo-
iono per mancanza di alimento.
» Di grado in grado la chiesa angli-
cana prese un andamento secola-
resco, il quale fu poco combattuto
air entrare del secolo presente, e
di cui abbiamo tuttora traccie as-
sai numerose. Ne' trascorsi tempi
non sentivamo mai parlare di an-
negazione di se stesso, o di qual-
sivoglia altro malagevole dovere;
finanche quando facevansi questue
per oggetti di carità, sacrifizio era
nome sconosciuto fra noi ; ogni
cosa procedeva dietro le norme
dell' agiatezza ; il decoro e il con-
venevole erano la misura e il suc-
cedaneo della santità; appena cre-
devasi possibile il giornaliero avan-
zarsi nella pietà ; nemmeno pensa-
vasi a vivere regolatamente ; il
digiunare cadeva visibilmente in
disuso ; il servizio divino non si
celebrava più in lutti i giorni,
per mancanza di adoratori, e ciò
finanche nelle città ; e nelle par-
rocchie di coloro che ne avevano
ING INO 3i9
r agio, trascuravasi spesso eziandio rimprovero a' mondani ; i lamenti
i' uffizio divino nella quaresima, contro la lunga durala dei divino
imperocché non potevansi indurre servizio eran segno della mancan-
due o tre a convenire insieme, za di divozione, e le costanti pro-
Nelle campagne e in intieri distret- poste per alterarlo, addimostravano
ti lo stesso venerdì santo era ne- la tiepidezza spirituale. Nello sta-
gletto ; non piti usavasi il cale- to il nostro impero era 1' idolo ;
chismo. Il popolo cadde in una mentre in ogni anno spendevansi
quasi irreligiosa barbarie ; ed i cinquanta milioni di lire sterline
zelanti nelle classi inferiori si a- per guerreggiare, nemmeno una
scrissero alla parte dei dissidenti, centesima parte di questa somma
Le comunioni più non si facevano si poteva ottenere in un anno in
pubblicamente, e il nostro pane servigio del culto ; sentivamo ver-
(^uotidiano non si offeriva che sole gogna di confessare in presenza dei
due o tre volte all' anno. La dot- nostri sudditi pagani, che eravamo
trina e la pratica decaddero insie- Cristiani; tributavamo onori milita-
me ; il servizio divino divenne ri a' loro idoli, e ricusavamo di
freddo, e pochi vi accorrevano ; il riconoscere il nostro Dio ; V invia-
fervore religioso sembrava essere re un vescovo nelT India eccitò
più presto fuori, anzi che entro la un panico timore ; e il nostro
chiesa. Mai parlavasi di religione, istesso clero sembrava che avesse
ne degli affari temporali si parla- paura del troppo, anziché del po-
va in senso religioso ; pareva che co fervore nel fatto di religione,
una parte del popolo si fosse di- Una delle due grandi sezioni, ia
menticato del conto finale da ren- che spartivasi, sembrava aderire
dersi a Dio, ed un' altra negava ad uno scheletro di un sistema tra-
che noi abbiamo ad essere giudi- dizionale, tenendo spesso una verità
cati secondo le opere nostre; pa- per la negazione di un' altra veri-
revano egualmente terrene la mi- th : l' altra sezione, disperando che
suia de' nostri doveri, 1' insegna- queste aride ossa potessero aver
mento, i fini, i molivi e le spe- vita, si appigliarono ad un sistema
ranze ; ovvero, in contrario, gli estraneo alla nostra chiesa, s* in-
uomini erano invitati a confidar formarono delle dottrine de' non.
nel sangue del nostro Redentore, conformisti, ed in questa guisa
senza che fossero ammaestrati del spesso si lasciarono trarre alla par-
come dovessero seguire i benedetti te dei dissidenti. I sagramenli, per
esempi della sua santissima vita, valermi del Hnguaggio di un anti-
Da un canto eravi un fondamento, co scrittore addimesticato colla
senza edifizio posatovi sopra ; dal- scuola, altri eran negati, altri te-
1' altro un umile edifizio, umiltà nuti come mezzo idoneo a eccitar
ben intesa, che non eravi fonda- un religioso entusiasmo. Le anzi-
mento alcuno. Scarsi erano i soc- dette cose, tuttoché sieno soltanto
corsi largiti per l' educazione reli- un saggio di molte altre che si
giosa, per la costruzione delle chic- tralasciano^ sono tali da stringere il
se, e per V opere di carità, di cuore di afflizione, e da far veni-
nianiera che se taluno sommini- re il rossore al volto",
strava laicamente, era un tacito Tanto fu estratto dal compilato-
320 ING
re dell articolo dalla Letter lo the
archbishop of Canterbury, hy the
rev. E. B. Pusey , D. D., Oxford
1842. Quindi il compilatore fa i
seguenti riflessi. »• Or qual riparo
appresteranno i puseisti ai già de-
scritti mali ? Con quali sostegni
manterranno il vacillante edifìzio
delia chiesa anglicana? forse col
predicare la necessità delle aposto-
Jiche tradizioni? Ma questo espe-
jdiente non risponderà alle inten-
zioni loro; essendoché, se alle sum-
ineulovate tradizioni vorranno gli
anglicani accordare forza, si trove-
ranno astretti ad abbandonare lo
scisma, per rientrare nel seno della
Chiesa cattolica romana, alla cui
autorità le testimonianze de' padri
ne'primi quattro secoli rendono un
.concorde ed amplissimo omaggio.
Ma i puseisti fanno aperte prote-
stazioni della loro avversione; e per
conseguenza si troveranno impasto-
iali da una manifesta contraddizio-
ne con loro medesimi. Prediche-
ranno forse una maggior frequen-
za di esercizi e pratiche spirituali?
Nemmeno questo arrecherà loro
giovamento , imperocché l'arida e
fredda indole del culto anglicano am-
morta il fervore religioso. E finché
non sarà ripristinato il quotidiano
p mistico sacrifizio dell'altare, vana
è la speranza che ogni di gli an-
glicani abbiano a convenire insieme
ne' tempii per recitare colie lab-
Jjra una languida preghiera. E se i
puseisti avranno tanto di vigore da
ripristinare l'incruento sacrifizio o-
gni dì, potranno eglino proseguire
nella bestemmiatrice opinione, che la
rnessa sia un diabolico trovato, sic-
come Io chiamano i XXXIX arti-
cpli anglicani? La pretesa riforma
piotestaute è giunta ora mai a un
ciuro passo, cui essa non potrà var-
ING
care. L'antico dilemma stringe ogni
dì con novello vigore i nostri tra-
viati fratelli : o cattolico ovverà-
mente ateo; non c*è via di mezzo
per un uomo di senno ". Del catto-
licismo, ed altro riguardante la chie-
sa anglicana e sue numerose sette,
oltre quanto diremo agli articoli
Irlanda e Scozia {f^edi), ne ripar-
leremo nei cenni storici civili ed ec-
clesiastici sul regno d'Inghilterra, e
delle relazioni di questo con la santa
sede che in progresso tratteremo;
come ancora dopo avere riportato
i concini d'Inghilterra ed il nove-
ro delle sue sedi arcivescovili e ve-
scovili, in discorrere dei vicariali
apostolici d'Inghilterra ed analoghe
notizie. Passiamo ora a dire del
sistema governativo, e delle varie
costituzioni che si succedettero in
questa monarchia.
La gran carta istituita da En-
rico I nel 1 100 per restringere l'au-
torità reale, quella concessa da Gio-
vanni Sema-terra, che fu forzato
di accettarla nel 12 15, confermala
poi sei volte da Enrico 111, il quale
stabilì i comuni nel i265, e li fece
entrare nel parlamento; tre volte da
Odoardo I, quindici volte da Odoar-
do IH, sei daRiccardoll, sei da En-
rico IV, una da Enrico V ed una da
Enrico VI, è il fondamento della
monarchia costituzionale della Gran
Bretagna ; conviene aggiungervi la
dichiarazione dei diritti del 1688.
La potenza sovrana della nazio-
ne britannica è esercitata dal re
e dal parlamento dei regni uni-
ti della Gran Bretagna e dell'Irlan-
da , composto dalla camera alta o
dei pari, e da quella dei comuni.
La corona è ereditaria, ed in man-
canza di maschi passa alle donne:
la fuga di Giacomo II dall'Inghil-
terra indusse il parlamento a dichia-
ING
rare ia vacanza del trono, e Gu-
glielmo III d'Orange stabilì defini-
tivamente la monarchia tempera-
ta ereditaria ne'due sessi. Per spie-
garsi meglio e con brevità, le
principali epoche della costituzione
inglese sono le seguenti. Enrico I
mitigò il rigore delle leggi feu-
dali. Enrico li stabih il sistema
della procedura criminale per giu-
rì. Giovanni non rese il parla-
mento indipendente dalla coro-
na, ma meno dipendente dalla co-
rona, e la corona dipendente dal
parlamento quanto alla legislazione.
Enrico III ed il suo successore O-
doardo 1 convocarono i deputati
di tutte le provincie, città e bor-
ghi del regno, ed institu irono in
tal guisa la camera dei comuni,
la quale crebbe in potere sotto i
regni seguenti. Carlo I accordò
l'alto detto petizione di diritto che
aboliva le tasse arbitrarie e le pri-
gionie illegali. Carlo II emanò
r atto chiamato habeas corpus^
eh' è l'egida della sicurezza d'ogni
cittadino . Guglielmo IV in fine
consolidò la costituzione come sta
e vige oggidì. Ne'successivi cenni
storici civili ed ecclesiastici, tali
disposizioni ed altre analoghe s'in-
dicheranno meglio. Il re deve pro-
fessare la religione angUcana, che
partecipa degli errori di Calvino
e di Lutero. Egli è maggiore a
dieciotto anni. Alla sua incorona-
zione deve confermare tutte le
leggi fatte durante la sua minori-
tà ; e giura eziandio di governare
secondo le leggi anteriori, e di
osservare la carta delle libertà an-
glicane. La persona del re è in-
violabile e sacra. Egli è ancora
il capo della religione. I soli suoi
ministri sono responsabili. Ad esso
solo appartiene il diritto di dichia-
ING 321
rare la guerra, di fare la pace, e
di conchiudere alleanze e trattati ;
di fare leve di truppe terrestri e
marittime ; di far grazie o miti-
gar la pena, di crear nobili, di
nominare agli impieghi civili, co-
me a molti ecclesiastici, e a queir
li tutti dell' esercito di terra e di
mare. Può disporre delle fortezze,
arsenali, flotte, munizioni da guer-,
ra , coniare monete, convocare i
sinodi provinciali o nazionali. Al-
cuna legge non può essere in vi-
gore se egli non l' acconsente, ed
il potere esecutivo sta lutto intero
nelle sue mani ; ma il parlamento
ha il diritto di censura verso tut-
ti i pubblici funzionari. Le prin?
cipali restrizioni alla grande auto-
rità del re consistono nel non po-
ter fare nuove leggi, ossia bill aclSy
ne impor nuove tasse senza ri-
portarne il consenso delle due ca-
mere del parlamento, cui le do-
manda a mezzo de' ministri. Può
adunare, prolungare, aggiornare e
sciogliere il parlamento a suo be-
neplacito. I pari sono creati dal
re, e godono grandi privilegi, su
di che si può consultare l'opera di
Debrett, intitolata : Genealogia dei
pari del regno unito ^ Londra i836.
Ogni nobile inglese in età di ven-
tuno anni compiti, ed il maggiore
della famiglia, diviene l'erede dei
titoli paterni. La nobiltà dividesi
in cinque classi: duchi, marchesi,
conti, visconti, e baroni, classi a
cui erano anticamente promossi
per investitura o per certe forme
simboliche , ma che oggidì ven-
gono conferite per patenti. Sonovi
altresì dei baronetti, i cui titoli
sono ereditari, e per la prima vol-
ta vennero creati nel 1 6 1 1 da
Giacomo I, come dicemmo all' ar-
ticolo Barone, mentre a quello di
322 ING
CowTB parliamo de* conti e de* vi-
sconti ; a quello di Lord , dei
lordi; ed a quello di Corte, delle
antiche corti d'Inghilterra. I pari
votano in una camera separata da
quella de* comuni, quando nell'o-
rigine del parlamento votavano in
uno stesso luogo. I membri della
camera alta o de' pari sono lordi
ecclesiastici e lordi secolari, nomi-
nali dal sovrano ed ereditari, né
-v' è alcun limite fissato al loro
numero. I rappresentanti o comu-
ni dovrebbero essere eletti dal po-
polo, ma noti sono i disordini che
tengono dietro ordinariamente ai
sistema elettorale. Una parte in-
teressantissima della nazione, che
è quella de' proprietari agricoltori,
v'è appena rappresentata, non es-
sendovi che ottanta deputati delle
contee, appartenenti a tale classe.
Nella camera alta sedici pari
scozzesi rappresentano nel parla-
mento sino dal 1706 siffatta di-
gnità per parte della Scozia, e
^entotto rappresentano quella del-
l'Irlanda dal 1800. Sonovi inoltre
ventisei lordi spirituali d'Inghilter-
ra e cinque d'Irlanda. La camera
de' comuni è composta di cavalie-
ri, di cittadini e di borghesi eletti
dal popolo nelle contee e nelle
città. Essa avea cinquecento cin-
quant' otto membri, ma dopo la
unione della Irlanda n' ebbe sei-
cento cinquant'otto, cioè 4^9 rap-
presentanti dell' Inghilterra , 24 di
Galles, 4'> <^' Scozia e 100 di
Irlanda : si calcola che gli elettori
reali della camera de' comuni non
sommino che a quindicimila . li
sistema della rappresentazione ossia
elezione fu regolalo dalla legge di
Guglielmo IV, chiamala la legge
della riforma (reform bill), Teffelto
della quale è stato di aumgitare
INO
il numero dei deputati delle con*
tee e di darne ai borghi recenti
di forte popolazione, essendosi tol-
to ai borghi decaduti il privilegio
che prima di questa legge gli era
rimasto. Quanto al numero dei
mentovati membri, secondo VAI'
manach de Gotha del i845, il
complessivo è di seicento sessanta-
quattro nella camera de' comuni,
perchè dopo la legge di Guglielmo
IV la distribuzione fra le tre parli
del regno unito fu così stabilita :
Inghilterra i44 pei" 4^ contee, 32 3
per 187 città, e 4 per due uni-
versità. Galles i5 per 12 contee, e
i4 per 56 città. Scozia 3o per 3o
contee, e 29 per 76 città. Irlanda
64 per 32 contee, 39 per 33 cit-
tà, e due per una università.
La camera dei comuni forma
la gran corte d'inquisizione del re-
gno, e può mettere in istato di
accusa i pari più polenti : ma il
primo privilegio dei comuni, da cui
dipende il vero loro potere, con-
siste nel levare le tasse. Uno stes-
so parlamento, se non è disciollo
dal re, esiste per sette anni; ma
dopo questo periodo la costituzione
esige una nuova elezione. Prima
del 1 7 1 6 il parlamento era trien-
nale. All'apertura di ciascun nuo-
vo parlamento la camera si sce-
glie un oratore o presidente, che
d' ordinario è mantenuto da un
parlamento all' altro, perchè un
tale impiego esige gran talenti, ed
una perfetta conoscenza delle for-
me e delle loro applicazioni diver-
se. Gli atti del parlamento che co-
stituiscono le leggi del regno, pos-
sono introdursi in una o l'altra
Camera, essendo però sempre ne-
cessario il consenso dell'altra, ma
però generalmente in quella dei
comuni si fa la prima proposizio-
ING
ne. Ciascun anno il parlamento
vota il budget. La lista civile fu
regolata soltanto verso il principio
del regno di Guglielmo IH.
Varie modificazioni ha dovuto
subire la costituzione dopo il re-
gno di Giorgio I, fra le quali so-
no rimarchevoli la durata setten-
nale de' membri della camera dei
comuni, il riot actj che disperde
le popolari assemblee, e le frequen-
ti sospensioni dell' habcas corpus^
privilegio considerato quasi palladio
della libertà individuale. Le due
antiche fazioni dei whigs e dei
tories si riprodussero colla que-
stione della riforma parlamentaria.
A\ dire di alcuni scrittori, entrano
ordinariamente nella classe dei
whigs i membri dell' opposizione
ma più propriamente sono essi i
discendenti dalle famiglie che ope-
rarono la rivoluzione del 1688.
Non si può dire che i soli whigs
entrano ordinariamente nell' oppo-
sizione al ministero, quando esso
è formato da persone appartenenti
al partito contrario. Per esempio :
nel regno di Guglielmo IV il mi-
nistero era composto dei whigs e
l'opposizione di tories; adesso gover-
nano i tories e stanno in opposizione
ai whigs. I tories che furono già
partigiani dell'assoluto regalismo, e
che si arrogano ora il titolo di
amici del re, si distinguono per
r attaccamento alla disciplina epi-
scopale. Nemici acerrimi d' ogni
specie di dissidenti, cospirarono
co* loro sforzi ad impedire che i
politici diritti fossero alla parte
cattolica della nazione compiuta-
mente renduti. Tutta volta il par-
tito tories fu quello che introdus-
se e fece stabilire colla nazione la
decretata emancipazione de' catto-
lici nel 1829, e con essa un pie-
ING 323
no trionfo; laonde il culto roma-
no non fu più di ostacolo ai pub-
blici ufììzi, tranne due o tre degli
uflìzi pubblici di maggior impor-
tanza.
Il re porta il titolo di re del
regno unito della Gran Bretagna
e d' Irlanda ; e portava quello di
Ànnover (Vedi), finche questo re-
gno restò unito alla corona. Tut-
tora usa il titolo di Difensor della
fede [Vedi). Il suo figlio maggiore
è nato duca di Cornovaglia, conte
di Chester, duca di Rothsay, ba-
rone di Rehfrew e conte di Car-
rick , e riceve ancora il titolo di
principe di Galles. Il re è gran
maestro degli ordini equestri del
regno, cioè della Giarrettieraj del
Bagno, del Cardo o di s. Andrea^
e di s. Patrizio (Vedi). I mini-
stri sono tutti responsabili e si di-
vidono in due classi, la prima del-
le quali è formata da quelli detti
di gabinetto, e per lo più vi han-
no luogo il primo lord delia te-
soreria o dello scacchiere, il quale
generalmente è capo del ministero,
e da cui dipendono oltre la teso-
reria, la dogana, f excise o tassa
sulle derrate, il bollo e la posta ;
il lord cancelliere; il cancelliere
dello scacchiere, ed i tre segretari
di stato , cioè il segretario di sta-
to al dipartimento dell' interno, il
segretario di stato delle colonie,
tranne le Indie orientali, e il segre-
tario di stato al dipartimento de-
gli affari stranieri. Vi sono pure
diversi dicasteri annessi al ministe-
ro, cioè quello della tesoreria, il
primo lord della quale, come è
stato detto, è per lo più capo del
ministero ; dell' ammiragliato ; del
commercio; degli affari delle Indie;
della guerra, oltre quelli che di-
pendono dai tre segretari di stato
524 ING
per gti affari da essi dipendenti.
Si noti che il titolo di lord dato
ai capi di alcuni di questi dicaste-
ri può appartenere ai ministri
scelli nella camera dei comuni, e
non importa che tali lords abbiano
diritto di entrare nella camera dei
pari. Evvi inoltre un consiglio di
commercio e delle colonie, ed uno
per gli affari delle Indie. L' Inghil^
terra e il principato di Galles so-
no divisi in contee, in ciascuna
delle quali evvi un lord luogote-
nente nominato dal re per la po-
lizia, e le cui funzioni sono gra-
tuite. In Irlanda il re è rappre-
sentato da un viceré. Le colonie
sono divise in governi, eccettuan-
dosi le Indie orientali, che Io sono
in tre presidenze. Quanto alle cor-
ti di giustizia, esse non sono le
medesime nella Scozia, che nel-
r Inghilterra e nel!' Irlanda. La
tolleranza religiosa ammessa nei
tre regni, lo è pure negli altri
dominii soggetti all' impero britan-
nico, ma il re non può prendere
in moglie che una donna della
religione riformata.
Le forze di terra e di mare sono
formidabili. Si contano nell' Inghil-
terra sei grandi arsenali di mari-
na nei porti di Deptford, Wool-
T\ich, Chathan, Sheerness, Ports-
mouth, e Plymouth; gli altri por-
li che servono alla marina milita-
re, sono Dealj Harvrich e Leith,
come pure il porto di costruzione
di Pembrock. I principali porti
stranieri sono quelli di Gibilterra,
della Giamaica, del Capo di Buo-
na Speranza, di sant' Elena, di
Malta, della Nuova Scozia, delle
Bermude, di Antigua, di Halifax,
di Bombay, di Trinqueraale, e di
Quebec che è il più considerabile.
Le divisioni amministrative non
ING
cangiarono minimamente dopo del
re Alfredo il Grande. Questo mo-
narca divise r Inghilterra in qua-
ranta shire^ parola sassone che si-
gnifica divisione, e che furono po-
scia chiamate contee, perchè go-
vernate ciascuna da un aldcnnan
particolare, parola corrispondente
alla latina comes o coiìte, e che
gli autori anglo-sassoni, che scri-
vevano in latino tradussero qual-
che volta per consid , ed altre
per Comes. Dopo la conquista dei
danesi questo ufHziale o signore
fu conosciuto sotto il nome di
eaii^ dalla parola danese iarl, che
come quella di barone, nel suo
senso primitivo significava sempli-
cemente, ma in via distintiva, wo-
mo. Questi titoli divennero altret-
tante dignità verso il principio
dell' undecimo secolo, ed il gover-
no di uno shire fu devoluto al
deputato dell' e^frZ o cqnte, chia-
mato vice-comeSy sceriffo o inten-
dente dello shire. La suddivisione
della vasta contea di York è mol-
to curiosa; fu dessa divisa in tre
porzioni, designate in lingua sasso-
ne col nome di trilhings ossia ter-
zi, e per corruzione poscia chia-
mate rìdings. Si crede generalmen-
te che Alhedo sia stato pure T au-
tore delle suddivisioni delle contee
in hundreds, centurie, tylhings,
decurie, wards , wapentakes. la
generale, la divisione amministrati-
va dell' Inghilterra è un poco im-
brogliata. Una parrocchia dipende
qualche volta da due ed anche da
tre contee diverse, e gli abitanti
talora non sanno precisamente a
qual giudice ricorrere. Delle qua-
ranta contee comprese nell' Inghil-
terra propria, sei sono del nord;
quattro limitrofe al principato di
Galles ; dodici del centro ; otto
ING
dell' est ; tre del sud ; quattro del-
l' ovest, e tre del sud-ovest. Altre
dodici formarono il principato di
Galles, e queste vengono divise
in sei cantoni settentrionali e sei
meridionali, comprendendo i primi
le contee di Flint, Denbigh, Caer-
narvon, Anglesey , Merioneth, e
Montgomery ; ed i secondi quelle
di Pvadnor, Cardigan, Pembrock,
Caermartben, Brecknock e Gla-
morgan. Tutte queste cinquanta-
due contee contengono diecimila
cenlotrentatre parroccbie; ogni con-
tea comprende molte città, city,
che hanno sede vescovile, de' bor-
ghi , borough-town^ che godono
come dicemmo del diritto d' in-
viar membri al parlamento, e dei
borghi da mercato, market- town,
oltre i minori villaggi.
Inoltre le città di Londra, York,
Chester, Bristol, Exeter, Norwich,
Worcester, Kingston-upon-HulI e
JVewcaslle, sono tante altre distin-
te contee, separate da quelle sotto
il cui circondario si trovano, for-
mando ognuna una giurisdizione
particolare sopra un territorio più
o meno esteso. Ecco i nomi delle
quaranta contee. Bedford, Berks,
Buckingham, Cambridge, Chester,
Cornovaglia, Cumberland, Derby,
Devon, Dorset, Durham, Essex,
Gloucester, Hereford, Hertford,
Huntington, Kent, Lancaster, Lei-
cester, Lincoln, Middlesex, Mon-
niouth, Norfolk, Northampton, Nor-
thumberland, Nottingham, Oxford,
Rutland, Salop , Somerset, Sout-
hampton, Staftord, Suffolk, Surrey,
Sussex, Warwick, Westmoreland,
Wilts, Worcester, York, oltre le
isole Guernsey, Jersey, Alderneuy,
Sark, e Mann. Altri geografi divi-
dono r ìnghiUerra in contee orien-
tali, meridionali, centrali, selten-
ING 3?5
trionali, ed occidentali o principa-
to di Galles : la Scozia la divido-
no in parte meridionale, media,
e settentrionale ; e 1' Irlanda nelle
quattro grandi provincie di Lein-
ster, Ulster, Connaught, e Munster.
Quanto all' impero britannico che
si estende in tutte le parti del glo-
bo, neir Europa comprende 1' In-
ghilterra, la Scozia, 1' Irlanda, V i-
sola d'Heligoland sul mare Ger-
manico, il regno d' Annover sino
al 1837, la città e territorio del-
l' importante Gibilterra, 1' eptar-
chia Jonica, e le isole di Malta e
Gozo sul Mediterraneo. In j^sia
tutto r Indostan o Indie orientali
dal 2 3 latitudine nord fino al
capo Comorino, 1' isola di Ceylan,
quella di Pulo-Pinang, o del prin-
cipe di Galles, e 1' altra di Soco-
tora. L' influenza inoltre ed il mo-
nopolio commerciale, che quasi
esclusivamente esercita ne' migliori
porli dell' Asia occidentale, rendo-
no alla potenza inglese subordinati
eziandio i due interessanti golfi
Persico ed Arabico. Ha x\e\V Àfrica
la gran colonia di Serra-Leona, i
vari stabilimenti lungo la Cambia,
ed il Senegal sulla Guinea, il Ca-
po di Buona Speranza, V isola
Maurizio o di Francia, e 1' isola
di s. Elena. Neil' America selten-
trionale il Canada, la Nuova Bre-
tagna o Nuova Galles settentriona-
le e meridionale, il Nuovo-Bruns-
wick, la Nuova-Scozia, e le isole
di Terranova; s. Giovanni, la Rea-
le e le Bermudi sull' Atlantico ;
sul golfo Messicano poi od arcipe-
lago delle Antille, le isole Lucaye,
la Giamaica, l' isola delle Vergini,
l'Anguilla, la Barbuda, s. Cristoforo,
Nievre, Antigoa , Monserrato, la
Domenica, s. Vincenzo, la Grana-
ta, la Barbada, Tabago, s. Lucia
326 ING
e la Trinità. Neil* America meri-
dionale gli stabilimenti di Berbice,
Deuaerary, ed Esseqiiibo sulla Gli-
lana. Neil' Oceanica la Nuova O-
landa o Nuova Galles meridionale,
risola di Norfolk, la Terra di Van-
Djemen , la Nuova-Zelanda , oltre
"vari stabilimenti in più luoghi del-
la Polinesia. Tutte queste contrade
compongono una approssimativa
superficie di 1 5 i,i 56 leghe qua-
drate, ed una immensa popolazio*
ne di più di centoquarantanove o
secondo altri centocìnquantadue
milioni di abitanti. Cioè, in Eu-
ropa più di venticinque milio-
ni , in Asia centoventìcinque ed
anche più milioni, in Africa circa
trecentomila, in America circa due
milioni, neir Oceanica forse tren-
tamila abitanti. De' quali ne conta
l'Inghilterra e la Scozia (la quale
vuoisi contare quasi due milioni e
settecento mila abitanti) comprese
le isole circa dieciotto milioni e
settecento mila abitanti; e l'Irlan-
da da sette milioni ollocentomila
abitanti. Questi calcoli sono ap-
prossimativi, non esatti. Si vuole
che dopo l'impero cinese niun regno
o impero conti tanti sudditi quan-
to r inglese : se non fossero questi
divisi da tanti mari e da tante
terre, chi potrebbe resistere alle
armi britanne? La sua grandezza
senza la defezione di Enrico Vili
sarebbe stato un mezzo polente
per portare la luce evangelica a
tanti lidi stranieri. Sembra però
che cominci a conoscere gli errori
in cui trovasi, e perciò sono fre-
quenti le abiure di persone illu-
minate e dottCj che s' inducono a
questo passo salutare per intimo
convincimento. Possa tutta la glo-
riosa nazione e pel suo e pel be-
ne altrui aprire gli occhi alla ve-
ING
rita, e dissipare quella caligine che
vi sparse Enrico Vili ad istigazio-
ne d' una rea passione!
Siccome sopra la storia de' bri-
tanni e degli anglo- sassoni, la me-
desima storia si trova confusa par-
te per la parzialità che gli scrittori
britanni ebbero per la loro patria,
e parte per le numerose suddivi-
sioni di regni, ed in epoche remo-
te di cui la storia non può dare
positive notizie, così ci sembra op-
portuno di qui premettere, a mi-
gliore intelligenza, un'idea dei pri-
mordi dei regni anglo-sassoni, se-
guendo le autorità più recenti ed
accreditate. In quanto a ciò che
diremo in appresso sugli stessi re-
gni con qualche maggior diffusio-
ne, cioè in proporzione allo stretto
compendio che ci è imposto dal-
la natura di questo Dizionario^
esso egualmente è tolto da molti
autorevoli scrittori ; laonde non
desti meraviglia se inevitabilmente
s' incontreranno poi alcune ripeti-
zioni e forse ancora qualche con-
traddizione, dappoiché queste deri-
vano dalle differenti opinioni in
argomento sì vario ed importante.
Quando i britanni divennero
indipendenti nella prima parte del
secolo V, i pitti e scoti comincia-
rono a fare delle incursioni , alle
quali lasciarono libero il campo le
dissensioni dei capi nativi. Alcuni
dei popoli meridionali si rivolsero
invano ad Aesio generale romano
in Gallia; ma Vortigerno, il più
potente dei re britanni, chiamò i
sassoni, alcuni de'quali arrivarono
e furono alloggiali coi loro ca-
pi Hengist ed Horsa nell' isola di
Thanet l' anno 449 ^ coloni della
Britannia furono principalmente
juti, angli e sassoni. I sassoni nel
secondo secolo aveano occupato il
distretto tra l'Elbe e l'Eryde, sul
collo del Chersoneso Cimbrico, e
fra duecento anni questo nome si
era esteso a tutte le nazioni del-
restremità della penisola, peninsida,
fino al Weser, all'Ems ed al Re-
no. Gli angli furono micini alla
sede originaria dei sassoni verso il
nord fino al sito del borgo attuale
di Flensburgh: ed oltre gli angli
la nazione dei juti arrivava fino
all'oceano. I sassoni servirono Vor-
tigerno fedelmente per sei anni,
ma il loro numero crebbe a segno
che i britanni cominciarono ad es-
serne gelosi, e finalmente la repulsa
di questi a somministrargli altri
sussidii , fu una dichiarazione di
guerra. La prima opposizione dei
britanni produsse una battaglia
sul fiume Medway verso il /^55,
nella quale restò morto Horsa, a
cui successe Oise figlio di Hen-
gist ; ed un' altra battaglia fu fatta
sul fiume Cray; dopo la quale la
provincia di Kent fu lasciata ad
Hengist. L'ultima vittoria di Hen-
gist fu nel 473 ; e morto questo
nel ^SSy il regno di Kent passò
al suo figlio Oise. Si vuole che la
storia della figlia di Hengist Rowe-
na, data come moglie a Yortigern,
e la concessione da questo fatta
ad Hengist del regno di Rent, le
tre battaglie fra Vortemir figlio
di Vortigern coi sassoni, l'espul-
sione di questo dal Kent, e final-
mente la cessione fatta dai britanni
a favore di Hengist del territorio
che ora forma le contee di Kent,
Essex, Sussex e Middlesex , sieno
tenute come fatti favolosi inventa-
ti dai britanni per spiegare il pri-
mo stabilimento de' sassoni senza
l'ammissione di conquisto. I suc-
cessori di Hengist si contentarono
del regno di Kent. Nel 477 un'al-
ING 327
tra incursione fu fatta verso l' oc-
cidente di Kent da Aella coi suoi
tre figli. Dopo una battaglia nel
485», della quale non si dice il ri-
sultato, e l'assedio e presa di An-
derid verso il 490» egli fondò il
regno di Sussex. Cinque anni do-
po un' altra truppa d'invasori ven-
ne sotto Cerdic e si diresse più
verso r occidente, ma incontrando
la forte opposizione del re Natan-
leod, Cerdic dovette invitare altri
ausiliari. Nel 5oi arrivò Porta,
ma resistette sempre Natanleod, e
nel 5o8 Cerdic fu vinto da esso,
sebbene lo stesso Natanleod fu su-
bilo dopo superato da Cynric figlio
di Cerdic. A questi si unirono due
nipoti di Cerdic, Stuifa e Whitgar
nel 5i4j e finalmente la battaglia
di Charford suil' Avon lo lasciò in
possesso del regno di Wessex o
dei sassoni occidentali.
Intanto Erkenwin nel 53o as-
sunse il governo di Essex ossia dei
sassoni orientali. Gli angli sbarca-
rono al nord dei sassoni orientali,
ed uno dei loro capi Ida divenne
re nel 547, ^ •' regno suo, dal
nome Bryneich ch'avea portato, nel-
la lingua dei britanni fu chiamato
Bernicia, del quale il confine me-
ridionale fu il fiume Tees. I bri-
tanni posti sulla sponda destra del
Tees si chiamavano deiri. Erano
stati assaliti e vinti dal principe
anglo Seomil, ed Aella uno dei
discendenti di Seomil, ebbe il pos-
sesso pacifico del regno nel 56o ,
il quale regno ritenne il nome di
Deira. 1 sassoni della Deira si este-
sero sino air Humber , e nel 586
una colonia sotto Creoda passò
questo fiume, e si diresse dietro i
sassoni orientali fino al centro del-
l'isola. Si chiamarono in genere
raerciani o Middle-angles, cioè an-
^ttbUD^
3:>.8 ING
gii (li mezzo. Nei centocincjunnt'nn-
ni (lall'aiTivo di llengi«>t niriillima
irittoria di Creoda, otto regni niio«
vi erano stati fondati, i. Rent,
ossia la contea attuale di Kent.
2. Sussex, ossia l'odierna contea di
Sussex. 3. Sassoni orientali i quali
aveano le contee attuali di Essex,
Middlesex, ed il meridionale di
Hertford. 4- Anglia orientale, equi-
valente alle presenti contee di Nor-
folk, SulFolk e Cambridge, coll'isola
di Ely. Questi regni non poterono
mai dilatarsi , ma i seguenti tro-
vandosi sui confini dei britanni si
aumentarono successi va mente. Quin-
di arrivati alla loro più grande
estensione. 5. Il regno di Bernicia
sul nord. 6. 11 regno di Deira al
sud del Tees : si estendevano dal
Forlh air Humber e dal mare o-
rientale all'occidentale. 7. Wessex
confinava coi fiumi Tamigi e Se-
verna al nord, e si estendeva dal
Rent e Sussex fino alla punta della
Cornovaglia. 8. Mercia aveva tutto
il centro fino alle montagne di
Galles. Le nazioni sassoni si sco-
prono dai loro nomi : i vincitori
di Rent e di una parte di Hants
erano juti ; gli altri vincitori e re-
gni erano angli. Questi regni fu-
ING
rono otto, ma dalla unione fre-
quente di Bernicia e Deira si sono
per lo più considerati come sette,
onde il nome di hcplarchia deno-
tante sette governi. I capi che si
opposero ai sassoni erano: i. Aure-
lio Ambrosio, il quale sembra aver
combattuto contro Hengist. 2. Na-
tanleod, oppositore di Cerdic, il
quale lasciò il suo nome ad un di-
stretto dell'Hampshire. 3. Urien ,
il quale si oppose ad Ida ed agli
angli, nella provincia settentriona-
le. 4- Arturo, il più celebre di
tutti, il quale fece, per quanto di-
cesi, dodici battaglie di cui la mag-
gior parte sembrano essere state
contro gli angli nel Lincolnshire;
e l'ultima al monte Badon contro
i sassoni sotto Cerdic o Cynric.
Questa battaglia o fatta da Artu-
ro o no, restrinse gli stranieri per
quarant'anni. Finalmente i britan-
ni si ritirarono verso la parte oc-
cidentale , e gli altri nella provin-
cia di Armorica, alla quale è ri-
masto il nome di Bretagna o Bri-
tannia minore.
Nel volume seguente si daranno
i cenni storici sul regno d' Inghil-
terra, sui concilii e vicariati apo-
stolici*
riNE DEL VOLUME TRI GESIMOQU ARTO.
BX 841 .1167 1840
sncR
Moroni , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erudizione
storie o-ecclesiastica
AFK-9455 (awsk)